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Transizione, democrazia, socialismo

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COSA PUO’ INSEGNARCI IL TENTATIVO VENEZUELANO?
di Gernot Bodner*
Quella che pubblichiamo di seguito è la traccia della relazione tenuta da Gernot Bodner al seminario teorico del Campo Antimperialista, che si è svolto a Vienna il 12 e 13 giugno 2010.
Gli spunti sintetizzati in questo scritto sono riflessioni scaturite in circa tre anni di discussione. I risultati di queste discussioni devono essere intesi come punto di partenza che è ancora lontano dal rappresentare un programma di transizione definito.

1. Quando è pronta una società per la trasformazione/cambiamento?
Un cambiamento, che metta in discussione in modo fondamentale il modello capitalistico, presuppone una profonda rottura sociale e ideologica con il blocco dominante (egemonico). Con il termine rottura sociale intendiamo la distanza, nella vita quotidiana, tra le classi sociali (secondo la moderna terminologia: società parallele). Rottura ideologica significa che le crisi politico-sociali nel sistema fanno sì che l´ordine dominante non viene più considerato come uno status naturale, ma come un progetto politico arbitrario di una èlite. Nel periodo post-guerra, nei centri dell’impero la rottura sia sociale che politica si è dissolta (aufgehoben) all’interno del sistema nella classe media e nella società del consumo. La rivoluzione è diventata un fenomeno del terzo mondo.
Due decenni di neoliberismo iniziano a minare il consenso sociale nei centri occidentali (“Generazione da 700 Euro” in Grecia, Banlieus in Francia). Nonostante l’evidente arbitrarietà a favore del capitale (pacchetti di salvataggio) la crisi economica attuale ha scalfito appena il dominio ideologico delle èlite in occidente.
Nel terzo mondo la crisi sociale è una costante. Ciò nonostante si è assistito a partire dagli anni ´80 ad un evidente regresso dei movimenti rivoluzionari che dipende da trasformazioni strutturali della struttura sociale dovute al neoliberismo e dalla sconfitta dei movimenti di liberazione di sinistra con la conseguente crisi di prospettive alternative. L’idea di redenzione/liberazione islamica come risposta alla crisi è un moderno fenomeno di resistenza che costituisce per il progetto comunista una nuova sfida.
La radicalità del cambiamento in Venezuela fu causata da un’aggressione sociale improvvisa (programma di austerità del FMI nel 1989, Caracazo) all’interno di una crisi economica prolungata del paese. Ciò minò il modello bipartitico tradizionale e portò ad una crisi politica di regime. Il vuoto fu riempito da un nuovo gruppo dirigente intorno a Hugo Chavez. La profondità oggettiva della rottura sociale, la mobilitazione delle speranze delle classi povere e la polarizzazione ad opera delle vecchie èlite (Putsch, sabotaggio petrolifero) portarono – nonostante il mantenimento della base formale-democratica – ad un cambiamento relativamente radicale.
2. È necessario pensare la “possibilità di un altro mondo” in modo concreto
Davanti ai molteplici fenomeni di crisi (crisi economica e sociale, crisi ecologica, crisi culturale e crisi di prospettive) ci vien da parlare di un’epoca di tramonto del capitalismo. Ciò non va tuttavia equiparato con delle possibilità rivoluzionarie attuali. Per un movimento politico-sociale il problema principale è sempre il cambiamento della parte obiettiva (attiva) della società. Il cambiamento della società da un punto di vista rivoluzionario, parte tradizionalmente da due fasi distinte: il crollo dell’esistente e in seguito la costruzione di un nuovo sistema. L’unione delle due fasi nel programma politico di un progetto rivoluzionario è complicata. È necessario considerare che:
– Il rifiuto di massa del sistema non avviene attraverso l’illuminismo razionale-umanista degli intellettuali critici, ma possiede un aspetto spontaneo. Per scuotere la gente dalla passività quotidiana (adattata, rassegnata, intimorita), è necessario immancabilmente il catalizzatore difficilmente prevedibile di scossoni all’interno del blocco dominante stesso.
– Il programma politico di una rivoluzione nella coscienza delle masse ha sempre tratti messianici. Ciò non è valido solo per i movimenti religiosi, ma anche per ideologie secolari come il marxismo. Solo così è stata raggiunta la mobilitazione e la disponibilità al sacrificio.
È tuttavia altrettanto vero che:
– È necessario un programma rivoluzionario anche per i tempi della non attualità del crollo. La concretizzazione della soluzione leninista della “abolizione di una divisione tra programma minimo e massimo” in approcci politici indipendenti/autonomi per questo lungo e non spettacolare periodo della storia è insufficientemente sviluppato (in confronto alla socialdemocrazia).
– Sarebbe irresponsabile dopo le esperienze del XX secolo, se un progetto serio di cambiamento della società non riflettesse/non avesse idee concrete sul funzionamento e sulla transizione ad un ordine socio-economico e politico post-capitalistico.
“È dovere del rivoluzionario fare la rivoluzione” (Che Guevara). Il dovere dei comunisti sarà quello di concretizzare il comunismo in realtà.
L’elezione di Hugo Chavez in Venezuela nel 1998 ha portato all’attivarsi della gente sotto il programma del “bolivarismo” e del “socialismo del XXI secolo”. Questo ha dato al movimento un mito mobilizzatore, una coesione ideologica e una base etica. Sotto la spinta verso trasformazioni sociali e politiche palpabili in Venezuela vengono effettuati tentativi intensi per definire un nuovo programma socialista in modo da superare una mera differenziazione retorica dal “socialismo del XX secolo”. Questa discussione eterogenea contiene lo studio delle cause del fallimento dei tentativi fatti fino ad ora (cause strutturali contro cause programmatiche), l’analisi dei fondamenti socio-economici ormai cambiati nella società moderna e la sintesi delle nuove esperienze pratiche.
3. Stato tradizionale, democrazia dal basso e doppio potere prolungato
Il superamento dello stato gerarchico tradizionale attraverso una democrazia di base diretta esige rotture strutturali nelle istituzioni come anche lo sviluppo delle capacità di autodeterminazione delle persone attraverso cambiamenti culturali nella coscienza.
La ricostruzione della società deve tenere conto della “dialettica” di possibilità e capacità per l’autodeterminazione. I suoi elementi sono:
– Sufficiente sicurezza nel contesto geopolitico
– Routine/dimestichezza nel processo di decisione dal basso verso l’alto
– Capacità individuale nel guidare la società ed un’etica dell’agire solidario e responsabile.
Cambiamento culturale e cambiamento strutturale sono inseparabilmente legati se si vuole superare il significato di un arbitrato statale che ha l’ultima parola (decisione) e le gerarchie della divisione del lavoro “verticale” dello stato politico.
Il problema democratico-politico della burocrazia sembra essere un fenomeno strutturale della transizione verso un ordine post-capitalistico. Solo in brevi momenti della storia (stato d’emergenza, rivoluzione) l’attivismo e la democrazia di massa sono stati realtà. Il ritorno alla normalità post-rivoluzionaria della vita quotidiana spinsero ben presto indietro la vita democratica impegnata.
La burocrazia esprime una forma centralistica della creazione di consenso tra i diversi interessi nella società, senza che questi possano trovare un accordo in modo diretto-democratico. La burocrazia è quindi un fenomeno della divisione del lavoro verticale (divisione tra stato e società) attraverso il quale le decisioni politiche diventano da “cosa pubblica” a lavoro professionale.
Ricercando la sintesi dei conflitti d’interesse naturalmente presenti nella società, sappiamo che quanto più una società è strutturata democraticamente, tanto più armoniche saranno le possibilità di soluzione dei conflitti e di trovare il consenso tra le sue diverse componenti (posta la pace esterna). I partiti politici intesi come forme d’espressione condensata di conflitti antagonistici verranno sostituiti da costellazioni di articolazione democratica degli interessi sociali sostanzialmente più complesse e dinamiche.
Una lunga coesistenza di dominio tradizionale dall’alto (burocrazia) e spunti di dominio democratico dal basso (potere popolare) in una società post-rivoluzionaria è inevitabile. Può essere concepita e organizzata come una forma prolungata di doppio potere. Questo doppio potere permette contemporaneamente l’apprendimento della sovranità da parte del Popolo e del controllo (efficienza, corruzione…) delle istituzioni di potere centrali statali. La rivoluzione non porrà fine al conflitto tra vecchie e nuove strutture di potere, ma stabilirà un qualitativamente nuovo e tendenzialmente più armonico rapporto di doppio potere. In questo rapporto si tratta di spostare il potere verso le istanze nascenti di democrazia di base, le quali trasformeranno la burocrazia statale da potere politico a potere di servizio. Tale spostamento di potere prenderà anche dopo la fine del dominio capitalistico alternativamente forme evoluzioniste e rivoluzionarie.
Le situazioni d’emergenza del Venezuela bolivariano (2002-2003) coincisero con i momenti di più alto attivismo di massa. Il protagonismo del popolo ha fatto con il consolidamento del potere bolivariano alla fine del 2004 dei passi indietro. Nonostante le iniziative da parte della dirigenza politica per rafforzare il potere popolare contro la burocrazia istituzionale, il giovane movimento di massa bolivariano è riuscito solo in casi particolari a sostituire le istituzioni tradizionali. Il conflitto tra il potere popolare nascente e la contemporaneamente nascente èlite burocratica (borghesia bolivariana) non è risolto. I movimenti sociali in quanto motori del potere popolare si trovano davanti alla sfida di dover coordinare i loro diversi interessi e le loro agende politiche.
4. Divisione del lavoro, nuove forze produttive e “accumulazione socialista originaria”
Le rivoluzioni hanno sempre spezzato alte strutture. Tuttavia, al di là del (decisivo) cambiamento del potere politico e delle relazioni di proprietà dal punto di vista giuridico, lo stabilirsi di un nuovo ordine economico (“socializzazione”) si rivelò difficile. La divisione sociale del lavoro restò anche nei tentativi socialisti effettuati fino ad ora sostanzialmente gerarchica e specializzata (es: divisione di lavoro manuale e intellettuale, tra dirigenti e diretti). La transizione dalle costrizioni economiche, che determinano le strutture politiche e sociali della società, verso un’economia sotto il controllo consapevole e la guida delle persone è rimasta appena accennata.
Riferendosi allo stato borghese, Marx scrisse: una rivoluzione non può semplicemente adottare il vecchio apparato di stato.
Tale massima è valida in gran parte anche per la creazione di un nuovo ordine socio-economico e per le forze produttive generate dal capitalismo. Le forze produttive grande-industriali sono difficilmente separabili da una divisione capitalistica del lavoro – dal mercato mondiale globalizzato attraverso l’ordine spaziale regionale fino alle gerarchie interne alle imprese. Marx vide la base per la liberazione socialista nello sviluppo delle forze produttive, nella crescita della produttività e nella ricchezza sociale: solo una società ricca può emanciparsi dal lavoro alienato e dalle costrizioni della divisione del lavoro. C’è in ciò una verità elementare: chi lotta per la propria sopravvivenza, ha poco tempo per l´autoamministrazione democratica, la formazione e la cultura. Se i bisogni basilari di una società non sono appagati, gli esperimenti oltre la crescita quantitativa diventano problematici. Tuttavia, la “liberazione” delle forze produttive grandindustriali e dalle loro catene privato-capitalistiche nel socialismo del XX secolo non ha portato visibili cambiamenti verso una società emancipata oltre il lavoro. La dimensione della possibile autodeterminazione dipende principalmente dalla dipendenza dei singoli e della società dalle costrizioni economiche. Né il sogno di un lontano futuro pieno di liberazione dal lavoro (“società dell’abbondanza”), né quello di un lontano passato pieno di autarchia delle più piccole unità sono spunti per soluzioni utili. Il primo finisce nell’adottare acriticamente la divisione del lavoro esistente. Il secondo corre il pericolo, oltre ad avere un ridotto realismo, di disconoscere l’importanza del progresso tecnologico per il soddisfacimento dei bisogni primari e di trasformare l’autodeterminazione in nuovi egoismi e particolarismi.
Cura/assistenza/mantenimento di base per tutte le componenti della società è una responsabilità sociale che sta al di sopra dei diritti decisionali democratici dei singoli. Ciò può anche oltre il capitalismo richiedere, come obiettivi della produzione, crescita quantitativa e alta produttività (riduzione del tempo di lavoro necessario), con i corrispondenti indicatori di produttività (redditività).
Le seguenti annotazioni sono tuttavia necessarie: in primo luogo, le forze produttive capitalistiche non sono contraddistinte dall’obiettivo del soddisfacimento ottimale dei bisogni, bensì dalla massimizzazione privata del profitto. Il capitalismo ha sì aumentato, come nessun altra formazione prima di lui, la ricchezza della società, ma ciò è stato possibile perché esiste un legame contraddittorio tra la massimizzazione del profitto, la produttività del lavoro e la produzione di beni. Infatti, il criterio del profitto ha portato a:
– Una crescita non armonica e ineguale delle forze produttive
– Il non utilizzo di potenziale produttivo e intellettuale fino alla distruzione massiccia di capacità economiche
– La creazione artificiale di bisogni di consumo e lo sviluppo di forze produttive non durevoli (industria di guerra, automobilistica, ecc).
In secondo luogo, la forma di un nuovo apparato produttivo e di indicatori economico-politici per il socialismo dipendono sostanzialmente da obiettivi sociali differenti. Il produttivismo (industriale) è per tali obiettivi e criteri di successo alternativi, per molti aspetti inadeguato (durata ecologica, qualità del prodotto, condizioni e ambiente di lavoro, creatività, innovazione, formazione, partecipazione democratica). Mentre l’obiettivo di produzione della crescita quantitativa esige l’aumento della produttività (riduzione del tempo di lavoro necessario e la mobilitazione delle capacità inutilizzate dal capitalismo), per altri obiettivi di produzione è necessario un maggiore cambiamento nel lavoro stesso (organizzazione del lavoro, divisione del lavoro, lavoro come atto sociale, creativo e produttivo) piuttosto che il suo annullamento/soppressione prospettica in “tempo libero”.
L’“accumulazione socialista originaria” dovrebbe indicare uno stadio di transizione nel quale si sviluppa un nuovo apparato produttivo, che va incontro agli obiettivi sociali di una società non capitalistica.
Ogni nuovo esperimento richiede una “spinta finanziaria”, sovvenzioni rispetto ai percorsi esistenti e di routine. La deviazione del plusvalore dai settori capitalistici dell’economia verso produzioni alternative e strutture di scambio (innovazione e nuove tecnologie, infrastruttura e nuovi ambiti di riproduzione economica) e la loro protezione rispetto al mercato mondiale, sono sfide decisive della transizione verso un nuovo ordine socio-economico.
Il Venezuela è un esempio estremo di un’economia capitalistica caratteristicamente centrata sul petrolio. Oltre alla distruzione dell’ambiente, questa forza produttiva altamente moderna ha creato una società enormemente urbanizzata la cui produzione nazionale è stata distrutta dall’importazione. Non sarà l’industria petrolifera a portare il Venezuela al socialismo, bensì il suo superamento. Il Venezuela bolivariano offre interessanti spunti di un modello di accumulazione alternativo: industrie (“imprese di produzione sociale”, EPS) investono parte dei loro guadagni nella regione circostante nell’ambito di un piano di sviluppo integrale. Dal punto di vista sociale, la nascita di tali catene di creazione di valore è promossa attraverso la concessione di crediti statali sovvenzionati. Il fatto che nel processo venezuelano si discutono domande di tipo “estetico” quali quelle sulla produzione ecologica, la formazione durante l’orario di lavoro, il tempo libero creativo, lo sviluppo regionale alternativo oltre che quelle sulla diversificazione della produzione e l’aumento della creazione di valore, dimostra che questi nuovi bisogni della società anche in un paese del terzo mondo non possono più essere ignorati in un progetto rivoluzionario.
5. Sintesi: associazione di comuni come formazione socio-economica autodeterminata
Riassumendo: una società di transizione si trova ad affrontare le seguenti sfide centrali:
– Realizzazione di una democrazia politica di base possibilmente diretta.
– Superamento della divisione del lavoro tradizionale nella produzione.
– Sviluppo di forze produttive al servizio di un nuovo modello di accumulazione e riproduzione.
– Cambiamento della struttura dei bisogni e rilevamento e coordinazione dei bisogni con le possibilità produttive.
Il modello passato di socialismo ha puntato sull’economia pianificata centralizzata, attraverso la quale la società oltre le “cieche leggi di mercato” riconquista il suo potere sull’economia e sottomette le possibilità produttive ai suoi obiettivi collettivi.
Questa forma di organizzazione post-capitalistica si rivelò non soltanto inadeguata nell’armonizzare/concordare la produzione con i bisogni di consumo e investimento, ma anche nel superare “l’anarchia piena di crisi del mercato”. Tale forma ha anche portato ad una lussureggiante/proliferante burocrazia pianificatrice, una nuova forma dell’alienazione, anziché lo sperato controllo democratico della società sulla propria storia.
L´idea di Marx dell´associazione di comuni offre invece molteplici spunti per la concezione di una società autodeterminata:
– La democrazia diretta (democrazia assembleare) richiede piccole unità ed è maggiormente immaginabile in comuni territoriali.
– La democrazia assembleare comunale permette una società civile organizzata che agisce permanentemente come sovrano sociale, senza trasferire ad una burocrazia un fisso (costituito) potere politico.
– Il sostegno/incoraggiamento della riproduzione economica comunale (utilizzo delle risorse regionali e catena di creazione di valore) può sia migliorare l’utilizzo sociale del potenziale produttivo, sia permettere una sensata estensione di autonomia comunale. La soppressione/diminuzione della disuguaglianza della divisione del lavoro regionale e internazionale può sviluppare i rapporti di concorrenza in rapporti di cooperazione tra unità con pari diritti. La soppressione di dipendenze economiche rende possibile la costituzione di società basate in gran parte sull’associazione volontaria.
– La coordinazione dei bisogni di consumo, ordini di produzione e decisioni d’investimento all’interno di una società che ha superato sia strutturalmente (soppressione/eliminazione delle differenze di classe) che politicamente ed eticamente le disuguaglianze sociali dovrebbe diventare da un problema sociale e politico sempre più un problema puramente tecnico.
– L´associazione di comuni faciliterebbe e renderebbe democratica l’armonizzazione sociale dei piani di sviluppo, mentre può utilizzare per la riproduzione regionale e locale meccanismi di mercato e di pianificazione flessibili.

Spunti di un’idea di comune si trovano nella proposta costituzionale del 2007, con la programmata riorganizzazione nazionale e statale del Venezuela intorno alla figura dei consigli comunali a democrazia diretta e la loro sintesi in città federali quali poli decentrati di sviluppo socio-economico. L’idea sembra essere stata quella di una democratizzazione della società attraverso una nuova organizzazione territoriale. Poiché tuttavia la riforma costituzionale non ha trovato una maggioranza, la concretizzazione di quest’idea è stata presa in mano soltanto a livello locale dai movimenti sociali. La democratizzazione della ricerca/presa di decisione sociale nelle istituzioni statali (centrali) e politiche resta anche nel tentativo venezuelano finora l’aspetto più difficile, con una relazione tendenzialmente piena di conflittualità tra il potere popolare e i detentori (burocrazia) delle decisioni politico-sociali.

* Fonte: Campo Antimperialista

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