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sulla riforma Gelmini

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[ 04 agosto 2010 ]

Breve dialogo sull’Università e sull’Italia 
di Marino Badiale 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
A: La vostra protesta contro la “riforma Gelmini” è sconfitta in partenza. Nel senso comune domina
l’immagine dell’Università come luogo di corruzione. Le vostre proteste vengono viste dalla larga
maggioranza come le proteste di “baroni” corrotti e fannulloni. 
B: L’Università è marcia perché è marcia l’Italia. 

A: E’ la solita banale scusa del “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Non funziona. 
B: Non si tratta di scusare ma di spiegare. E’ importante capire perché l’Università è marcia per
giudicare se le misure proposte sono adeguate. 
A: E secondo te non lo sono. 
B: Ovviamente no. Il marciume italiano ha vari livelli. L’Università non è il punto culminante. Dove si
trova in Italia il livello massimo di marciume? 
A: Risposta facile 
B: Certo. Nella politica, nell’imprenditoria che ricava vantaggi dalla collusione con la politica, nel mondo
dei media asserviti all’uno o all’altro dei grandi ladroni della politica e dell’imprenditoria. E da chi viene
l’attacco alla corruzione universitaria e l’appoggio alla “riforma”? 
A: Altra risposta facile 
B: Esattamente dalla politica, dal mondo dell’imprenditoria, dai media. Il mondo dove si concentra il
livello massimo e più ripugnante di marciume e corruzione in questo paese è esattamente il mondo dal
quale vengono le proposte legislative dirette a raddrizzare la situazione dell’Università. Nasce
spontanea la domanda: è ragionevole pensare che il marciume massimo di politica, imprenditoria e
giornalismo italiani possa fare qualcosa per guarire il marciume medio dell’Università italiana? 
A: Detta così, la risposta sembra ovvia 
B: Lo è infatti. La risposta è che l’intervento nell’Università del mondo massimamente corrotto della
politica, dell’imprenditoria e dei media non potrà che aumentare la corruzione e il marciume. 
A: Ma allora perché questa campagna contro l’Università? Per puro gusto di rompere le scatole? 
B: Perché per i signori della politica, dell’imprenditoria e dei media il problema non è che l’Università è corrotta. Il problema è che non lo è abbastanza. 
A: Questa è bella. Spiegati. 
B: Cercherò di essere breve. Parto da due citazioni 
A: …Eccolo il professore 
B: Fatte a memoria, del tutto imprecise. Da qualche parte Bertrand Russell, parlando di non ricordo
quale astratto problema filosofico, fa una battuta ricordando i numerosi vantaggi che ha il furto rispetto
al lavoro onesto. 
A: E quindi? Anzi, in omaggio al Lord inglese citato, so what? 
B: Sarai d’accordo anche tu che il furto presenta in effetti parecchi vantaggi rispetto al lavoro onesto. E’
pure ben noto che ha un solo, ma decisivo svantaggio. 
A: Cioè il fatto che a rubare si finisce in galera…
B: Già. Se però in un paese si decide di ridurre al minimo il pericolo della galera, almeno per i grandi
ladri della politica e dell’imprenditoria, il risultato sarà chiaro. Rimanendo solo i vantaggi del furto rispetto al lavoro onesto, vi sarà la proliferazione dei ladri. E a questo punto viene bene la seconda citazione. 
A: Un altro filosofo? 
B: No. Tanti anni fa, in un contesto che non occorre adesso ricordare, Beppe Grillo osservò in sostanza
che in un paese in cui tutti sono ladri, nasce il problema “ma a chi rubano?” 
A: Riassumendo? 
B: Se vogliamo parlare del nostro paese, il succo è questo: essendo venuto meno il controllo di legalità
sui potenti, vi è stata una tale proliferazione di corruzione e di corrotti da creare il problema di dove
trovare le fonti per dare soddisfazione a tutti i corrotti. Specie in un momento di crisi economica come
l’attuale. Ed ecco che si arriva all’Università. 
A: Che non è questa grande fonte di soldi 
B: Certamente no, ed è appunto questo il motivo per cui finora era stata lasciata relativamente in pace.
Ma adesso la corruzione si è talmente diffusa, sta diventando talmente difficile sfamare le voraci schiere
dei cosiddetti “ceti dirigenti”, anzi “digerenti”, che anche i pochi soldi che girano all’Università diventano
appetibili. Naturalmente, sono gli stessi motivi per i quali, dopo le grandi privatizzazioni degli anni ‘90,
oggi si vuole privatizzare tutto il resto, a partire dall’acqua. Ma nel loro appropriarsi diretto dell’Università i “ceti digerenti” incontrano un problema. 
A: Quale? 
B: Proprio la corruzione dell’Università tanto denunciata. 
A: Non capisco, spiegati: perché i corrotti della politica e dell’imprenditoria dovrebbero trovare un
problema nella corruzione universitaria? 
B: Perché quest’ultima presenta caratteristiche in qualche modo “vecchie”. Prendi l’esempio classico dei
concorsi. 
A: Certo, con il barone che mette in cattedra moglie e figli..
.
B: Sono i casi meno importanti, perché relativamente ristretti. Il vero meccanismo deviato dei concorsi è quello del cattedratico che fa avanzare i propri allievi anche se di valore scientifico discutibile. Ora, si
tratta naturalmente di un fenomeno negativo che incide pesantemente sull’Università. Ma si tratta anche
di qualcosa di molto diverso rispetto alla corruzione “normale” della politica e dell’economia come ci
viene descritta dalle cronache. Il meccanismo perverso che opera nei concorsi ha pur sempre la sua
lontana origine in un‘idea, ormai distorta fino ad essere irriconoscibile, di cultura e di ricerca. L’idea è
che faccio andare avanti il mio allievo perché la mia scuola è migliore delle altre, proprio sul piano del
valore scientifico e culturale. Si tratta,  ripeto, di un’idea lontana ormai sfigurata nelle pratiche
accademiche. Ma in qualche modo persiste, sia pure in forma spettrale ed ectoplasmica,  questa vaga
idea che quello che si fa all’Università deve avere un valore scientifico e culturale. Ora, immagina il
normale politico italiano che si trova ad avere a che fare con un ambiente di questo tipo, un ambiente
nel quale permane un’eco, un ricordo deformato e irriconoscibile, di cultura, scienza e ricerca, e nel
quale i meccanismi del potere devono comunque fare i conti con questo ricordo deformato 
A: Si troverà un po’ a disagio: anche solo un’eco lontana di “pensiero” e “cultura” dovrà apparirgli come un anacronismo. Mi viene da pensare a Cetto La Qualunque! 
B: Il personaggio di Antonio Albanese, il politico corrotto, criminale, ignorante e violento? Cioè l’essenza della politica italiana odierna? Hai ragione, è un esempio che chiarisce. Metti allora Cetto La Qualunque che vuole entrare nei giri di potere dell’Università. Ovviamente si muoverà benissimo nei meccanismi di potere e di corruzione, che riconoscerà facilmente, ma… 
A: Ma? 
B: Ma ad un certo punto della sua carriera accademica al povero Cetto La Qualunque sarà chiesto di
dire qualcosa su un sonetto trecentesco o su un’equazione differenziale, e di fronte alla sua incapacità
verrà sopravanzato nelle lotte di potere da qualcuno corrotto come lui ma capace di dire qualcosa,
anche di scarso valore, su Petrarca o su Maxwell. In sostanza, il povero Cetto La Qualunque capirà che
nell’Università la corruzione e il potere, certo presenti, hanno meccanismi relativamente diversi da quelli
ai quali è abituato, meccanismi che egli avvertirà come antiquati, poco “moderni”, poco “innovativi”.
A: E quindi chiederà a gran voce una riforma che renda l’Università moderna e innovativa. 
B: Cioè corrotta come il resto del paese, con gli stessi meccanismi e le stesse modalità. E verrà
accontentato dalla Gelmini che prevede l’ingresso nei  consigli di amministrazione delle Università di
“esterni”, cioè di gente che non ha dovuto nemmeno una volta in vita propria dimostrare di saper dire
qualcosa su Aristotele o su Newton. 
A: Bel quadro. Ma sai fare qualcosa d’altro oltre a criticare? Insomma, sai dire cosa si può fare allora
per l’Università? 
B: Poco o niente. Se avessimo di fronte dei veri politici,  non una massa di nullità incolte e corrotte, si
dovrebbe discutere di quale evoluzione abbia portato a quei meccanismi distorti ai quali abbiamo
accennato, e per questo occorrerebbe ridiscutere cosa siano cultura e scienza nel nostro mondo. Ma è
un compito di altri tempi, meno plumbei degli attuali. Adesso occorre protestare nei modi possibili,
sapendo che la lotta contro la “riforma”, come dicevi prima, è molto probabilmente destinata alla
sconfitta. Bisogna saperlo, come bisogna sapere che in generale potranno essere sconfitte le singole
proteste contro questa o quella iniziativa degli attuali corrotti ceti dirigenti. Ciò che occorre veramente,
oggi, è inquadrare le singole proteste, generate dalla crisi sempre più profonda del paese, in una lotta di
liberazione nazionale. 
A: Nientedimeno 
B: Nientedimeno. Niente si potrà salvare di questo paese, né l’Università né altro, se non vengono
cacciati via la totalità degli attuali ceti dirigenti della politica, dell’economia e dei media. 
A: Chiedi una specie di rivoluzione… 
B: Non una specie. Una vera rivoluzione. 
Genova, agosto 2010

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