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LA THATCHER È MORTA, ABBASSO LA THATCHER di Piemme

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9 aprile. La grande stampa capitalista piange la “Lady di ferro”; quella che piegò il combattivo movimento operaio inglese; che vinse la guerra con l’Argentina, che schiacciò i nazionalisti nord-irlandesi; che occupò la prima linea del fronte anti-comunista; che aprì la strada, assieme a Reagan, al liberismo e al capitalismo-casinò. 

Noi non siamo in lutto

di Piemme

Salita al potere nel 1979, Margaret Thatcher governò fino al 1990. Un intero decisivo decennio, quello degli ottanta, quello segnato dall’avanzata del neoliberismo, quello che gettò le fondamenta del capitalismo-casinò, della deregulation, dell’iper-finanziarizzazione. Quello stesso mondo che oggi rantola tra gli ultimi spasimi.
Ricordo bene quel 1985. Il lungo sciopero dei minatori inglesi. Per un anno intero essi furono il faro internazionale della lotta del movimento operaio. Quello fu in effetti il decisivo banco di prova del thatcherismo, che dopo la vittoria campale sui minatori dilagò in tutto l’Occidente. Allora capimmo che il thatacherismo non era solo una parentesi, ma l’inizio di un lungo ciclo storico.
Capimmo tuttavia solo in parte ciò che sarebbe accaduto. Vedevamo nel thatcherismo solo un aspetto, quella di essere una spietata vendetta di classe, un’offensiva per demolire le tradizionali conquiste del movimento dei lavoratori.
Il liberismo sfrontato della “Lady di ferro” ci pareva un orpello, una foglia di fico ideologica, era invece, il thatcherismo, un fenomeno più complesso e profondo, che mentre smantellava il tradizionale assetto democratico-keynesiano, ne costruiva un nuovo, destinato a durare a lungo.
Sottovalutammo il fenomeno. Noi vedemmo sì le privatizzazioni imponenti delle proprietà pubbliche e la deregulation finanziaria, una politica economica volta a favorire gli interessi dei ricchi. Ci pareva solo una breve parentesi, chiusa la quale, tutto sarebbe tornato, a suon di battaglie di classe, come prima. Non vedemmo gli altri due aspetti della politica thatcheriana, di sicuro i più devastanti e decisivi. Quali?

Incoraggiando la deregulation finanziaria il thatcherismo produsse uno sconquasso interno alla classe dominante. Le tradizionali frazioni della borghesia imprenditoriale, oramai decotte, vennero estromesse dalle loro posizioni dirigenti, esse vennero rimpiazzate dai nuovi arrivati, dai ceti redditieri, di affaristi e banchieri della grande finanza, da strati dediti alla pura speculazione. Di qui il vero e proprio bing bang della City, che ridivenne uno dei centri strategici dei mercati finanziari globali. Iniziato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti questo scombussolamento interno alla classe dominante dilagò in tutto l’Occidente.

D’altra parte il fenomeno della finanziarizzazione non limitò i suoi effetti perversi ai vertici della società capitalistica. Come una pandemia, dall’alto verso il basso, ammorbò tutta la società. Il fenomeno dell’«imborghesimento» sociale, che aveva sino ad allora riguardato settori di ceto medio e solo alcuni strati della «aristocrazia operaia», divenne dilagante. C’è stata quella che alcuni sociologi hanno poi definito «cetomedizzazione sociale». Lo smantellamento del welfare aprì autostrade alla finanziarizzazione pervasiva. Gran parte dei cittadini, compresi gli operai, divennero piccoli azionisti, piccoli proprietari. L’esistenza determina la coscienza, diceva Marx. I redditi di tanti proletari non venivano più solo dallo scambio di forza-lavoro col capitale, vennero a dipendere spesso dalla resa dei loro risparmi, fossero essi azioni, titoli, depositi bancari.

L’immensa liquidità messa in circolazione, in cerca di valorizzazione, determinò infine quello che sarà un tratto caratteristico del modello neoliberista: un’economia basata sul debito privato. Un cittadino indebitato, questo pensavano i neoliberisti, avrebbe cessato di scioperare o protestare, avrebbe chinato il capo, avrebbe ubbidito ai suoi creditori, ovvero ai nuovi dominanti. Col miraggio del benessere a buon mercato il cittadino avrebbe accettato di buon grado di cedere i suoi diritti sociali, di accettare una vita fondata sulla flessibilità e la precarizzazione. Così è accaduto, infatti.

Oggi questo meccanismo micidiale è grippato. Lo è da quando nel 2007-2008 è esplosa negli Stati Uniti la bolla dei prestiti sub-prime. La crescita fondata sui debiti ha scatenato una crisi sistemica che sta mettendo in ginocchio tutto l’Occidente. Demolito il vecchio e combattivo movimento operaio, il suo posto è occupato oggi da un nuovo proletariato che certo è privo di memoria e di forza concentrata e contundente, che troverà, ne siamo certi, la via del suo riscatto sociale. D’altra parte, in seno alle classi dominanti, regna la più profonda confusione. Esse debbono trovare una via d’uscita alla crisi, visto che il thatcherismo ha esaurito da tempo la sua spinta propulsiva. Ma questa via d’uscita non ce l’hanno.

Non sappiamo quale essa sarà, sappiamo tuttavia con certezza che con la Lady di ferro se n’è andato per sempre il thatcherismo. E questa è una buona cosa. L’Europa faticherà a trovare una soluzione alla crisi epocale, passerà attraverso un periodo di grandi tribolazioni e conflitti. Ma è solo così che essa potrà risorgere.

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Un pensiero su “LA THATCHER È MORTA, ABBASSO LA THATCHER di Piemme”

  1. Anonimo dice:

    Quel giusto è giusto. Secondo me per uscire dall'empasse ci vuole un tatcherismo all'incontrario, ovvero un tatcherismo che come quello che esporpriò il lavoro ai minatori e gli operai espropri le rendite e i capitali alla nuova aristocrazia operaia: quella cioè che vive solo di trading e pseculazione.There is no alternative, amici

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