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«Fiducia» in fiamme

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L’INUTILE VITTORIA DI BERLUSCONI 

di Leonardo Mazzei

Nelle ultime ore del mese di campagna acquisti graziosamente regalatogli da Napolitano, Berlusconi ha comprato gli ultimi due voti mancanti. Nel Paese degli scandali, nella patria del trasformismo, una scena così non si era mai vista. Nelle stesse ore 4 cortei di studenti, operai e terremotati percorrevano le vie della capitale. Con i palazzi della politica blindati più che mai, il fuoco della rivolta che qualche giorno fa ha investito Londra è arrivato anche sulle rive del Tevere.
Anche questa coincidenza non si era mai vista.
Le fiamme di Roma, ben più delle banalità di un Bersani o degli strilli di un Di Pietro, chiariscono del tutto la totale inutilità della risicatissima “fiducia” ottenuta dal capo del governo.


Ovviamente, i giochini che hanno portato  a questa situazione più che paradossale continueranno, ma continuerà anche – inesorabile – l’esodo popolare da un sistema politico (non semplicemente da un governo) ormai espressione di un potere ostile ai più elementari bisogni sociali.

I fatti di questo 14 dicembre parlano più di mille analisi: il sistema politico è marcio più di quanto si possa credere, la letargia popolare che ha accompagnato per un trentennio l’affermarsi di un regime oligarchico comincia a scricchiolare. Se la degenerazione della politica è figlia dell’attuale configurazione del dominio di classe, che ha trovato nel bipolarismo la via maestra per la distruzione di ogni residuo democratico, la protesta studentesca altro non è che la manifestazione più evidente di un malessere sociale profondissimo che tocca la stragrande maggioranza della popolazione. Siamo dunque alla vigilia di un profondo rivolgimento politico e sociale? Certamente no. Trent’anni di involuzione politica e culturale non si recuperano in poche settimane. La disintossicazione ha bisogno di tempo, ma siamo forse ad un punto di svolta. 

L’inutile “vittoria” di Berlusconi

La vittoria parlamentare di Berlusconi è sostanzialmente inutile. Gli servirà per decidere al meglio i tempi della crisi, non certo per evitarla. Gli darà modo di ridere delle sconfitte del traditore Fini, ma non gli risolverà in alcun modo il problema di una maggioranza politica che non c’è più. Tra le forze dell’opposizione parlamentare (tra le quali va ora annoverato anche Fli) si contano le ferite dell’offensiva berlusconiana. Piangono i finiani per le defezioni dell’ultimora, ma dovrebbero tacere anche i dipietristi che hanno perso due deputati, mentre anche il Pd ha i suoi Calearo. L’americanizzazione della politica, promossa proprio dalle forze del centrosinistra con l’affossamento del sistema proporzionale (1993), ha dato in questa occasione il peggio di se stessa. L’evidenza dei fatti produrrà per una volta una qualche riflessione su questo processo che viene da lontano? Ne dubitiamo fortemente.

Ma torniamo nel campo della maggioranza parlamentare. Evitati, per ora, i rischi di un “ribaltone”, resta la prospettiva delle elezioni anticipate. Berlusconi sa perfettamente di non poter governare con questi numeri, e non ha vere alternative al voto. Certo, in queste ore si parla di allargamento del governo all’Udc, ma perché dovrebbe avvenire ora quel che non è stato possibile negli ultimi mesi? L’offensiva del duo Fini-Casini è stata incentrata sull’obiettivo di far saltare Berlusconi dalla guida del governo, che senso avrebbe consentire adesso un Berlusconi bis? Qualora cedesse alle lusinghe berlusconiane, il duo terzo-polista trasformerebbe l’odierna battuta d’arresto in una vera sconfitta strategica. Tutto può succedere nell’attuale confusione italiana, ma questa ipotesi appare veramente irrealistica.

In realtà c’è una variabile, una soltanto, che potrebbe bloccare la corsa verso le elezioni anticipate. Questa variabile non dipende però dalle tattiche della politichetta nazionale, questa variabile si chiama Europa. Lo abbiamo già scritto: qualora il vertice europeo dei prossimi giorni decidesse di lanciare da subito l’allarme sul debito pubblico italiano (ovviamente insieme a quello sugli altri paesi più esposti su questo versante), si troverebbe probabilmente quella maggioranza alternativa di cui Fini, Casini, Rutelli, ma anche Bersani e D’Alema vanno blaterando da tempo. Come avevamo previsto questa maggioranza fin qui non si è vista. La vedremo se, e solo se, scatterà davvero l’emergenza debito. Beninteso, l’emergenza c’è e le sirene europee potranno suonare tra tre giorni, come tra tre settimane o tra tre mesi. Ma finché non suoneranno con la dovuta forza ogni ipotesi ribaltonista dovrà essere riposta nel cassetto.

Lo scenario elettorale

Resta dunque lo scenario elettorale. Da mesi sosteniamo che quella elettorale è l’unica vera carta che Berlusconi ha ancora in mano. Detestato dall’amministrazione americana, salvo che per la sua posizione vergognosamente filo-israeliana, detestato dall’Unione Europea, inviso ai cosiddetti “poteri forti”, cioè al grosso dell’oligarchia dominante, Berlusconi ha solo la carta del voto. Carta rischiosa, ma senza alternative. Non che il Paperone nazionale abbia un consenso forte, anzi il suo consenso è in caduta rapida, ma restano a suo favore due fattori: la debolezza dell’opposizione parlamentare, la possibilità che si presenti autonomamente alle elezioni il cosiddetto “Terzo polo”.
Sul primo di questi fattori c’è ben poco da dire, basti pensare alle condizioni in cui si trova il Pd. Ma è il secondo elemento quello decisivo.

Se davvero Fini e Casini (lasciamo qui perdere l’insignificante Rutelli) insistessero oggi, con l’attuale legge elettorale, con l’opzione terzopolista, saremmo di fronte ad un incredibile doppio suicidio. In tal caso Berlusconi avrebbe buone probabilità di vittoria alla Camera, con la possibilità di giocarsi la maggioranza anche al Senato. Possono i terzopolisti permettersi un simile risultato? Non solo si ritroverebbero Berlusconi per un’altra legislatura, non solo gli aprirebbero la strada del Quirinale, ma resterebbero anche con un numero di parlamentari assai esiguo, dato che il meccanismo fortemente bipolarista delPorcellum finirebbe per prosciugare il potenziale bacino elettorale terzopolista tanto verso destra quanto verso sinistra. Notoriamente, parlando di Fini e di Casini, è del tutto evidente che non ci troviamo di fronte a dei geni della politica. Ma questi calcoli elettorali sono il loro pane quotidiano, e certamente sapranno tenerne conto.
In realtà, le vicende di questi giorni, già prima del voto sulla fiducia, hanno mostrato un Terzo polo incerto e diviso, privo di una chiara visione politica e convinto di potersi fare forte solo grazie alle debolezze altrui. Ma non sempre in politica si può giocare di rimessa, tantomeno nei momenti di passaggio come questo. Com’era lecito attendersi, la parte più esposta del fragile vascello “centrista” si è rivelata quella finiana. Una debolezza che resterà tale anche nella prospettiva elettorale. Prospettiva che non necessariamente vedrà i terzopolisti uniti.

Nell’eventuale sfida elettorale – sfida che, non dimentichiamocelo, interesserà non solo i soggetti politici in campo, ma anche i diversi settori delle classi dominanti in gioco – ben difficilmente i terzopolisti se ne andranno da soli. Forse, per poter raggranellare un consenso maggiore, dovrà andarsene da solo il partitello finiano, ma perché dovrebbe farlo l’Udc? Questo partito si è già alleato con il centrosinistra in diverse regioni nella primavera scorsa, ma soprattutto il suo leader sa di non poter ambire ad un vero spazio nel centrodestra (visto anche il peso della Lega), mentre sa perfettamente di poter chiedere molto al Pd, anche la Presidenza del Consiglio. Ed infine, i centri di potere che lavorano per passare dal governo Berlusconi a quello delle 3M (Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia), possono accettare di vedere andare in fumo il lavoro di mesi solo per le smanie terzopoliste di tre figure assai grigie come quelle di Fini, Casini e Rutelli?

Lo ripetiamo, tutto può succedere nel letamaio dell’attuale politica italiana. Ma, nel caso di elezioni anticipate, l’alternativa che con ogni probabilità si presenterà agli italiani sarà quella tra la riproposizione di un berlusconismo ancora più becero e classista e la “novità” di un’alternativa fondata su un dominio delle oligarchie maggiormente legate agli Stati Uniti ed all’Europa, con un governo guidato se non dall’immarcescibile democristiano Casini, da un suo degno compagno di cordata.
Una ragione di più per stare con chi lotta, con chi protesta, con chi non si piega. Una ragione di più per vedere nelle fiamme di Roma l’unica luce di speranza in un panorama per il resto assai buio. Sappiamo che la ribellione non basta, che ci vuole il progetto. Sappiamo che lo spontaneismo è destinato alla sconfitta, che ci vuole la direzione politica. Sappiamo tutto questo, ma senza ribellione, senza protagonismo delle masse non potrebbe esserci alcun progetto. Che le fiamme brucino la classe politica che ha ridotto l’Italia in questa condizione!
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