Browse By

QUATTRO DOMANDE SULLA CRISI TEORICA DEL MARXISMO

 477 total views,  2 views today


«Il socialismo non è uno sbocco naturale del capitalismo»

Riproduciamo qui sotto un’intervista dell’estate del 2003 che Moreno Pasquinelli rilasciò alla rivista PRAXIS


D. Il comunismo è anzitutto una rottura, una discontinuità, col sistema capitalistico, o piuttosto esso va considerato come il suo storico e naturale sviluppo? 

R. Io ritengo, seguendo il percorso che condusse Adorno e Marcuse alla “dialetteca negativa”, che il comunismo sia anzitutto rottura e discontinuità. Ciò mentre, la grande maggioranza delle chiese marxiste, epigoni del positivistico ed evoluzionistico storicismo di Engels, pensano che il comunismo non sia utopistico solo dal momento che lo si fa poggiare sul postulato per cui le obbiettive leggi di sviluppo del capitalistico modo di produzione e le sue contraddizioni, conducono ad un graduale e ineluttabile processo intrinseco di socializzazione destinato a sfociare nel socialismo. Antonio Negri, nonostante le sue fantasmagoriche piroette foucaultiane, resta appeso come un cadavere a questo feticcio per cui il capitalismo, più si sviluppa, più costruisce le premesse, per lui addirittura ontologiche, del socialismo.



Forte dell’esperienza storica, nonché in base a ragioni di carattere scientifico, considero falso, consolatorio, provvidenzialistico, il postulato per cui il socialismo sarebbe lo sbocco naturale dello sviluppo capitalistico. In altre parole contesto radicalmente il marxismo di Engels, che fu al tempo una mirabile sintesi tra positivismo comtiano, storicismo hegeliano ed evoluzionismo darwiniano. Contesto come metafisica e teologica la dialettica hegeliana, che non diventa scientia scentiorum, solo perche’ si immagina il suo capovolgimento. Questa separazione dal marxismo codificato e volgarizzato da Engels è un atto propedeutico alla ineludibile rifondazione del marxismo, poiché solo oltre questa porta stretta c’è la rottura reale, ontologica, totale, con il diamat, lo stalinismo, il trotskysmo, il uxemburghismo e il leninismo filosofico codificato in quel brutto testo di critica dell’empiriocriticismo.

Brutalmente: non solo trotskysmo e stalinismo sono imparentati strettamente, lo sono pure il leninismo filosofico e il luxemburghismo. Il cui imprinting comune, malgrado le differenze, e’ quello del marxismo ortodosso della Seconda internazionale. Con il quale sarebbe ora di accomiatarsi.

Alcuni gruppi della sinistra rivoluzionaria italiana pensano di essere alternativi alle tesi protogiacobine o blanquiste di Lenin dal momento che pongono, come demiurgo, non il Partito ma le masse, in realta’ si tratta di una coincidentia oppositorum. Quella spontaneista è una variante del medesimo postulato filosofico determinista di cui sopra.

Qual’e’ lo statuto epistemologico del marxismo? Qual’e’ il valore scientifico delle leggi enucleate ne Il capitale? Sono esse intangibili o vanno, senza scomodare Popper, sottoposte esse stesse al vaglio di una verifica scientifica?

Noi non abbiamo un approccio talmudistico alle leggi scientifiche, che e’ come avere un approccio nichilistico al problema di Dio. Tuttavia noi ci consideriamo marxisti, non solo perche’ accettiamo la sua premessa antropologica: l’uomo come ente naturale generico. La sua fondamentale premessa filosofica: l’alienazione e la tesi del mondo rovesciato. Ma pure la teoria del valore e quindi del plusvalore. Non so se questo sia sufficiente, agli occhi di certi nostri avversari, per accreditarci come marxisti. Penso lo sia. Poi ci sono aspetti controversi, quali la caduta tendenziale del saggio di profitto, la trasformazione dei valori in prezzi, che cosi come si presentano nei volumi secodo e terzo de Il capitale, cosi ampiamante rimaneggiati da Engels e Kautsky, che meritano analisi supplementari, nonostante i marxisti discettino da cento anni. Il dibattito è acceso e aperto perché da esso si vorrebbe far discendere la teoria della crisi del capitalismo: crollo, sproporzione, sottoconsumo, sovrapproduzione. Chi ha una posizione scientifica inoppugnabile scagli la prima pietra! Come s’addice ad ogni scienza, il dibattito è aperto e lo sarà ancora lungo. Mi lasci dire che sono sicuro che risolveremo prima questo nodo gordiano, alessandrinamente, con la spada della rivoluzione.

Dalla teoria del valore e del plusvalore possiamo far discendere che la contraddizione principale della società capitalistica sia quella tra capitale e lavoro? Che la classe operaia sia l’unica classe rivoluzionaria? Che questa classe abbia capacità intermodale, cioè sia sufficiente a se stessa, in grado di edificare il socialismo? 

Anche qui. La storia ha fatto crollare tante certezze. E che alcuni dottrinari ritengano ancora oggi validissime certe vecchie certezze non le trasforma in solide tesi scientifiche. E’ già accaduto che altri abbiano creduto religiosamente a queste tesi e poi, davanti ai sonori fallimenti, abbiano ruotato su sé stessi di 180 gradi, passando col nemico. L’illusione crea la disillusione. Dogmatici e dottrinari sono ciecamente abbarbicati a questa fiducia nelle capacita’ rivoluzionarie del proletariato, ma il massimo della fede è quasi sempre il minimo della scienza. Noi partiamo dall’analisi della realtà sociale, soprattutto nei punti alti dello sviluppo capitalistico (dove Marx immaginava la prima resa dei conti conl capitale) e, dati, studi e analisi alla mano, siamo giunti alla conclusione che Marx si sbagliava. Egli dilatava l’orizzonte inglese della metà dell’800, individuava come tendenze dominanti la polarizzazione sociale su due classi soltanto e la pauperizzazione crescente. Questo non è accaduto. Solo un economcista che si barrichi dietro alla mistica speranza del crollo del capitalismo può affermare che questa polarizzazine ci sarà, assieme alla pauperizzazione generale. Una speranza di ben altra natura che quella blochiana, come lei sai bene. Gia’ Engels parlava negli anni ’80 di “classe operaia borghese”, di “aristocrazia operaia”, di “imborghesimento proletario”. Allora aveva davanti solo timidi elementi. La realtà odierna ha dilatato questi elementi, portandoli alle estreme conseguenze. La realtà di oggi farebbe impallidire l’immaginazione di Engels. Stolto chi non vede la realtà che gli si staglia limpida davanti ai suoi occhi. Lenin raccolse quelle intuizioni, fondò su di esse la tesi del riformismo operaio (spiegandosi così il crollo imperialista della Seconda Internazionale), afferrò il mutamento qualitativo rappresentato dall’imperialismo, scoprì la centralità della lotta dei popoli oppressi nel processo rivoluzionario mondiale. Noi ci muoviamo su questo solco. E’ un solco fertile, dal quale soltanto, io ritengo, possiamo rifondare un marxismo rivoluzionario.

Per quanto attiene alla classe operaia e alle sue capacità rivoluzionarie, si potrebbe stendere un pietoso velo di silenzio. Noi abbiamo lasciato i trotskysti quando abbiamo capito il carattere autoconsolatorio e puerile della tesi che era … tutta colpa dei dirigenti. Tuttavia, anche qui, perché lasciare al Negri, le geniali intuizioni marxiste sul general intellect o sul lavoratore cooperativo associato? Questi erano infatti i concetti che Marx utilizzava quando modulava il discorso sulla costruzione del socialismo, cioè nei suoi testi a carattere scientifico (Capitale e Grundrisse), quando non era pressato dalla necessità divulgativa, spesso volgarizzante, della polemica politica.

Io penso che gli operai, i proletari, da soli, non sono in grado di costruire il socialismo. Non possono farlo solo iin virtù del fatto che producono plusvalore, che sono sfruttati. Teoria di filiazione cristiana sugli ultimi che saranno i primi. Questi possono essere la forza motrice dell’abbattimento del capitalismo. Poi? Non basta essere sfruttati per essere abili nella costruzione del socialismo, occorre intelligenza, scienza, cultura, teoria politica, alleanze. Cosi penso che se non ci sara’ un’intelligenza generale, ovvero un Partito come strumento di sintesi politica di questa intelligenza, non andremo da nessuna parte. Affidandoci ai puri operai, costruiremo se va bene, un’altra volta, uno stalinista socialismo da caserma. Se va male, come diceva Lenin, non andremo oltre al mero sindacalismo.

Dove si annidano oggi le contraddizioni piu’ estreme, quelle da cui puo’ sorgere un conflitto rivoluzionario? Quali sono le contraddizioni principali e secondarie? E quali sono oggi, qui e ora, le forze motrici di una proletraia rivoluzione mondiale? 

Anche i sassi han capito le nostre posizioni. Tuttavia dobbiamo difenderci dalle accuse di “terzomondismo” e di “pauperismo”.

Qui c’è dell’incredibile! Siccome vediamo nella grande maggioranza proletaria delle periferie e non negli imborghesiti lavoratori dipendenti, sostanzialmente cetomedizzati dell’Occidente, i protagonisti dei futuri conflitti rivoluzionari, allora ci accusano di non credere più alla lotta di classe e alla teoria del plusvalore. Semplicemente il Capitale si muove, e dove si muove crea il suo antagonista —che non è antagonista automaticamente, in virtù del plusvalore. L’antagonismo non si dà per una causa sola, quella meramente economica, ma chiama in causa una serie di fatti e fattori sociali. Se non fosse così, tutto sarebbe molto semplice. Per questo, per quanto attiene alla contraddizione principale (che è semmai tra Capitale e lavoro salariato, non lavoro, in quanto non tutto il lavoro crea plusvalore) ritengo giusto, con Althusser, dire che essa è sempre surdeterminata da altri fenomeni, da altre collaterali contraddizioni, che non si presenta mai in forma pura. E convengo con Mao che spesso la contraddizione secondaria diventa principale, e che ogni contraddizione ha più aspetti, che vanno analizzati e che a volte si scambiano di ruolo.

Ora, per capire qual’è la contraddizione principale, quella dal cui movimento dipende la possibilità di una rivoluzione socialista, è necessario partire dalle fondamenta, ovvero dalla formazione sociale entro cui questa contraddizione opera (formazione sociale, altra categoria centrale del pensiero di Lenin). Il modo di produzione dominante a scala internazionale è il capitalismo, ma esso è incapsulato dentro una reale formazione sociale. Qual’è questa formazione? E’ l’imperialismo. L’imperialismo è per noi il capitalismo mondiale realmente esistente. Parlare di contraddizioni fuori dal perimetro di questo capitalismo realmente esistente, è come pensare di prevedere i terremoti senza possedere una teoria della tettonica a zolle. Nella concreta formazione sociale imperialista la contraddizione tra capitale e lavoro salariato è surdeterminata, ovvero modellata, tra l’altro, dall’esistenza di masse popolari sterminate a cui l’imperialismo medesimo impedisce ogni sviluppo economico e sociale. Ovvero dall’esistenza del sottosviluppo cronico, di un impoverimento generale e colossale che esclude la maggioranza degli esseri umani da ogni futuro di civltà ed emancipazione. E’ nelle periferie capitaliste che si annidano le contraddizioni più estreme, e quelle più estreme sono quelle principali. Chi ci accusa di “terzomondismo” non vuole vedere che quando parliamo di queste masse pauperizzate, stiamo parlando del proletariato reale, di sfruttati che producono plusvalore, non certo delle borghesie nazionali autoctone, quasi sempre asservite all’imperialismo. Se considerare il proletariato delle periferie la forza motrice dei futuri scontri mondiali significa essere “terzomondisti”, beh, allora lo siamo senz’altro. C’è poi un piccolo fatterello: che la tendenza della talpa rivoluzionaria a scavare, ad attaccare muovendo dalla periferia al centro (cioè seguendo la linea “naturale” di minor resistenza), non è una tendenza che abbiamo inventato noi; è l’effettiva linea di sviluppo storico apertasi con la rivoluzione d’Ottobre. Ecco, noi non pensiamo che le tendenze storiche siano cambiate: siamo ancora nella fase storica aperta dalla rivoluzione bolscevica.

Detto questo sappiamo bene che la partita decisiva per la vittoria del socialismo si gioca nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, soprattutto in Europa, ma non tanto perché qui abbiamo il proletariato che i comunisti si erano concettualmente prefabbricati, quanto perché qui c’è il nocciolo duro del capitalismo mondiale. Non basta accerchiare questo nocciolo, esso deve esplodere dall’interno, o meglio, implodere. Ma esso imploderà solo ove la pressione esterna fosse talmente alta, talmente possente, da spingere il proletariato della fortezza occidentale a separarsi dalla borghesia e ad abbassare il ponte levatoio unendosi così ai sui fratelli oltre fossato.

image_pdfimage_print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.