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PER UNA VERA MEMORIA di Nello De Bellis

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10 febbraio: la “Giornata del ricordo” tra rimozione e decontestualizzazione.

Brevi note di orientamento

La data del 6 aprile 1941 non dice molto alla memoria collettiva italiana, ma è impressa indelebilmente in quella dei popoli balcanici dell’ex Jugoslavia. Essa coincide col terrificante bombardamento di Belgrado effettuato dalla Luftwaffe tedesca, che così iniziò l’operazione Castigo decisa da Hitler a causa dell’improvvisa defezione della Jugoslavia dal Patto Tripartito.

E non bastarono le note di una malinconica canzone diffusa da Radio Belgrado occupata dai Tedeschi a dare un volto umano agli occupanti: Lilì Marlene. L’estensione del conflitto al regno jugoslavo si era resa necessaria per controbilanciare la presenza militare britannica in appoggio alla Grecia nella penisola balcanica, dopo l’improvvida e velleitaria invasione italiana voluta da Mussolini (“Spezzeremo le reni della Grecia!”)  e per preparare il terreno alla imminente operazione Barbarossa di invasione dell’URSS.

Una volta liquidata, grazie al massiccio intervento tedesco, la resistenza greca, l’Italia si associò ai Tedeschi nell’occupazione e spartizione della penisola balcanica. Vecchie direttrici espansionistiche che avevano da sempre contrapposto l’Italia all’Austria prima, e alla Germania poi, nel teatro balcanico riemergevano, pur sordamente comprese, nella crescente subordinazione italiana al più forte alleato dell’Asse.

Il 18 maggio 1941 furono siglati gli “Accordi di Roma”. Il “Poglavnik” croato Ante Pavelic’, capo dei temibili “ustascia”, riconosceva all’Italia il possesso per 25 anni del litorale croato, comprese le isole di Arbe e Veglia. Il 5 maggio l’Italia aveva già annesso la zona sud-occidentale della Slovenia, con Lubiana al suo margine, mentre il Reich aveva incorporato i due terzi del paese con programmi di germanizzazione intensiva.

Il nuovo Stato croato gravitava formalmente sull’Italia, ma erano i Tedeschi ad esercitare il dominio effettivo, esteso ufficialmente a tutta la Serbia. Le fasce occupate dall’Italia comprendevano, oltre le Alpi dinariche, parte della Bosnia-Erzegovina, l’intero Montenegro, parte del Kossovo e la Macedonia occidentale.

Proprio nelle zone occupate dagli Italiani, al di là del tentativo di costituire una compagine unitaria, riemersero lotte nazionali, politiche e religiose tra le varie etnie costituenti il mosaico balcanico. Le autorità militari e  le gerarchie fasciste appoggiando in Slovenia la Guardia bianca, il movimento ustascia in  Croazia  (con cui esisteva da tempo un forte rapporto di collaborazione con basi di addestramento in Toscana fin dagli anni Trenta), in Dalmazia i gruppi irredentisti italiani  e nel Kossovo la minoranza albanese, furono coinvolte nelle lotte locali e le fomentarono con l’unico risultato di alimentare la rivolta delle popolazioni slave che fu poi catalizzata dalla guerriglia partigiana in uno scenario di guerra civile generalizzata.

In Croazia e in Kossovo- Methoija le autorità italiane avallarono le stragi compiute dal movimento di Pavelic’ e dalle bande armate albanesi contro le popolazioni serbe ortodosse. In Montenegro una ribellione scoppiata nel luglio contro le mire annessioniste favorite da Ciano e appoggiate da Casa Savoia (che considerava il Montenegro “affare di famiglia”, per la provenienza della regina Elena) fu repressa dal generale Pirzio Biroli con incendio di villaggi ed esecuzioni di massa. Più a Nord, nelle province annesse formalmente all’Italia, furono stabiliti tribunali di guerra, trasformati in ottobre in tribunale speciale per la Dalmazia col compito di prevenire e reprimere la lotta di liberazione che si andava estendendo.

Distruzione di villaggi, stragi di civili e internamenti furono la norma un po’ ovunque e con l’inizio della guerra alla Russia la situazione peggiorò ulteriormente. La responsabilità dello sterminio di Serbi, comunisti, ebrei era condivisa del resto dalle stesse autorità di Zagabria, complici delle atrocità degli Ustascia. In effetti il regime clerico-fascista croato, sotto gli occhi degli Italiani, con la più prudente complicità tedesca e il silenzio del Vaticano, perseguiva con il coinvolgimento del clero cattolico locale lo sterminio della popolazione serba a nord della Drina con metodi raccapriccianti (che suscitarono persino la costernazione della Gestapo!) con spirito di crociata che richiamava per un triste paradosso le carneficine turche contro i cristiani.

A tutto ciò si aggiunse un tentativo di “italianizzazione” delle nuove province con lo scioglimento e il rinnovo di tutte le amministrazioni locali, la costituzione del Partito fascista, l’introduzione della lingua italiana nelle scuole e la stampa di testi bilingui di storia, geografia e cultura fascista. Infine, con l’acutizzarsi della situazione bellica nel primo semestre del 1942 nella Slovenia controllata dall’Italia furono internate 67.000 persone, pari al 20% della popolazione di 360.000 abitanti.

Questo, in breve, il contesto storico da cui scaturì il risentimento anti-italiano della Resistenza jugoslava nel periodo 1943-45. E’ in questo ambito che va inquadrata la questione delle foibe e l’esodo dall’Istria dei residenti italiani, per una corretta conservazione della memoria e per la coscienza civile del nostro Paese.

3 pensieri su “PER UNA VERA MEMORIA di Nello De Bellis”

  1. grimo dice:

    A MATTARELLA E A TANTI PENNIVENDOLI NON FAR SAPERE…
    che la foiba di Basovizza non è una foiba ma…

    …un pozzo artificiale profondo 256 metri scavato ai primi del Novecento in cerca di carbone. Basovizza viene ritenuta la tomba di tremila italiani e per questo motivo è stata dichiarata monumento nazionale. Ma a farne una fossa comune arrivano primi i nazifascisti che vi gettano ostaggi e partigiani. E buona seconda arriva la famigerata banda del vice questore Gaetano Collotti (articolazione dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza retto dal doppiamente famigerato questore di Trieste Giuseppe Gueli): sono 35 fascistissimi torturatori che, pervasi da estrema crudeltà, erano soliti “infoibare” le vittime di queste loro criminali imprese.
    Passato qualche anno, dopo la dura battaglia di Basovizza del 30 aprile 1945, gli jugoslavi vittoriosi, temendo epidemie, lì dentro getteranno centinaia di militari tedeschi morti combattendo, assieme a carcasse di cavalli, abbondante materiale militare e forse qualche italiano: il 3 maggio diversi «questurini» della banda Collotti sono infatti portati a Basovizza. Stando al ricordo di don Virgil Šček, «alla sera li fucilarono e li gettarono nelle cavità». Non è dato sapere in quale cavità.
    Finita la guerra, nell’estate 1945 da quella fossa gli angloamericani esumeranno diversi resti umani (vengono estratte anche otto salme intere, appartenenti a sette soldati tedeschi e un civile). Insomma, dei millantati infoibamenti di massa a Basovizza non pare esserci traccia. E non a Monrupino, altro “monumento d’interesse nazionale”, la tomba comune di 560 tedeschi caduti nella battaglia di Opicina dell’aprile-maggio 1945 (queste salme furono recuperate già nell’estate del 1945, inumate al cimitero di Sant’Anna e successivamente traslate al cimitero militare di Costermano presso Verona).
    E nemmeno a Gropada (da quest’ultima foiba verranno esumati “solo” cinque cadaveri, quattro uomini e una donna uccisi nel maggio 1945 per vendetta personale).
    In sintesi, se v’è chi accredita la morte di migliaia di persone a scopo di pulizia etnica nella sola fossa di Basovizza, molti studiosi, avvertitamente, la ritengono un clamoroso falso storico e, cifre alla mano, indicano in poco più di mille il numero complessivo degli scomparsi (in gran parte morti nei campi di prigionia jugoslavi) e degli infoibati nel maggio-giugno 1945. A sommarsi con le circa 400 vittime in Istria nel settembre 1943 (204 gli infoibati, fra cui venti tedeschi). Dunque, per quanto numerose e odiose siano state queste morti, non è stato genocidio. Nel caos dopo l’armistizio, fra il 15 settembre e il 4 ottobre l’Istria interna è infatti percorsa da improvvisati plotoni di ribelli armati, fermati solo più tardi – non senza fatica – dal movimento partigiano: al più si tratta di bande di contadini s’ciavi furiosi per gli indubbi torti subiti e in cerca di malcapitati “nemici del popolo”.
    Praticando su di loro la violenza (fisica, economica, culturale), il Fascismo ha educato questi Sloveni e Croati d’Italia alla violenza e nelle ore del settembre 1943 il conto lo pagano un po’ tutti: lo paga chi porta una uniforme (gerarchi, militari, guardie comunali, guardie carcerarie, ecc.) e lo paga qualche civile (pubblici funzionari, ufficiali giudiziari, esattori delle imposte, ex squadristi, confidenti dell’Ovra, collaborazionisti, proprietari terrieri, ecc.) a torto o a ragione ritenuto filofascista. (G. G.)

  2. Francesco dice:

    Un buon articolo: la contestualizzazione è sempre necessaria nell’analisi dei fatti storici: non si può esaminare un evento ignorando i suoi antefatti. (Ciò ovviamente non elimina comunque le GRAVI responsabilità di coloro che hanno effettuato la “risposta” ai crimini nazi_fascisti.)
    Solo una considerazione in merito alla “Giornata del ricordo”.
    L’ipocrisia dei FINTI_patrioti attualmente al governo emerge in tutta la sua evidenza anche in questa occasione: da una parte commemorano (… Giustamente intendiamoci…) le Vittime italiane delle Foibe… Dall’altra “si dimenticano” delle Vittime italiane dei CRIMINI ANGLO-AMERICANI (…Cassino in primis…). Perché Meloni e compagnia cantante non hanno mai proposto la creazione di un “Giorno del ricordo/memoria” anche per quelle Vittime?
    Debito di riconoscenza verso i propri Padroni a stelle e strisce???

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

  3. Luigino dice:

    Ottimo scritto , Antifascismo unica via, grazie compagni!!!!

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