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FULL METAL JACKET E L’OPERAZIONE COVID di David Monticelli

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Il film Full Metal Jacket è letterale e metaforico al tempo stesso: letterale perché descrive un campo di addestramento dei marines in preparazione del loro invio in Vietnam e i metodi attraverso cui le identità dei giovani militari vengono represse e umiliate fino all’obbiettivo ultimo del loro sradicamento per ottenere l’ubbidienza che l’esercito necessita in guerra; metaforico perché ci parla degli analoghi meccanismi che i detentori del potere nelle società umane da sempre (o almeno da qualche secolo) cercano di esercitare nei confronti dei popoli.

Nel drammatico periodo storico che stiamo vivendo, iniziato nel marzo 2020, in cui i popoli e in particolare quello italiano stanno subendo un’aggressione capillare e pervasiva alle proprie vite e ai propri diritti attraverso il tentativo di instaurazione di un neo-totalitarismo basato sull’emergenzialismo, il messaggio di Full Metal Jacket è estremamente attuale. Il terrore su scala globale, innescato da quella che possiamo definire una vera e propria Operazione Covid, (cioè la strumentalizzazione biopolitica del virus Sars-Cov-2), fornisce la giustificazione per aprire la strada al Grande Reset, un pianificato sconvolgimento economico, politico e sociale che punta all’impoverimento di milioni di lavoratori e delle loro famiglie tentando di possedere pressoché letteralmente le loro menti e i loro corpi.

La rasatura delle reclute sulle note di “Hello Vietnam”

E’ proprio il possesso dei corpi delle giovani reclute infatti il primo obiettivo del campo di addestramento. Neanche il tempo di iniziare e subito il film incalza lo spettatore con la sequenza del taglio dei capelli. Sulle note suadenti e sulla retorica patriottico-militarista di “Hello Vietnam” di Johnny Wright (a metà tra il country e la musica hawaiana) le folte chiome delle reclute cadono con velocità impressionante a causa della rasatura con la macchinetta per tagliare i capelli usata con maestria dal barbiere militare.

L’effetto è brutale: lo spettatore, come la recluta, viene catapultato subito in un nuovo contesto autoritario e totalizzante. Il primo passo è tagliare a tutti i capelli a zero, cancellare ogni precedente identità, appiattire in un’omologazione spersonalizzante e indistinta quei giovani. Si mira così a creare tra loro uno spirito di corpo coatto, non basato sull’interazione delle loro rispettive personalità in vista di un libero affiatamento, ma fondata sull’ubbidienza a regole assurde e arbitrarie di fronte alle quali ogni personalità, ogni umana intelligenza, ogni senso critico e pratico devono categoricamente abdicare. Il parallelismo con l’utilizzo delle mascherine mediche nell’emergenza pandemica è evidente: ogni individualità, ogni personalità, ogni identità devono essere cancellate da un dispositivo la cui efficacia sanitaria è pari a zero, ma il cui vero obiettivo è quello di omologare tutti in un’unica massa senza volto, umiliata nella forma della propria costrizione (qualcuno parla giustamente di museruola), dirompente simbolo di perdita di libertà non fosse altro che per l’intralcio ad una delle funzioni primarie dell’organismo: la respirazione. Ebbene sì, i metodi scientemente sperimentati e utilizzati sono gli stessi, come pure gli obiettivi che in entrambi i casi si vogliono raggiungere.

Il sergente Hartman e il soldato Joker

Nella successiva sequenza in cui viene introdotto il personaggio del sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), ci prova la recluta “Jocker” (Matthew Modine) a ridicolizzare, com’è giusto che sia, le assurde prescrizioni del sottufficiale attraverso una battuta pronunciata di nascosto, ma subito la violenza del “sistema”, rappresentata da un pugno assestatogli nello stomaco dal sergente stesso, lo obbliga ad allinearsi.

L’altro personaggio che esercita il suo pensiero critico e che non riesce a distogliersi dalla vera normalità (non la “nuova normalità” che vorrebbero imporci le élite mondialiste e che ricorda molto il set di regole abusive e repressive del campo di addestramento) è il soldato Lawrence, “Palla di lardo” (Vincent D’Onofrio). Di fronte al monologo irrefrenabile del sergente Hartman e ai suoi pittoreschi sproloqui, Leonard Lawrence non riesce a non sorridere. Anche in questo caso la risposta repressiva e violenta del “sistema” non si fa attendere, ma con una sfumatura che è degna della nostra massima attenzione e che sottolinea il genio del regista Stanley Kubrik.

Il sergente Hartman non sopporta il sorriso di “Palla di lardo” e decide di punirlo strangolandolo per alcuni secondi. Tuttavia, egli pretende che sia la recluta ad inginocchiarsi e ad “autostrangolarsi” buttando il peso del suo corpo sopra la mano del sergente che rimane ferma a ghermirgli il collo. La sottigliezza della pretesa filosofica della forma di violenza di questa scena è portentosa: il potere non si accontenta di esercitare la violenza sull’individuo, pretende che sia egli stesso ad autoinfliggersela e ad accettarla. Pretende che la sottomissione al potere e al suo arbitrio violento, sia interiorizzata e considerata naturale dalle stesse vittime. E anche questo è un fenomenale tentativo di controllo totalizzante degli individui: non solo siate oppressi, ma siate accondiscendenti nel farvi opprimere perché è nella natura delle cose! In questa pretesa si addensa l’assurda ipocrisia delle classi dominanti e la loro farneticante autoconvinzione di superiorità nei confronti degli altri esseri umani.

Non può qui non venire in mente il finale del romanzo distopico 1984 di George Orwell in cui si svolge un confronto dialettico tra il protagonista Winston e il capo della psicopolizia O’Brien. Quest’ultimo, durante un interrogatorio in cui tortura Winston, pretende che questi dichiari che le 4 dita che O’Brien gli sta mostrando, siano 5. Non solo pretende che lo dichiari: pretende che lo ammetta, che lo creda veramente. La violenza della tortura passa in secondo piano nelle intenzioni dell’autore: ciò che si sottolinea invece è che il regime distopico del partito del Grande Fratello, alla violenza di fondo che pratica quotidianamente, aggiunge la violenza subdola dell’estorsione di un consenso “volontario”  alla propria narrazione della “normalità”, consenso volontario che – esattamente come nella scena dell’autostrangolamento in Full Metal Jacket il sergente Hartman pretende dalle sue reclute – nel romanzo di Orwell il partito pretende dai propri “bravi cittadini”. L’ostinazione con cui Winston, nonostante si sforzi, riesce a vedere solo 4 dita e non 5 è inammissibile per il regime[1]: si tratta di una mancanza molto grave definita psicoreato, cioè l’aver soltanto pensato qualcosa di diverso dal pensiero unico dominante pur non avendo commesso niente di illegale.

E anche qui è evidente il parallelismo che stiamo vivendo nei nostri giorni altrettanto assurdi e distopici: il governo pretende che i cittadini accettino con fede cieca la sua narrazione dominante. La vaccinazione è il dogma, il bene assoluto, l’unica soluzione. Cure domiciliari? Ma quando mai! Non c’è alternativa. Ricordate il T.I.N.A. (There Is No Alternative) di Margaret Thatcher? Perché è l’unica soluzione? Perché lo dice il governo e la cerchia di presunti professionisti di cui si circonda, ma in realtà perché esso ubbidisce ai diktat delle oligarchie finanziarie transnazionali in tema di politiche di distruzione della sanità pubblica, farmaci sperimentali e vaccinazioni di massa. E allora con la scusa dell’emergenza sanitaria, mediante l’obbligo del green pass ricatta tutti quei cittadini che intendono invece esercitare la libera scelta di non vaccinarsi. Una capillare sorveglianza informatica degli individui e l’agghiacciante Sistema di Credito Sociale già in vigore in Cina sono il vero obiettivo del lasciapassare verde, ma lo si dissimula spacciando come virtù morale del governo la persecuzione di quei cittadini cui nega il diritto al lavoro, allo studio e quindi di fatto il loro diritto al sostentamento e ad una vita dignitosa. Ipocritamente, però, questa violenza brutale e diretta si ferma in un punto in cui è il cittadino ad essere messo nella condizione di doverla accettare “liberamente”, di dover affermare di averla ufficialmente interiorizzata e condivisa, assumendosi la responsabilità di rilasciare il proprio “consenso informato”, scaricando il governo dalle conseguenze legali delle sue azioni coercitive. Si estorce così il consenso ad un’ennesima prassi arbitraria, al novello pensiero unico tecno-sanitario che pretende di inoculare un vaccino che non impedisce la trasmissione del virus e dunque non ha alcuna logica quale misura di salute pubblica (per quanto comunque tale presunta logica dovrebbe essere oggetto di un dibattito approfondito e non capzioso, che non lasci mai il solco entro cui è categoricamente proibito travalicare i diritti umani e i trattati internazionali sull’inviolabilità del corpo). Ancora una volta, come si vede, la questione è impossessarsi di corpi e di menti, e non altro.

La scena del pestaggio di “Palla di lardo”

Infine, la vetta della denuncia politica di Kubrik al potere e ai suoi meccanismi di controllo e manipolazione, viene raggiunta nella scena del pestaggio di “Palla di Lardo” da parte dei suoi commilitoni. Il sergente Hartman impone la sua “normalità” di regole assurde e repressive, ma “Palla di lardo” non riesce ad adattarsi: consapevolmente o meno egli è un dissidente, un ribelle. La strategia di Hartman allora cambia: intensifica le vessazioni e le punizioni nei confronti delle altre reclute incolpando di ciò il soldato Lawrence e le sue “mancanze”. I compagni cercano di resistere e di solidarizzare con lui, ma alla fine cedono alla narrazione dominante. Nella loro mente scompare il vero motivo delle vessazioni e cioè l’azione violenta di un’autorità che cerca di imporsi su di loro con la coercizione e appare una nuova verità: la colpa non è dell’autorità, ma è di qualcuno che non vuole ubbidire e che sta mettendo tutti nei guai. La menzogna fabbricata appositamente dall’autorità stessa appare improvvisamente vera.

Nasce così una sacra alleanza tra il carnefice e le sue vittime, (o almeno la maggioranza di esse), tra chi ordisce il totalitarismo e chi lo subisce fornendo inconsapevolmente la base di consenso senza cui il regime non riuscirebbe mai ad instaurarsi. E’ scontato il riferimento agli innumerevoli casi storici del passato e agli studi sui totalitarsimi, in particolare all’esperimento di Stanley Milgram sull’ubbidienza o ai saggi di René Girard sulle vittime sacrificali e il capro espiatorio sociale. Del resto è la collaudata strategia degli antichi romani: divide et impera. La guerra tra poveri è servita! Le classi dominanti distolgono l’attenzione sulle loro precise responsabilità, mettendo i cittadini gli uni contro gli altri nell’inevitabile sfogo delle tensioni causate dalle politiche scellerate che loro stesse hanno architettato. Si scarica su una minoranza, su un capro espiatorio, la colpa delle deliberate scelte distruttive di queste oligarchie finalizzate ovviamente ad accrescere profitti e potere a discapito di masse popolari che devono essere impoverite sempre più.

Tracciando un ultimo parallelismo tra il film e l’Operazione Covid, il regime totalitario della “nuova normalità” aveva già predisposto la disumana realtà denominata “crisi pandemica”. Si è dato da fare per scatenare una guerra civile non dichiarata ai danni del popolo italiano fatta di orrori sociali sempre più inauditi, impensabili fino a pochi mesi fa, utilizzando le bocche da fuoco di un apparato bellico di propaganda e di manipolazione mediatica senza precedenti. In questi giorni si ventila l’idea di nuove zone colorate e lockdown punitivi, perfettamente inutili dal punto di vista sanitario come ampiamente dimostrato, ma utili ad incolpare qualcuno non allineato al pensiero unico e a seminare odio sociale, esattamente come le arbitrarie punizioni del sergente Hartman servivano a far odiare alle reclute il concetto stesso di dissenso e ad assicurarsi ubbidienza. E così una cloaca di mercenari della politica, della scienza, dell’economia, della comunicazione, della cultura, dello sport e dello spettacolo ci viene a raccontare che la colpa non è di chi ha pianificato da tempo questa folle aggressione al genere umano, ma è dei nuovi infedeli contro cui scagliano rabbiosi le parole d’ordine della loro guerra santa. Ma questi cittadini che vengono da loro spregiativamente etichettati “NO VAX” sono invece i consapevoli detentori del riscatto del nostro popolo: nel rispetto della democrazia e della Costituzione hanno il coraggio di dissentire e di opporsi a questo disegno disumano e inaccettabile che vorrebbe opprimerci tutti.

[1]   Si veda sul tema il magistrale cortometraggio “Two & Two” del regista iraniano Babak Anvari https://www.youtube.com/watch?v=EHAuGA7gqFU

Fonte: liberiamolitalia.org

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