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TUNISIA: IMPRESSIONI DI VIAGGIO

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La controrivoluzione in nome della rivoluzione


Tunisi, 8 febbraio


di Moreno Pasquinelli


Una rivoluzione alquanto tranquilla. Questa è l’impressione immediata che si ricava sbarcando all’aeroporto di Tunisi e poi raggiungendo il centro della citta’. Traffico intenso, strade che brulicano di gente, negozi tutti aperti, bar e brasserie affollati, qua e la gipponi della polizia e anche blindati dell’esercito a presidio di questo o quell’edificio pubblico, nessuno davvero devastato dalle giornate della rivolta culminata nella fuga di Ben Ali il 14 gennaio scorso.
Ma dov’è? Che fine ha fatto la ‘rivoluzione’?
Tutto finito dopo la cacciata del tiranno?
Finalmente incontro i compagni di qui, ai quali pongo a bruciapelo la questione. Mentre provano a spiegarmi che in effetti non c’e’ stata una rivoluzione, che semmai essa è solo ai suoi inizi, mi accompagnano alla prima manifestazione. Si tratta di un folto gruppo di disoccupati, vero e proprio motore delle mobilitazioni che hanno portato alla fuga di Ben Ali –chiedono misure d’emergenza e un piano nazionale per il lavoro. 
Riesco a parlare con uno dei  portavoce dei manifestanti. Mi spiega che in tutto il paese è un brulicare di iniziative per obbligere il governo ad interim a fare qualcosa contro la piaga della disoccupazione. In ogni città i disoccupati, i precari, i “marginalizzati”, molto spesso con diploma e laurea in tasca, si sono coalizzati e organizzati in Comitati di lotta, i quali stanno faticosamente cercando di coordinarsi a scala prima regionale e poi nazionale. Ma egli precisa subito che non è Tunisi l’epicentro della lotte ma le regioni povere e degradate del paese, anzitutto Kasserine e Sidi Bouzid, ovvero i luoghi dove è scattata le scintilla a dicembre.


Ci spostiamo di qualche centinaio di metri e proprio a ridosso delle centralisssima Avenue Bourghiba, un altro presidio sotto l’ente pubblico addetto agli alloggi. Decine di donne, con famiglie e bambini al seguito, chiedono l’assegnazione di un appartamento. Gridano slogan e premono contro l’ingresso, presidiato dai soldati. I compagni mi spiegano che si tratta di gente povera dell’estrema periferia della capitale, la dove si vive alla giornata, senza  reddito certo, spesso, appunto, in tuguri insalubri.


Ci spostiamo verso a stazione ferroviaria. Ci imbattiamo in un sit-in improvvissato. Una ventina di ragazzi e ragazze, incerchio, cercano di attirare l’attenzione dei passanti, intonandoo canzoni di lotta. Espongono la bandiera rossa col volto del Che. La mia iniziale inquietudine si stempera, dentro una città apparentemente già ‘normalizzata’ c’è vita, il cuore della rabbia e della sete di giustizia non si è spento, pulsa, si fa sentire.


Esso ha di fronte lo Stato, le sue istituzioni non solo militari ma pure politiche e amministrative. La sollevazione popolare non le ha né ridotte in poltiglia, né paralizzate. Mentre il popolo, anzitutto la gioventù ‘marginalizzata’, si mobilitava per rovesciare il regime di Ben Ali –cogliendo di sopresa tutti, comprese le forze d’opposizione, compresi gli islamisti e i gruppi comunisti–, il regime, con l’avallo dell’Esercito, prontamente si andava riorganizzando serrando i suoi ranghi. Si doveva togliere di mezzo il despota mafioso, non per fare una rivoluzione, giust’appunto per evitarla.


Di primo acchito, la manovra, pare” riuscita. 
Ben Ali non c’è più, ma al suo posto c’è un Presidente ad interim che ha ricevuto l’incarico dalle medesime istituzioni benaliste, itituzioni che la sommossa popolqre aveva delegittimqato ma, appunto, non abbattuto.  Cosi il medesimo Parlamento benalista, in una  commedia perfetta, ha elletto il nuovo Presidente, promettendo nuove e regolari elezioni, di fatto assicurando un’ubiqua ma sostanziale continuità colpassato regime. Anche qui non poteva mancare la “Croce Rossa”. In deficit di legittimità il Presidente ad Interin e il suo sgangherato governo, hanno chiesto e ottenuto il soccorso di vecchi  notabili della sinistra, gli ex-comunisti, i quali sono la foglia di fico dietro alla quale i notabili benalisti riciclati si nascondono per accreditarsi come partigiani della democrazia.


I comunisti veri (per altro non ancora formalmente legalizzati, e cio’ la dice lunga) assieme alle altre organizzazioni che compongono il “Fronte del 14 Gennaio” chiedono le dimissioni immediate del Presidente e del Governo ad Interim. Chiedono che la rivoluzione democratica vada fino in fondo, e rivendicano la formazione di una ASSEMBLEA COSTITUENTE, col compito ridisegnare una nuova Repubblica. Sarà questo l’esito? O lo scippo subito dal movimento popolare è irreversibile?


I compagni, qui, sono ottimisti. Io, francamente,un po’ meno.
Mi viene in mente, cito a memoria, quanto rispose un funzionario al Re Luigi XVI nella notte del 14 luglio del 1789 quando venne presa la Bastiglia. “E’ dunque una rivolta?”, chiede il Re. “No Sire, è una rivoluzione”.


In Tunisia non abbiamo avuto “solo” una rivolta, ma nemmeno una rivoluzione. 
Un ibrido, una  sollevazione spontanea, forte nelsuo anelito di libertà e giustizia, ma debole e confusa politicamente. Cosi è stato possibile alla controrivoluzione mascherarsi  da rivoluzione e, una volta compiuto il rito sacrificale del capro espiatorio, teneresi ben salda al potere.
(continua)

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