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ECCIDIO A MARIKANA

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I minatori di Marikana in sciopero

Lotta di classe in Sudafrica


di Campo Antimperialista*

Giovedì 16 agosto. 30 minatori in sciopero ammazzati, decine i feriti. Una mattanza. Questo è il pesantissimo risultato dell’attacco proditorio che le forze antisommossa sudafricane, agli ordini del governo dell’African national congress (Anc), hanno compiuto contro i 3mila minatori in sciopero nella miniera di platino di Marikana.

Cosa chiedono i minatori alla multinazione inglese Lonmin? Salari più alti e condizioni di vita migliori. Per lavorare sottoterra in condizioni tremende i minatori (tutti di colore) ottengono l’equivalente di circa 380€ mensili. Essi vivono tutti in accampamenti miserabili a ridosso della miniera, in slums spesso privi di elettricità e acqua potabile, senza servizi igienici. Condizioni schiavistiche insomma, a tutto vantaggio di un’impresa inglese che ha fatto negli anni profitti stellari.

Il giovedì di sangue è l’epilogo tragico di proteste che durano da settimane. Prima di Marikana, anche nella più grande miniera sudafricana, a Rustenburg, un lungo sciopero aveva paralizzato l’attività estrattiva della Platinum, la seconda compagnia più importante dopo la Amplats — il Sudafrica è il primo produttore mondiale dei platino e detiene circa l’87% delle riserve conosciute.

L’eccidio
A guidare le proteste il sindacato Acmu, nato recentemente da una scissione del Sindacato nazionale dei minatori (Num). Il Num, che ubbidisce all’Anc, quindi al governo, si è schierato contro lo sciopero, ciò che ha causato nei giorni scorsi violentissimi scontri tra gli scioperanti e i crumiri.

Questo ci da la misura di cosa sia il Sudafrica in generale e cosa sia diventata l’Anc di Nelson Mandela in particolare. Il governo dell’Anc va fiero di aver portato il paese nel club dei cosiddetti Bric-s (Brasile, Russia, India, Cina e quindi Sudafrica), di aver codeterminato, con la sua politica, tassi di sviluppo che nemmeno il vecchio regime dell’apertheid conosceva.

Marikana getta un sinistro fascio di luce su quali siano stati e continuino ad essere i costi umani e sociali di questo “progresso”. L’apartheid è scomparso sulla carta ma continua a permeare la società sudafricana. Le condizioni di vita della maggioranza dei neri sono disumane. La sola differenza con prima è che via Anc una ristretta borghesia di colore è entrata a far parte della cerchia della classe dominante.

Il grande cambiamento si è risolto per il proletariato sudafricano (al 100×100 nero) in una colossale fregatura. Negli anni ‘80, quando il paese era attraversato da gradi tensioni rivoluzionarie, pochi erano coloro che avevano denunciato come la politica negoziale seguita dall’Anc implicasse una svendita degli interessi del proletariato e prefigurasse una ossequioso adattamento alla struttura sociale classista e razzista del paese. Tra questi vogliamo ricordare l’organizzazione rivoluzionaria Azapo, la quale lasciò sul terreno centinaia di combattenti.


L’apartheid è stato formalmente eliminato, ma i governi dell’Anc che si succedono da quando fu abbattuto il “white power”, non hanno torto un capello né alla borghesia sudafricana né alle multinazionali che depredano le ingenti risorse del paese e sfruttano come bestie i lavoratori neri.

«Siamo sfruttati. Né il Governo né i sindacati sono venuti in nostro aiuto, le compagnie minerarie guadagnano sul nostro lavoro e non ci pagano quasi niente. Viviamo come animali con questi salari di miseria». Questo ha esclamato un minatore di Marikana dopo l’eccidio. Un eccidio che ci riporta al Sudafrica di un tempo. Poco o nulla è infatti cambiato.


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