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UN PRONOSTICO (SCOMODO) SULLA VICENDA FIAT

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[ 31 LUGLIO 2010 ]

MARCHIONNE FA LA LOTTA DI CLASSE MENTRE GLI OPERAI…
di Piemme
«Morale della favola. Non avremo la guerra mondiale sul caso FIAT, alla fine la burocrazia della FIOM, pur non firmando niente, chiuderà non uno, ma due occhi, evitando di mettere i bastoni tra le ruote al tritasassi padronale. Futuro cupo? Nient’affatto! Futuro burrascoso. Il regime neoschiavista, la fascistizzazione (o sterilizzazione) dei sindacati, causeranno prima di quanto si pensi micro-conflittualità diffusa e extra-sindacale, e questa sfocerà in una  tempesta di classe, trovando forme nuove per rappresentarsi politicamente. Avvenne negli anni ’20. Riavvenne negli anni ’60. Avverrà di nuovo».

Consigliamo vivamente di leggere quanto scritto su Affaritaliani.it riguardo ai recenti sviluppi della vicenda FIAT, ovvero sulle condizioni poste da Marchionne per tenere fede alla sua promessa di “fabbrica Italia” (investimenti per 20 miliardi di euro entro il 2014). Si tratta di un sito per padroni, in cui si dice pane al pane e vino al vino, quello che nemmeno le testate del gruppo FIAT (Il Sole e Corriere) possono permettersi di fare. Basti questo incipit: «“Marchionne premier!”, grida qualcuno. Beh, la stazza per gestire i grandi numeri ce l’ha. (…) E’ il personaggio della settimana. Senza ombra di dubbio. E, forse, addirittura dell’intero primo semestre del 2010, avendo messo in discussione in pochi giorni oltre 50 anni di relazioni industriali».
Il Piano industriale per Pomigliano non era quindi che l’antipasto di quella che i peones della FIAT chiamano “rivoluzione Marchionne”: estendere il modello Pomigliano a tutti gli stablimenti del gruppo, e siccome quanto accade in FIAT ha sempre fatto da apripista, a tutta la grande e media industria italiana. Sappiamo che in quella piccola vige già un sistema di schiavismo corporativo, un sistema che consente, proprio in virtù di una relazione di sudditanza patriarcale condivisa, di spremere all’operaio fino all’ultima goccia di sangue.
Una simile modalità è evidentemente impraticabile in impianti grandi e medi: qui, nel letto di Procuste della catena tayloristica, il rapporto tra capitale e lavoro è crudo nella sua distanza siderale, non può essere mediato paternalisticamente. Qui il padrone non è un essere umano che magari vive sopra l’officina e magari opera accanto all’operaio; qui il capitale è spersonificato, nudo nella sua astrattezza di mero comando totalitario e automatizzato. Qui l’antagonismo capitale lavoro non è una fisima dei comunisti, per quanto latente o sfumato, è connaturato al modo di produzione. 
Di qui l’imperiosa forzatura di Marchionne, la radicale riscrittura delle relazioni capitale-lavoro, quella che spazza via “oltre 50 anni di relazioni industriali“. 
La punta di lancia del piano è oramai chiarissima, si chiama Newco. «La Fiat riassumerà ciascun dipendente (circa 5000) secondo i nuovi criteri su turni settimanali, flessibilità, mobilità interna e sanzioni (per prevenire la microconflittualità) con le deroghe al contratto nazionale». 
Che vuol dire? Vuol dire che Marchionne vincola i 20 Mld di investimenti (checché ne dicano i suoi sodali Sacconi, Bonanni e Angeletti) all’azzeramento del contratto nazionale di lavoro, lo stesso che non venne firmato dalla FIOM. Marchionne ha detto chiaramente, al tavolo negoziale torinese dell’altro ieri, che l’ultimo contratto siglato «Non garantisce condizioni operative che permettono di lavorare in modo continuo e normale». Quindi? Quindi  monte straordinari a 120 ore da 40, comunicabili ai lavoratori con 4 giorni di anticipo. Riduzione delle pause. Spostamento della mensa a fine turno. Clausola di responsabilità per il rispetto degli impegni assunti nell’accordo. 18 turni settimanali (ora difficili da applicare) e introduzione di sanzioni ben precise». Il tutto per assicurare “livelli certi di produttività” cioè disinnescare coercitivamente (e non più col previo consenso sindacale) la microconflittualità
Pur di procedere come uno schiacciasassi FIAT ha minacciato una mossa inaudita: l’uscita da Confindustria. Disdetta per niente sventata, dato che questa decisione entrerebbe in vigore  solamente a fine 2012, allo scadere, cioè, del contratto attualmente in vigore. 

Siamo in presenza di una mossa dirimente e di respiro strategico, della stessa natura di quella avvenuta nel 1980 ai tempi di Romiti. Allora la reazione operaia fu durissima e travolgente. La FIAT la spuntò, ma gli operai FIAT, lasciati soli dai sindacati, fecero non solo cadere il governo Cossiga, ma tremare l’Italia.
Avremo oggi la stessa reazione operaia? Non crediamo. Mentre Romiti prese a pugni gli operai chiedendo migliaia di licenziamenti, punto e basta, Marchionne promette al contrario un grande piano di rilancio dell’azienda. Allora solo il bastone, oggi anche la carota. La qual cosa ha la sua importanza nello spiegare la grande incertezza operaia, lo spiazzamento. Romiti incarnava un incubo funereo, Marchionne propone invece una narrazione a lieto fine, la promessa della crescita e dello sviluppo, più posti di lavoro. In buona sostanza vuole ottenere l’egemonia tra i lavoratori, narcotizzandoli e disinnsecando preventivamente i fattori di conflitto che il regime di fabbrica che propone porta con sé. Un’operazione ambiziosa che a Pomigliano ha mostrato tutti i suoi punti deboli.
Di qui comunque la difficoltà dei sindacati, FIOM compresa, che la butta in “democrazia” e farfuglia la “lesione dei diritti costituzionalmente garantiti”, come se stesse combattendo contro il mostro-Berlusconi. Può pagare questa linea? Certo che no! Marchionne va al sodo, parla un linguaggio che, per quanto odioso, l’operaio, che dei fronzoli democratici se ne infischia, capisce al volo. L’uomo col maglione non bluffa: chiede la primazia del plusvalore sul salario, la dittatura piena del capitale sul lavoro, l’estirpazione del conflitto. La contropartita? “Non morirete di fame,  pagherete i vostri mutui, non perderete i privilegi che ancora avete rispetto ai polacchi, ai cinesi o ai serbi. Se vi sta bene è così, se non alzo i tacchi. Se avete le palle prendete voi in mano la FIAT e competete, se vi riuscirà coi giapponesi o i tedeschi”.
Marchionne insomma fa la lotta di classe, se ne fa addirittura alfiere, e la conduce in maniera insidiosa: la narrazione e la spada, il consenso e il pungo di ferro. La democrazia è un lusso che la FIAT non può permettersi. 
Come si risponde a Marchionne? Rendendo pan per focaccia, con la spada della lotta di classe e la narrazione. L’una non può funzionare senza l’altra. Haimé, la FIOM (che resta la trincea che solo chi non ha sale in zucca può abbandonare a se stessa) sembra non avere alcuna narrazione (un’alternativa globale e anticapitalistica al piano FIAT). Resta la spada della lotta, che se già da sola non funziona, appare già mezza arrugginita.
Morale della favola. Non avremo la guerra mondiale sul caso FIAT, alla fine la burocrazia della FIOM, pur non firmando niente, chiuderà non uno, ma due occhi, evitando di mettere i bastoni tra le ruote al tritasassi padronale. Paradigmatico e peloso, da questo punto di vista, quanto affermato da Enzo Masini (dirigente FIOM) all’uscita da uno dei tavoli negoziali con FIAT: «… quello delle deroghe al contratto nazionale non è un terreno praticabile. Ci sono le condizioni per affrontare i problemi di flessibilità e raffreddamento del conflitto. Dobbiamo costruire assieme un meccanismo». (Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2010) Come dire : “Io FIOM, qui lo dico e qui lo nego: i diritti sono una variabile dipendente. Se ci trovate un posto a  tavola a anche noi, se li contrattate anche con noi,  questi diritti, siamo pronti a sacrificarli”.

Futuro cupo? Nient’affatto! Futuro burrascoso.
Il regime neoschiavista, la flessibilità totale e l’impiccagine dell’operaio alla corda del mercato, la fascistizzazione (o sterilizzazione) dei sindacati, causeranno prima di quanto si pensi, nonostante tutte le contrmisure preventive, micro-conflittualità diffusa e extra-sindacale, e questa troverà alla fine, manifestandosi in tempesta di classe,  forme nuove per rappresentarsi politicamente. 

Avvenne negli anni ’60. Avvenne negli anni ’20. Avverrà di nuovo.

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