Browse By

LA QUESTIONE DELLO STATO di Nello De Bellis

195 visite totali, 1 visite odierne

Noi intendiamo proporre nel nostro orientamento programmatico una tesi ed un’interpretazione che superi “in avanti” le contraddizioni che tuttora permangono nel dibattito teorico e nelle rispettive posizioni politiche.

Per farlo riteniamo che si debba superare tanto l’utopia di un’integrale ricostruzione politica della società civile, che prescinda dalla sua composizione storica, (giacobinismo, comunismo storico novecentesco), tanto l’attuale mitologia liberista di una società civile senza Stato (Smith e il Neoliberismo).

Entrambe queste concezioni hanno radici nel momento costitutivo del pensiero moderno ed ignorarne le ascendenze, perché “superate” può ingenerare soltanto confusione ed errore. Occorre rifuggire tanto dall’indebita assolutizzazione della politica, che ha dato luogo a forme di totalitarismo , quanto dall’odierna assolutizzazione dell’economia. Così come lo Stato ha delle premesse sociali preesistenti, che non può abolire in preda ad una “autodistruttiva furia del dileguare” (Preve), così va parimenti respinta l’utopia della “mano invisibile” di Smith, che non è altro se non la secolarizzazione teologica del meccanismo capitalistico della riproduzione sociale. Essa, lungi dal generare prosperità per tutti, non fa che polarizzare la ricchezza in alto e la miseria in basso. L’hegeliana società civile, intesa come sistema dei bisogni, vale a dire dell’atomismo individualistico e della legge della concorrenza, necessita dell’elemento regolatore che la disciplini.

L’autoregolamentazione del fine particolare in base ad un fine collettivo ricade al di fuori del suo concetto. La dimensione in cui si realizza il concetto dell’universalità, come sintesi di particolare e generale, di individuale e sociale, è per Hegel Lo Stato: «Il fine della corporazione (il momento in cui gli  individui  trovano un’intesa  collettiva come ceto all’interno della società) siccome limitato e finito ha la sua verità  in sé e per sé nella realtà assoluta di esso; la sfera della società civile trapassa pertanto nello Stato». [Lineamenti di Filosofia del Diritto].

Il concetto di Stato rappresenta (vedi Bontempelli) la condizione per un’espressione non autodistruttiva della volontà libera degli individui. Non bisogna però confondere il concetto di Stato con le sue espressioni fattuali ed attuali o storicamente esistite ed esistenti. Il fine dello Stato non è il fine classista della realizzazione di interessi particolari e privati, col che si riduce e degrada a semplice cornice istituzionale del sistema dei bisogni, vale a dire del mercato capitalisticamente inteso. La funzione dialettica ed istituzionale che esso deve assolvere, in modo da corrispondere al suo concetto, è di rafforzare ed accrescere il vincolo comunitario degli individui. Ciò non comporta per Hegel un’assolutizzazione totalitaria dello Stato (come nella variante gentiliana) poiché la sfera statuale e sociale si trova nello Spirito oggettivo e non in quello assoluto.

In ogni caso quella statuale si configura come la sfera della libertà, in quanto in essa Stato e individuo non si oppongono, come nel Liberalismo classico e ancor più nell’attuale Liberismo, ma si pongono come termini di una sintesi necessaria (qui la lezione gentiliana è formalmente corretta).

In Marx e nella tradizione marxiana si rifiuta tanto il contrattualismo politico di ascendenza roussoviana e giacobina, quanto la concezione veritativa della conoscenza filosofica di Hegel. Nel criticare la presunta omologia tra il concetto di Stato e la sua incarnazione del suo tempo storico in Hegel, Marx ritorna inconsapevolmente ad Adam Smith.

Il capitalismo utopico di Smith funziona infatti senza organizzazione politica sulla base dei soli meccanismi autoriproduttivi del mercato. Il comunismo ha la stessa logica di funzionamento automatico senza rappresentanza politica, sistema giuridico, istituzioni statuali, etc. Per questo Marx dichiara che il Comunismo è al di là della famiglia, della politica del diritto, della morale e dello Stato. Come l’odierno Capitalismo globalizzato.

Quella di Marx non è una concezione roussuviana o hegeliana, bensì (in ciò consentiamo con Preve) l’espressione utopica comunista della precedente utopia capitalistica di Smith. Essa si prolunga fino al Lenin di Stato e Rivoluzione, smentito dalla fattuale realtà storica, e fino agli epigoni postmoderni di Antonio (Toni) Negri.

A quest’utopia, funzionale all’attuale Capitalismo assoluto, senza famiglia (come Malot…), senza Stato, senza coscienza infelice del regno animale dello Spirito, a questo nichilismo noi opponiamo e gettiamo in faccia  la necessità di tradurre il proprio tempo storico in pensiero per un suo effettivo superamento politico e dunque in  programma concreto e ideale di pensiero e di azione. Ad esso chiamiamo tutti gli uomini liberi, stanchi della presente oppressione e disgustati dalla ipocrisia del sistema, che converte la verità in menzogna, la guerra in pace, l’ignoranza in forza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *