Browse By

«ARDUO PENSARE A SOLLEVAZIONI POPOLARI» di Marco Mainardi

 881 total views,  2 views today

3 agosto. DIBATTITO SULLA SOLLEVAZIONE (1) 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo critico sulle analisi  e le proposte  contenute nella Risoluzione «Sulla fase e i compiti politici del MPL», approvata il 14 luglio scorso dalla riunione del Coordinamento nazionale. Un contributo, quello di Mainardi, che speriamo stimoli un dibattito di pari profondità.

SINISTRA

Quello che affermate non dovrebbe stupire. Ciò che rimane della sinistra oggi, salvo qualche eccezione, è un coacervo di pavidità, dogmatismo, opportunismo. La storia della sinistra è costellata di sconfitte storiche e di errori, e pur sempre timorosa di rompere i dogmi del passato-presente. Il sovranismo socialista ne è l’ennesimo esempio (nonostante un retorico internazionalismo, per i più, argomentare su nazione e socialismo significa rivalutare il nazionalsocialismo); Mao e Lenin (per tacere d’altri) su patriottismo e socialismo, dimenticati (a onor del vero, anche nel passato, la sinistra italiana non ha mai brillato su questo tema), così come dimenticate sono le lotte di liberazione nazionali latino americane, asiatiche, arabe. E’ così masochista che continua a lasciare nelle mani della destra la gestione mistificata dell’idea di comunità nazionale. Ma la lista è lunga. Che dire, per esempio, “dell’altra” Resistenza, (non quella borghese, opportunistica e retorica della vulgata istituzionale), quella dimenticata e tradita, che si batté per la liberazione nazionale e per una patria socialista; o dell’antifascismo d’azione – volutamente nascosto – degli Arditi del Popolo (abbandonati, guarda caso, proprio da una sinistra intransigente, tanto dogmatica quanto imbelle). Ma tant’è.

SOLLEVAZIONE

L’essere un eretico di sinistra, sostanzialmente disincantato mi rende molto scettico su previsioni date per quasi imminenti. Pur condividendo l’attuale capacità di analisi dell’MPL, spregiudicata e raffinata nel contempo, credo occorra evitare la prospettiva di uno scenario che, parafrasando la Prima Epistola di Pietro, indichi “La fine di ogni cosa è vicina”. 

Io i prodromi della sollevazione non li vedo. La psicologia delle folle è un elemento che non deve essere trascurato da chi voglia svolgere un’azione politica. Lussu, a tal proposito, scriveva: «La massa non si entusiasma che nell’imminenza della lotta e nella speranza di vittoria. Una rivoluzione che appaia possibile solo per il futuro lontano non interessa la massa». Ciò che percepisco sono cittadini (e tra essi, pure quelli che hanno contribuito a questa catastrofe), certamente incazzati e insoddisfatti, ma alla ricerca di chi assicuri loro il ritorno agli antichi fasti, a prescindere dalle compagini governative. Nessun entusiasmo per una società socialista. Credo che, per certi versi, la crisi attuale possa essere descritta con ciò che scrisse il Del Carria (a proposito dell’Italia nel biennio rosso) in Proletari senza rivoluzione: non vi è «un immiserimento generale, ma piuttosto uno sconvolgimento economico-sociale di nuovi ricchi e nuovi poveri». Molti sperano nella “ripresa” ma solo per ritornare ai tenori di vita pre-crisi. 

Nel contempo, il mondo del lavoro dipendente è divenuto quell’ immenso – e isolato – marxiano esercito di riserva, pronto a piegarsi, per la sacrosanta necessità di sopravvivenza, a essere sfruttato e a svolgere più lavori, sottopagati e in nero. Trent’anni di precarietà e competizione hanno distrutto la solidarietà sociale. Credo che in queste condizioni sia arduo pensare a sollevazioni di sorta. Lo stato di perenne necessità ottenebra la mente e diviene la pre-condizione per la sudditanza. I governanti e la finanza predatoria lo sanno e procedono a spron battuto, in questa direzione.

La sollevazione nel suo divenire non può comunque prescindere da ciò che l’ha sempre caratterizzata, nel passato e nel presente; essa, per gli obiettivi che si prefigge, è necessariamente un atto di forza. Da ciò non si scappa. Era implicito pure nel soreliano mito dello sciopero generale. «Si può parlare all’infinito di rivolte senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse…» (G. Sorel). 

Detto questo, un evento così complesso e catartico, rimane tutto da costruire. Non tutti vorranno e/o potranno partecipare. I motivi possono essere ricercati oltre che per la mancanza dei tre fattori da voi indicati, anche:

– perché il Potere non si farà obliterare tanto facilmente. Esso userà, come ha sempre fatto, la triade Controllo-Prevenzione-Repessione.

– perché come è successo già negli anni venti, la partita si dovrà giocare necessariamente su tre fronti: con lo Stato e le sue istituzioni, con la destra nelle sue varie declinazioni (fascisti e leghisti in testa) e con la sinistra borghese “d’ordine” e “illuminata”.

– per mancanza di uomini «capaci, disposti, vivamente disposti, di gettare la vita nella voragine della sorte o del destino, per una Fede di Giustizia e d’Amore». La generazione temprata nella lotta antifascista e nella Resistenza non esiste più.

Nelle condizioni date, la situazione non è propizia e proprio per questo no a martiri e a eroi. Siamo in piena sovranità punitiva dello Stato – al servizio di élite finanziarie – che ha truppe pronte a uccidere e a incarcerare per esso. Realisticamente, più spendibile il concetto di T.A.Z.  [Zona temporaneamente Autonoma, NdR] così come indicato da Hakim Bey. Tante “esperienze-picco” straordinarie potrebbero indurre cambiamenti, fino all’evoluzione finale. Dissolversi e riformarsi continuamente. T.a.z./utopia? Non più di una sollevazione popolare democratica. D’altra parte così come al momento non esiste un’alternativa credibile al capitalismo, non esiste certezza sullo strumento che potrebbe sconfiggerlo.

Per il resto se vi sarà uno stadio intermedio o, la presa diretta del “Palazzo d’Inverno”, poco importa, lo si vedrà al momento opportuno. Ciò che necessita è rimanere pronti, lucidi e imprendibili.

MPL

La politica è una scienza del possibile e neppure tanto esatta; la si fa con chi condivide un determinato percorso e con i mezzi che si hanno a disposizione, sapendo che nulla è determinato e gli sbocchi di una certa azione possono essere innumerevoli. 
E’ sempre stato così. 
Non mi preoccupa il fatto che l’MPL abbia “raccolto meno di quanto ci si aspettava .” Da ciò che vedo e sento, l’MPL è comunque una delle poche realtà che sviluppa analisi di alto profilo politico ed economico e nel contempo osa sfidare concretamente i dogmi della sinistra. 
Ed è senz’altro un valore aggiunto. 
Detto questo, che l’MPL e i sui militanti rimangano «lievito e leva per dare vita a un nuovo movimento socialista e anticapitalista». Che siano faro per “rari nantes” ribelli e irregolari. Che siano equilibrio tra una spontaneità rivoluzionaria e una direzione consapevole del movimento rivoluzionario. 
Non venga meno all’ardimentoso viaggiare in mare aperto su rotte sconosciute.

image_pdfimage_print

3 pensieri su “«ARDUO PENSARE A SOLLEVAZIONI POPOLARI» di Marco Mainardi”

  1. internazionalista dice:

    Veramente sul tema del nazionalismo la sinistra ha fatto l'errore opposte di quello che qui viene detto: in Spagna ha perso la guerra civile per non aver dichiarato l'indipendenza del Marocco, in Francia il pc non ha mai avuto una politica indipendentista delle colonie, e tanti altri esempi potrei farti.L'mpl in questo non fa altro che riproporre la solita lagna del nazionalismo di sinistra: quello antimperialista, il nazionalismo dei popoli oppressi. Fino a quando questa analisi la usiamo per i popoli oppressi posso anche capirla, ma quando la usiamo con la 6 potenza industriale del mondo e con un paese infame ed imperialista non ci sto più. Troika, bce, ecc hanno invertito una rotta, ma non è che dall'oggi al domani l'Italia passa ad essere da potenza imperialista e paese oppresso.L'italia è ancora una potenza imperialista e i rivoluzionari non devono sostenere la sua indipendenza, ma la sua distruzione

  2. Redazione SollevAzione dice:

    Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  3. Redazione SollevAzione dice:

    @ internazionalista:Lezione per lezionePremessa minore:supponiamo di essere d'accordo nel porci sul solco della tradizione della Terza Internazionale, diciamo almeno fino al IV. Congresso del 1922 e poco dopo;Premessa maggiore:supponiamo di essere d'accordo sul metodo "analisi concreta della situazione concreta";Come si sa la Germania uscita sconfitta dalla prima grande guerra fu costretta dai vincitori a pagare salatissime riparazioni (debiti di guerra). Talmente salate che la Germania si avvitò in una crisi finanziaria, economica e politica profondissima. La Francia e il Belgio, davanti all'incapacità tedesca di onorare i debiti, occuparomo manu militari la ricca regione tedesca della Ruhr nel gennaio 1923.Per le già dissestate finanze tedesche, l’occupazione della Ruhr rappresentò il definitivo tracollo finanziario: il marco, abbandonato al suo destino, precipitò a livelli impensabili e il suo potere d’acquisto fu praticamente annullato.Impossibilitato a reagire militarmente, il governo tedesco incoraggiò la resistenza passiva della popolazione: imprenditori e operai della Ruhr abbandonarono le fabbriche rifiutando ogni collaborazione con gli occupanti. Intanto gruppi clandestini, formati per lo più da membri dei disciolti corpi franchi, organizzarono attentati e sabotaggi contro i franco-belgi, che reagirono con fucilazioni e arresti di massa.Quale fu, amico "internazionalista", la posizione dei comunisti tedeschi della KPD? I comunisti parteciparono allo sciopero insurrezionale chiedendo il ritiro degli occupanti e la cancellazione dei debiti di guerra.In particolare l'esecutivo del Komintern, per bocca di Radek, argomentò che nella concreta situazione postbellica e a causa dei Trattati di Versailles la Germania, da paese imperialistico, era stato sospinto al rango di semicolonia.In quelle circostanze Radek e il Komintern ritenevano obbligatorio per i comunisti tedeschi non solo aderire al movimento patriottico per la liberazione della Ruhr, ma porsi alla sua testa.Nella concreta situazione determinata da decenni di neoliberismo, del sistema di capitalismo-casinò fondato tra l'altro sul meccanismo predatorio del debito; nella concreta situazione di paese NATO subalterno all'impero USA; nella concreta situazione di crisi e squilibrio dell'Unione fondata sull'euro; l'Italia viene a trovarsi "maiale", Pigo , come dicono i dominanti, paese di "periferia" rispetto al centro tedesco creditore.In poche parole nella nuova gerarchia mondiale imperialistica il rango dell'Italia è quello di essere precipitato a paese sub-imperialista.In queste concrete condizioni storiche, entro le quali i dominanti italici sono agenti della giugulazione esterna (una specie di borghesia compradora), è per noi imprescindibile sollevare la questione della sovranità nazionale, come leva per mobilitare e sollevare il popolo lavoratore.Così sarà. Se le forze proletarie si attestassero su una posizione di rifiuto del sovranismo democratico essi si stringerebbero da se stessi al collo il cappio del revanchsimo di marca fascista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *