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GAZA: CESSATE IL FUOCO, ORA! di Giuliana Sciaboni

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Centoventicinque giorni di orrore puro, bombardamenti incessanti, abitazioni e infrastrutture rase al suolo, corpi straziati, famiglie completamente cancellate, migliaia di sfollati, orfani, feriti, amputati. Arriverà la tregua e infine il cessate il fuoco permanente per Gaza?

Se ne parla da giorni. Da giorni sono in corso le trattative, mediate dal Qatar e dall’Egitto, per un piano per il cessate il fuoco. La settimana scorsa sembrava che finalmente si fosse arrivati a un dunque, giovedì 1 febbraio i giornalisti palestinesi avevano diffuso, con post sui social, l’informazione che il portavoce del Ministro degli Esteri del Qatar aveva affermato che Israele aveva accettato il piano; erano seguiti video che mostravano l’esplosione di gioia delle persone sfollate nei campi profughi e negli ospedali, ma l’entusiasmo è stato presto smorzato perché è finito tutto in un nulla di fatto.

Martedì 6 febbraio, alcuni giornalisti palestinesi hanno annunciato di nuovo che sarebbe stata accettata da Hamas una proposta di tregua. Secondo l’agenzia di stampa “Reuters”, notizia di stamattina, mercoledì 7 febbraio, Hamas avrebbe proposto un piano per la sospensione dei combattimenti per quattro mesi e mezzo, 135 giorni, durante i quali tutti gli ostaggi israeliani dovrebbero essere liberati, Israele dovrebbe rilasciare 1.500 detenuti palestinesi e ritirare le sue truppe dalla Striscia di Gaza, e si dovrebbe raggiungere un accordo sulla fine della guerra.

Secondo una bozza di documento visionata da “Reuters”, la controproposta di Hamas prevederebbe tre fasi di tregua, della durata di 45 giorni ciascuna; durante la tregua, prima della liberazione degli ultimi ostaggi, dovrebbe essere concordata la fine della guerra. “Reuters” riporta, però, che non c’è stata alcuna risposta pubblica immediata da parte di Israele, mentre secondo l’emittente televisiva israeliana “Kan”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe dato il suo ok al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza senza informare il gabinetto di guerra.

Intanto, nel tentativo di raggiungere una tregua prolungata, dopo aver incontrato i leader dei mediatori Qatar ed Egitto, il Segretario di Stato americano Antony Blinken è arrivato nella notte a Israele per incontrare Netanyahu.

E mentre si aspetta ancora sia la tregua sia il cessate il fuoco permanente, Israele continua a bombardare incessantemente la popolazione civile palestinese, provocando una moltitudine di cadaveri e di superstiti feriti nel corpo e nell’animo, tra cui migliaia di bambini e persone con arti amputati e traumi irreparabili. Immagini che non si riescono a guardare né a condividere, straziano l’anima.

Negli ultimi giorni l’IDF (Israel Defense Forces) ha continuato a colpire senza pausa la città di Dayr al-Balah, il campo profughi di Nuseirat e la città di Khan Yunis. Ha colpito anche Rafah, a sud di Gaza, la ‘zona sicura’ verso cui sono state fatte sfollare migliaia di persone. E gli USA hanno colpito Siria, Iraq e Yemen.

Intanto lunedì 5 febbraio sono arrivati in Italia da Gaza, a bordo della Nave Vulcano della Marina Militare italiana, 14 bambini feriti insieme ai loro accompagnatori, 62 persone in totale, per essere curati nelle strutture ospedaliere italiane. Sessantadue persone in tutto, di cui 14 bambini, quando, stando ad “Euro-Med Human Rights Monitor”, ad ora: più di 35.000 persone sono state uccise, di cui oltre 13.600 bambini, e più di 67.000 persone sono state ferite.

Altra notizia sconcertante, Julia Sebutinde, l’unico giudice che si è opposta all’imposizione di misure umanitarie contro Israele perché, a suo parere, non ci sarebbe “intento genocida”, è stata eletta vice-presidente della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) per tre anni, Corte che, il mese scorso, ha esaminato l’istanza di genocidio presentata dal Sud Africa contro Israele e il 26 gennaio si è espressa con un provvedimento d’urgenza, dal valore meramente politico: ha accertato sufficienti indizi per approfondire l’istruttoria sul reato di genocidio, ma non ha intimato alle parti di cessare le ostilità.

Una nota positiva è che al giornalista Motaz Azaiza, che per 107 giorni ha testimoniato la situazione dei civili a Gaza rischiando la propria vita e che infine si è deciso a lasciare la Palestina e ora si trova in Qatar, è stata dedicata la copertina della rivista “GQ Middle Est”, una delle più importanti al mondo, in quanto selezionato come “2023 man of the year” (uomo dell’anno). E il giornalista di Al Jazeera Wael Dahdouh, che ultimamente ha perso anche sua madre e un figlio, oltre a numerosi altri membri della famiglia precedentemente, e si trova in Qatar per cure mediche, è stato premiato dalla “Kerala Media Academy” come “Media Person of the Year”.

Loro, e gli altri giornalisti che mettono a repentaglio quotidianamente la propria vita per documentare e far vedere al mondo la strage e il genocidio in atto, così come i medici e gli infermieri a Gaza, che, nella scarsità o addirittura assenza di farmaci e dispositivi medici, stanno compiendo miracoli per curare i malati e soccorrere i feriti estratti dalle macerie, cucire le ferite mostruose lasciate dai bombardamenti, amputare arti senza anestesia, assistere le donne nel parto e far nascere bambini, loro sono i veri eroi di oggi.

Come i bambini palestinesi, che sopportano tutto questo orrore e questo dolore, nell’ingiustizia di un mondo che prova empatia e compassione e si scandalizza in mondo diverso davanti alla morte di un bambino occidentale e a quella di migliaia di non occidentali. A loro andrebbe il Premio Nobel, se fosse un premio serio e giusto.

Mentre tutte, o quasi, le Istituzioni occidentali – perché la popolazione è un’altra cosa – tacciono davanti al genocidio dei palestinesi, continuano a finanziare Israele – le guerre finirebbero presto se non ci fossero dietro dei finanziatori che traggono vantaggi economici dall’industria bellica – e si guardano bene da imporgli sanzioni, come invece avevano fatto repentinamente nel caso della Russia, fortunatamente anche da noi qualche voce dissonante, qualcuno ancora umano, c’è.

Come gli 800 funzionari pubblici americani ed europei in servizio attivo che hanno firmato una lettera aperta indirizzata alle rispettive cancellerie per denunciare, come riferisce Ansa, “sia le gravi violazioni del diritto internazionale imputate alla risposta militare scatenata da Israele contro la Striscia di Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, sia la complicità attribuita all’Occidente nella realizzazione di una delle più gravi catastrofi umanitarie del secolo, fino a potenziali scenari di pulizia etnica o genocidio”. Sempre Ansa riporta che i firmatari restano per ora anonimi, ma a certificare l’autenticità del testo sono media del calibro della Bbc, nel Regno Unito, e del New York Times, negli Usa.

O, per restringere il campo all’Italia, come il cantante rapper Dargen D’Amico che nella serata d’apertura del 74° Festival di Sanremo, ha avuto il coraggio di lanciare un messaggio dal palco dell’Ariston a favore del cessate il fuoco a Gaza. Dopo il rapper Ghali, che nel brano “Casa mia”, in particolare nel verso “bombardate un ospedale per un pezzo di terra o per un pezzo di pane”, ha fatto un accenno in generale alla guerra – e a me piace pensare abbia voluto riferirsi anche lui, seppur velatamente, a Gaza -, Dargen si è esibito con il suo pezzo dance “Onda Alta”, dedicandolo alla sua “cuginetta Marta che adesso è a studiare a Malta”, e ha detto: “Ha avuto questa grande fortuna. Non tutti i bambini hanno questa fortuna. Nel Mar Mediterraneo in questo momento ci sono bambini sotto le bombe, senza acqua, senza cibo. E in questo momento il nostro silenzio è corresponsabilità. La storia, Dio, non accettano la scena muta. Cessate il fuoco”.

Standing ovation per lui. Lo ringraziamo per aver avuto il coraggio di dirlo e per essersi unito all’appello per il cessate il fuoco che da mesi sta attraversando il mondo.

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