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ANAMNESI DEL TRUMPISMO di Moreno Pasquinelli

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Il trumpismo come reazione

Mai come ora l’esito delle elezioni presidenziali americane avrà implicazioni ed effetti mondiali. Mai è stata tanto profonda la divaricazione tra i due candidati sia per quanto concerne la politica interna che quella estera. Eravamo abituati a considerare la competizione tra repubblicani e democratici una pantomima in quanto entrambi espressioni della medesima plutocrazia capitalista e imperialista. Negli ultimi decenni la musica è cambiata. L’opposizione “progressisti conservatori”, anche a causa dei profondi mutamenti sociali e culturali americani (di cui il trumpismo è spettacolare effetto), è diventata asprissima, gravida di devastanti conseguenze, fino al punto da poter sfociare in un conflitto violento, per alcuni analisti addirittura una guerra civile.

Dare giuste risposte implica porsi le giuste domande, e la madre di tutte le domande è appunto cosa davvero sia (la sua natura intendiamo) il trumpismo. E siccome l’albero si riconosce dai frutti, può aiutarci a risolvere il quesito capire se esso abbia radici storiche profonde, e se ce le ha quali esse siano. Proviamo a capirlo, e per capirlo non c’è solo bisogno di quella che Hegel chiamava la “fatica del concetto”, occorre anche sbarazzarsi, qui un punto di premessa cruciale, sia delle lenti che delle categorie del Politico tipicamente europee. Tutto ciò infatti che l’America importa, trasfigura, fino al punto che il risultato è sempre altro rispetto a ciò che lo ha prodotto.

E’ noto come, negli USA, la principale linea di demarcazione politica sia quella tra progressisti e conservatori, tra i liberals e repubblicans. Non è questo il luogo per ricostruire la complessa vicenda storica che ha condotto a questa polarizzazione, segnata da diversi, complicati e osmotici passaggi politici.

Non avremmo avuto Trump alla Casa Bianca se non fosse avvenuta una controversa metamorfosi nel poliverso liberal, ovvero l’egemonia strappata dall’ala clintoniana-obamiana in seno al Partito Democratico. Alcuni politologi sostengono che ove utilizzassimo le categorie europee li definiremmo socialdemocratici. Sartori ha addirittura affermato che i liberals odierni sarebbero “socialisti in un paese senza socialismo”. I risultati oggettivi delle presidenze di Clinton prima e di Obama poi non pare proprio che confermino simili giudizi. Negli ultimi decenni abbiamo avuto una smisurata polarizzazione della ricchezza ad un polo, quello di potenti oligarchie plutocratiche, e l’impoverimento del proletariato e delle classi media dall’altro. E’ noto come proprio questo fenomeno sia stato il carburante dell’ascesa di Trump. Sarebbe sbagliato, tuttavia, spiegare questa ascesa solo con i criteri della sociologia. Esso è anzitutto una secca risposta ideologica alla corrente clintoniana e obamiana la quale, una volta conquistato il Partito Democratico, è diventata egemone in seno all’élite intellettuale, dentro il potente establishment statuale, tra le stesse file della plutocrazia capitalista.

Questa corrente ha ben poco che vedere con la tradizione socialdemocratica europea, si presenta piuttosto come un pensiero che fa del mondialismo e del transumanesimo le sue cifre peculiari. Una corrente che ha assolutizzato i tradizionali concetti di cosmpolitismo e progressismo di matrice europea, trasformandoli in veri e propri concetti teologici. Da una parte l’idea di sbarazzarsi come anticaglie dei tradizionali stati nazionali a favore di un vero e proprio governo internazionalista, di un melting pot non solo di popoli ma di élite. Di qui l’idea di una nuova governance globale, di nuovo ordine mondiale che dietro al cosiddetto “multilateralismo” considera veri sovrani i giganti economici transnazionali, coi loro consigli di amministrazione globali per composizione e vocazione — e di cui gli stati non sarebbero che protesi regionali. Dall’altra parte questa élite si presenta come super-progressista, ciecamente fiduciosa nei poteri taumaturgici della scienza e della tecnica, sordidamente feticista verso i suoi marchingegni. Un super-progressismo il cui stile politicamente corretto nasconde un vero e proprio estremistico cupio dissolvi, l’idea di una vera e propria mutazione antropologica nella veste di una superomistica palingenesi di genere.

Il trumpismo è una reazione a questa svolta radicale avvenuta in seno all’élite e all’establishment americano. Non deve trarre in inganno che in quanto reazione esso risulta assemblaggio di reazionari d’ogni specie, dai suprematisti bianchi ai cattolici anti-bergogliani, dalle sette critiano-sioniste ai settori della destra tradizionalista repubblicana — di qui l’eterogeneità del suo blocco sociale. Il populismo trumpiano non è una mera variante di conservatorismo repubblicano. Data la natura della sfida esso è costretto ad ostentare una sua propria visione del mondo. Ogni visione del mondo deve avere delle radici antiche. Trump le riesuma sì dal deposito culturale europeo ma, come ogni cosa capita tra le sue mani, le trasforma e le radicalizza.

Liberismo vs democrazia

E’ noto come in filosofia politica (e in scienza del diritto) si presupponga la dicotomia tra libertà negativa e libertà positiva. Teorico della prima concezione fu Thomas Hobbes. Per il nostro la libertà consisterebbe nella assenza di limiti coercitivi esterni che impediscano ad un uomo nel fare quel che gli pare. Scriveva infatti Hobbes che la libertà si situa in tutti i campi che la legge deliberatamente omette e lascia fuori dal suo campo prescrittivo. Essa si attua: «nella libertà di comprare, di vendere, e di fare contratti l’uno con l’altro, e di scegliere la propria dimora, il proprio cibo, il proprio modo di vita». C’è dunque, per Hobbes, tanto più libertà quanto più sono deboli le interferenze da parte dei pubblici poteri. John Locke, padre nobile del liberalismo moderno, contestò l’assolutismo di Hobbes ma ne adottò la concezione mercatistica e privatistica della libertà.

Di contro i teorici della libertà positiva posero al centro un’altra questione (del tutto dimenticata dai teorici della libertà negativa): posto che la società si deve dare delle norme, chi dev’esserne l’autore? “chi deve comandare? A chi appartiene la sovranità politica?”.  Per Rousseau, per essere davvero liberi, occorre essere autori delle norme, ovvero “non obbedire ad altre leggi se non a quelle che noi stessi ci siamo dati”. Rousseau pose poi una seconda domanda: ha senso dire che sono libero, che posso comprare o vendere ciò che voglio, se non dispongo del denaro e delle risorse per farlo? Se sono povero e non ho alcuna risorsa posso considerarmi libero? Ergo: non c’è libertà in quella società ove i cittadini non dispongano dei mezzi e delle risorse che consentano di esercitarla effettivamente. E’ noto come in tal modo Rousseau pose le basi, ad un tempo, della teoria democratica e di quella socialista. In estrema sintesi: mentre la teoria negativa assume come proprio paradigma l’individuo privato e proprietario, quella positiva rivendica la centralità della collettività, la sua facoltà di autogovernarsi, il criterio dell’eguaglianza sociale.

E’ certo nel liberalismo individualistico europeo che affondano le radici ideologiche più profonde della cultura politica americana. Radici così potenti e pervasive che hanno impedito che prendessero successivamente piede sia il rousseauismo che il socialismo. Il fatto è che, come ogni altro prodotto d’importazione, una volta trasferitosi in America, il liberalismo ha subito un processo di nazionalizzazione, ovvero radicalizzazione assoluta.

Già nella sua patria d’elezione europea il liberalismo non è mai stato un corpo teorico omogeneo e monocorde. Di liberalismi ne esistono infatti diversi tipi. Vale ricordare la distinzione posta da Benedetto Croce nella sua polemica con Luigi Einaudi tra liberalismo e liberismo. Vero è che questa distinzione lessicale l’abbiamo solo nella lingua italiana, ciò non toglie che essa ci aiuta a capire cosa sia avvenuto negli ultimi decenni in seno alle società capitalistiche occidentali. Per Croce il liberismo consisteva nella teoria economica smithiana per cui, posta la supremazia della “mano invisibile” del libero mercato, era da condannare qualsiasi interferenza politica che ponesse limiti alla sua provvidenza. D’altra parte il liberalismo poggiava secondo Croce su un’etica che poteva ben conciliarsi con la visione democratica e addirittura socialista, come sia con l’idea di uno stato interventista. Una distinzione “italiana” che tuttavia può aiutarci a comprendere una peculiarità squisitamente americana, ovvero la matrice indiscutibilmente liberista della sua identità.

Trumpismo, anarco-capitalismo, ultra-americanismo

La nostra tesi potremmo riassumerla in questo modo: (1) nel momento in cui la cultura liberal-borghese europea è approdata oltre oceano essa ha subito una metamorfosi profonda e si è venuta consolidando come identità ideologica specifica ed a sé stante; (2) il liberismo britannico, vero padre di questa identità ideologica, ha subito una palingenesi che ha figliato quello che potremmo chiamare ultra-liberismo o meglio, come vedremo, anarco-capitalismo; (3) il combinato disposto tra questo ultra-liberismo e le radici religiose del messianismo puritano-calvinista (Weber) costituisce l’ideocrazia americanista — ciò che Hegel avrebbe chiamato volks-geist o spirito del popolo americano; (4) dopo la seconda guerra mondiale, in una lotta senza quartiere contro il suo avversario comunista a trazione russa, questo spirito è venuto avanzando come weltgeist o “spirito del mondo”, fino ad affermarsi come egemone a scala mondiale dopo il catastrofico crollo dell’URRS.

Hegel considerava che il popolo-avanguardia che fosse riuscito ad incarnare lo “spirito del mondo” sarebbe diventato invincibile. Com’è evidente il grande filosofo tedesco si sbagliava. A trenta anni dalla propria apoteosi l’egemonia americana traballa, è già allo stadio della decadenza, quello spengleriano della Zivilisation, della civiltà moribonda condannata a lasciare il posto a quella successiva.

In questo quadro si dovrebbe intendere il trumpismo, manifestazione di un doppio fenomeno: da una parte il fatto del tramonto dell’egemonia globale dell’imperialismo americano, dall’altra il tentativo disperato di opporsi a questo destino. L’icastico slogan trumpiano “Make america great again” esprime plasticamente questo dilemma. Esso non è tuttavia solo un mero backlash, un contraccolpo di natura interna e/o geopolitica, si presenta come una catarsi dell’americanismo, un ambizioso e radicale tentativo di rinascere riscoprendo e tornando appunto a certe peculiari radici.

Se l’americanismo originario si distingueva per portare alle estreme conseguenze l’individualismo di marca euro-liberale, la vera cifra dell’americanismo trumpiano sta nella tradizione teorica e politica del libertarianism: non si tratta solo dell’idea dello Stato minimo, c’è quella di uno Stato tendente a zero. Evanescente è il confine con l’anarco-capitalismo yankee, la concezione per cui si debba mercatizzare ogni sfera sociale nonché le principali funzioni dello Stato. Se per democrazia si debbono intendere la sovranità popolare e l’autogoverno dei cittadini attraverso la partecipazione ai processi di decisione politica — quindi il concetto di uno Stato che non possiamo altrimenti qualificare che come Stato etico —, per i libertarians e ancor più per gli anarco-capitalisti una democrazia così intesa non è solo riprovevole, ma una minaccia ai diritti indisponibili dell’individuo. Se in democrazia la persona è anzitutto cittadino politico, titolare di diritti ma soggiacente alla primazia della comunità, alla base dell’americanismo abbiamo la tesi opposta, quella per cui né la comunità né i poteri pubblicipossono intromettersi nella sfera privata dell’individuo come agente del mercato.

Il libertarismo americano parte dal paradigma lockiano ma lo porta alle estreme conseguenze, alla sacralizzazione del mercato, alla deificazione dell’individuo proprietario. Andando ben oltre il liberismo di Hayek o Milton Friedman, sarà Robert Nozick a cristallizzare questa dogmatica individualista, vera e propria anima oscura dell’americanismo. Secondo Nozick “lo stato non può usare il suo apparato coercitivo allo scopo di far sì che alcuni cittadini ne aiutino altri, o per proibire alla gente attività per il suo proprio bene o per la sua propria protezione”. Siamo oltre lo Stato minimo, siamo allo Stato ultraminimo. Siamo, a ben vedere, oltre la stessa concezione dello Stato come “guardiano notturno”, protettore armato della privata proprietà e dei traffici mercantili. Opponendosi infatti alla idea che lo Stato si caratterizzi come l’ente che detiene il monopolio della forza, Nozick considera moralmente e giuridicamente lecito che i cittadini associati possano autorganizzarsi manu militari per garantire la propria sicurezza. Con ciò abbiamo non solo una testimonianza di un’altra peculiare caratteristica della società americana (la possibilità di costituire milizie armate), abbiamo il presagio di quanto potrebbe accadere ove le elezioni alle porte sancissero una sconfitta (tanto più se sul filo di lana) di Trump.

C’è chi teorizza che il populismo trumpiano sia solo una meteora, che vivrà di vita breve come il Partito Populista della fine dell’800 (di cui in effetti, fatte le debite differenze, ricalca le orme). Noi ne dubitiamo e tendiamo a pensare che non possano stabilirsi analogie di destino tra allora (imperialismo nascente) e l’oggi (imperialismo tramontante). L’onda che sorregge il trumpismo è lunga, e profondo il solco scavatosi tra popolo ed élite. Il suo impatto sarà quindi duraturo.

Qualcuno potrebbe dirci che il trumpismo consiste in un blocco sociale alquanto eterogeneo, e che quindi l’ideologia libertaria e/o anarco-capitalista non è che uno dei suoi volti.  Per la vulgata politicamente corretta il trumpismo sarebbe addirittura un fascismo a stelle e strisce. Se quanto abbiamo scritto si approssima alla realtà dovremmo essere riusciti non solo a dimostrare: (1)  che esso non ha nulla a che vedere col fascismo (“tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato); (2) che i colpi portati al trumpismo dal nemico, lungi dal produrre un suo sfaldamento, se gli faranno momentaneamente perdere dei pezzi, lo spingono ad epurarsi da certe scorie secondarie ed a consolidarsi; (3) che nella brodaglia culturale che caratterizza il campo trumpiano, l’ingrediente principale che ne determina la natura è proprio l’anima libertarian e/o anarco-capitalista.

A questo c’è solo da aggiungere un ultima precisazione. Abbiamo affermato che quest’anima si presenta come orgoglioso e fanatico patriottismo ultra-americanista. Non lo si dovrebbe intendere come se esso fosse in continuità con l’imperialismo interventista che ha caratterizzato la politica estera statunitense negli ultimi cento anni. Il trumpismo è anche l’espressione di una ritirata strategica mondiale dell’imperialismo americano, riscopre una certa tradizione isolazionistica, per cui l’America decide oggi di raccogliersi in sé stessa, tenendosi lontana dalle le fiamme di un conflitto globale e lasciando che le altre potenze si scannino tra loro e vadano in malora. Ciò nella speranza di poter risorgere come impero dominante.

Chi vivrà vedrà.

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3 pensieri su “ANAMNESI DEL TRUMPISMO di Moreno Pasquinelli”

  1. FaBer dice:

    Direi che questa analisi supporta l’idea di una ritirata dei socialisti italiani sulla sponda provvisoria del patriotismo. Potremmo presentarci di fatto come nazional socialisti, senza paura di ricadute fasciste, per le ragioni dette da Pasquino, per pura necessità di ritirata strategica. Rimane la necessità di una ideologia social federalista europea alla Piketty. Salviamo l’Italia repubblicana in una prospettiva federalista europea basata su istruzione continua, giustizia sociale, tassazione progressiva di salari, patrimoni e capitali. Il disastro che incombe creerà le condizioni politiche post belliche che ha permesso il nascere della nostra Costituzione. forti degli errori fatti, ripartiremo da lì.

  2. Giulio Bonali dice:

    Dissento profondamente da queste considerazioni, anche se profonde e intelligenti come sempre, di Moreno.
    A me Trump e Biden rappresentano per così dire lo stadio supremo della pesudodemocrazia politica tipica del capitalismo odierno “in avanzato stato di OGGETTIVA putrefazione” (in assenza pressocché totale di soggettiva coscienza di classe, socialista ed egemonica da parte dei suoi POTENZIALI seppellitori).
    Mi sembra infatti che mai come nel caso delle attuali elezioni americane la scelta sia una “liberissima” scelta FRA ZUPPA E PAN BAGNATO.
    Anche in politica estera non vedo affatto da parte di Trump, per citare la fine dello scritto di Moreno, un “fanatico patriottismo ultra-americanista” che non si “dovrebbe intendere come se esso fosse in continuità con l’imperialismo interventista che ha caratterizzato la politica estera statunitense negli ultimi cento anni. Il trumpismo è anche l’espressione di una ritirata strategica mondiale dell’imperialismo americano, riscopre una certa tradizione isolazionistica, per cui l’America decide oggi di raccogliersi in sé stessa, tenendosi lontana dalle le fiamme di un conflitto globale e lasciando che le altre potenze si scannino tra loro e vadano in malora”.
    Al contrario, mister Riporto ha ulteriormente inasprito rispetto a Obama il criminale (tanto più in presenza della presente pan-e secondo me non affatto sin- demia, con buona pace del Lancet) blocco contro Cuba socialista, ha intensificato i tentativi eversivi e golpisti contro Venezuela bolivariano, l’ appoggio al regime dichiaratamente nazista ucraino e i tentativi (per fortuna finora inani) di replicarlo in Bielorussia, nonché le continue provocazioni militari contro Russia e Cina “a casa loro” (“dall’ altra parte del mondo” rispetto agli USA (altro che “riscoperta di una certa tradizione isolazionistica””); ha anche ulteriormente inasprito rispetto al suo degno predecessore le misure protezionistiche contro queste ultime ed altre potenze economiche, aggiungendone addirittura di contrarie alla stessa “legalità internazionale borghese capitalistica” contro imprese cinesi.
    Ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele; e per ricordare tante altre vergognose “imprese imperialistiche” non seconde (invero né prime) rispetto a quelle perpetrate da Obama (giustamente “onorato” di quell’ autentico marchio d’ infamia che é il “premio Nobel per la pace”) non ho tempo a sufficienza.
    In politica interna, per fare un esempio, il miserabile “obamacare” a mio parere differisce dal suo più che altro propagandistico (verso masse succubi di ideologie reazionarie) “smantellamento trumpiano” molto meno di quanto una scodella di pan bagnato differisca da un piatto di zuppa.
    Uniche differenze (a mio parere secondo un criterio classista “ultrainsignificanti”) sembrerebbero la promozione intensiva dell’ omosessualità e la distribuzione di ingiusti privilegi alla “comunità LGBTecpnhpnm”, spacciate per lotta al’ omofobia e alla discriminazione delle minoranze da parte della sedicente “sinistra”, esattamente come in Europa; che a mio parere non é che una ovvia conseguenza reazionaria, incivile e barbarica dello stato di oggettiva avanzata putrefazione degli assetti sociali capitalistici dominanti (“ecpnhpnm” sta per: e chi più ne ha più ne metta”).

  3. Giulio Bonali dice:

    Aggiungo che l’ apparentemente inspiegabile e ingiustificata esasperata conflittualità (fino a episodi quasi di guerriglia urbana) fra i sostenitori della zuppa e quelli del pan bagnato a mio parere rappresenta un’ ulteriore manifestazione della profondissima crisi OGGETTIVA in cui versa il capitalismo odierno, soprattutto amerikano.
    Lo stesso dicasi per il ricorso diffusissimo ai brogli (che solo in parte saranno sanati da parte del sistema giudiziario; notevole in proposito la faccia da culo di chi, dal Venezuela alla Bielorussia, non manca mai di gridare del tutto aprioristicamente e acriticamente ai “brogli” -presunti- ogni volta che una qualche elezione é vita da partiti a lui sgraditi!)

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