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IN DIFESA DEL MARXISMO di Giulio Bonali

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[ giovedì 12 settembre 2019 ]
Giorni addietro abbiamo pubblicato la prefazione di Carlo Formenti e Onofrio Romano al loro libro TAGLIARE I RAMI SECCHI DEL MARXISMO

Un lavoro teorico di revisione del pensiero marxista che Giulio Bonali contesta alla radice…




Scrivono Carlo Formenti e Onofrio Romano

«Pensiamo che sia più utile cercare di capire quali concetti – presenti tanto in Marx quanto nelle varie tradizioni marxiste, anche se con diverse sfumature – vadano archiviati, in quanto non servono più alla trasformazione rivoluzionaria dell’esistente o rischiano addirittura di contribuire alla sua conservazione. Questa nostra provocazione non nutre intenzioni liquidatorie nei confronti del marxismo; al contrario: siamo convinti che tagliare i rami secchi della teoria, e abiurare certi articoli di fede delle ideologie che ha ispirato, significhi riattivarne la carica sovversiva nei confronti della società capitalista e ridare energia e prospettive alla speranza rivoluzionaria».

Concordo.
Il marxismo ha “da sempre” ambito ad essere scienza (per quanto “umana”, e dunque con fondamenti epistemici pur sempre razionali ed empirici ma senz’altro meno incontrovertibili e soprattutto con oggetti di studio e di ricerca molto meno quantificabili e “matematicamente calcolabili” rispetto alle scienze naturali; ma non é qui il caso di approfondire la questione).
Dunque, come ogni teoria scientifica, umana e/o naturale, non solo tollera o ammette, ma addirittura esige una continua riconsiderazione critica e messa in dubbio metodica di fronte ai fatti empiricamente rilevabili (e da comprendere razionalmente, per quanto umanamente possibile).

Ottimismo antropologico


«Una volta superata “l’estraneità del lavoratore al prodotto del proprio lavoro” tramite il processo di ri-appropriazione dei mezzi di produzione, si presume che il soggetto sia finalmente liberato. Noi sosteniamo, viceversa, che assumere il tragico, la non coincidenza ontologica tra uomo e mondo – se si vuole “l’alienazione di primo grado” – è un passo necessario per superare il determinismo e il “perfettismo” dell’antropologia marxiana, che ne condanna la prospettiva generale all’impotenza, alla strutturale irrealizzabilità». (Formenti e Romano)

Questi del “tragico” e della “non coincidenza ontologica tra uomo e mondo” ovvero “l’alienazione di primo grado” mi sembrano concetti un po’ oscuri.
Comunque credo gli autori si riferiscano a un certo eccessivo “ottimismo cosmologico” o che forse sarebbe meglio dire “antropologico” (a mio modesto parere più tipico di Marx che di Engels) e a un certo residuo di utopismo, già rilevato da Losurdo, nella concezione della fase “superiore, quale si sviluppa sulla sua propria base” del comunismo come società (non solo ma comunque anche) dell’abbondanza materiale illimitata — “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, Critica del programma di Gotha —, nella quale tutti i conflitti sociali (non solo quelli di natura classista), se non addirittura “personali”, sarebbero completamente superati, con conseguente “estinzione dello Stato”, ormai inutile; nonché a una certa sottovalutazione dei problemi umani “immediatamente naturali” (anche se socialmente e dunque culturalmente condizionati) come quello dell’inevitabilità del dolore e della morte.
Critica che mi sembra del tutto condivisibile, ma che, ripeto, già da tempo circolante fra i marxisti (oltre a Losurdo circa i residui di utopismo, mi riferisco anche al marxismo “leopardiano” di Sebastiano Timpanaro, in particolare circa l’ insuperabilità, ovviamente anche nel comunismo, dei limiti e delle contraddizioni naturali-biologiche — e non unicamente sociali — propri dell’uomo: dolore, malattie, morte.
Quanto al “determinismo” (o per meglio dire, secondo me, al “crollismo” e a varie forme di oggettivismo più o meno “fatalisticheggiante”; quella “determinismo-indeterminismo” ritengo propriamente sia una questione riguardante le scienze naturali, e che fra l’ altro sia molto più complessa e meno scontata di quanto non si illudano molti indeterministi (“quantistici alla Copenhagen” e/o “del paradigma della complessità”), penso che già da gran tempo il marxismo (o i marxismi) più avveduti e conseguenti (a partire almeno da quello di Lenin) l’ abbiano abbondantemente superata. Almeno sul piano strettamente teorico, poiché tra il dire e il fare.

L’idea di progresso

«Occorre riconoscere che la funzione civilizzatrice della società industriale si è esaurita. Nel Manifesto Marx esalta l’industria capitalista come un fattore di civilizzazione, di superamento del “cretinismo” della società contadina”. Il marxismo si propone di distruggere la forma capitalistica della civiltà industriale, ma ne vuole salvare i contenuti progressivi “deviati” dall’asservimento al profitto. Nemmeno i “nuovi movimenti” nati negli ultimi decenni del Novecento, malgrado i loro attestati di simpatia nei confronti delle comunità precapitalistiche, hanno prodotto una critica seria e approfondita del paradigma progressista. Per dirla in breve: né la teoria marxista né quella post marxista hanno elaborato una credibile alternativa alla civiltà capitalista». (Formenti e Romano)

Qui dissento completamente, e concordo invece con il Manifesto del ’48 e con molti altri testi di Marx e di Engels (e di altri marxisti).
La loro mi sembra una critica molto seria, argomentata e fondata, e la proposta di un’ alternativa credibilissima e realmente praticabile alla civiltà capitalistica.
Seria e credibile ed efficace fra l’ altro anche proprio per il fatto di non essere una moralistica “condanna assoluta” ma una critica realistica, che ne sa cogliere gli aspetti positivi quanto quelli negativi, del tutto aliena da atteggiamenti irrazionalmente e inefficacemente luddistici o variamente utopistici, questi sì dimostratisi da gran tempo superati (ma ancora ampiamente circolanti, dal momento che in ogni epoca le idee dominanti tendone ad essere le idee delle classi dominanti — L’ideologia tedesca.
Dissento dal concetto di “paradigma progressista” che non distinguendo fra forze produttive e rapporti di produzione fa di tutte le erbe un fascio, confondendo modernità e capitalismo e cadendo nell’hegeliana “notte in cui tutte le vacche sembrano nere”.

Il destino del capitalismo

«Il marxismo difetta d’una vera teoria politica. Solo rinunciando al dogma secondo cui la liberazione sarà l’esito finale dello scatenamento illimitato delle forze produttive ci si potrà assumere la responsabilità politica collettiva nell’allestimento di un mondo nuovo, ancorché precario e non del tutto “liberato”. Il marxismo deve riprendere confidenza con la dimensione “regolativa”, sia dal punto di vista analitico sia dal punto di vista normativo. Le errate profezie sulla fine spontanea del capitalismo provocata dalla caduta del saggio di profitto, sono frutto di una visione economicista che disconosce la creatività politico-regolativa con cui il capitalismo si è storicamente attrezzato. Lo si può sfidare solo se ci si pone all’altezza della sua creatività regolativa, altrimenti si continuerà a pensare ed agire su un piano differente – quello della “realtà” economica – che è pura astrazione, dove il concreto della regolazione non s’incontra mai». (Formenti e Romano)

Da questa critica dissento perché mi sembra una versione caricaturale del marxismo o comunque una critica pertinente solamente a vecchie e del tutto obsolete (oltre che “devianti”) accezioni “crolliste” del marxismo già da gran tempo superate.
Il che non significa che il capitalismo — ben diversamente da quanto effettivamente faccia oggi per lo meno gran parte delle organizzazioni che al marxismo variamente si ispirano — non va affrontato con adeguate analisi concrete delle situazioni concrete, che non ci si può certo limitare ad aspettare passivamente che una crisi rivoluzionaria cada dal cielo come la manna, limitandosi magari a fare della propaganda astratta e campata in aria e della “ginnastica rivoluzionaria” per trovarsi pronti all’ “ora X”, ma invece va costruita faticosamente, lottando anche per obiettivi parziali e realistici in modo da spostare sempre più in avanti i rapporti di forza nella lotta di classe, fino a determinarla attivamente e poi gestirla efficacemente (e che a questo scopo non si deve disdegnare di allearsi, se e quando utile, oculatamente e cum grano salis, anche con organizzazioni e partiti non rivoluzionari e non anticapitalistici; per esempio lottando anche per la distruzione delle istituzioni “europee” ed eventualmente anche per l’ uscita unilaterale da esse del nostro paese; del tutto analogamente a come i comunisti già fecero a suo tempo nel CLN.

Sulla scienza

«La scienza e la tecnologia in quanto tali (a prescindere cioè dal loro ruolo nella determinazione dei rapporti di forza fra le classi) non sono fattori progressivi. Al contrario Marx, ancorché consapevole che il capitale ne sfrutta la potenza per rendere schiavi i lavoratori, nutriva profonda ammirazione nei confronti di tali fattori (il “general intellect”) e i marxismi hanno rafforzato tale atteggiamento, fino ad assumere il raggiungimento di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive quale condizione imprescindibile del superamento del capitalismo. Restare fedeli a questo dogma (ampiamente smentito dalla storia, a partire dal fatto che tutte le rivoluzioni socialiste sono avvenute in paesi “arretrati”), appare oggi del tutto incomprensibile, ove si pensi che la rivoluzione digitale è oggi causa di un arretramento drammatico dei rapporti di forza delle classi subalterne». (Formenti e Romano)

Anche qui dissento completamente.
Non mi sembra affatto un dogma ampiamente smentito, ma casomai ampiamente confermato dalla storia, malgrado il fatto che le rivoluzioni socialiste vittoriose si sono finora verificate in paesi relativamente arretrati: le idee circolano, e la relazione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione non é semplicisticamente meccanica ma complessa, “dialettica”, ragion per cui lo sviluppo materiale (scientifico, tecnico, produttivo) in una parte del mondo può benissimo fortemente influenzare popolazioni che non lo vivono direttamente “in prima persona”.
Inoltre più in generale le condizioni oggettive, “materiali” del superamento del capitalismo non determinano automaticamente la vittoria della rivoluzione comunista, ma ne costituiscono solo le premesse necessarie e non sufficienti, ne fanno qualcosa di non inevitabile ma possibile, una aristotelica “potenzialità” che per tradursi in atto, per realizzarsi effettivamente richiede la maturazione di un’ adeguata coscienza di classe, socialista ed egemonica nel proletariato e nelle masse popolari sue potenziali alleate, fino a consentirne la vittoria rivoluzionaria nella lotta di classe (altrimenti mai scontata, a qualsivoglia grado di sviluppo oggettivamente raggiunto dalle forze produttive).
Non c’é nulla di strano (e men che meno di inconciliabile con un marxismo “classico” correttamente inteso) nel fatto che i fattori oggettivi e quelli soggettivi della lotta di classe e dello sviluppo storico non vadano (quasi mai “perfettamente”) di pari passo e che in certi casi i secondi siano sufficienti per vittorie rivoluzionarie in presenza di un minor avanzamento dei primi rispetto ad altre situazioni nelle quali le potenzialità oggettive pur più avanzate di per sé (considerate in astratto, a prescindere dai fattori soggettivi stessi) non sono in grado di attuarsi.
I rapporti di forza nella lotta di classe avanzano e arretrano continuamente in dipendenza da molteplici fattori, anche tecnici, come l’ attuale “rivoluzione digitale o informatica”, così come in generale la storia procede “a zigzag”, comprendendo anche fasi più o meno lunghe di più o meno grave decadenza, imbarbarimento, reazione: hic Rhodus, hic salta!

Contingenza e necessità

«Per il marxismo la rivoluzione è passaggio spontaneo dalla potenza all’atto, energia vitale che, dall’interno del mondo esistente, ne prefigura uno del tutto nuovo. Marx apprezzava Darwin perché descriveva il processo evolutivo delle specie viventi in termini di immanenza. L’inconsistenza di questa visione immanentista/evoluzionista applicata alla storia politica è certificata dal fallimento dei movimenti post operaisti, che ne hanno fatto un articolo di fede, rendendosi subalterni a una cultura liberista ben più attrezzata per agire su tale terreno, nella misura in cui esalta la potenza dei singoli, non come produttori e parte di un collettivo bensì come consumatori e fruitori di godimenti individuali. Serve al contrario rivendicare la centralità e l’autonomia del politico, di un pensiero che si apra alla contingenza e alla decisione, accettando il fatto che non esiste alcuna possibilità di previsione dei tempi e dei modi della transizione fra differenti epoche storiche, a causa dell’accidentalità e indecidibilità di un evento che si dà come rottura e non come processo». (Formenti e Romano)

Mi sembra di avere sostanzialmente già obiettato.
Questo é un marxismo gravemente malinteso e distorto (non solo post-operaista, che per parte mia conosco assai poco), ma già da gran tempo superato.
Concordo che 
«Serve al contrario rivendicare la centralità e l’autonomia del politico, di un pensiero che si apra alla contingenza e alla decisione, accettando il fatto che non esiste alcuna possibilità di previsione dei tempi e dei modi della transizione fra differenti epoche storiche [ma questo lo ritengo decisamente eccessivo: fra pretesa che non é mai stata dei marxisti più conseguenti! — di stilare “un calendario della storia futura”  — peggio ancora che pretendere di “stilare i menu delle osterie dell’ avvenire”! — ma da ciò a rinunciare a qualsiasi analisi, previsione e progetto razionale di cui servirsi nella lotta per il socialismo ce ne passa! Il marxismo é nato proprio come sforzo per dare solide basi teoriche razionali — e dunque non affatto “miracolistiche” o “profetiche” a questa lotta! Se si rinuncia a questo, allora si rinuncia al marxismo tout court!], a causa dell’accidentalità e indecidibilità di un evento, ma non capisco in che senso questo evento (transizione rivoluzionaria) si darebbe «come rottura e non come processo»: si tratta di una rottura rivoluzionaria che può procedere in qualche misura con fasi diverse e “a velocità variabile” a seconda delle concrete circostanze storiche che per l’ appunto si danno con inevitabili, e variabili, elementi di «contingenza», fra l’ altro in varia misura influenzati dalle «decisioni» delle masse in lotta e delle loro avanguardie politiche (o comunque — se il termine “avanguardia” non piace, componenti più conseguentemente coscienti e organizzate).

Nazioni e internazionalismo

«L’internazionalismo proletario nel senso che Marx attribuiva al termine nel Manifesto (“il proletariato non ha patria”) è anacronistico. Non solo perché lo stesso Marx ha successivamente problematizzato il concetto, affermando che la questione nazionale resta affare della borghesia solo fintanto che non diviene parte della questione sociale (vedere le sue tesi su Irlanda, India e colonialismo inglese). E non solo perché Lenin considerava le lotte di liberazione nazionale dei popoli coloniali come una componente strategica della lotta anticapitalista. Ma soprattutto perché, nell’attuale fase storica, in cui la deregolamentazione dei flussi di capitali, merci e forza lavoro è l’arma strategica della guerra di classe dall’altro che il capitalismo globalizzato e finanziarizzato conduce contro il proletariato mondiale, la riconquista della sovranità nazionale è l’unica condizione che può consentire alle classi subalterne di riconquistare spazi democratici di contrattazione con l’avversario. Alla vecchia concezione dell’internazionalismo, oggi degradata a un cosmopolitismo borghese complice del liberismo, occorre contrapporre un internazionalismo concepito come solidarietà fra nazioni e popoli in lotta che si riconoscono reciprocamente pari dignità». (Formenti e Romano)

Quella qui stigmatizzata é proprio una ben “vecchia [e superatissima] concezione dell’internazionalismo”, come anche voi rilevate, fin dai tempi di Lenin e prima ancora di Marx stesso (per non parlare dei comunisti nella resistenza anti-nazifascista).
Il cosmopolitismo reazionario dei nemici del popolo del PD e partitucoli satelliti con l’ internazionalismo proletario non ha proprio nulla a che vedere!
E ritengo profondamente errato, foriero di confusione e dannoso accreditare una simile mostruosa confusione e pretendere di “sviluppare” e “correggere” come fosse un inesistente “(psudo-) internazionalismo proletario” un siffatto cosmopolitismo reazionario.

Profetismo e scienza

«Il marxismo non si è mai compiutamente sbarazzato delle sue incrostazioni profetico religiose (le socialdemocrazie non lo hanno secolarizzato: si sono convertite alla religione liberista). Non a caso, la Chiesa ha riconosciuto fin da subito nel marxismo un concorrente che offriva all’umanità un annuncio di salvezza alternativo. Il proletariato è una figura messianica, cristologica, e il processo storico viene caricato di provvidenzialità escatologica. Il paradosso è che a fare del marxismo una sorta di religione non è una concezione trascendentalista del mondo e della storia, ma al contrario un immanentismo che si esprime tanto nella rappresentazione del Soggetto rivoluzionario quanto nella descrizione della transizione dal capitalismo al socialismo». (Formenti e Romano)

Anche questa del marxismo mi sembra solo una mera deformazione caricaturale.
Il marxismo si é autodefinito fin dall’ inizio “socialismo scientifico”; può essere caduto talora in alcuni suoi cultori in eccessi di ottimismo della volontà e in atteggiamenti “messianici” (errare humanum est!), ma non ha assolutamente mai vagheggiato fideistiche, e meno o più che naturali o provvidenzialistiche (=religiose) transizioni dal capitalismo al socialismo e relativi soggetti rivoluzionari, ma solo tentativi il più possibile razionalmente fondati su una considerazione sobriamente realistica dello stato di cose presenti.

Il soggetto rivoluzionario

«Il marxismo non ha mai sciolto il nodo se il soggetto rivoluzionario sia il prodotto “oggettivo” del sistema economico o se sia in qualche modo eccedente rispetto ad esso. In Marx sono presenti entrambe le alternative, mentre i marxismi hanno imboccato strade diverse. Per gli operaisti non esiste distinzione fra politica ed economia, la politica sta nella produzione e non nell’istituzione e questo vale anche quando la fabbrica non è più il terreno privilegiato della lotta di classe (i post operaisti affrontano questa mutazione “fabbrichizzando” il sociale). I leninisti dogmatici restano invece ancorati alla visione del partito come istituzione che insuffla dall’esterno la coscienza rivoluzionaria in un soggetto altrimenti destinato a restare pura virtualità, incapace di tradursi in atto. Entrambe queste soluzioni vanno superate prendendo atto che il capitale, ancorché pervasivo, non ingloba tutto: convive con forme sociali eterogenee e con soggettività antagoniste diverse dal proletariato. Non esiste il soggetto rivoluzionario, esiste la possibilità di costruire – in condizioni storiche concrete date di volta in volta – blocchi sociali in grado di svolgere tale ruolo (per questo Gramsci è oggi l’unico teorico marxista realmente attuale)». (Formenti e Romano)

Quanto qui si dice dei “leninisti dogmatici” (pseudoconcetto autocontraddittorio!) mi sembra una mera caricatura malevola.
A me sembra spettacolarmente eclatante il fatto che fatti storici empiricamente constatabili confermano continuamente che “l’ ideologia spontanea dei proletari é l’ ideologia borghese” e che “spontaneamente i lavoratori tendono ad assumere atteggiamenti tradeunionisti” (Lenin, Che fare). E che la coscienza di classe proletaria non nasce spontaneamente nel proletariato stesso ma necessita di esservi coltivata sulla base di una profonda conoscenza e sviluppo creativo delle conquiste più elevate della più avanzata cultura della modernità (di fatto borghese, per lo meno fino alla prima metà XIX secolo).
Anzi, la storia del XX secolo e successiva ci dice che le masse lavoratrici, se non adeguatamente guidate da gruppi dirigenti e intellettuali organici preparati e all’ altezza della situazione (evito il termine “avanguardie” perché temo non vi faccia una buona impressione), possono perfino cadere preda dei peggiori movimenti reazionari e fascisti.
La possibilità di costruire – in condizioni storiche concrete date di volta in volta – blocchi sociali in grado di svolgere tale ruolo non può prescindere dalle condizioni economiche di classe dei potenziali costituenti il blocco stesso, che non possono certamente essere borghesi capitalistiche, che possono e devono eccedere il proletariato e comprendere anche produttori autonomi (piccola borghesia, “professionisti”, “artigiani” -autentici- e in certi casi e per certe fasi anche piccoli imprenditori capitalistici, come sostenuto anche da Gramsci, che di certo non ha mai affermato che non esisterebbe (tanto meno: “certo”!) il soggetto rivoluzionario e che si possano e si debbano costruire di volta in volta generici “blocchi sociali”, di volta in volta diversi nella totale indifferenza verso la natura di classe dei loro componenti. Dico questo non perché mi interessi minimamente una qualsiasi acritica “fedeltà” a Gramsci (né a Marx, a Engels, Lenin o chiunque altro…), ma soltanto perché mi sembra giusto quanto da lui effettivamente sostenuto e profondamente sbagliato quanto da voi attribuitogli.

Scienza, tecnica forze produttive

«Il marxismo incorpora l’illimitatezza borghese. La religione della crescita. Ripristinare un senso del limite non è solo un’opzione etica per salvare la capacità di carico del pianeta. Il limite ha a che fare col valore: disconoscendolo, è il valore della ri-appropriazione (al netto delle critiche già sopra esposte) a venir meno». (Formenti e Romano)

Qui concordo (salvo non comprendere il riferimento al ”valore”).
Né Marx, né Engels hanno mai preteso di essere profeti infallibili.
Come tutti i loro contemporanei (compreso Malthus, a mio parere), non avevano e non potevano avere una chiara e corretta coscienza di quanto é divenuto evidente circa dalla metà del XX secolo, e cioè della limitatezza non solo “teorica” ma anche “pratica” delle risorse naturali realisticamente (e non fantascientificamente; o meglio: positivisticamente – scientisticamente) disponibili per le produzioni e consumi umani (limiti che fino ad allora “con buona approssimazione” potevano essere ignorati e che nessuno intendeva correttamente, nemmeno Malthus, nemmeno i luddisti e i “laudatores temporis actis”).
Questo fatto impone una “ridefinizione concettuale” nell’ ambito delle teorie marxiste (fatto del tutto fisiologico, tanto nelle scienze naturali -vedi la ridefinizione einstainiana dello spazio-tempo piuttosto che lo spazio e il tempo nonché della gravità rispetto alla fisica newtoniana- quanto nelle scienze umane).
Come le osservazioni disponibili al volgere del XX secolo hanno imposto alla scienza fisica di correggere i fondamentali concetti newtoniani “classici” di spazio, tempo e gravitazione, così l’ attuale evidenza e consapevolezza dei limiti delle risorse naturali impone alla scienza umana marxista (il “socialismo scientifico”!) di corregger il fondamentale concetto marxista “classico” di sviluppo delle forze produttive. Che prima appariva concepibile come (fra l’ altro, anche) aumento quantitativo illimitato di produzioni e consumi di beni e servizi (sempre necessitanti, anche nei casi impropriamente -e ideologicamente, scientisticamente- detti “immateriali”, di supporti e componenti materialissimi), mentre oggi non può che essere inteso, in quanto tendenzialmente illimitato (salvo gli ineludibili “vincoli naturali” della vita umana individuale e di specie ben noti al “marxista leopardiano” Timpanaro!) in senso qualitativo: progresso illimitato delle conoscenze (scientifiche teoriche, filosofiche, ecc.), delle arti, dell’ etica, ecc. ma non delle applicazioni tecniche della scienza e delle trasformazioni materiali della natura.



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2 pensieri su “IN DIFESA DEL MARXISMO di Giulio Bonali”

  1. Anonimo dice:

    Caro Giulio, il piu' grande pensatore che ha veramente decostruito il marxismo o i marxismi e' stato Costanzo Preve. Ci ha davvero aperto gli occhi sui limiti e gli aspetti fallimentari della teoria marxista che lui definiva una quasi religione e una pseudo scienza. Non finiro' mai di ringraziarlo perche' ci ha liberato dal fardello di una ideologia nel senso gramsciano del termine che se fosse rimasta tale, come ancora qualcuno la professa, mi riferisco agli ingraiani ed ai negriani, veramente non ci sarebbero state piu' speranze per rinnovarla e riadattarla alla realta' in continuo mutamento.

  2. Anonimo dice:

    E' una discussione interessante, che spero prosegua. Su alcuni punti sono d'accordo con le obiezioni dell'autore (per esempio riguardo l'internazionalismo); su altri molto meno, in particolare riguardo il progressismo: è proprio la distinzione tra forze produttive e rapporti di produzione che rischia di sottovalutare quanto le forze di produzione siano profondamente funzionali ai rapporti di produzione capitalistici e quanto poco credibilmente si prestino a fungere da trampolino per un suo superamento. Qui mi pare ci sia un non piccolo elemento di utopismo nel pensiero marxiano (già denunciato più volte, dalla Weil a Castoriadis), che ha condotto a giudizi molto discutibili (come quello, caricaturale, sul luddismo: i luddisti erano perfettamente in grado di distinguere fra tecnologia e suo impiego a scopo di sfruttamento: vedi le indicazioni contenute nel bel libro di David Noble, Progress without people), fino a vere proprie forme di subalternità al progressismo borghese. Non credo che passi come la polemica contro Sismondi contenuta nel secondo volume delle Teorie sul plusvalore possano oggi essere letti senza una certa inquietudine…

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