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SPOLETO: SCANDALOSA SENTENZA DI CONDANNA

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Un’intervista al romanziere Michael Gregorio
Ragionevoli dubbi


di Maurizio Fratta*

Mercoledi 12 maggio la corte di Assise del tribunale di Terni ha condannato a tre anni ed otto mesi di reclusione Michele Fabiani e a due anni e sei mesi Andrea Di Nucci perché ritenuti responsabili di aver costituito un’associazione sovversiva con finalità terroristiche.


A Damiano Corrias e Dario Polinori sono stati inflitti un anno ciascuno per reati diversi. Pur in assenza di elementi concreti – armi, disponibilità economiche, piani eversivi – è stata pronunciata una sentenza pesante. Abbiamo chiesto un giudizio sulla vicenda a Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob, autori di gialli di successo con lo pseudonimo di Michael Gregorio.

Il magistrato protagonista dei nostri romanzi, Hanno Stiffeniis, li avrebbe rilasciati subito. Ci sembra essere di fronte ad un caso clamoroso di malagiustizia, in quanto l’accusa di associazione sovversiva con finalità terroristiche non è stata dimostrata. Il pm, Manuela Comodi, nella sua requisitoria finale, ha letto un elenco lunghissimo degli attentati attribuiti ad un’organizzazione anarchica, la COOP-FAI, aggiungendo che i danneggiamenti (assai minori) registrati a Spoleto nel 2007 erano da attribuire alla stessa matrice. Ma dove sono le evidenze che lo dimostrano? Poco prima della sua morte l’anno scorso, uno dei 5 ragazzi, Fabrizio Reali, ci ha raccontato com’è andato il blitz delle forze del Ros sotto il comando del Generale Ganzer (ormai noto per la sua condanna in primo grado a 14 anni di galera per traffico di droga e kalashnikov),il 23 ottobre 2007. Poco dopo le cinque del mattino, Fabrizio si è svegliato con una pistola premuta contro la sua tempia e la domanda insistente: dove sono le armi? Ritenevano che Fabrizio fosse colui che aveva procurato le armi al gruppo terroristico. E dove erano ‘nascoste’ queste armi? Cacciatore di cinghiali, Fabrizio aveva comperato molto tempo fa due pistole da tiro, che aveva rivenduto poco dopo in quanto la caccia non lo interessava più. Tutto era stato regolarmente denunciato alla questura a Spoleto, ma qualcuno non aveva trasmesso l’informazione ai carabinieri. Anni dopo i ROS hanno pensato che Fabrizio avesse ancora quella pistole e gli sono piombati addosso. Le armi non erano né in possesso suo, né di nessun altro dei malcapitati. E’ solo uno dei tanti esempi di errori, mancanze di verifica, incongruenze ed incertezze nelle prove.

Avete accennato agli inizi della storia, a quel 23 ottobre 2007, il giorno della operazione mediatico-militare che portò agli arresti di Michele e dei suoi amici. Ve ne ricordate?
Il nostro balcone e quello di Michele Fabiani erano contigui.Lo conoscevamo bene. Spesso parlavamo guardando il panorama della Rocca e di Monteluco. Nei mesi immediatamente prima dell’arresto, noi due e Micheleavevamo allestito un presidio davanti al così detto ‘eco-mostro della Posterna’ insieme ai membri di gruppi ambientalisti eanche politici. Alle 5 del mattino, il 23 ottobre, c’è stato il blitz. Noi dormivamo. Non abbiamo sentito niente, finchéabbiamo guardato la televisione. Al limite dell’incredibile. Cinque arresti a Spoleto, la presidente della Regione Umbria Lorenzetti che va a ringraziare il Generale Ganzer per il pronto intervento e lo scampato pericolo. Tutto prima di sapere se gliarrestati erano veramente colpevoli. Si è anche detto che era stato fermato un gruppo pronto a fare un salto di qualità. Un fantasioso teorema calato sulla testa di un gruppetto messo insieme per caso.

Nel commentare la sentenza di condanna il Comitato 23 Ottobre ha ricordato come per fatti analoghi, uno dei quali avvenuto in Umbria nel 2009, le cose si siano risolte con una semplice denuncia per minacce a pubblico ufficiale. Non così per la vicenda dell’Imam di Pontefelcino. Per accusarlo di associazione con finalità terroriste è bastata la partecipazione a corsi di arti marziali e la frequentazione di siti Internet legati al mondo del Jihad. A che cosa è dovuta, a vostro parere, questa differenza?
​Ci limitiamo alla vicenda di Spoleto, che conosciamo meglio.Il pm ha voluto ad ogni costo indicare l’esistenza di una cellula COOP-FAI in Umbria. Indicare cioè che l’Umbria e i suoi dirigenti erano sotto attacco e in pericolo. In quel momento erano in atto in varie parti dell’Umbria proteste contro gli scempi, dimostrazioni per l’ambiente e control’ormai avanzata cementificazione del territorio. Attraverso gli arresti quelle proteste, a nostro avviso, venivano indicate come un pericolo pubblico. Nelle diverse sedute del processo ilteorema si è dimostrato fragile e costruito sulla sabbia.Purtroppo i profili dei cinque ragazzi di Spoleto corrispondevano agli “untori” da indicare come responsabili: un anarchico dichiarato e i suoi amici meno impegnati politicamente, ma pronti a passare qualche serata burlona. Persone anziane come noi o rappresentanti di organizzazioni come Italia Nostra, Legambiente o WWF sarebbero stati pocoprobabili come terroristi. In questo modo si è tentato di stabilire un precedente per stroncare qualsiasi protesta contro le decisioni delle autorità centrali: in seguito agli arresti, ogni protesta a difesa dell’ambiente in Umbria si è affievolita.

Non saranno proprio le appartenenze a precise idealità politiche, o magari a comunità islamiche, a condizionare se non a predeterminare gli esiti di alcune vicende giudiziarie?
Il fatto che Michele Fabiani, e lui solo, è un anarchico dichiarato, ha fatto buon gioco all’accusa. Ma come lui stesso ha sostenuto, e come possiamo testimoniare in numerose occasioni, Michele non è contenibile entro lo schema di qualsiasi politica precisa. Proprio non ce l’ha. È anarchico! Per esempio, il coordinamento dei gruppi ambientalisti di Spoleto voleva mandare una lettera alla Presidente della Regione, MariaRita Lorenzetti, per esprimere solidarietà quando le è stata ricapitata una busta con due pallottole. Michele non volevafirmare la lettera: è sempre stato contrario alla violenza, ma non riconosceva né la figura della Presidente, né l’autorità della Regione. La sua posizione era chiarissima: le buste contenentipallottole gli sembravano una minaccia di tipo mafioso, tutt’altra cosa che l’anarchia. Invece, per l’accusa è stato lui a mandare quella lettera e quelle pallottole per intimidire la Presidente. Comunque, al processo, il fatto che fosse unanarchico è stato enfatizzato senza mai esplorare quello che significa precisamente. La parola anarchico spaventa più della parola terrorista. E quando si mettono insieme tutte e due…

Le modifiche dell’articolo 270 del Codice penale, con l’introduzione di norme antiterrorismo, si basano sulla ambiguità del reato di associazione sovversiva. L’Italia è uno dei pochi paesi occidentali che mantiene nel proprio ordinamento una fattispecie di reato di natura marcatamente politica. Non è forse anche la nozione stessa di “terrorismo”per la genericità con la quale viene usata a determinarepossibili abusi?
Non siamo preparati rispondere alla domanda sotto l’aspettolegale o sociale, l’impressione è che questo processo sembraandare in quella direzione. L’accusa di terrorismo mette l’accusato (che si dovrebbe presumere innocente fino allacondanna definitiva) su un diverso piano giuridico. Michele e gli altri hanno passato molti mesi in isolamento, incarcerazione in prigione e a domicilio. Michele ha celebrato il suo ventunesimo compleanno da solo in una cella nel carcere di Capanne. Non è giusto per nessuno. Le esistenze di questi ragazzi e delle loro famiglie sono state devastate. E se tutto questo serviva solo a sostenere un teorema, la vicenda diventa ancora più terribile.

Uno degli avvocati della difesa ha dichiarato che si sono condannate le idee in mancanza dei fatti. Condividete tale opinione?
Di per sé le sentenze dimostrano quanto debole fosse l’accusa, evidentemente non del tutto condivisa dai giudici. Si può dare meno della metà della richiesta dell’accusa se si ritiene che siano colpevoli? Un giudizio troppo mite se sono colpevoli di quello di cui li si accusa, e terribilmente pesante se sonoinnocenti. Abbiamo l’impressione che la patata bollente sia stata passata al giudice del prossimo livello, nella speranza che intanto sia dimenticata la messa in scena da Hollywood dell’operazione Brushwood, e quello che è costata al contribuente per prendere cinque persone alla cui porta avrebbero potuto bussare due carabinieri a testa. Nel frattempo i ragazzi sono senza lavoro e senza speranza di trovarlo. Due di loro sono ancora bollati come terroristi fino a che l’appello non metterà a posto le cose. E qui tocca reiterare un tema importante in questa sentenza: quello che concerne l’associazione sovversiva con finalità terroristiche. Con chi si associavano? Solo fra di loro due? Sarebbe una cellulaterroristica da Guinness dei primati. La più piccola mai registrata! Il Pubblico Ministero ha sempre nominato la COOP-FAI senza mai determinare se questi ragazzi avevano qualsiasi contatto o ne facevano parte.

La lunga carcerazione preventiva di Andrea e di Michele hanno dato idea di quanto sia difficile per le persone comuni difendere i propri diritti. Avete conosciuto tutti i ragazzi coinvolti in questa vicenda. Che ci dite di loro?
Sono ragazzi come tanti altri. Con una “piccola” differenza. Sono stati accusati di essere terroristi. E purtroppo, dato che spesso nella giustizia italiana deve essere l’imputato a dimostrare di esser innocente, ora devono aspettare i tempi lunghi della terribile macchina che li scagionerà. Su questo non abbiamo dubbi. Ma quanto tempo, e quanta ingiustizia devono subire? Speriamo che abbiano la forza di resistere. Possono farcela solo con l’appoggio di chi crede – come Geoffrey Chaucer settecento anni fa – e come noi oggi, che “la verità viene sempre alla luce”.


* Fonte: Micropolis
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