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L’ISLAM POLITICO E LA DIMENSIONE SPIRITUALE DELLA GEOPOLITICA di F.S.

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[ 3 aprile 2019 ] 


Taluni interessanti e intelligenti commenti al mio recente articolo, per i quali ringrazio sin da ora gli autori, mi danno modo di approfondire meglio alcuni aspetti che, per forza di cose, ho dovuto tralasciare in quel contesto. La principale critica al pezzo non riguarda, a ben vedere, la ormai prossima centralità di una nuova missione universale mediterranea, né l’ormai prossimo nuovo ordine globale antiliberale social-confuciano a guida han, ma il ruolo che gioca e giocherebbe l’Islam politico in tale ambito.

A tal punto è necessaria una brevissima introduzione storico-culturale. La storiografia più avanzata, come una certa filosofia “idealistica” germanica ed italiana, vede nel modello di pensiero basato sulla strategia di guerra un autentico grado “metafisico-culturale”, superiore sia a quello scientifico sia a quello economico. A tal proposito, la stessa prospettiva di Samuel Huntington mi sembra assai chiara.


La Cina ha un pensiero strategico di grande respiro, una chiara strategia di guerra. Dalla guerra senza limiti di Qiao-Wang – che considera Osama Bin Laden il più audace interprete del concetto di guerra ibrida contemporanea- al nuovo piano armonico sociale universale dello Xi-Pensiero, abbiamo in epoca contemporanea la più notevole modernizzazione dei principi di Sun Tzu e Sun Pin.

L’Occidente, invece, possiede una sua strategia di guerra? Rimane prioritaria la Dottrina Wolfowitz-Rumsfeld, nella quale sia la visione strategica di Machiavelli sia quella di Clausewitz vengono rielaborate nella teoria della prevenzione tattica e della“guerra leggera”. La Dottrina Luttwak, neo-bizantina, è stata a torto poco considerata, mai attuata.

La Dottrina Wolfowitz Rumsfeld è stata però sconfitta sul campo. La realtà contemporanea mostra ogni giorno di più l’impossibilità di conciliare il particolarismo astratto, individualistico e liberale, che domina sul piano sociopolitico euroatlantico, con una strategia di chiaro e lungo respiro. Dove è stata sconfitta la Dottrina Wolfowitz? Da chi? E’ stata sconfitta in Afghanistan, in Iraq, più di recente anche in Siria. Tali sconfitte sono più significative e importanti di quella vietnamita. Se è caduto un nemico strategico dell’Impero globale liberale, ovvero il Califfato, più forte che mai è l’altro nemico strategico, il Baath panarabista ed antisionista del Presidente Assad, sostenuto da Iran e dall’Hezbollah. L’Impero globale statunitense ha perso una decisiva battaglia, non la guerra totale, con l’Islam politico, o perlomeno con i differenti schieramenti musulmani o arabo-mediterranei presenti sul campo. Si dirà così, ora. E’ vero e non è vero. L’onda lunga della Rivoluzione iraniana, come scrivevo nel precedente articolo, non accenna a dileguare e tutti i vari tentativi di Rivoluzione colorata o guerra ortodossa e non ortodossa contro l’Iran sono sino ad ora miseramente falliti. Anzi, l’Iran è in lunga fase di offensiva strategica.

Per quale motivo la Dottrina Wolfowitz ha perso, se vi è un motivo principale? Perché la Dottrina Wolfowitz considera la irripetibile singolarità della vita individuale del combattente superiore alla civiltà e alla missione ideale. Di conseguenza la strategia di guerra è ripiegata sul particolaristico dato empirico tecnicistico; da individuale e individualista che vorrebbe essere finisce per affermare una dinamica di oggettivismo assoluto, in base al quale colui che meglio sa “razionalizzare” la violenza, qualitativa e quantitativa, avrà la vittoria. Ciò è pero del tutto astratto. Ciò, indubbiamente, ha fatto sì che gli Usa vincessero la seconda guerra mondiale, ponendo le basi per il “secolo americano”, questo è vero. Ma questo principio strategico oggi non è più valido. Non possono più, i globalisti liberali, vincere un altro conflitto con l’uso di atomiche, attribuendo poi alla parte avversaria, sconfitta, tutte le possibili nefandezze. Non è loro nemmeno sufficiente il fosforo bianco, il napalm o il drone di ultima generazione. La guerra, ortodossa o non ortodossa, nonostante l’ultramodernismo, chiama sempre più in causa il soggetto, il protagonista, l’individuo attivo e dinamico, di contro all’oggettivismo astratto dell’imperialismo euroatlantico. Non è più valido, tale modello strategico, perché l’azione di guerra dell’Hezbollah sciita libanese (Partito di Dio) del 1983, che costava la vita a centinaia di soldati americani e francesi senza alcun diritto presenti nella “terra dei cedri”, finiva per porre all’ordine del giorno una nuova strategia di guerra e di guerra di resistenza, del tutto sconosciuta in precedenza nel campo delle guerre anti-coloniali. La fase aperta dal FLN algerino fu chiusa, o meglio superata dall’Hezbollah. Il richiamo storico-politico che il libanese Partito di Dio imporrà, per quanto teologicamente improprio, è con il “Vento divino” giapponese piuttosto che con le precedenti fazioni antimperialiste. Chi mette davanti il Soggetto che si sacrifica per un ideale, sino ad incarnarlo, di fronte all’astratta oggettività dei liberali “individualisti” occidentali, è certo della Vittoria.

Questo l’insegnamento rivoluzionario, storico-politico, dell’Hezbollah 1983. Assai significativo, a tal proposito, è che la prima dichiarazione di “jihad” “ai fratelli musulmani nel mondo” di Osama Bin Laden (venerdì 9 aprile 1417/23 agosto 1996) pone proprio come elemento strategico esemplare le due azioni di guerra del 1983 degli sciiti libanesi. Il movimento di Bin Laden estenderà tale logica di terrore indiscriminato anche ai cosiddetti civili, tecnica peraltro abitualmente usata dagli stessi schieramenti liberali e imperialisti occidentali. Viceversa, il fronte della Resistenza sciita non ha mai usato tale strumento di guerra, anzi lo ha sempre condannato, al punto che proprio da questa decisione tattica e strategica scaturirebbe, per l’elite sciita, una diversa concezione di Islam; l’Islam politico del jihadismo sunnita sarebbe perciò, nella visione sciita, occidentalizzato nelle midolla, intossicato dal liberalismo anglosassone e dal razzismo sionista, usando gli stessi strumenti omicidi e criminali e mirando in definitiva, in base alla identità di tattica e strategia, allo stesso modello anti-umano. Peraltro, il fatto che, a differenza dell’Hezbollah, il fronte sunnita non solo non ha mai inteso combattere direttamente con l’entità Sionista, ma ha anche di recente attaccato deliberamene l’antisionista Ba’ath siriano, è un ulteriore motivo della fortissima diffidenza sciita verso la presunta purezza militante dei vari schieramenti dell’islamismo combattentistico.

Dunque, preso atto che l’Hezbollah libanese, dal 1983, apre oggettivamente, sul piano della realtà storico-politica,una nuova fase strategica globale, va qui precisato, per quanto en passant, che il più noto teorico politico della dottrina del sacrificio politico non è un musulmano, ma un italiano, Giuseppe Mazzini,“l’anti-Clausewitz” e “l’anti-Napoleone”, colui che, rielaborando le concezioni di Carlo Angelo Blanco (1795-1843), riuscirà a formare una legione di combattenti italiani, devoti alla gran Madre Italia, al punto che più elevata missione morale, dipinta come una sorta di sposalizio, per costoro, fosse farsi apostoli di questa sino a morire e sacrificarsi completamente. L’azione politica sacrificale stessa, nella strategia mazziniana, sarebbe portatrice, strategicamente, di effetti storici-spirituali superiori, anche se forse a tutta prima invisibili all’occhio sensibile. Quando nell’800 Mazzini teorizzava e operava in tal senso, la dimensione profonda dell’Islam politico, nella sua generalità, era di assoluto quietismo. Oggi, viceversa, secondo un profondo storico franco-israeliano del ‘900, di area trotzkista, con la rivoluzione khomeinista persiana del ’79 riappare sulla scena il fascismo, con Al Qaeda il leninismo strategico.

Dopo queste brevi riflessioni storiche, si può dunque arrivare alla conclusione. Anzitutto, l’Islam politico non solo non è un fenomeno irrisorio o marginale, ma centrale. Ancor più importante sarà nel futuro prossimo, dato che i confuciani “socialisti” imperiali cinesi non commetteranno di certo l’errore strategico degli inglesi prima, degli americani oggi, ovvero quello di degradare ad area non più strategica e centrale il Mediterraneo: errore compiuto dagli imperialisti anglosassoni dopo la Prima guerra mondiale e dagli USA dopo il crollo dell’Urss con l’appoggio condizionato alla ascesa dell’UE a potenza economica globale. Sia nel caso degli anglosassoni sia nel caso degli americani, tale errore di visione e prassi ha significato una retrocessione strategica e la recente marcia indietro, rispetto al “pivot to Asia”, compiuta dalla fazione capitalista e imperialista nord-americana che si riconosce in Trump e nel suo populismo conservatore è probabilmente tardiva.

Tale prospettiva dovrebbe proprio sollecitare la costituzione di un fronte politico italiano filoconfuciano e filocinese, che riporti al centro appunto una logica strategica mediterranea su una altereuropeista e su un’altra occidentalista, entrambe destinate a esser travolte dai fatti storici. Infine, seppur non è argomento prioritario di tale esposizione, una parola sulla dottrina strategica panrussa.

La Dottrina Gerasimov o filosofia della guerra non convenzionale si è rivelata la più aderente alla realtà, peraltro agente con spirito di fedeltà ideale alla sostanza cristiano-ortodossa del nuovo ordine panrusso. Naturalmente, quanto si scrive e dice su questa Dottrina è perlopiù frutto di cattiva informazione propagandistica. Il fatto che la Nuova Russia, per quanto parli retoricamente di progetto Eurasia, ponga di contro strategicamente al centro il Mediterraneo (dalla Libia alla Siria, passando per importanti sortite del GRU in Libano e Algeria), come solo a tratti e in modo poco convinto avevano fatto zaristi e sovietici – con il loro occidentalismo di fondo – attesta il realismo idealista della nuova scuola strategica russa.

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2 pensieri su “L’ISLAM POLITICO E LA DIMENSIONE SPIRITUALE DELLA GEOPOLITICA di F.S.”

  1. Anonimo dice:

    Dato che mi trovo d'accordo su quanto detto dall'autore sulla missione in Mediterraneo della Cina socialista, non mi trovo di conseguenza concorde nella funazione antagonista che si vuole attribuire al clerico-fascismo khomeinista iraniano. Grave?Luigi

  2. Anonimo dice:

    Complimenti veris, è un capolavoro questo scritto, condivido in pieno. Grazie

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