Browse By

La Scuola italiana nell’epoca della Globalizzazione di Nello De Bellis

 411 total views,  2 views today

31 dicembre
Negli ultimi quindici anni la Scuola italiana è stata  interessata da un vasto movimento di riforme strutturali che, in perfetta sintonia coi mutamenti politici e sociali intervenuti tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo, ne hanno profondamente e forse irreversibilmente mutato e alterato la funzione culturale, educativa e sociale. 

Tutte queste innovazioni sono state presentate dai vari governi succedutisi come necessarie, inevitabili, addirittura epocali e certo lo sono state, ma non nel senso in cui l’opinione pubblica e gran parte della società civile le hanno fondamentalmente accolte. 

Fin dalla prima, che porta il nome di Luigi Berlinguer (1998-’99) alle riforme Moratti e Gelmini esse (come avevano compreso fin dal primo momento i più attenti osservatori,tra cui Massimo Bontempelli, Costanzo Preve, Lucio Russo e pochi altri), hanno cercato di allineare la Scuola italiana, con l’alibi dei suoi problemi reali e insoluti, agli standard anglosassoni, hanno teso ad una progressiva deconcettualizzazione delle discipline, abbassato e non innalzato il livello di competenza reale, depauperato gli strumenti del sapere critico, sottoposto l’insegnamento a vincoli sempre più rigidi e costrittivi. Alla Scuola che, nella sua pur relativa autonomia intellettuale, aveva il compito di promuovere la capacità concettuale dell’allievo, si è sostituita la Scuola intesa come variabile dipendente dell’Impresa. Due cose sono entrate nella Scuola italiana nell’ultimo quindicennio: il liberismo economico ed il nozionismo anglosassone.
Tutte le riforme attuate, compreso il piano per la Scuola dell’attuale Governo, sono state un tentativo di liquidazione in primo luogo della licealità. Il Liceo è stato il frutto (come notava Costanzo Preve) della sintesi di  importanti  momenti fondativi della cultura europea: l’Illuminismo, il Romanticismo e l’Idealismo. Dall’Illuminismo essa  riprende il motivo dell’uso libero e pubblico della Ragione critica, dal Romanticismo la valorizzazione  del sentimento e della passione, dall’Idealismo la padronanza concettuale della realtà e la centralità sociale della cultura. Senza dubbio il Liceo ha avuto un’origine borghese ed una funzione classista nella formazione e selezione delle classi dirigenti italiane ed europee cui  assicurava ascesa e prestigio sociale, garanzia di inserimento nel mondo del lavoro, ella produzione e dell’amministrazione dello Stato.  Non a caso storicamente esso nasce in età napoleonica e viene rifondato in Italia con la riforma Gentile del 1923. Da tempo, però, non è più così. Nel trapasso da una società capitalistica ad una ultracapitalistica come l’attuale, la formazione scolastica superiore non è più garanzia di  promozione sociale e di lavoro commisurato alle proprie aspettative, data la flessibilizzazione spinta del legame sociale e la precarizzazione generalizzata dell’esistenza. Per converso una cultura di robusto impianto umanistico e scientifico non appare più funzionale, anzi oppositiva alle nuove esigenze della produzione e agli accorti strateghi del capitale. Paradossalmente, proprio quando perde, depurato da una catarsi storica, il suo originario carattere di classe ed acquista valenza universalistica di sintesi intellettuale e promozione umana, il Liceo (esemplare l’attuale  polemica sul Liceo classico) viene proprio per questo riformato e sostanzialmente liquidato.

L’esigenza comunque obiettiva di risanare  il  corpo malato e in sofferenza  della Scuola è stato il viatico per una serie  di  cambiamenti  che hanno abolito non solo gli aspetti caduchi e superati dell’impianto intellettuale gentiliano, ma inficiato profondamente la struttura stessa della licealità. Le mode luddistiche futuristiche e postmoderne, scatenatesi a partire dal notabile sardo ipodotato Luigi Berlinguer, hanno eroso (come sosteneva Preve) lo stesso nucleo critico della modernità con le conseguenze che sono davanti agli occhi di tutti ed allineato la Scuola alla dimensione dell’attuale capitalismo assoluto.
I mentori di tale processo sono stati nell’ordine: pedagogisti dogmatici che hanno imposto in modo unilaterale ed astratto, scisso dai contenuti intellettuali e dalla loro valenza formativa, la propria disciplina, ceto burocratico-sindacale e staff ministeriali che hanno di gran lunga ecceduto i loro compiti istituzionali. In ogni caso il nucleo vivo e vitale della Scuola, grazie a cui nonostante tutto  essa si sostiene, cioè gli insegnanti colti e preparati, sono stati espropriati di ogni potere consultivo e decisionale. Tutti  costoro, con un seguito di santoni ieratici e sedicenti esperti, si sono arrogati il diritto di decidere sulle sorti dell’istituzione su cui pontificavano senza che un solo professore di ruolo venisse interpellato!  Diciamo a questo punto che se  l’intero programma di “messa al passo” dell’istruzione superiore (e dell’Università) è stato realizzato, ciò si deve anche alla fondamentale  acquiescenza della categoria degli insegnanti, i quali,nonostante la strenua resistenza di agguerrite avanguardie intellettuali e sindacalizzate, hanno subìto con  “insoddisfatta rassegnazione” i mutamenti che li hanno visti “strumenti parlanti” di tale rivoluzione passiva. A ciò si deve aggiungere la responsabilità morale, intellettuale e storica della classe accademica, “sorda e grigia” di fronte al processo di innovazione peggiorativa portato innanzi dalle forze dianzi menzionate. Col loro poco intelligente distacco dalla questione scolastica, considerata per lo più una vicenda corporativa e politico-sindacale, non più capaci di un’adeguata sintesi politica della situazione economico-sociale, gli accademici italiani hanno lasciato che si segasse il ramo stesso sul quale erano seduti e quando l’onda lunga delle riforme scolastiche ha cominciato a lambire le aule universtarie, è stato ormai troppo tardi per intervenire.
Al contrario una levata di scudi a tempo e a luogo avrebbe potuto imprimere altra direzione o addirittura bloccare sul nascere tutto quanto,in attesa di una ristrutturazione necessaria ma ben altrimenti intesa da chi nella Scuola in prima persona, “lotta e spera”.

Invece si è accettata la subordinazione completa della Scuola, dell’istruzione superiore, dell’Università alla logica d’impresa di un totalitarismo economico che  riduce   sempre di più fino a sopprimerla quasi del tutto  qualsiasi reale autonomia nel campo della formazione intellettuale e civile dei futuri cittadini. Al posto di essa si impone “una generica socializzazione, priva di supporti concettuali, in grado di adattare flessibilmente l’individuo alla produzione e al consumo” (M.Bontempelli) e inscriverlo quale consumatore passivo nell’orizzonte generale della merce. Si è creata così in questa fase decisiva (che coincide pienamente cogli anni della costruzione europea) una Scuola che  si  allinea conformisticamente alla società circostante, “sottomessa ormai integralmente alla dinamica di accumulazione del plusvalore,priva di qualsiasi finalità etica, non più proiettata alla trasmissione di alcunchè di essenziale, come se non avesse né radici né futuro” (M.Bontempelli). Ne è riprova il fatto che le riforme scolastiche degli anni scorsi come l’attuale non hanno neppure provato a definire un asse culturale intorno a cui la Scuola avrebbe dovuto organizzarsi e concentrato tutta l’attenzione sulle metodologie avulse dai contenuti,quanto più vuote tanto più defatiganti e prescrittive per gli insegnanti, nonché  sulle tecnologie che appaiono in questo contesto di deconcettualizzazione delle discipline sempre più fini a se stesse.
Non a caso inoltre  tali  riforme si inscrivono  compiutamente nel processo di unificazione europea, poiché disconoscono l’importanza del riferimento del complesso di valori e di saperi da trasmettere da una generazione all’altra come afferente ad un patrimonio morale, intellettuale e spirituale che si identifica con la storia del proprio Paese. Mediante l’istituzione della cosiddetta autonomia scolastica si è posto fine ad un sistema nazionale della pubblica istruzione e delegato ai presidi e ai singoli Consigli d’Istituto la definizione dell’offerta formativa con un carattere sempre più esasperatamente localistico, concorrenziale e pubblicitario. Tale impianto configura ormai da tempo una catastrofe culturale per le nuove generazioni e la società italiana nel suo insieme. Invece di una Scuola in grado di attivizzare il sapere trasmesso con le esigenze ed esperienze di vita, i giovani acquisiscono una cultura apparentemente innovativa e al passo coi tempi, in realtà funzionale soltanto  ad  un nuovo conformismo di massa e alle esigenze del nuovo modo di produzione post-keynesiano e post-fordista, incapace  di costituire    il  sapere critico necessario ad un orientamento etico e razionale nella società. Compito di ogni movimento antisistemico ed anticapitalistico dev’essere, al contrario ,impadronirsi dei termini esatti della questione e battere in breccia il processo di smantellamento dell’istruzione pubblica, la privatizzazione ormai palese e il didatticismo di regime.
A scopo propositivo, in questa fase di elaborazione  iniziale della nostra riflessione, si

propongono le seguenti misure in controtendenza  col processo in atto e per la salvezza dell’istruzione, della formazione e della Scuola pubblica:

1) Abolizione con decreto delle riforme Berlinguer-Moratti-Gelmini e del Piano Scuola Renzi. Restituzione della Scuola ai suoi operatori, ribadendo la centralità dell’insegnamento.
2) Convocazione di una Commissione nazionale formata esclusivamente da insegnanti di ruolo con almeno 5 anni di anzianità per discutere ed attuare una riforma  finalmente non peggiorativa della Scuola e dell’Università italiana e  per delinearne gli assi culturali  portanti.
Abolizione dell’INVALSI e utilizzo dei fondi PON e POF per gli aumenti salariali del personale scolastico. Divieto di formare classi con più di 20 alunni per classe.
3) Allineamento delle retribuzioni degli insegnanti ai veri standard europei, assorbimento integrale dei precari e creazione di “passerelle” per il passaggio dalla Scuola all’Università (anche part-time) per tutti i docenti capaci e meritevoli con pubblicazioni rilevanti e attività pubblicistica e culturale di effettiva importanza all’attivo. Possibilità di fruire dell’anno sabbatico per comprovati fine di ricerca e di aggiornamento. Facilitazioni per il conseguimento di ulteriori lauree e specializzazioni.
4) Piano di recupero dell’edilizia scolastica per permettere la fruizione del tempo pieno nelle scuole elementari e medie e dotare tutti gli istituti di palestre, di biblioteche e di mense.
5) Contrasto del bullismo  nonché  coinvolgimento degli alunni nella cura degli ambienti scolastici mediante la pulizia, pitturazione e riparazione degli stessi da parte degli studenti.
6) Introduzione nell’asse  curriculare di musica e teatro, potenziamento  della Storia dell’Arte e delle discipline sportive.
image_pdfimage_print

6 pensieri su “La Scuola italiana nell’epoca della Globalizzazione di Nello De Bellis”

  1. Anonimo dice:

    Concordo pienamente.Un altro dei problemi, oltre quello del deterioramento delle conoscenze è stato l'assoluto lassismo per quanto riguarda l'educazione e la disciplina.L'abolizione degli esami di riparazione e del sette in condotta non hanno fatto altro che inculcare nello studente la mancanza di rispetto e l'assoluto disprezzo sia per l'insegnante che per i suoi stessi compagni.Per carità, con questo non chiedo di ritornare alle bacchettate sulle unghie o le ginocchia sui ceci, ma recuperare un po' di rispetto ed educazione ritengo sia primario quanto recuperare la centralità dell'insegnamento. La scuola deve formare cittadini, non trogloditi

  2. Anonimo dice:

    L'importante è la materia "comprensione del teso" fin da quando imparano a leggere e scrivere, come si fa nel miglior sistema scolastico del mondo che è quello finlandese.Questo naturalmente riguarda qualsiasi tipo di testo quindi pittorico, musicale etc etc; è necessario insegnare il lavoro di interpretazione e quello che più conta è che venga fatto in comune, tutta la classe col professore che si confronta nella propria analisi del testo (che dovrà essere libera, quindi di vario tipo).Inoltre è importantissimo che i ragazzi abbiano uno spazio culturale che dipenda esclusivamente da loro, dalla loro ricerca personale magari disordinata che però, come è noto, è quella più feconda dal punto di vista dello sviluppo culturale di ogni persona.Per questo non si possono caricare gli studenti di troppi compiti e quindi bisogna distinguere fra materie indispensabili, che per lo più sono quelle che o le impari da ragazzo o non le imparerai mai cioè italiano (scritto, comprensione del testo indispensabili, letteratura non indispensabile); matematica (se si impara bene la matematica fino alle differenziali si è pronti per imparare fisica e chimica senza problemi; costringendo i ragazzi a fare tutte le materie scientifiche si ottiene il risultato che conosciamo in Italia e cioè la nostra nota deficienza scolastica, rispetto alle scuole degli altri maggiori paesi, in matematica e scienze); inglese e magari un'altra lingua straniera; storia; e SOPRATTUTTO deve essere inserita nel programma ECONOMIA. Questo è il punto chiave.Il resto filosofia, latino, etc etc non è "indispensabile", si tratta di cose bellissime ma che sono secondarie nel senso che se ne può intraprendere lo studio all'università o magari in età matura (tanto per dire, è escluso che un ragazzo di 16 anni possa capire la letteratura latina e greca se non in modo estremamente convenzionale).La cosa più importante che deve diventare una battaglia della sinistra è l'inserimento di economie e storia economica a scuola.

  3. Anonimo dice:

    Errore:"comprensione del testo", non "del teso"…

  4. Anonimo dice:

    Inserire l'economia sì, ma marxista ;-)Scherzi a parte, quando si parla di economia bisogna innanzitutto capire a cosa ci si riferisce. Se per economia consideriamo tutto l'almanacco di modelli e formule, spesso di derivazione neo-liberista, non credo che possano essere utili fin dalla scuola dell'obbligo. Se invece si parla di "economia" come nella sua versione originaria, ovvero branca della filosofia allora se ne potrebbe anche parlare.

  5. Anonimo dice:

    L'economia è già inserita negli istituti tecnici e i "nuovi" programmi sono tutti improntati sulla centralità dell'impresa, sulla bellezza della globalizzazione liberista, sul processo di internazionalizzazione delle imprese, e sulla grande rilevanza attribuita alla c.d."impresa eticamente responsabile", in altri termini si sono progressivamente aboliti i controlli giuridici sul capitale finanziario e industriale multinazionale e poi si esalta l'impresa che volontariamente rendiconta il suo impegno a tutela dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente, e si dovrebbe vedere che rilevanza danno i programmi ministeriali a questo escamotage vilmente propagandistico! e si pretende che i docenti di discipline economiche si facciano cinghie di trasmissione verso gli studenti del convincimento di vivere nel migliore dei mondi possibili, che convincano i ragazzi che la precarietà lavorativa è giusta, che l'unione europea garantisce la pace e la virtuosità delle finanze pubbliche, che la potenza di fuoco sviluppata dal liberismo possa essere controbilanciata da microcredito, microprogetti, imprese equosolidali e finanza etica. Mai la scuola italiana era stata cisì orientata ideologicamente come quella prevista da questi nuovi programmi, anche perchè non solo i contenuti di cui sopra, ma anche le competenze e le abilità da far raggiungere agli studenti sono prestabilite per legge, in violazione della libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. L'ultima fine pensata è stata quella di stabilire che il 50% dei programmi di tutte le materie tecniche debba essere svolto in lingua inglese e che a doverlo fare siano gli stessi docenti delle discipline tecniche (economia aziendale, estimo, diritto, economia politica, ecc…), a tal fine "addestrati" con 50 ore di corso condotto dal collega di inglese. Dubito che la gente che impone queste sconcezze abbia mai studiato in vita sua. La scuola superiore è, non solo a livello centrale, ma anche a livello dei singoli istituti , letteralmente in mano ai cani. A guidare sono i più ignoranti, i più rozzi, i più cinici.

  6. Anonimo dice:

    Anonimosono completamente d'accordo con te!!!La scuola di oggi è vergognosa, il cinismo, la mancanza di regole e rispetto per gli altri sono ormai l'ossatura su cui malamente si poggia. I più meritevoli spesso vengono derisi e lasciati a se stessi, perchè ormai si è introdotto il concetto che il mondo è una giungla di squali e se non riesci da solo ad affrontarli gli squali sei un fallito, anche se sei il ragazzo più onesto e intelligente del mondo.Lungi da me nel fare l'esterofilo ma io applicherei alla scuola un modello simile a quello tedesco, dove fin dalle elementari i bambini più disciplinati e intelligenti vengono smistati in classi con altri come loro e quelli che fin da subito si dimostrano dei reietti in classi apposite finchè non vengono rieducati. Qua no! Qua si mettono cani e porci assieme, bulletti e persone tranquille nello stesso banche e gli insegnanti e dirigenti se ne lavano le mani, in pura ottica menefreghista, oserei dire fascista! Fascista sì, perchè la retorica siam tutti fratelli, volemose bene, ecc..ecc… non è retorica cattocomunista ma cattofascista, e Don Milani questo l'aveva compreso bene!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *