LA RITIRATA DI RENZI di Leonardo Mazzei

Chi ha vinto nella contesa tra Conte e Renzi? So di andare controcorrente ma, all’opposto della chiacchiera giornalistica, mi pare chiaro che lo sconfitto è Renzi. Stiamo ai fatti: Conte ha ottenuto la fiducia nei due rami del parlamento, la maggioranza assoluta alla Camera, quella relativa al Senato. Dunque può restare a Palazzo Chigi. E questa era la vera, unica, posta in palio.

Ovviamente la crisi politica italiana, che da oltre un decennio viaggia in coppia con quella economica, è sempre lì come prima. Talmente inestricabile che perfino il tanto invocato “Salvatore” Mario Draghi preferisce restare in panchina. Un fatterello che dovrebbe far riflettere.

E’ perciò fin troppo facile il gioco di chi parla di instabilità, della fragilità del governo e della sua inadeguatezza. Tutte cose vere, ma di cui non si vuol vedere la ragione di fondo: l’impossibilità di uscire dalla crisi economica (che di quella politica è la causa prima, anche se non unica) senza rompere la gabbia dell’euro e dell’Ue. Una situazione oggi aggravata dalla disastrosa gestione del Covid 19. Dunque la crisi politica è tutt’altro che risolta. Anzi, essa ha ormai da anni un carattere permanente, ma il voto di ieri non l’ha fatta precipitare. Questo era l’obiettivo di Conte e di chi lo sostiene. Obiettivo minimalista, certo, ma obiettivo raggiunto.

Al contrario, tutti avranno capito come – al di là delle polemiche sul Recovery Plan, il Mes, o la delega sui Servizi – l’iniziativa di Renzi mirasse ad ottenere la testa di Conte. Era lo scalpo dell’ex “avvocato del popolo” il vero trofeo di cui il Bomba aveva bisogno per rivitalizzare l’esangue creatura di Italia Viva.

E’ da questa banale osservazione dei fatti che si deve partire per capire chi abbia veramente vinto la partita di questi giorni. Naturalmente, in molti già parlano di una vittoria di Pirro. Può darsi, ma questo auspicio consolatorio, che peraltro contiene in sé il riconoscimento di chi sia al momento il vincitore, potrà essere verificato solo nel tempo. Non era questo lo scenario perseguito dall’ex sindaco di Firenze.

Ma il bello è che quello scenario non si è realizzato proprio perché Renzi ha deciso per l’astensione, anziché per il voto contrario. Un fatto che, secondo la quasi totalità dei commentatori, renderebbe il Bomba più forte di prima. Bene, considero questa lettura del tutto sbagliata e cercherò di spiegare il perché.

Perché Renzi ha perso

In un articolo di pochi giorni fa avevo sostenuto tre cose: che Conte avrebbe salvato la pelle, che il Pd non si poteva permettere di abbandonarlo, che la “carta Draghi” e dunque l’ipotesi di un governo di larghe intese non fosse al momento spendibile. Non mi pare di avere sbagliato.

C’è una domanda fondamentale che i giornalisti non fanno a Renzi: perché non ha votato contro la fiducia al governo? Da parte mia la risposta è semplice. Innanzitutto, non ha votato contro il governo perché egli è il primo a non volere le elezioni anticipate, che per Iv sarebbero state un vero bagno di sangue. In secondo luogo non ha votato contro perché se lo avesse fatto un certo numero dei suoi parlamentari gli avrebbe girato le spalle, ed a quel punto la sconfitta si sarebbe trasformata in un’autentica disfatta. Proprio per questo l’ex segretario del Pd – preso atto che il suo ex partito non lo poteva seguire – ha deciso la tattica astensionista. Un modo per gestire meglio quella che rimane comunque una clamorosa ritirata.

Come, tu dici tutto il male possibile del governo e ti limiti all’astensione? Gli stessi giornalisti che si guardano bene dal porre questa decisiva domanda, adesso scorgono nell’arma astensionista la chiave per preparare il “Vietnam” nelle commissioni. Ecco, questo è davvero un argomento che fa sorridere.

Certo, il problema esiste, ma si è mai visto un governo cadere per un voto negativo in una commissione parlamentare? A memoria mia, no. Ma poi, perché il partito che ha salvato obtorto collo Conte, dovrebbe adesso crocifiggerlo nelle commissioni? E quali sarebbero i grandi temi che dovrebbero accendere questo epico scontro nelle stesse? Tutte queste minacce del giorno dopo a me ricordano i discorsi di certi tifosi che dopo la sconfitta della propria squadra in campionato, annunciano improbabili riscosse in Coppa Italia.

In tanti hanno scritto, stavolta giustamente, di due bluff: quello di Conte e del Pd (“se cadiamo ci sono solo le elezioni”) e quello di Renzi (“siamo pronti all’opposizione, tanto le elezioni non ci saranno”). Tra i due bluffatori è il secondo a non essere andato all’opposizione, dato che l’astensione è sempre una forma di sostegno (sia pure indiretto ed esterno) al governo.

Mutatis mutandis, l’odierna ritirata di Renzi ricorda quella di Bertinotti nell’ormai lontano 1997. Dopo aver sostenuto dall’esterno (usava anche allora!), per oltre un anno, il primo governo Prodi, Bertinotti chiese una “svolta in chiave riformatrice” al capo dell’esecutivo. Il quale gliela negò. Rifondazione Comunista (di cui Bertinotti era segretario e leader indiscusso) annunciò allora che non avrebbe votato la Finanziaria. Anche quella volta la caduta del governo sembrava cosa fatta, fino a quando, due settimane dopo, Rifondazione fece marcia indietro. Pur senza avere ottenuto nulla la fiducia a Prodi venne rinnovata, e quel governo andò avanti ancora per un anno. Senza nessun “Vietnam”, come invece sarebbe stato possibile, nelle commissioni parlamentari.

La morale di questa storia è semplice: se non rompi nel momento decisivo, quando i temi sono squadernati ed ormai il dado è tratto, non lo farai certo dopo. Tantomeno con la guerriglia parlamentare. E’ vero, Bertinotti dopo un altro anno in maggioranza ruppe, ma quella è un’altra storia sulla quale non abbiamo qui lo spazio per una trattazione adeguata. Salvo semmai ricordare come in quel secondo passaggio una buona parte delle sue truppe parlamentari (i cossuttiani) lo tradirono per restare al governo. L’emersione dei “governisti” è infatti una costante di certi frangenti politici, un particolare certo non ignoto a Renzi.

Fino a che punto Conte ha vinto?

Ma torniamo ai giorni nostri. Stabilito che lo sconfitto è Renzi, fino a che punto possiamo considerare quella di Conte una vittoria?

Una risposta a questa domanda verrà dall’esito del tentativo di costruzione di quella “quarta gamba” (i cosiddetti “responsabili”, quelli che oggi amano descriversi come i “costruttori”) che dovrebbe rendere più sicura la navigazione parlamentare del governo.

Ad oggi questa operazione è riuscita solo a metà. Al Senato, per completarla, Conte ha bisogno di almeno altri 5 “acquisti”, laddove il verbo “acquistare” non è per nulla casuale. Le trattative sono certamente in corso e ne vedremo l’esito a breve. Di fronte a questo scandaloso mercato è giusto senz’altro indignarsi, ma gli ultimi che dovrebbero farlo sono coloro che hanno voluto la fine della Prima Repubblica, la morte dei partiti e la personalizzazione della politica. Uno degli esiti di quella svolta è stato appunto la pratica della “compravendita” dei parlamentari. Dunque, chi allora la volle, chi ancora oggi la sostiene, abbia almeno il pudore di tacere.

Al di là di tutto questo, Conte ha dalla sua la tempistica istituzionale. Ma chi è Conte? Il personaggio politico vale poco e si è trovato lì dov’è più per caso che per altro. Tuttavia, come dicono malignamente i suoi detrattori, l’uomo pare nato con la camicia. Prima spunta fuori come imprevisto punto di equilibrio tra la maggioranza gialloverde e il Quirinale, poi riesce a saltare da una maggioranza all’altra grazie allo straordinario ed insuperabile genio politico di Matteo Salvini, infine sembra quasi diventato intoccabile grazie al Covid ed all’altrui debolezza.

Adesso il Presidente del Consiglio ha un altro vantaggio. Tra sei mesi inizia il semestre bianco. Quello nel quale – precedendo l’elezione del Presidente della repubblica – non si può andare a votare. Se l’operazione “quarta gamba” in qualche modo si compirà, di elezioni non si riparlerà almeno fino alla primavera del 2022.

In una situazione come questa, con una politica tutta centrata sul giorno per giorno, un anno è un’eternità. Chi scrive è convinto che molte speranze dell’attuale maggioranza di governo siano solo illusioni. Ma per capire una scelta politica – in questo caso quella di resistere a tutti i costi al governo – bisogna sempre mettersi nei panni di chi la compie.

Quali sono dunque le ragioni di Giuseppe Conte? Qual è la strategia che ha in testa? Posta la realistica possibilità di restare al governo per ancora un anno, è chiaro come non solo Conte, ma anche piddini e pentastellati, scommettano su tre cose: la fine sostanziale dell’epidemia, una certa ripresa economica, il rafforzarsi del consenso verso l’europeismo e l’atlantismo.

Sul Covid, quel che sappiamo in base ai precedenti storici è che le pandemie influenzali non durano mai più di due anni. Un traguardo che al governo vorranno celebrare nel caso come trionfo della strategia vaccinale. Sull’economia, posto che davvero non si vede alcuna possibilità di una ripresa a “V”, resta però la certezza di un significativo rimbalzo via via che le misure emergenziali verranno ridotte.

Avremo l’uscita dalla crisi? Ovviamente no. E non dimentichiamoci che il Pil italiano del 2019 era ancora 4 punti sotto a quello del 2007. Figuriamoci adesso dopo il 2020! Nessun rimbalzo fisiologico potrà essere scambiato per la fine della crisi, ma nel momento in cui avverrà il governo potrà almeno contare su un clima psicologico più favorevole.

Ma c’è un fattore ancora più importante. La convinzione di un rafforzamento del consenso europeista (l’Europa che non ci chiede più sacrifici ma che anzi ci dà i soldi, ed altre amenità del genere) e – dopo la sconfitta di Trump – di quello atlantista. Da qui il senso dei discorsi di Conte alle Camere ben sintetizzato da Sandokan, da qui la chiusura di Pd ed M5s ad un governo con i “sovranisti”.

Fine dell’epidemia, ripresa economica, rilancio dell’europeismo e dell’atlantismo. E’ questa la scommessa di Conte e soci. Una scommessa che si basa anche sulla pochezza dell’opposizione parlamentare.

Una “opposizione” che non c’è (e di cui c’è invece gran bisogno)

Chiudiamo allora su questo punto. Se il governo è debole, l’opposizione parlamentare cos’è? Intanto, nella conta sulla fiducia, qualche pezzo lo ha perso e qualche altro sembra in procinto di andarsene. Ma questo sarebbe il meno, mera fisiologia della politica italiana. Il più sta invece nell’assenza di veri argomenti.

Renzi ha aperto la crisi invocando il Mes. Lega e Fratelli d’Italia sono contro, ma Forza Italia è invece a favore. E che dire poi dei governatori della destra, buona parte dei quali si è già pronunciata a favore del Mes? Ma la cosa più grave è un’altra: che nulla si dice sulla pericolosità del Recovery Fund, lasciando così credere di fatto la lieta novella di uno strumento alternativo al Mes. In quanto all’atlantismo, poi, non sarà certo la destra, una volta elaborato il lutto per Trump, a voler restare un passo indietro rispetto al governo.

E sul Covid? C’è forse qualcosa di sostanziale dietro le polemichette sulla sua gestione? Assolutamente no. Nulla di nulla. L’emergenzialismo del governo non è diverso da quello dei governatori e dei sindaci del centrodestra. La narrazione è esattamente la stessa. E se ci si differenzia in qualcosa è solo per essere più pacchianamente neoliberisti. Basti pensare all’ultima trovata dell’ex ministra Moratti (ed attuale Assessora alla Regione Lombardia) che vorrebbe distribuire i vaccini in base al Pil!

Costoro magari vinceranno le prossime elezioni, ma dal punto di vista dei contenuti il loro elettroencefalogramma è piatto. Diciamola tutta: la loro è una “non opposizione”. E’ proprio per questo che abbiamo chiuso il nostro precedente articolo sottolineando la necessità di un Terzo Polo, alternativo tanto al “centrosinistra” quanto al “centrodestra”. Un Terzo Polo che si batta per la liberazione del Paese, per l’uscita dalla gabbia eurista, contro il disegno autoritario della cupola globalista. Un Terzo Polo antiliberista e fondato sullo spirito e sulla lettera della Costituzione del 1948.




RENZI E DRAGHI: IL GIOCATORE DI POKER E IL PALOMBARO di Leonardo Mazzei

Quella in corso è la crisi di governo più paradossale della storia della repubblica. Da un lato mai come stavolta il governo si meriterebbe di venire cacciato a pedate. Dall’altro, anche chi lo vuole affondare, di tutto parla fuorché dei problemi del Paese. La situazione è così bizzarra che si rischia di sottovalutare quel che sta accadendo. Del resto, come fai a prendere sul serio un personaggio come Renzi?

Alcuni amici ci hanno chiesto se non è questo il momento per il fin troppo annunciato arrivo di Draghi. Magari verrò smentito a breve, ma non credo che andrà a finire così. Ciononostante la figura dell’ex presidente della Bce resta centrale. E ragionare attorno ad essa può farci capire molte cose.

Noi e la crisi

Molte sono le domande in questo momento. Proveremo perciò a rispondere almeno a quelle principali. Ma prima di metterle a fuoco, esprimiamo subito in tre punti una posizione netta sugli sviluppi della crisi di governo.

Primo, Conte deve dimettersi, e la sua maggioranza deve andarsene a casa, non perché glielo chiede il Bomba fiorentino, ma perché il suo è un governo servo della cupola eurista, che con le politiche di chiusura del Paese ha fallito totalmente nella gestione dell’epidemia, mandando a catafascio l’economia nazionale, causando di fatto la perdita di un milione e mezzo di posti di lavoro e la povertà di milioni di persone.

Secondo, bisogna andare al più presto alle elezioni politiche. Ogni riproposizione dell’attuale maggioranza sarebbe un insulto agli italiani ed alla democrazia, mentre un eventuale governo di larghe intese (“istituzionale” o “tecnico” che dir si voglia) sarebbe pure peggio, ancor più servo degli eurocrati e della cupola oligarchica mondialista.

Terzo, le elezioni anticipate restano improbabili, ma qualora si andasse verso il voto le forze patriottiche, quelle del sovranismo costituzionale e democratico, dovranno fare in modo – unendosi – di essere presenti sulla scheda elettorale. Si tratta di un obiettivo ambizioso quanto irrinunciabile. Di certo non vediamo nell’attuale panorama parlamentare nessuna forza che possa credibilmente presentarsi come davvero alternativa al marciume presente. Un Terzo Polo, contrapposto agli interscambiabili schieramenti di “centrosinistra” e di “centrodestra”, fermo nei suoi obiettivi e nei suoi programmi, è perciò necessario.  E va costruito.

L’errore di Renzi

Ma andremo veramente alle elezioni? Di certo non è questa l’intenzione di Renzi, ma neppure quella di Conte. Le urne sono temute dal Pd e dai Cinque Stelle, come pure da Forza Italia. Non solo, al di là di una certa ormai fiacca propaganda, neppure Salvini ci crede davvero. Dunque, tirate le somme, dovremmo concludere che le elezioni anticipate sono escluse al 100%. Fino ad un mese fa questa conclusione era condivisa anche da chi scrive. Oggi le cose si sono in parte complicate. Volendo quantificare, giusto per intenderci, mi pare ragionevole assegnare adesso alla prospettiva elettorale un 20% di possibilità. Non è molto, ma non è più lo zero di prima. Vedremo di seguito il perché.

Il giocatore di poker Matteo Renzi, a caccia di una sorta di “certificato di esistenza in vita” per il sue esile partitino,  si è mosso in base a due ipotesi ben precise: che le elezioni siano escluse al 100%, che i pentastellati siano ormai dei pugili suonati cui tutto si può strappare senza difficoltà. Si tratta, naturalmente, di due ipotesi ben fondate, ma che forse non considerano a sufficienza altri elementi in gioco.

Posto che l’obiettivo politico e simbolico era ed è la testa di Conte, considerato come tale obiettivo certo non spiacerebbe affatto a tanti maggiorenti del Pd, Renzi ha pensato di isolare l’avvocato pugliese con una tattica tanto spericolata (e così è stato) quanto vincente (e su questo dubitiamo molto).

Il fatto è che la testa di Conte poteva essere chiesta solo ad una condizione: che fosse davvero spendibile la carta Draghi. Ma questa carta per ora non c’è. Ed a mio parere non verrà fuori nelle prossime settimane. Con un Draghi in pista tutto sarebbe stato semplice. Chi mai si sarebbe opposto all’arrivo di questo mitico (quanto improbabile) “Salvatore”? A livello parlamentare praticamente nessuno. Nella maggioranza di governo, Pd, Leu ed Iv gli avrebbero steso il tappeto rosso, mentre lo stesso M5s avrebbe dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Nella finta opposizione di destra Forza Italia avrebbe esultato, mentre pure la Lega (ricordiamoci le tante dichiarazioni di Salvini in proposito) avrebbe dato il suo assenso.

L’operazione sarebbe stata così semplice, così lineare, così ovvia, che se fosse stata possibile la carta Draghi già l’avrebbero giocata da tempo. La cosa è talmente evidente che stupisce che se ne continui a parlare.

Ma senza Draghi la posizione di Conte non è debole, è forte. Senza Draghi non esiste un nome che possa giustificare l’ammucchiata generale in parlamento. Senza Draghi non si capisce chi altri avrebbe i titoli per sostituire Conte alla testa della stessa maggioranza a guida Pd-M5s.

Questi “titoli” non riguardano ovviamente un astratto “merito”, bensì una concreta logica politica. Il Pd – che, non dimentichiamolo, è il partito che ha in mano il “pallino” della crisi – ha un serio problema. Tra i commentatori questo problema è generalmente trascurato, ma di certo non lo trascura la dirigenza piddina. Ed il problema è semplice: il Pd non può andare alle elezioni (che prima o poi comunque ci saranno) senza una coalizione. E questa coalizione sarebbe perdente in partenza senza i Cinque Stelle. E forse anche senza Conte, nell’ipotesi che egli voglia farsi (come sembra) un proprio partitino.

Può Zingaretti prescindere da questa esigenza? Davvero non si vede come. Che senso avrebbe, allora, umiliare definitivamente i pentastellati sostituendo Conte con Franceschini? Penso che perfino il barbutello ferrarese, da democristiano di lungo corso qual è, sappia che così stanno le cose. Sostituire Conte non sarà dunque facile. Certo, un Conte “insostituibile” ce la dice lunga sulla qualità della classe politica generata dalla Seconda Repubblica, ma tant’è. E stavolta il pokerista Matteo Renzi ha probabilmente sbagliato i suoi calcoli.

Emersione dei “responsabili” in vista?

 Fin qui abbiamo detto del Pd e dei Cinque Stelle. Ma da soli (Leu è sostanzialmente una costola esterna del Pd) i numeri in parlamento per andare avanti non ce l’hanno, specie al Senato.

Conte potrebbe dunque restare in sella solo con il soccorso di una pattuglia di “responsabili” provenienti da Forza Italia, dai tanti che hanno cambiato casacca trovando rifugio nel gruppo misto, financo da alcune schegge di Italia Viva. Il “responsabile” è il nuovo nome del trasformista, vecchia figura della politica dell’Italia monarchica, da Depretis in poi. Ma se nella Prima Repubblica il trasformismo aveva trovato un limite nei partiti di massa, con la Seconda Repubblica esso è dilagato senza freni.

Inutile scandalizzarsi quindi dell’operazione contiana. L’ex “avvocato del popolo” ha saputo prendere tempo, pare consigliato nella sua tattica attendista da un certo Massimo D’Alema. Vedremo a giorni con quale risultato.

Se, come probabile, i “responsabili” emergeranno in numero sufficiente, dando vita ad un nuovo gruppo parlamentare, i giochi saranno fatti. Conte andrà avanti con qualche ritocco della squadra di governo, sostituendo con i voti dei “responsabili” quelli venuti meno di Italia Viva. Sarebbe questa la disfatta di Renzi. Ed avremmo così il curioso paradosso di un’opposizione (quella renziana) di “estremo centro”, fatta in nome dell’europeismo più sfrenato (il Mes) contro un governo europeista a più non posso. Insomma, oggi le comiche…

Diamo a questa ipotesi un buon 80%. Ma poiché non tutte le ciambelle di questo tipo riescono col buco, non possiamo escludere qualche incidente di percorso. Nel qual caso, ove cioè i “responsabili” non fossero sufficientemente numerosi, l’ipotesi quasi obbligata sembrerebbe quella di un governo “istituzionale” a termine per andare a votare a giugno. Ecco il 20% attribuito all’ipotesi elettorale.

Difficile che tra queste due possibilità se ne inserisca una terza, nel caso quella di un rilancio del governo di larghe intese. Questa possibilità appare remota proprio perché la carta Draghi – l’unica che poteva in qualche modo giustificarla – salvo sorprese dell’ultima ora non pare proprio che ci sia.

Draghi, il palombaro

Ecco così che torniamo da dove siamo partiti: Mario Draghi. Nella strana tettonica della politica italiana, mentre i “responsabili” si apprestano ad emergere, il re dei banchieri resta immerso nei fondali di un potere oligarchico che lo vorrà vedere a galla tra un anno, quando si tratterà di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale.

Da quel che si capisce l’uomo non è che sia un Cuor di leone. Come si addice ad un banchiere egli sembra prediligere le situazioni win win. Diciamo che gli piace vincere facile. Dalla Presidenza della Repubblica, specie dopo le forzature di Napolitano e Mattarella, si può pilotare buona parte della politica italiana, senza per questo dover rispondere a nessuno. Insomma, la botte piena e la moglie ubriaca.

Posizionarsi al Quirinale (per giunta per sette anni) è ben più facile che stare a Palazzo Chigi. Tanto più oggi, al tempo di una crisi devastante come quella in corso. Quella crisi che non supereremo certo con il Recovery Plan. Ecco perché Mario Draghi, da persona informata dei fatti qual è, non è sceso in campo per candidarsi a capo del governo. Egli sa che, in breve tempo, la sua popolarità farebbe la stessa fine di quella di tutti gli ultimi presidenti del consiglio. Compreso quel Renzi che bruciò in soli due anni il famoso 40,8% dei consensi elettorali ottenuti alle europee del 2014. Mario il palombaro lo sa e si comporta di conseguenza.

Brevi conclusioni

Il succo di questa storia è semplice: la crisi italiana è ben lungi dal risolversi. E come tutte le vere crisi essa non è solo economica, ma è anche politica ed istituzionale. Al di là dei particolarissimi obiettivi di Renzi è questa la ragione di fondo delle contorsioni delle ultime settimane. Il pokerista fiorentino ne uscirà probabilmente con le ossa rotte, ma questo è un aspetto del tutto secondario. Quello principale sta nella conferma della profondità di una crisi politica, che è tale anche per l’assoluta mancanza di vere alternative.

Bene, questa alternativa va costruita al più presto. Sia che elezioni politiche vengano anticipate, sia che si svolgano tra due anni, il progetto del Terzo Polo è maturo e non deve attendere oltre. Ma il Terzo Polo che vogliamo non si esaurisce di certo sul terreno elettorale. Esso dovrà vivere anzitutto nell’opposizione al dominio dell’oligarchia eurista ed al disegno autoritario della cupola globalista. Una ragione ancora più importante per non perdere tempo.




IL CORONAVIRUS NON TOCCHI I RENZIANI!

La vicenda è gustosa. Tanto comica quanto delirante. Dove il delirio è nel politicamente corretto che l’ha portata alla ribalta mediatica.

Il povero segretario del Pd di un comune del pisano, Casciana Terme Lari, è stato sospeso dal partito con editto immediatamente esecutivo, emanato dalla segretaria regionale del suo partito, l’ineffabile Simona Bonafè.

Ma cosa ha fatto di così grave il signor Samuele Agostini per meritarsi questa sentenza per direttissima? Udite, udite: ha osato sdrammatizzare alla “toscana” il coronavirus, sbeffeggiando al tempo stesso i renziani di Italia Viva.

Questo il suo post su facebook:

«Poi, oh, se prendessi il virus e m’accorgo che sono spacciato, un minuto prima di morì prendo la tessera di Italia Viva. Sempre meglio che muoia un renziano che uno di sinistra. Ps: non ho espresso un auspicio, spero resti una eventualità remota. E di campare almeno altri 60 anni dopo la scomparsa di Italia Viva».

Ora, il povero Agostini ha senz’altro la colpa di definire il Pd come “sinistra”, ma tolto questo, che ha detto di grave? Non ha augurato la morte a nessuno, limitandosi piuttosto a scherzare sulla sua. Non sia mai! «Ho trovato molto gravi le sue parole nei confronti di Italia Viva e dei suoi simpatizzanti», ha detto senza essere sfiorata dal senso del ridicolo la Bonafè. Mentre per due consiglieri regionali piddini (Nardini e Mazzeo): «Le parole di Agostini esulano dai valori fondamentali della nostra comunità e della nostra azione politica quotidiana».

Accipicchia, coi loro “valori” non si scherza! Gente seria, non c’è che dire. Ora, se c’è una cosa di cui non può fregarci proprio nulla sono i rapporti tra Pd e Iv, ma ci rendiamo conto a qual punto è arrivato il politicamente corretto?

Pure di fronte ad un testo palesemente scherzoso, diciamo anche tipicamente toscano, il politicamente corretto procede come un treno senza neppure rendersi conto di quanto sia grottesco.

Fra l’altro, probabilmente in maniera inconsapevole, l’Agostini un punto l’ha centrato: quello del legame tra il coronavirus e le manovre politiche renziane. Scrivono infatti i giornali di oggi del disegno dei due “mattei” (Renzi e Salvini) per sostituire Conte con un bel governo di unità nazionale con il pretesto dell’emergenza sanitaria.

Ma lasciamo perdere. Quello che è incredibile è che, nel cuore di una crisi come l’attuale, la dirigenza del Pd non abbia nulla di più importante da fare della censura di un post su facebook.

Siamo veramente al delirio. Sul coronavirus e su Renzi non si può nemmeno scherzare. Ma forse abbiamo capito il perché. I renziani son rimasti così pochi che se pure il coronavirus dovesse attaccarli rischierebbero l’estinzione. Più che un problema politico, una scelta di tutela della biodiversità: che il coronavirus stia lontano da Renzi e dai suoi!




VERSO IL “GOVERNO URSULA”? di Leonardo Mazzei

[ lunedì 12 agosto 2019 ]

Non so se nel misero pollaio della politica italiana Renzi sia il più intelligente, ma di sicuro è il più svelto di tutti. Preso atto della mossa agostana di Salvini, la sua contromossa è arrivata fulminea già nelle ventiquattrore successive. Una risposta che, smentendo senza indugi tutti i precedenti veti anti-M5S, ha discrete possibilità di successo.
La fine del governo giallo-verde segna un’indubbia vittoria dell’oligarchia eurista. Vero (e lo avevamo ampiamente segnalato) che questa fine politica si era già consumata a luglio, ma il modo in cui la Lega ha alla fine staccato la spina peggiore non poteva essere. Una rottura motivata male assai (il partito del sì contro quello del no, ed altre simili amenità), con un attacco tutto rivolto ai Cinque Stelle anziché alla Quinta Colonna mattarelliana, vera responsabile della svolta eurista del governo. Ma soprattutto una rottura sbagliata nei tempi, se davvero Salvini vuole le elezioni.


Quest’ultimo punto è decisivo. Una richiesta di elezioni dopo le europee sarebbe apparsa sensata. I tempi ci sarebbero stati tutti e Mattarella non avrebbe avuto troppi pretesti per mettersi di mezzo. Adesso è tutto il contrario. Chi scrive sa bene che rimandare la Legge di Bilancio di due mesi non sarebbe un dramma, ma perché dare questo argomento agli avversari ed all’intera canea mediatica?

Prima gli italiani o prima i clan leghisti del nord?

Conte non si è ancora dimesso, le sue comunicazioni al parlamento devono ancora essere calendarizzate, Mattarella non ha ancora preso in mano l’iter delle consultazioni, ma già quelle elezione date troppo frettolosamente per certe appaiono ora ben più lontane di tre giorni fa. Tutto ciò avviene per un motivo semplicissimo: tre dei quattro principali partiti non hanno alcun interesse ad andare a votare. Detto in altre parole, Salvini aveva una maggioranza ed ha deciso di mettersi in minoranza. Certo, lo ha fatto chiedendo che la parola torni agli elettori. Il che dal punto di vista democratico va certamente bene. Ma egli non può far finta di non sapere che, ove davvero si votasse, potrebbe forse ottenere la maggioranza dei seggi (grazie al maggioritario), non certo quella dei voti, che aveva invece in alleanza con M5S nel governo gialloverde. Piano dunque a parlare in nome degli italiani…


Ecco, aver buttato a mare quella maggioranza, confermata alle europee sia pure a parti invertite, è la responsabilità più grave che si è assunta Salvini. In quella maggioranza c’era infatti la spinta popolare al cambiamento. Una spinta confusa e contraddittoria quanto si vuole, ma pur sempre una spinta vera.
Ma, la domanda sorge davvero spontanea, qual è il cambiamento che vuole la Lega? E’ quello che passa attraverso la liberazione dal cappio eurista o è il ritorno riverniciato solo un po’ alle origini liberiste, mercatiste e soprattutto padane dell’era Bossi?
Ora, se davvero il “prima gli italiani” di Salvini voleva significare in primo luogo la liberazione dall’euro-Germania, egli avrebbe dovuto agire ben diversamente da quel che ha fatto. In primo luogo avrebbe dovuto mettere costantemente al centro i temi economici, non la sicurezza e i migranti. In secondo luogo avrebbe dovuto togliere di mezzo la pretesa del “regionalismo differenziato”, altro non fosse perché una battaglia contro Bruxelles esige la massima unità del Paese. In terzo luogo, avrebbe dovuto curare i rapporti con i Cinque Stelle, evitare di attaccarli ogni giorno, mantenere la compattezza dell’alleanza sulla base della lotta al nemico principale che sta a Bruxelles.
E’ avvenuto invece l’esatto contrario. Ora, è vero che M5S si è assunto la responsabilità del voto alla Von der Leyen. Un atto gravissimo. «Con noi avete chiuso», così P101 intitolava il suo comunicato del 18 luglio rivolgendosi ai pentastellati. Detto questo bisogna però chiedersi cos’è che in sei mesi ha fatto passare M5S dall’incontro con i gilet gialli (gennaio) all’alleanza con Macron (luglio). Certo, vi sarà più di un motivo in quanto avvenuto, ma come non vedere come sia stata proprio l’offensiva salviniana (l’idea di un’autosufficienza che talvolta sconfina nel delirio) a spingere Di Maio e gli altri verso il blocco eurista e lo stesso Pd?

Elezioni o nuovo governo?

Quanto detto sulla Lega non assolve neanche un po’ i Cinque Stelle. Dopo tanti discorsi contro la casta, i pentastellati appaiono di fatto i più incollati alla poltrona. Le troppe figurette rimediate — ultima la pagliacciata sul Tav — non hanno bisogno di alcun commento. Ma è la svolta eurista il vero snodo decisivo di un’involuzione normalizzatrice di cui non si vede la fine. Adesso è arrivato pure Grillo a benedire l’alleanza de facto con Renzi, e tutto ciò basta e avanza.

Andremo dunque ad elezioni od avremo invece un nuovo governo? Pur non avendo la sfera di cristallo, la seconda possibilità appare di gran lunga come la più probabile. Ma se M5S è pronto a nuove nozze, cosa farà il Pd?
Ecco che torniamo così al punto da cui siamo partiti. In teoria il Pd ha un segretario, peccato che sia del tutto evanescente. Un segretario tafazziano, che chiede elezioni pur sapendo che si risolverebbero in una discreta legnata per la ditta.  Al contrario, nel momento decisivo, è invece riapparso l’ex segretario, il quale un piano sembra averlo. Un piano che va incontro alle esigenze di M5S, oltre che agli interessi della propria nutrita pattuglia di parlamentari.
In cosa consista questo piano è presto detto: 

1) Evitare le elezioni facendo nascere un nuovo governo, da denominare in qualche modo (istituzionale, transitorio, del presidente, eccetera) per nascondere la nuova alleanza  politica. 2) Affidargli il compito di fare la Legge di Bilancio, bloccando l’aumento dell’IVA. 3) Far passare il taglio dei parlamentari voluto dai Cinque Stelle.

Messa così la cosa potrebbe andar bene anche a Salvini, il cui piano b sarebbe quello di denunciare  l’inciucio ed i nuovi attesi sacrifici, lanciandosi in una campagna elettorale permanente in attesa delle elezioni nella prossima primavera. 
Non credo però che andrà così. Intanto, la fine dell’anomalia giallo-verde potrebbe spingere Bruxelles alla concessione di più ampi spazi (per quanto sempre temporanei) di flessibilità, proprio come fece per facilitare l’ascesa di Renzi. In secondo luogo, il taglio dei parlamentari condurrebbe alla possibile richiesta di un referendum costituzionale, o —  nel caso nessuno lo richieda — alla necessità di ridisegnare i collegi elettorali, con la conseguenza di rendere assai difficile il voto anticipato nella primavera 2020. 
Ma c’è di più. Superato lo scoglio della Legge di Bilancio, si può esser certi che la nuova maggioranza non avrebbe fretta alcuna di arrivare al voto. Non solo. Poiché il taglio dei parlamentari determinerebbe sbarramenti impliciti altissimi per l’attribuzione dei seggi senatoriali nelle regioni più piccole, ecco che vi sarebbe il motivo per rivedere la legge elettorale. Si vorrà a quel punto tagliare le unghie a Salvini? Semplice, basterà abolire i collegi uninominali del Rosatellum. La qualcosa, da un punto di vista democratico, male non sarebbe di certo. Peccato solo che si continuerebbe così la solita prassi dei cambiamenti della legge elettorale in base ai prevalenti interessi del momento.
Tirando le somme di quanto abbiamo scritto, si sarà capito che un nuovo governo è più probabile delle elezioni in autunno. Sempre ricordando, però, che probabile non vuol dire certo.

Un no chiaro al “Governo Ursula”

Se davvero andrà così, le idee dovranno essere chiare.
La sera del 12 novembre 2011, mentre mezza Italia festeggiava la cacciata del Buffone d’Arcore, da lì a breve sostituito dal Killer dei mercati Mario Monti, scrivevamo un breve articolo dal titolo assai eloquente: «Quanto è stupido l’“antiberlusconismo”». Spero non ci sarà bisogno, stavolta, di scriverne uno analogo sulla stupidità di certo “antisalvinismo”.
Detto in altre parole, se di Salvini è legittimo pensare tutto il male possibile, sulla nuova operazione del blocco eurista che si profila all’orizzonte non si dovrà certo essere teneri. Al contrario, si dovrà essere rigorosi ed inflessibili. 
Se quel governo nascerà, esso potrà farlo solo in nome dell’Europa, cioè dell’UE, dell’euro e delle sue regole strangola-popoli. La cosa è così evidente che qualcuno già lo chiama “governo Ursula”, dal nome dell’aristocratica tedesca Ursula Von der Leyen messa dalla Merkel (e votata da Pd, M5S e Forza Italia) a capo della Commissione europea. 
Un marchio di fabbrica più che sufficiente a far capire la portata della vittoria dell’oligarchia eurista da un lato, l’urgenza di una rinnovata opposizione che sappia guardare alla necessità di liberare l’Italia dall’altro.
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LA CAZZATA DI SALVINI

[ domenica 11 agosto 2019 ]



incardinato sull’asse M5s-Pd, Salvini uscirà sconfitto a causa del suo stesso azzardato rilancio. Ha fatto malissimo i conti: ha sopravvalutato sé stesso, e sottovalutato le forze degli avversari. Un errore gravissimo per uno che si atteggia a stratega e nuovo salvatore della Patria. L’immagine del decisionista sempre vincente ne esce fortemente mutilata — fattore psicologico rilevante per la massa fluttuante che gli sta andando dietro.

*  *  *

Intervista a Renzi

e taglio dei parlamentari»

L’ex premier: la priorità è evitare l’aumento dell’Iva. Il Pd? C’è chi vuole le urne per cambiare i renziani…

di Maria Tresa Meli

D. Senatore Renzi, ha capito perché Salvini ha rotto?

R. «Per me Salvini ha paura e non sta bene. Lo si capisce guardandolo in spiaggia, e ascoltandone le farneticanti parole: “Italiani, datemi pieni poteri”. Sembra Badoglio».

Vuole fissare le elezioni al posto del capo dello Stato?

«Vuole convocare il Parlamento al posto dei presidenti. Vuole decidere tutto ma non fa nulla. E mentre è in spiaggia a ballare, a Roma si spara nei parchi pubblici. Ma chi si occupa di sicurezza se non chi lavora al Viminale? Salvini non ha mai avuto il senso delle istituzioni ma ora ha perso anche il senso della misura. Fortunatamente tra poco non sarà più ministro dell’Interno e finirà la disastrosa esperienza del governo Conte».

Addirittura disastrosa?

«Un fallimento. Dicevano: governeremo 30 anni, hanno fallito in pochi mesi. Hanno azzerato il Pil, alzato le tasse e fatto schizzare lo spread. Ma il disastro economico non è la cosa peggiore. Ancora peggio è lasciare un Paese incattivito dall’odio. Mi domando come si possa tacere quando in uno stabilimento balneare del Nord viene impedito l’ingresso a un ragazzo italiano di colore. O quando si sdogana la rabbia verso il volontariato. Salvini ha diffuso il rancore, il sospetto verso l’associazionismo, l’odio contro il diverso».

E ora?

«Andremo in Senato e ci confronteremo. E qui è in gioco l’Italia, non le correnti dei partiti. Chiederò di parlare e dirò che votare subito è folle per tre motivi».

Il primo?

«La priorità è evitare l’aumento dell’Iva. Vanno trovati 23 miliardi di euro. Perché un commerciante deve pagare la recessione che l’aumento dell’Iva comporterà? Che colpa ne ha quel commerciante se Salvini si è stancato di Toninelli? Che Toninelli sia incapace noi lo diciamo da anni. Salvini se ne è accorto solo adesso? Se votiamo subito l’Iva va dal 22 al 25%? Prima togliamo le clausole e poi si vota. Ieri abbiamo bruciato 15 miliardi, lo spread è alto, i risparmiatori soffrono. E con Salvini che chiede “pieni poteri”, i mercati temono l’uscita dall’euro. Si andrà a votare, certo. Ma prima vengono i risparmi degli italiani, poi le ambizioni di Capitan Fracassa».

Servirà una manovra dura.

«No. Presenteremo in Senato le misure che evitino l’aumento dell’Iva, ne ho già parlato con i miei. Essere opposizione non significa solo dire no, ma fare proposte concrete. E il successo della fatturazione elettronica permetterà di recuperare anche sul 2020: la strada per evitare l’austerity c’è».

Il secondo?

«Salvini deve lasciare il Viminale, Conte deve lasciare palazzo Chigi. I due saranno i leader di Lega e Cinque Stelle alle elezioni? Auguri. Ma, sfiduciati, non possono essere loro i garanti elettorali. Facciano la campagna, ma lascino gli uffici pubblici: si trovino un altro modo per pagare i loro mastodontici staff. Si voti con un governo di garanzia elettorale, non con questo».

Il Movimento 5 Stelle vuole prima votare il taglio dei parlamentari.

«E questo è il terzo punto. Considero la riduzione dei parlamentari una riforma incompleta e demagogica. La nostra riforma modificava il bicameralismo, garantiva efficienza, assicurava stabilità. Tuttavia i cittadini hanno deciso, noi abbiamo perso e io mi inchino davanti alla democrazia. Oggi la cosa è semplice: i 5 Stelle hanno scommesso molto su questa riforma. A me non piace. Ma devo ammettere che hanno ragione loro quando dicono che sarebbe un assurdo fermarsi adesso, a un passo dal traguardo. Si voti in Aula in quarta lettura e si vada al referendum: siano gli italiani a decidere».

Diranno che volete allungare il brodo per non mollare le poltrone.

«Votare a novembre con mille parlamentari è più comodo per salvare le poltrone che votare dopo la riduzione. Facciamo politica, non populismo. Qui non stiamo tutelando qualche poltrona, ma i risparmi e le regole».

Ma Salvini…

«Salvini ha accelerato per motivi che noi non sappiamo, ma lui sa benissimo, certo che li sa. Forse i 49 milioni di euro che la Lega ha sottratto agli italiani, forse i rubli chiesti dai leghisti alla Russia come tangente, forse ha finito i soldi per la sua macchina da propaganda sui social. Per questo va sfidato culturalmente, politicamente e elettoralmente. Ma le regole si decidono insieme: non può fare il giocatore, l’arbitro e l’ultrà. Anche perché gli riesce fare solo l’ultrà».

Renzi, proprio lei sta aprendo ai 5 Stelle.

«No. Faccio un appello a tutti. Dalla Lega ai 5 Stelle, da Forza Italia alla sinistra radicale, dalle Autonomie ai sovranisti fino ai gruppi parlamentari del Pd, della cui tenuta non dubito. A tutti. Ci vuole un governo istituzionale che permetta agli italiani di votare il referendum sulla riduzione dei parlamentari, che eviti l’aumento dell’Iva, che gestisca le elezioni senza strumentalizzazioni. Penso che quando Mattarella inizierà le consultazioni una parte dei parlamentari dovrà aver già espresso la propria adesione a questo disegno. Così il presidente potrà valutare l’eventuale incarico a un premier autorevole. A lui toccheranno le scelte: noi dobbiamo consegnargli una ipotesi concreta».

Senatore Renzi, come si spiega l’atteggiamento di Salvini?

«Non me lo spiego. Perché vuol correre? Deve nominare il suo amico Savoini all’Eni? Possibile che nessuno fiati sulla richiesta di tangenti? Salvini deve querelare Savoini: perché non lo fa? Ha paura che vuoti il sacco? Vuole scegliersi il cda di Eni per i rapporti russi? Vuole nominare i vertici di servizi e forze armate? La polizia non è il suo corpo armato personale. Ho difeso il figlio di Salvini perché un ragazzo non merita di essere attaccato per una scelta del padre. Restiamo umani, per favore: quel ragazzo non ha alcuna responsabilità. Ma l’atteggiamento di alcuni agenti con i giornalisti non mi ha convinto: lo ha spiegato benissimo il capo della polizia Gabrielli, che si conferma assieme ad altri una colonna delle istituzioni democratiche. I costituzionalisti sono ancora in ferie, probabilmente: si emozionavano solo ai tempi dell’abolizione del Cnel, oggi stanno zitti. Ma c’è qualcosa di strano in questa ansia da voto di Salvini. E non capisco perché il Parlamento dovrebbe assecondarla».

E il Pd? Zingaretti vuole il voto.

«Nell’ultima settimana sono stato attaccato più volte dai membri della segreteria. Leggo che il gruppo dirigente vorrebbe votare subito perché almeno si cambiano i parlamentari renziani: sono pronti a dare cinque anni di governo a Salvini pur di prendersi i gruppi parlamentari d’opposizione. Nobile motivazione, per carità, ma riduttiva. Stanno ancora una volta attaccando il Matteo sbagliato. Zingaretti dice: Renzi ci dia una mano. Accolgo volentieri l’appello, ma per me la mano va data al Paese più che alla Ditta».

Qual è la cosa di Salvini che l’ha convinta meno?

«Mi ha fatto male vedere la strumentalizzazione della Madonna sul decreto Sicurezza. Nessuno può essere così cinico da speculare sulla fede. Salvini lo è. Anche per questo credo vada sfidato: siamo una democrazia parlamentare, andiamo in Parlamento e vediamo se ci sono i numeri per governare».

Non teme le polemiche per il rinvio del voto?

«Se temessi le polemiche, farei altro. Ma credo sia giusto restituire Salvini ai suoi mojito. E restituire un governo decente agli italiani. Poi si andrà a votare e vincerà il migliore. Ma solo dopo aver evitato l’aumento Iva, ridotto il numero dei parlamentari, garantita la tenuta istituzionale del Paese».

* Fonte: Corriere della Sera del 11 agosto 2019



LA RESISTIBILE ASCESA DEL SECONDO MATTEO di Leonardo Mazzei

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[ 25 gennaio 2019 ]

, nel dicembre scorso. Quindi il suo appoggio alle sanzioni contro la Russia. Come poi dimenticare la perorazione della “autonomia differenziata” delle regioni del Nord, leggi secessionismo dei ricchi?  Mazzei, in controtendenza rispetto a certa sondaggistica, non crede che questo salvinismo avrà vita lunga.

*  *  *
La resistibile ascesa di Matteo Renzi». Pare passata un’era geologica, ed invece non sono neppure cinque anni… Al tempo i più gli pronosticavano un ventennio al potere, oggi sappiamo tutti com’è andata.
Adesso c’è un altro Matteo. Non ha ancora i voti, ma solo sondaggi. Eppure son quasi tutti convinti che abbia anche lui un ventennio davanti. Non s’offendano costoro, ma chi scrive queste righe non lo crede neanche un po’.

Grandi le differenze tra il primo e il secondo Matteo. Il primo amato dalle èlite, il secondo no; il primo alla guida di un partito eurista, il secondo alla testa di una forza passata (pur contraddittoriamente) dal localismo al nazionalismo. Capo di un governo quasi monocolore il primo, ministro dell’Interno di un governo di coalizione il secondo. E potremmo continuare.
Assai diverso anche il contesto. Nel 2014 la riscossa delle èlite sembrava ancora possibile, ma solo con qualche invenzione simil-populista. Da qui il passaggio dal grigio pisano Letta al pirotecnico fiorentino Renzi. Oggi la partita si è spostata nel campo populista, nel quale il progressivo prevalere della sua ala destra sembra ai più inarrestabile. Ma è davvero così?
Non lo penso affatto. La crisi italiana è tutt’altro che risolta, ed il Salvini non ha proprio la stoffa del leader – dello “statista” neanche a parlarne – necessaria ad affrontare le prossime tempeste. Ha la forza ed il consenso dell’uomo odiato dalle èlite, ma non pare avere un briciolo di strategia che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.
In tanti considerano la sua ascesa inarrestabile perché credono – auto-razzisticamente – che gli “italiani vogliono l’uomo forte”, quasi lo richiedesse il Dna della penisola. Io penso, invece, esattamente il contrario. Che tanto più il Salvini si fa onnipresente sui media, ossessivo nei suoi messaggi, irritante nella sua rozzezza, venerato dai suoi fedeli; tanto prima inizierà la sua parabola discendente.
A dispetto di quel che si crede gli italiani, proprio perché memori del vero ventennio, non amano affatto l’uomo solo al comando. Ho ricordato all’inizio la parabola renziana proprio per questo. Non scordiamoci mai la ragione profonda della sconfitta del Bomba nel referendum costituzionale del 2016. A mio parere, fu proprio il rifiuto di massa dell’accentramento del potere nelle mani di un uomo, divenuto nel frattempo insopportabile ai più proprio per la sua invasività di ogni spazio pubblico, il fattore davvero decisivo di quel risultato.
Lo so, è questo un giudizio che rischia di scivolare nel campo della psicologia. Ma anche la psicologia, in questo caso di massa, può divenire in alcune circostanze un potente fattore politico di cui tener conto. 
Certo, con la Seconda Repubblica si è fatto di tutto per uccidere i partiti, in quanto soggetti non sempre totalmente controllabili a priori dalle oligarchie, esaltando invece i leader, da vendersi come più “liberi” al popolo, ma in realtà più facili da controllare per le èlite. Il fatto è che questa operazione ha funzionato solo a metà. La distruzione della credibilità dei partiti è perfettamente riuscita, quella dell’accreditamento della bontà dei leader all’americana no.
Naturalmente, il paragone con Renzi regge solo fino ad un certo punto. Salvini è pur sempre uno dei due capi sui quali si regge un governo che, pur se contraddittoriamente, ha aperto le ostilità con l’Unione Europea. E finché questo scontro resterà aperto, finché l’esecutivo gialloverde rappresenterà un elemento di oggettiva destabilizzazione del quadro europeo, esso manterrà di certo un forte consenso popolare. Ed è giusto e naturale che sia così.
Ma qui non parliamo del governo gialloverde, bensì del “fenomeno Salvini”. Sono due cose diverse, per certi aspetti addirittura opposte. Perché, mentre la forza dell’attuale maggioranza sta proprio nella “strana” alleanza di due forze populiste, una chiaramente connotata a destra, l’altra largamente rappresentativa di un elettorato storicamente di sinistra; l’ipotesi di un Salvini pigliatutto si fonda proprio sulla rottura di questa alleanza.
Rottura che, giurano quasi tutti, avverrà dopo le elezioni europee del 26 maggio. La premessa di questa previsione si fonda sul fatto che Salvini potrebbe tornare ad un tradizionale governo di destra, con Forza Italia e Fdi, essendone divenuto nel frattempo l’incontestabile leader. In questo quadro l’attuale ruolo dei Cinque Stelle sarebbe semplicemente quello degli “utili idioti”. Il tutto benedetto da un avvicinamento, a livello europeo, tra le forze populiste di destra ed un PPE spostato in quella direzione.
Questo scenario piacerebbe a quasi tutti. A Berlusconi ed alla Meloni, che tornerebbero così al governo. A piddinia e dintorni, dove (causa declino M5S) ci si illuderebbe sulla ricostruzione del bipolarismo. Alla Confindustria, desiderosa di celebrare nuovi fasti del mercato. All’Unione Europea che potrebbe così chiudere, almeno temporaneamente, il conflitto con un’Italia ricondotta all’ovile. 
A quel punto, ritengono i più, Salvini – per quanto normalizzato – avrebbe davanti a sé se non un ventennio, di certo un’intera legislatura. Andrà davvero così? Nessuno può avere la sfera di cristallo, ma tanti sono i motivi per dubitarne. Vediamoli.
In primo luogo i voti per diventare il dominus della politica italiana Salvini ancora non li ha. Ha i sondaggi, ma i voti sono un’altra cosa. Nessun dubbio su una forte avanzata rispetto alle elezioni politiche. Ma di quanto? Di venti punti, come azzardano alcuni istituti demoscopici, di quindici, oppure di dieci come non mi sentirei di escludere? E poi, quanti di questi voti si riveleranno un semplice travaso dai tre alleati della coalizione di destra che si presentò il 4 marzo 2018?
Vedremo, ma se anche i sondaggi avessero ragione, resta il fatto che i consensi attuali la Lega li ha in alleanza con M5S. Siamo certi che rompendo questa alleanza, per tornare con Berlusconi e soci, quei consensi resterebbero? Certo, chi è convinto di un grande spostamento a destra del Paese non avrà dubbi. Ed in fondo il 46% che oggi viene attribuito alla coalizione di destra resterebbe pur sempre inferiore al botto dell’alleanza Pdl-Lega del 2008. Per cui impossibile non è.
Ma ci sono diversi problemi. Il primo è che dopo maggio viene giugno. Ed abbiamo visto lo scorso anno come la resistenza ad elezioni in estate sia pressoché invincibile: nel bene come nel male chist’è ‘o paese d’ ‘o sole. Ma dopo l’estate c’è l’autunno, dunque la nuova Legge di bilancio. Di elezioni neanche a parlarne, e siamo così all’inizio del 2020. Un anno intero ha da passare, un anno particolarmente lungo, con l’elevata probabilità di una nuova recessione, o quantomeno il pantano di una persistente stagnazione. Sai quanto ci mettono i consensi a logorarsi!
Salvini potrebbe sfuggire a questa tempistica solo in un modo. Rompendo prima delle europee, andando all’incasso nel momento per lui più favorevole. Ma questo comporterebbe troppi rischi, ed una rottura con Mattarella che i pezzi da Novanta della Lega Nordista non vogliono di certo.
E qui fa capolino l’altro gigantesco problema. Perché, o si pensa che i Cinque Stelle siano del tutto fessi, oppure essi hanno l’arma atomica per calmare il loro ingombrante alleato. Quest’arma si chiama “regionalismo differenziato”, più precisamente stop al regionalismo differenziato. In concreto, si tratterebbe di bloccare nelle prossime settimane l’accordo tra lo Stato (di fatto il governo) e le tre regioni che si sono messe su questa strada: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna.
Fare questa mossa non significherebbe affossare il governo. Eventualmente quella scelta andrebbe lasciata a Salvini. Il quale andrebbe messo davanti a questo dilemma: “prima gli italiani”, come dici ogni dì, o “prima i veneti e i lombardi” come vogliono i tuoi capibastone del nord? Delle due l’una, perché le due cose assieme non stanno. Se sei per difendere l’unità nazionale, ti dovrai scontrare con un bel pezzo della Lega Nordista; se invece a veneti e lombardi non potrai dir di no, addio ai sogni  di espansione al sud. In un caso come nell’altro un bel prezzo da pagare. Per i pentastellati un’occasione d’oro per riequilibrare i pesi interni alla coalizione.
Dice: ma così Salvini avrebbe il casus belli per far cadere il governo e tornare col Berluska. Giusto, ma gli converrebbe davvero presentarsi come l’uomo del nord, da milanese nuovamente accasato ad Arcore? L’uomo è scaltro, lo Stivale è lungo, e credo che certi conti li sappia fare. Se invece, come pensano i più, quel tragitto è già deciso – per scelta o per debolezza che sia -, meglio per i Cinque Stelle scegliere tempi e temi per staccare la spina.
Concludendo, ci sono dunque serie ragioni, sia soggettive che oggettive, per dubitare assai dell’irresistibile ascesa di Matteo Salvini.
La verità è che la crisi macina eventi, partiti (pensate al Pd) e personaggi (pensate a Monti) con una velocità impressionante. E pure i consensi elettorali si muovono con una rapidità ben diversa da quella dei periodi di morta gora. Salvini non ha ancora incassato quel che sondaggisti ed opinionisti gli danno, che già se ne intravvede il possibile declino.
Il fatto è che non si esce dalla crisi italiana facendo credere che il problema siano gli immigrati e la “legittima difesa”, rinunciando così a spiegare qual è la posta in gioco nel confronto con l’UE, ondeggiando al primo picco dello spread e – quel che è peggio – restando ostaggio dei capibastone del nord.
A differenza del grosso di quella che ancora si autodefinisce “sinistra”, noi non ci auguriamo però la fine del governo gialloverde. Quella la desiderano le èlite euriste per i motivi che sappiamo. Ma tanti, troppi, atteggiamenti salviniani vanno proprio in quella direzione.
Bene, quel che sarà, sarà. Ma la mia personale opinione è che per Salvini la rottura sarebbe rischiosa assai, non un agevole percorso sul tappeto rosso che oggi immaginano interessati opinionisti. Perché il disegno delle oligarchie è semplice: prima dividere Lega ed M5S agendo su ogni possibile contraddizione politica, poi sistemare la “pratica Salvini” come si conviene nei passaggi critici della politica nazionale. Alla fine della fiera la porta di Palazzo Chigi rischierebbe di aprirsi sì, ma non per lui, bensì per qualcun altro ben più digeribile per i despoti di Bruxelles, magari per un signore in rientro da Francoforte.




ATTACCO IMMINENTE di Leonardo Mazzei

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[ 13 agosto 2018 ]

Signori cari, il governo gialloverde ha tanti difetti, ma l’opposizione parlamentare è davvero allo sbando. Sbraitare a favore del precariato è l’unica cosa che è riuscita a fare in questi mesi. Complimenti vivissimi.
I sondaggi poi sono impietosi. Nonostante gli errori e le divisioni della maggioranza, M5S e Lega sono dati complessivamente al 60%, contro il 50% di marzo. Certo, la classica “luna di miele” tra breve finirà, e quell’enorme consenso potrà reggersi solo su una Legge di bilancio davvero coraggiosa.

E’ su quel banco di prova che i partiti sistemici (Pd e Forza Italia, ormai uniti nella lotta) attendono al varco il governo Conte. Ma l’aspettano a quel passaggio non con le armi dei propri, inesistenti o comunque logori, argomenti, bensì con quelle dei pescecani della finanza.

Renzi, infatti, vorrebbe tornare (risate in sala). «Presto toccherà di nuovo a noi», ha annunciato in diretta facebook, l’ultima prima delle vacanze: quanto ci mancherà! E poi: «A settembre o ottobre vedrete che ci sarà da divertirsi». Dove il suo “divertimento”, con tanto di pop corn supponiamo, sta evidentemente nell’assistere all’assalto della finanza speculativa, a colpi di spread, contro l’Italia.

Ma siccome lo stesso attacco finanziario ha bisogno di qualche aiutino, ovvio che le altri armi siano la stampa (e su questo lorsignori davvero non hanno problemi) e la magistratura, evocata da Renzi specie sui fondi della Lega e (reggetevi forte) sulle cosiddette fake news anti-Mattarella di fine maggio.

E dire che con la magistratura Renzi dovrebbe forse andar più cauto. Lo stesso giorno della sua sparata facebook, usciva la notizia — sostanzialmente sottaciuta dal circo mediatico — di un’inchiesta riguardante il simpatico transito di 6,6 milioni di dollari destinati alla lotta alla fame in Africa sui conti di alcuni familiari di Renzi. 

Il Corriere della Sera, dopo essersela cavata con poche righe ben mimetizzate nelle pagine nazionali, è stato costretto a darne conto in quelle regionali. «I soldi destinati ai bambini africani finiti nei conti dei familiari di Renzi», questo il suo titolo. E questo un significativo passaggio dell’articolo: «Quasi 6,6 milioni di dollari sarebbero transitati sui conti privati riconducibili, a vario titolo, ai fratelli Andrea, cognato dell’ex premier Renzi, Alessandro e Luca Conticini per l’acquisto di una casa in Portogallo e per finanziare Eventi6, Quality Press Italia e Dot Media, società riconducibili alla famiglia Renzi o a sostenitori della prima ora dell’ex-premier».
Così l’insospettabile Corsera, e ci pare che basti e avanzi.

Ma torniamo al “divertimento” auspicato dall’oligarchia dominante, e dai suoi servitori politici e mediatici, per le prossime settimane. Di cosa si tratti lo si capisce bene leggendo i commenti dei principali quotidiani nazionali. Ancora incredulo per la scoppola subita a marzo, furibondo per le possibili scelte del governo in autunno, il blocco degli interessi economici e sociali dominanti ha in realtà un’unica arma, quella del caos economico generato da ben pilotate fiammate dello spread

E pur di rovesciare l’attuale governo, reinsediando non tanto un “nuovo Renzi”, quanto piuttosto una sorta di “nuovo Monti”, sono disposti a tutto: a far pagare un caro prezzo al Paese ed a metterlo nelle mani della Troika.

I veri “eroi” di questa impresa golpista non sono però i “nuovi partigiani” immaginati da chi a sinistra parla di “governo fascista”, bensì — assai più prosaicamente — gli speculatori. Senza alcun particolare ritegno ne ha parlato Federico Fubini sul Corriere della Sera del 4 agosto. Leggiamolo:

«Ciò che gli operatori stanno cercando adesso è l’esatto punto di innesco per investire sull’Italia. Pochi di loro pensano abbia senso farlo puntando su un rialzo, cioè comprando titoli italiani come azioni od obbligazioni prima che salgano di valore. Moltissimi vorrebbero farlo puntando piuttosto su un ribasso, in vista di una caduta dei prezzi; ma queste sono operazioni da preparare con cura, perché care e rischiose: richiedono che si prendano in prestito da una banca d’affari i titoli da vendere poi allo scoperto. Sbagliare i tempi, non solo la direzione del mercato, può rivelarsi molto costoso. Di qui il dibattito molto acceso quest’estate in privato far decine di hedge fund e gestori di risparmio sui possibili punti di svolta sull’Italia. Tutti cercano di capire quale sia il segnale giusto per innescare uno “short”, la scommessa ribassista che per la sua stessa dinamica — i titoli presi in prestito vengono subito venduti — fa cadere i prezzi e alzare i rendimenti dei bond».

Insomma, l’Italia come un campo da gioco, o — più precisamente — come il semplice oggetto di una scommessa. L’economia ridotta a casinò. Gli speculatori a cui tutto è dovuto, a partire dallo scandalo delle vendite allo scopertoshort selling. Il dibattito politico sostituito da quello tra i simpaticissimi gestori dei fondi avvoltoio. E tutto questo, non solo non scandalizza il Fubini come tutti gli altri commentatori sistemici, ma addirittura presentato come la giusta vendetta per un popolo che ha deciso in qualche modo di ribellarsi.

Naturalmente il governo il problema ce l’ha in casa, e si chiama Giovanni Tria. Non a caso sia il Fubini, che più recentemente Alesina e Giavazzi, insistono sulla contraddizione tra il ministro dell’Economia (per loro, il bene) ed il duo Di Maio-Salvini (per loro, il male). Quella contraddizione è lì dal 1° giugno, perché — non dimentichiamolo mai — il governo gialloverde è nato con il mezzo commissariamento del Quirinale e delle forze sistemiche (UE in primis) che esso rappresenta. E’ un nodo che prima o poi andrà sciolto: prima avverrà, meglio sarà.

Intanto, però, che tutti riflettano sulla vera natura dello scontro che si annuncia all’orizzonte. Certo, non tutte le forze dell’opposizione possono essere assimilate a Renzi, a Merkel o a Soros. Ma tutti dovrebbero aver chiaro chi guida e chi è guidato nella canea contro il “governo populista”.

E di sicuro non dovrebbe esser difficile capire quale sia la miglior linea per la difesa degli interessi delle classi popolari.




PULIZIA ETNICA A PIDDINIA CITY di Leonardo Mazzei

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[ 28 gennaio 2018 ]
Il bunker di Renzi e una crisi che si aggrava



Tra qualche anno, quando la polvere di questi tempi grigi si sarà infine depositata nell’ampio magazzino della storia, verrà il momento di ringraziare Renzi. Grazie di aver distrutto il Pd, grazie di averlo fatto in breve tempo. Magari sarebbe andata così comunque, ma tu ci hai aiutato non poco. Di nuovo, grazie!

La vicenda della composizione delle liste elettorali al Nazareno è di quelle che merita qualche riga di commento. Come previsto, Renzi ha fatto piazza pulita di ogni opposizione interna. Una pulizia etnica che certo Bersani e i suoi avevano da tempo immaginato (tra parentesi, è questo il vero motivo della nascita di LeU, che altro non c’è).

Sia chiaro, Renzi non è certo l’unico leader di partito a muoversi come un monarca. Così hanno fatto Di Maio e Salvini, come pure – e ci sarebbe da ridere! – il pesce lesso numero 2 (essendo il numero 1 Gentiloni) della politica italiana: quel Pietro Grasso che si trova lì solo perché gli altri si son guardati tutti allo specchio. E tuttavia Renzi è stato insuperabile.

Da mesi avevamo chiara una cosa, che se il segretario del Pd era rimasto inamovibile al suo posto pur non azzeccandone più una da tempo immemorabile (basti pensare al Rosatellum), è  anche perché i suoi – un gruppo di parassiti attaccati al potere come l’edera alla pianta – gli hanno imposto di arrivare almeno al momento per loro cruciale: quello della composizione delle liste elettorali.

E così si è consumata la pulizia etnica, con Renzi chiuso nel bunker col fido Lotti a lavorar di biro e di bianchetto. Lavoro svolto, però, non più come condottiero, ma come stanco notaio di un rito che non gli porterà fortuna, né lo porterà lontano. “Esperienza devastante”, l’ha definita lui stesso…

Ma perché, vi chiederete, questo passaggio delle candidature è così rilevante? Che forse è la prima volta? Che forse gli esclusi erano migliori dei salvati? No, no, assolutamente no! Non è questo il punto, e poi c’è davvero in giro qualcuno che sappia dirci che cos’è un “orlandiano”? Suvvia, non scherziamo, la cosa potrà al massimo interessare qualche entomologo, ma mai e poi mai le persone sane di mente.

E tuttavia l’importanza di quel che è avvenuto resta. Lo psicodramma di queste mezze calzette, che si credevano insostituibili ed hanno scoperto di non contare un fico secco, non è solo divertente, è anche istruttivo. Esso ci parla della crisi del Pd, cioè del partito sistemico per eccellenza. Quello del pieno dispiegamento delle politiche liberiste, austeritarie ed euriste.

Magari questo partito resterà in qualche modo al governo, forse la stessa emorragia elettorale verrà tamponata dall’intervento in emergenza di ogni strumento (mediatico e non) di cui dispongono lorsignori, ma l’idea del partito pigliatutto, a “vocazione maggioritaria”, è ormai morta e sepolta. 

Questo nell’immediato, mentre più avanti credo che vedremo qualcosa di ben più radicale, probabilmente la stessa fine del Pd, esito non improbabile di una crisi verticale dell’intera classe politica italiana.

Cosa ne seguirà non sappiamo. Ma tra le tante notizie non buone di questo periodo, quella dell’acutizzarsi della crisi del Pd non è solo buona: è ottima!



LA LEGGE (E LA BANDA) DELLE TRE “B”

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Rosatellum, ovvero la legge BBB: una truffa su-misura per il Bomba di Rignano, il Buffone d’Arcore e il Bulletto di Milano (quello che parla con le felpe) 
La fine ingloriosa di Salvini. Da “grande oppositore” a stampella del regime
 

Quel che c’era da dire sul Rosatellum l’ho già scritto QUI due settimane fa. Adesso siamo quasi all’atto finale. La Camera finirà di votare oggi la cosiddetta “fiducia” ad un governo che aveva dichiarato – non ridete – la sua “neutralità” in materia. Poi seguirà il Senato, verosimilmente con la stessa procedura. I ladri di democrazia hanno fretta, debbono mettere al sicuro il bottino cercando di non lasciare troppe tracce. Dunque ogni mezzo è lecito, anche se ci hanno sempre insegnato che non si cambiano le regole del gioco – tantomeno con la forzatura del voto di fiducia – un minuto prima che inizi la partita. Ma questa è l’Italia dell’autunno 2017, dove colui che dovrebbe essere “arbitro” (il santerello Mattarella) è invece in combutta con la banda di scassinatori che conduce le danze.

Certo, dopo i tre voti di fiducia ci sarà oggi pomeriggio quello finale a scrutinio segreto. Qui non mancheranno i dissidenti, altrimenti detti “franchi tiratori”, ma aspettarsi non dico un sussulto democratico (quando mai!), ma anche solo un atto di orgoglio da parte di questo parlamento di peones (senza offesa per i peones, quelli veri) va sinceramente al di là di ogni ragionevole immaginazione. Ecco il risultato di aver voluto tenere in piedi ad ogni costo un parlamento reso illegittimo dalle sentenze della Corte Costituzionale. Ecco i frutti dell’errore – qui il riferimento è ad M5S – di non aver preteso, anche con una scelta aventiniana, il suo scioglimento dopo la grande vittoria del NO il 4 dicembre 2016.

Diversi commentatori si interrogano sulle presunte contraddittorietà del Rosatellum. In realtà questa legge non è affatto contraddittoria, basta che si capisca com’è nata e qual è il suo fine. Cose che ho cercato di spiegare nell’articolo già citato, ma che ricapitolo qui in due righe: questa legge nasce da un patto di ferro Renzi Berlusconi, ed ha lo scopo di riportare il fiorentino a Palazzo Chigi con l’ex cavaliere come partner principale e ben remunerato in quel che più gli interessa.

Capito questo si è capito tutto. Poi, si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma questo è un altro discorso, e noi ci auguriamo che l’abbuffata di seggi che già pregustano gli vada invece di traverso. Di certo, pur nel pittoresco balletto delle tante leggi elettorali proposte in questi anni, mai se ne era vista una disegnata così su-misura, non solo per un partito, bensì per una persona, anzi due con l’aggiunta di un terzo: il Bulletto padano che parla con le felpe.

Come noto la “fiducia” sta passando alla Camera solo grazie al regalo di Forza Italia e della Lega, i cui parlamentari sono usciti dall’aula per abbassare il quorum. Grande eh, l’opposizione di Salvini! E questo si dovrebbe scontrare niente meno che con l’Europa! Sai che paura a Bruxelles! Sta di fatto che sulla prima fiducia i Sì sono stati 307, sulla seconda 308. Al di sotto quindi della soglia di 316 che corrisponde al 50%+1 dei membri della Camera. Evidentemente la “fiducia” non è poi così forte neppure nel Palazzo, figuriamoci nel Paese.

Ma la scommessa dei ladri di democrazia è semplice: le leggi elettorali sono cose complicate, apparentemente astruse e comunque incomprensibili ai più. Dunque, calcolano i lestofanti, il danno di immagine sarà minimo. Poi di corsa alle elezioni, in modo da rendere difficile la partecipazione a chi dovrà raccogliere le firme. Quindi una campagna elettorale che proverà (vedremo con quale successo) a restaurare il teatrino della politica del bipolarismo che fu. A destra diranno di aver messo su una coalizione per vincere (boom!), idem nel redivivo centrosinistra di Renzi-Alfano-Pisapia (doppio boom!).

In realtà tutti sanno che le coalizioni del Rosatellum servono solo a raggranellare seggi, non a precostituire una maggioranza di governo. Tanto è vero che, a differenza del Mattarellum, la legge prevede che siano i partiti, non le coalizioni, a presentare il proprio programma elettorale.

Per raggiungere i propri scopi la banda delle tre B (il Bomba di Rignano, il Buffone di Arcore e il Bulletto di Milano) non si è posta limiti. Nel Rosatellum c’è tutto il peggio delle leggi elettorali dell’ultimo quarto di secolo. Quelle che sono state in vigore per qualche anno, come quelle abortite prima di vedere la luce. Ci sono i collegi uninominali all’inglese come nel Mattarellum, c’è il meccanismo delle coalizioni artificiali (con tanto di liste civetta) come nel Porcellum, ci sono le liste bloccate com’era nella legge calderoliana ma pure nel Tedeschellum saltato a giugno. E da quest’ultima legge si importa anche il meccanismo di voto unico su quota maggioritaria e proporzionale, un escamotage per favorire le forze teoricamente avvantaggiate nel maggioritario (in pratica la solita banda delle tre B di cui sopra).

Se tutto andrà come predisposto, dopo il voto la coalizione di destra si dividerà: Berlusconi se ne andrà con Renzi, mentre Salvini si rimetterà la felpa del grande oppositore. Ma per favore! Questo pagliaccio, che ama presentarsi come anti-sistema, ha deciso di fare invece da stampella ad una squallida operazione sistemica che punta a stabilizzare la prossima legislatura grazie ai trucchi del Rosatellum.

E perché lo fa? Semplice, per raccattare qualche seggio in più al nord. E’ questo il prezzo al quale si è venduto al duo Renzi-Berlusconi. A questo punto, l’unica felpa che dovrebbe indossare dovrebbe portare la scritta «mi vergogno di me stesso».

Al momento non possiamo sapere come andrà il voto finale di oggi pomeriggio a Montecitorio. Teoricamente la maggioranza per l’approvazione della nuova legge-truffa è larghissima. Praticamente, i numeri saranno invece assai più bassi. E non è affatto escluso che proprio i voti della pattuglia leghista risultino alla fine decisivi. Ma decisivi per che cosa? Certo, per mandare in parlamento qualcuno in più dalle valli della bergamasca. Ma, soprattutto, decisivi per garantire una legislatura piena al prossimo governo Renzi. Grande oppositore il Salvini, grande oppositore… 




RENZI NON È MACRON di Carlo Formenti

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[ 10 luglio 2017 ]

Il populismo dall’alto nel nostro Paese non funziona. Questa la lucida presa d’atto di due editorialisti di rango del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo e Massimo Franco, sulle pagine del quotidiano in edicola lo scorso 28 giugno.


Prima di entrare nel merito dei loro articoli, tuttavia, credo occorra premettere alcune riflessioni sul quadro politico globale che è venuto delineandosi nella prima metà dell’anno in corso. Dopo le batoste incassate con la Brexit, l’elezione di Trump e il disastroso (per Renzi) esito del referendum italiano sulle riforme costituzionali, e a fronte delle apprensioni generate dall’ascesa di movimenti antiglobalisti di sinistra e di destra (da Sanders a Mélenchon, passando per Podemos e Marine Le Pen), abbiamo assistito al progressivo rinsaldarsi di un fronte “antipopulista” mondiale costituito dai maggiori partiti tradizionali (conservatori, socialdemocratici, centristi), non di rado uniti in grandi coalizioni trasversali, e sostenuto a spada tratta da tutti i media mainstream.

Il dato interessante è che questa Santa Alleanza, mentre in alcuni casi ha ottenuto risultati mediocri (vedi il mancato trionfo conservatore ai danni di Corbyn), ha funzionato alla grande laddove, a guidare la controffensiva, non sono stati i vecchi partiti, bensì, come è avvenuto in Francia, formazioni inedite camuffate da movimenti anticasta e guidate da giovani leader (Macron) abili nel giocare a loro volta la carta del leader carismatico (populismi dall’alto, li ho definiti in apertura di articolo, a significare che, mentre adottano lo “stile” populista, hanno orientamenti politici opposti ai movimenti che tentano di mobilitare il popolo contro le élite).

L’eccezionalità del caso Macron, argomenta giustamente Cazzullo, consiste nel fatto che il personaggio è sì figlio della domanda di rinnovamento dei francesi, ma anche dell’establishment. È, per usare le sue parole, «l’uomo su cui l’establishment ha puntato per intercettare la volontà di cambiamento e nello stesso tempo salvare se stesso» (cambiare tutto per non cambiare nulla o, per usare una categoria gramsciana, scongiurare le velleità rivoluzionarie innescando una rivoluzione passiva). Non è che in Francia manchi lo spirito antisistema, aggiunge ancora Cazzullo, è che il sistema – in primis le istituzioni dello Stato – sono (ancora?) abbastanza solidi per reggere alla sfida dei Mélenchon e delle Le Pen e della protesta sociale che si profila dietro i loro movimenti. In Italia questa solidità non esiste né si vede all’orizzonte nessun Macron in grado di svolgere il ruolo di salvatore della Patria (leggi dell’establishment).

È difficile non vedere, dietro quest’ultima annotazione, un segno della crescente sfiducia della grande borghesia nostrana nei confronti dell’uomo, Matteo Renzi, che avevano sperato potesse dare a sua volta vita a un populismo dall’alto in grado di arginare il conflitto sociale. Una sfiducia che traspare anche dall’articolo che Massimo Franco dedica, nella pagina a fianco, alla crescente irritazione generata, dentro e fuori il suo partito, dall’ostinazione con cui Renzi persegue contro tutto e tutti l’obiettivo di tornare al potere contando solo sulle forze dei suoi fedelissimi. Ma per riuscirci occorrerebbe (ma non è detto basterebbe): 1) disfarsi del Pd per costruire quel partito della Nazione di cui lo stesso Renzi va vociferando da tempo; 2) godere dello stesso consenso e della stessa popolarità (nel Paese e non solo nel suo partito) di cui gode Macron. Per la prima operazione il tempo è scaduto (nel senso che non è pensabile realizzarla prima delle elezioni), quanto al secondo requisito è evidente che Renzi non sembra all’altezza di Macron.

Ciò detto, né Cazzullo né Franco sembrano avere le idee chiare sul “che fare” il che, mentre è preoccupante per l’establishment Liblab nostrano, potrebbe essere una buona notizia per chi si propone di abbatterlo. Purtroppo, nemmeno in questo campo si vedono forze politiche e leader all’altezza del compito.