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L’ARGENTINA NAZIONALIZZA REPSOL

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La Kirchner mostra 
una scultura di Eva Peron

Ben fatto Signora Kirchner!

Cose che capitano alla Spagna


di Alberto Bagnai*

E così l’Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall’America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall’estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n’era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

«la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi».

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse. E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

«lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l’Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati… Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno».

Certo.

Ma anche in Spagna non tutti la pensavano così. Qualcuno, più lungimirante, si rendeva conto del fatto che:

questo oro che dalle Indie se ne viene fa quell’effetto appunto che fa la pioggia sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade sopra, discende poi tutta in basso senza che quelli che primi la ricevono ne abbiano beneficio alcuno.

(era il 1595, e lo racconta l’ambasciatore Vendramin… e a voi che siete europei, non devo certo ricordare di dove venisse: non da Palermo).

Certo, l’oro degli indios non è come l’euro dei tedeschi. La restituzione è più agevole. Ma il problema non è nemmeno quello della restituzione. Il problema sono gli sconquassi strutturali determinati dalla crescita finanziata coi soldi altrui.

«Un secolo di artificiosa prosperità aveva indotto molti ad abbandonare le campagne e a ingrossare il proletariato urbano; le scuole si erano moltiplicate, ma erano servite soprattutto a produrre individui che rifiutavano il lavoro manuale; l’amministrazione governativa si era ingigantita, ma era servita soprattutto a alimentare una vasta sottoccupazione nella veste di una burocrazia elefantiaca».[Carlo Maria Cipolla, 1974, Storia economica dell’Europa preindustriale, Bologna, il Mulino, nuova edizione 2002, p. 363].

Quindi alla fine chi aveva ragione? Il fiorentino o lo spagnolo? Sai, non vorrei dirtelo… ma non c’è proprio partita!

Il problema, amico caro, è che, come non capiva il tuo predecessore di “sinistra”, che tanto piaceva alle anime belle della nostra “sinistra” per bene, decotta e piddina, come non capiva il compagno Zapatero, non bisogna esagerare nel contrarre debiti con l’estero.

Ma tre secoli dopo aver contratto con l’America Latina un debito (importazione di capitali) che vi ha massacrato, nonostante lo abbiate restituito garrotando i creditori, avete avuto la buona idea di indebitarvi nuovamente fino al collo, e questa volta con il nucleo dell’Eurozona!

[per i lettori di ComeDonChisciotte: restituito va fra virgolette, si intende: “restituito”]

Ma allora siete incorreggibili! Quanti piccoli Núñez de Castro fra i miei studenti Erasmus a Roma!

Io gli chiedevo (ed era il 2007): “ma… scusate… in sette anni siete passati dall’ottava alla seconda posizione nella graduatoria dei paesi più indebitati con l’estero. Solo gli Stati Uniti sono più indebitati di voi: il loro debito in effetti è il doppio del vostro, ma il vostro Pil è un decimo del loro, così loro hanno un rapporto debito/Pil che è un quinto del vostro: loro sono intorno al 20% del Pil, e voi intorno al 100%. Cosa pensate di fare?”

Una hidalghesca scrollata di spalla era l’unica risposta a questa mia ingenua e paternamente sollecita domanda. Ma il fiorentino che è in me (eris sacerdos in aeternum) sghignazzava, perché è un brutto demonietto cattivo che si compiace delle sciagure altrui. Lo disapprovo. Soprattutto quando ha ragione.

E ora l’Argentina nazionalizza. Il prof. Santarelli direbbe, irridente: “mandatele la corazzata Merkel”. Sai qual è il problema? Che mentre voi passavate dal 24% all’85% di rapporto debito estero netto/Pil, l’Argentina, con i metodi talora un po’ sbrigativi ma in buona sostanza efficaci dei quali ci parla Roberto Frenkel, passava da un debito netto come il vostro (26%) a un credito netto estero del 5% (i dati si riferiscono all’intervallo 1999-2007 e vengono dal solito database EWN). E nazionalizzare le imprese straniere significa sbarazzarsi di un’altra fetta di debito estero, gli investimenti diretti in entrata, che, come abbiamo detto più e più volte, sono, fra l’altro, la fetta più costosa, come prova da un lato il crollo dell’Irlanda, e dall’altro la tenuta di US e UK (e Francia, finché dura…).

E ora l’Argentina, di questo debito estero particolarmente costoso, perché viene ripagato con un fiume di profitti che espatriano, evidentemente se ne vuole sbarazzare.

“Che orrore! L’autarchia! La nazione! Ma allora gli argentini sono fascisti!”

Ecco: questo penseranno i dilettanti dello “Sbilifesto”, i nostri simpatici trotzkisti della domenica, quelli che non hanno ancora capito che il recupero di uno spazio minimo di democrazia passa necessariamente per il recupero del concetto di sovranità nazionale. Lasciamoglielo pensare. La Storia lavora anche per loro, che non se lo meritano, perché portano la responsabilità morale di non aver voluto avviare non dico una proposta politica, ma almeno un dibattito equilibrato su un tema così importante. Dio non paga ogni sabato.

E tu, invece, Mariano, che ne pensi?

Lo vuoi capire che con la palla che ti porti al piede non hai proprio nulla da insegnare, né tanto meno da minacciare, a un paese che cresce all’8% all’anno? Lo vuoi capire che hai una sola speranza: quella di denunciare il patto scellerato che ha ridotto il tuo paese nelle condizioni in cui si trova, e di cooperare con i paesi mediterranei perché insieme propongano e impongano, se necessario, una strategia di uscita da questa trappola insensata, dalla quale anche l’Economist da tempo sostiene che sarà comunque necessario uscire?

(ai lettori de coccio: capito cosa intendo quando dico che l’Economist è a sinistra del Manifesto?)

Già.

Ma tu lo sai perché e da chi sei stato messo lì. Sei stato messo lì per facilitare la razzia del tuo paese, finché dura. Mi ricorda qualcosa. Non durerà molto, sai? Io di me non mi fido, ma dell’Economist… Tu però intanto una mano la dai…

Fai attenzione però. Così come i tedeschi, e gli italiani, e gli uiguri, anche gli spagnoli non sono tutti uguali. Ce ne sono del tipo “de Castro”, ma ce ne sono anche tanti che capiscono oggi, come capivano nel XVI secolo, cosa sta succedendo, e lo capiscono, ahimè, come e meglio di tanti italiani. Sei sicuro che sia una buona idea non starli a sentire?

Sai, tu puoi anche farlo, ma intanto si sta facendo mezzogiorno


* Fonte: Goofynomics
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