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Crisi di governo: come andrà a finire?

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LA MANFRINA
come far crepare Silvio Berlusconi? Come uscire dal bipolarismo?

di Piemme



Molti si aspettano che il 14 dicembre sia una specie di giorno del giudizio. Sbagliato! E’ solo un passaggio tattico di quella che potremmo chiamare “crisi di direzione politica”, e di egemonia,  nel campo delle classi dominanti. Anche ove Berlusconi riuscisse ad ottenere la “fiducia”, essa sarebbe talmente risicata che la “caduta”sarebbe solo rimandata di un po’. Nel marasma politico tre cose sono chiare: che il periodo dell’egemonia berlusconiana è oramai giunto al termine; che un’alternativa a Berlusconi deve ancora vedere la luce; che affinché quest’alternativa si affermi essa deve passare per la prova del nove elettorale. Fino alla prossima tornata elettorale, i giochi sono dunque aperti. 





Si capisce dunque il busillis: il vasto fronte antiberlusconiano non è ancora pronto per la prova del nove, ha bisogno di tempo, per questo vorrebbe evitare le elezioni anticipate. Di converso i berluscones, consapevoli di questo fatto, e del loro relativo vantaggio, le vorrebbero prima possibile, evitando di essere cotti a fuoco lento e, soprattutto, vorrebbero che si andasse alle urne tenendo salda in pugno la loro la postazione di Palazzo Chigi, ovvero del governo. E questo è dunque esattamente ciò che terzopolisti e Pd vorrebbero evitare come la peste. Non si sa mai cosa potrebbe inventarsi un Berlusconi alle corde pur di mantenere e guadagnare il consenso della plebaglia (si ricordi il coupe de theatre dell’abolizione dell’ICI, che tanti consensi portò al Cavaliere visto che quello italiano è, più d’ogni altra cosa, un popolo di possessori di prima casa).


Le uscite da questo marasma politico del 14 dicembre (i cui contorni sfiorano il ridicolo) non sono quindi due soltanto (elezioni o tenuta di Berlusconi), bensì tre, ove la terza è un reincarico proprio al Cavaliere, per poi disarcionarlo strada facendo, al momento propizio, che non tarderà comunque a venire. Di occasioni, nei prossimi mesi, se ne presenteranno diverse, non parliamo solo delle “leggi ad personam”. La crisi finanziaria mondiale, per essere più precisi il rischio che l’Italia sia contagiata dalla crisi dei debiti sovrani dei PIGS, incombe. Ove accadesse che le prossime aste di titoli pubblici non andassero a buon fine; ove cioè capitasse che la speculazione e la rendita finanziarie internazionali picchiassero duro facendo impennare i rendimenti dei titoli italiani, avremmo una situazione drammatica e, quel che conta nella contesa di Palazzo, un clamoroso fallimento del governo Berlusconi. Una delegittimazione clamorosa che farebbe impallidire l’eventuale sfiducia il 14 dicembre. E in questo caso anche Tremonti, in quanto Ministro dell’Economia, ci lascerebbe le penne e dovrebbe sparire dalla scena pubblica.


Affinché il crack del debito non avvenga, o quanto meno sia allontanato nel tempo, occorre che il governo, da chiunque sia presieduto, prenda misure forti per “tranquillizzare i mercati”, leggi la speculazione finanziaria. Che le prenda non quindi a babbo morto, ma preventivamente, ovvero subito. Tremonti nega, ma negli ambienti economici si sa che una “manovra economica” supplementare, se si vuole almeno evitare il contagio in corso, è inderogabile. Chiunque governi nei prossimi mesi dovrà dunque chiedere alle masse popolari, nuovi, consistenti sacrifici, e chi governa può decidere come essi debbano essere ripartiti, chi pagherà di più, chi meno e chi niente.

Si capisce, da questo punto di vista, perché la proposta di un “governo di responsabilità nazionale”, che vada dal Pdl al Pd, sia esso guidato da Tremonti o da Draghi è, dal punto di vista delle classi dominanti, la più “razionale”. Chi lo perora fa un ragionamento alquanto semplice: si devono prendere nuove e più serie misure antipopolari, occorre il fronte più ampio affinché se ne possa assumere la piena responsabilità, altrimenti il rischio è il caos, l’ingovernabilità, un ben più temibile conflitto sociale. 


Fosse vero quanto affermava Hegel, che «tutto ciò che è reale è razionale» e viceversa, non staremmo qui a scervellarci su cosa accadrà il 14 e subito dopo. Il fatto è che, dentro il marasma politico italiano, proprio ciò che è razionale è difficile da realizzarsi. Questa difficoltà, ha cause complesse e radici lontane, ma è riassumibile, io ritengo in tre titoli: Berlusconi, bipolarismo e populismo. 


Il tipo non sente ragioni, è affetto da magalomania e non vuole, per il “bene della nazione”, togliersi di mezzo. Gode ancora di grande consenso tra i suoi sudditi, se lo gioca astutamente e si abbarbica con tutta la forza che ha a disposizione al potere. Farlo fuori non è per niente facile.


Ma non è per niente facile venir fuori dalla gabbia del bipolarismo, e quindi trovare spazio al “terzo polo”, come gradirebbero importanti settori delle classi dominanti. Di certo, affinché il “terzo polo” prenda il largo, occorre una nuova legge elettorale, che con quella in vigore sarebbe impossibile.


V’è infine il terzo problema, quello del populismo. Tornato utile per venir fuori dal pantano della prima Repubblica, ora esso si rivela un ostacolo deleterio per governare una crisi economica e sociale gravissima. Non c’è più spazio per raccontare frottole e panzane pur di ottenere il voto e il consenso dei cittadini. Tutti, ovvero anzitutto le classi subalterne, debbono fare sacrifici senza precedenti se si vuole tenere in piedi la baracca del capitalismo italiota, e la modalità populista si rivela non solo inefficace ma controproducente. Questo lo si vede, prima ancora che in Italia, a scala europea.


Il Pd è stata l’ipotesi su cui ha puntato una certa borghesia italiana, l’architrave su cui sorreggere la cosiddetta “seconda Repubblica”.  Malgrado tutti gli sforzi quest’ipotesi è visibilmente fallita, con l’appendice comica che il bertinottismo, nella forma iperbolica del vendolismo, è rinato dalla sue ceneri e ambisce addirittura a raccoglierne le spoglie (del Pd). Di qui le speranze tutte risposte nel “terzo polo”, e dunque in Fini e Casini. Comese la borghesia tornasse sui suoi passi, girasse la testa all’indietro, agli schemi da “prima repubblica, e tentasse di ricostruire, sotto mentite spoglie, una nuova Dc.


Nulla nella storia è irreversibile. Ci pare tuttavia che questa resurrezione sia impossibile, che farà fiasco, ciò che lascia uno spazio enorme ad avventure populiste, ben più pericolose di quella berlusconiana.

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2 pensieri su “Crisi di governo: come andrà a finire?”

  1. roberto grienti dice:

    un articolo interessante da leggere, uno dei tanti, e ne seguiranno ancora; però a lungo andare saranno noiosi come lo spettacolo stantio è pericoloso che ci propinano i partiti abbarbicati al palazzo del potere, da destra a sinistra; sarebbe oltremodo interessante ed opportuno che da questo blog si proponesse il che fare e come fare per l'aggregazione delle energie classiste ed anticapitaliste, per una lunga marcia verso il socialismo; tutto il resto è aria fritta.

  2. Rivoluzione Democratica dice:

    caro Roberto,Non è per noi consueto glissare su questioni dirimenti. Ci ripromettiamo di darti una risposta entro un paio di giorni.

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