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DONBASS: CHI HA UCCISO ZAKHARCHENKO di F.f

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[ 4 agosto 2018 ]

Alexander Zakharchenko [nella foto], capo indiscusso della Repubblica Popolare di Donetsk, una delle repubbliche separatiste del Donbass, è rimasto ucciso il 30 agosto in un attentato nel centro della città. Dopo aver combattuto al fronte, Zakharchenko, 42 anni, era stato nominato primo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk l’8 agosto 2014. Il 2 novembre dello stesso anno era stato eletto presidente con il 75% dei consensi. Nel febbraio 2015 aveva partecipato alle trattative per la stesura del trattato di pace di Minsk II. 

La sua dipartita — di contro a tanta retorica e disinformazione —è occasione per mettere meglio a fuoco, assieme alla sua figura, la natura (contraddittoria) della resistenza del Donbass, e la grande geopolitica che c’è dietro. Volentieri pubblichiamo questo contributo, malgrado dissentiamo su alcuni giudizi.

IL CONTESTO DEL CONFLITTO E L’AZIONE POLITICA DI ZAKHARCHENKO 

In Italia le vicende politiche che riguardano le differenti linee in seno ai cosiddetti “separatisti” del Donbass non sono affatto conosciute. Soprattutto a sinistra. Si continua a ritenere il Cremlino il responsabile di prima istanza della sollevazione della popolazione russofila del Donbass e della conseguente costituzione di Repubbliche popolari che mirano all’indipendenza da Kiev. Ciò è errato e deforma ogni analisi del contesto.

Dopo la riconquista della Crimea, per Vladimir Putin la partita era chiusa, ma probabilmente anche per le varie frazioni del Cremlino; da quella di Surkov, passando per altre, finanche a quella che possiamo considerare — come diceva Kirill Vasilev) autenticamente Neofascista, poiché ritiene che la Russia sarà a breve assediata, se già non lo è…, e dunque occorrerebbe puntare su una più decisa “politica di potenza” (non solo in senso militare ma anche e soprattutto ideologico-culturale) di sostanza Imperialista, trasformando la politica interna, con il sostegno strategico e ideologico alla “nuova classe media” e piccola borghesia, in trampolino offensivo di una grande politica globale russista.

Ma in realtà, se è un errore interpretare il forte grado di instabilità interna che ha caratterizzato la vita delle Repubbliche popolari del Donbass come contrassegnato in primo luogo, esclusivamente, da dissidi ideologici, è altrettanto un errore, anche più grande, considerare le milizie “separatiste” come milizie al servizio personale di Vladimir Putin.

La sollevazione del Donbass fu in primo luogo un evento spontaneo, non preventivato in quelle dimensioni né da Kiev, né tantomeno dal Cremlino; in secondo luogo, inevitabilmente, finì per raccogliere il necessario e inevitabile aiuto (che non significa consenso, si noti bene) di quegli elementi del complesso militar-industriale più sensibili alla visione imperiale grande-russa. La linea prevalente al Cremlino, anche dopo l’apertura del conflitto in Donbass, era quella dell’autonomia del Donbass come parte dello Stato ucraino, non come “Piccola Russia” (Malorossija) entro il quadro strategico della Grande Russia, come teorizzavano di contro gli elementi più ideologizzati del mondo separatista. Non a caso Boris Rapoport, più sensibile alla visione imperiale e più sensibile alla causa “separista”, fu silenziato e rimosso dalla sua funzione di principale responsabile della politica di Mosca verso i “separatisti”. Vennero egualmente rimossi, dal fronte di guerra, il comandante Igor Bezler “Bes”, che controllava la città strategica di Gorlovcka e il cosacco Kozicyn, che, secondo l’accusa, avrebbe creato il caos militare e politico con le sue truppe nella Repubblica di Lugansk


Lo snodo fondamentale per comprendere questi eventi si ha comunque nel luglio 2014, nel corso della battaglia di Slavyansk. Va tenuto presente che si ebbe in quel caso una partita a tre.

Da una parte il cerchio putiniano,
Cristo Pantocrator, uno dei simboli di Novorossija

assolutamente e quasi totalmente dominato dal timore che la battaglia per Slavyanks conducesse a una carneficina inaudita e un nuovo “scenario ceceno” alle porte di Mosca, ma delegittimato dalla ribellione in corso a Doneck: poi l’esercito e la guardia nazionale ucraina che, sostenute dalla NATO e dalla UE, puntavano alla riconquista del Donbass; infine il Neo-zarista Igor Girkin, cultore dei Bianchi durante la guerra civile antibolscevica, ossia il comandante Strelkov, già elemento centrale e decisivo nella conquista della Crimea, poi carismatica guida dei “Ribelli” del Donbass che stava giocando una sua partita politica e strategica, di assoluta indipendenza tattica da Mosca (per un ritratto di Strelkov, si veda QUI).


I “separatisti”e i reparti armati di Strelkov, privati di rifornimenti, erano costretti a lasciare Slavyansks la notte tra il 4 e luglio dirigendosi prima a Kramatorsk, e poi ripiegando in massa nella “capitale” della RPD Doneck. L’esercito e la guardia nazionale di Kiev riprendevano così il controllo di Slavyansks in modo pressoché pacifico (fino al 10 luglio circa si sentirono comunque spari nei quartieri di periferia). Rimaneva, per chi ebbe modo di transitarvi in quei giorni, l’immagine di una città spettrale e vuota, abbandonata dai suoi abitanti, con moltissime case danneggiate da colpi di mortaio, ma non dissanguata da distruzioni su vasta scala. Lo scenario Grozny, il più temuto dal Presidente Putin, era quindi evitato; l’allora vicepremier della RPD, Andrey Purgin, rendeva noto che a Slavyansk era rimasto il 20% circa della popolazione; Slavyansk prima del conflitto aveva 120.000 abitanti. Slavyansk, nella partita politica in corso, significava dunque la sconfitta del carismatico Strelkov e della sua “compagnia di ventura”; certamente, nella cerchia di Putin tirarono un sospiro di sollievo, una vittoria di Strelkov sarebbe stato per il Presidente un incubo peggiore di un trionfo su tutta la linea della guardia nazionale ucraina; ma perché quel complesso militare industriale che Kirill indica come “neo-fascista Panrusso” non appoggiò, se non nel modo minimo necessario per non farla fisicamente perire, la linea Strelkov, lasciando il comandante proprio al momento decisivo privo di armi strategiche e rendendo necessario il suo ripiegamento e la sua successiva uscita di scena?

Fu una visione strategica che ha sempre caratterizzato la linea Panrussa.

Questa linea Imperialista e neofascista, presente nell’estrema periferia della politica centrale moscovita, sa che l’Ucraina è ancora oggi in larga parte insofferente alla naturale fratellanza con Mosca in larga parte a causa delle feroce e spietata politica staliniana degli anni trenta del ‘900. Replicare oggi la linea della guerra civile (Sì GUERRA CIVILE…..visto che soprattutto i più radicali Imperialisti russi considerano a ragione l’Ucraina la mitica culla della civiltà spirituale russa ortodossa), sarebbe un suicidio, imperdonabile, dell’ideale strategico imperiale grande-russo. 


Anche i neonazisti che erano pur presenti, all’inizio, con i Ribelli del Donbass vennero silenziati e emarginati per questo motivo; secondo questa visione Panrussa, non esiste ideologicamente una razza russa, come sostengono i nazisti russi, ma esiste invece il mito di un imperialismo ortodosso granderusso (Mosca Terza Roma). Va precisato, comunque, che la quasi totalità dei neonazisti russi sostiene l’Ucraina e ha dato moltissimi volontari ai vari battaglioni razzisti e suprematisti ucraini. Venne quasi ricercato invece, da parte dei Panrussi, il consenso di fazioni “neofasciste” europee occidentali e al tempo stesso di quelle, ormai rare, componenti di sinistra nazionalista e antimondialista. La lotta ideologica politica e di “clan” si svolgeva su queste direttive; dove passava dunque il fronte, come si suol dire in tali casi?

Un Imperialista russo, addirittura “neofascista” come dice Kirill Vasilev, non avrebbe mai potuto dire nell’Estate 2014: “Vladimir Putin marcia su Kiev…..”, come affermava invece A. Dughin. La linea “neofascista” panrussista, se così la vogliamo chiamare, legge d’altra parte l’intera storia russa all’insegna del conflitto strategico, di civiltà, con Londra e con il mondo anglosassone; la guerra civile con Kiev sarebbe perciò stato l’abbocco in una trappola politica del Nemico e in una sorta di suicidio strategico. Proprio la linea panrussista si imponeva sullo stesso Putin, aprendo gli occhi al Cremlino sul grave tranello in cui la Russia stava cadendo.

In questo contesto, non a caso, in prossimità del 15 agosto 2014, si affermava nelle lotte interne alle Repubbliche popolari, con il consenso di Mosca (soprattutto della linea Panrussa di cui ho appena parlato), Aleksandr Zakharchenko. Si dimetteva Bolotov, leader della Repubblica popolare di Lugansk (RPL); si dimetteva Pushilin, leader della RPD; tornavano in Russia Strelkov e Boroday. Zakharchenko, elettricista, esponente locale, veniva da esperienze politiche neofasciste (come del resto Pavel Gubarev) ed era stato leader delle milizie “Oplot”, che aveva legami con il Partito delle regioni. Zakharchenko era portato alla mediazione politica con Kiev, con l’UE, con l’oligarcato dell’Ucraina orientale (che in realtà aveva mal-digerito la maldestra e stupida prova di forza di Kiev) e con il noto R. Akhmetov. Zakharchenko non era esponente, dunque, del partito militarista che mirava al blitzkrieg direzione Kiev; tutt’altro. Combattente, più volte ferito al fronte, aveva però alte capacità di relazione umana e di politico autentico.

Proprio la componente più estremista dell’Imperialismo panrusso, che aveva in passato incalzato Putin e i suoi per talune loro posizioni eccessivamente “liberali”, liberiste e di eccessivo compromesso tattico con Londra e UK, caldeggiava invece in Donbass la soluzione politica Zakharchenko, risolvendo così la grana in cui lo stesso Cremlino era caduto. Era chiaramente la sconfitta definitiva della linea della mobilitazione totale e della guerra lunga verso Kiev (sebbene molti leader militari “ribelli”, presi dal vortice, faticheranno a capirlo insistendo su questa direttiva errata); era invece la consacrazione della fase tattica, della fase diplomatica e politica, che contemplava solo piccoli assalti ai fianchi e grandi avanzamenti laterali in una comune prospettiva russista, nella certezza che l’Ucraina non poteva vivere e crescere senza la fratellanza con la Mosca. I fatti, possiamo dirlo oggi, daranno ragione proprio ai panrussi. Kiev vive in una situazione di stallo permanente. Non sono i soldi della Germania a farla rinascere; e la vittoria di Trump in USA ha messo la fanatica Ucraina neonazista e antirussa con le spalle al muro!

Zakharchenko, di contro, sarebbe riuscito nella sua missione. Le Repubbliche popolari, pur nel contesto terribile e disperato che tutti conosciamo, sopravvivevano e non cedevano alle tremende pressioni cui erano sottoposte.

Si parla continuamente, con improbabili fake news, dopo il suo omicidio, di recenti dissidi con Mosca.

I dissidi con Mosca sono l’ultimo dei problemi. Da grande patriota quale era, Zakharchenko rivendicò dal primo giorno ciò che spettava alla sua gente sotto assedio e cercò di strappare tutto quel che poteva a Mosca. Dissidi tra Zakharchenko e Mosca ci furono quindi dall’agosto ’14 e andarono avanti sino al 30 agosto’18. Ma altrettanto certo è che proprio le componenti panrussiste di Mosca avevano trovato in lui la figura politica-diplomatica ideale in quel contesto. Assolutamente improbabile che lo abbiano “bruciato”: da escludere. Molto più probabile un lavoro su commissione del britannico MI6. Questo è solo l’inizio di una calda escalation antirussa che si va annunciando, causata dal progetto Nord-Stream 2. Va detto, infine, che non sono state di circostanza le parole commosse con cui il Presidente russo ha poco dopo l’attentato salutato il martirio del leader della RPD: come si sarà capito Zakharchenko tolse a Mosca, in un momento tragico, le castagne dal fuoco nella Novorossiya.

L’aquila russa devasta la bandiera di Pravy Sector

Fascismo e Antifascismo in RPD e in Zakharchenko

In Italia, ideologicamente, si parla molto di antifascismo o neofascismo della RPD. Senza conoscere la storia russa e gli ideali, le emozioni, le aspettative che dominano.

In realtà, prima di cadere nella guerra delle parole e degli slogan propagandistici, bisognerebbe aver chiaro che quando, seguendo la retorica ufficiale, in RPD si parla di Antifascismo, esso non fa rima con Antimperialismo.

Bisognerebbe poi analizzare un documento ufficiale della propaganda ideologica della RPD, “Noi siamo la Controrivoluzione russa” mai pubblicato in italiano. Per quanto contro-rivoluzione rimandi all’ideologia del contro-Maidan, la sostanza politica proviene dalla linea nera del patriarcato di Mosca e dal nazionalismo panrusso di Safarevich e Solzenicyn. La rivoluzione russa è completamente demonizzata quale frutto di una cospirazione russofobica, ebraica e straniera e si concepisce l’Euromaidan in continuità antirussa con la Rivoluzione d’Ottobre. L’unico Socialismo accettato è quello cristiano-ortodosso e nazionalista che deriva dall’ultimo Dostoevskij, non esisterebbe dunque un marxismo socialista, poiché non può esistere un socialismo anticristiano. Stalin e Breznev vengono riabilitati, a differenza di Lenin e Trockij, dalla ideologia ufficiale della RPD; solo in parte però in quanto “la loro negazione dell’ideologia marxista comunista…fu solo parziale”, come non venne messa la parola fine alla terribile persecuzione anticristiana che caratterizzò il bolscevismo russo. Allo stesso modo, le varie Costituzioni delle Repubbliche popolari confermano, oltre la retorica, l’Anticomunismo di fondo della dottrina politica. Il culto dei valori tradizionalisti ortodossi è la cartina di tornasole che differenzia uno Stato in ordine da uno “degenerato” e corrotto. La Costituzione della RPD (14 maggio 2014) nell’art. 6.5 proclama che alla base della politica vi è il rispetto del Tradizionalismo ortodosso del mondo russo e la religione del patriarcato di Mosca è considerata Religione di stato (art. 9.2). Il Cristo combattente e pantocrator è il simbolo universale condiviso delle milizie russofile. Il radicale antieuropeismo ideologico della RPD è dovuto alla sostanza liberaldemocratica e “anticristiana” della ideologia europea. Tra gli europei dominerebbe la sodomia e la corruzione sessuale; spesso i militanti del “separatismo” definiscono sprezzantemente Gayopa Bruxelles e l’UE, la Francia a loro avviso sarebbe una nazione “omosessuale” ed eterofoba, l’esempio perfetto di tutto ciò che i Russi non devono fare, una nazione in cui a breve l’islamizzazione strisciante potrebbe portare alla Sharia e ai ghetti per i resistenti cristiani. Onde evitare questo tragico quadro per il mondo ortodosso, l’ideologia RPD si riconosce nella promozione quotidiana e capillare del nazionalismo grande-russo e combatte dunque per la sua affermazione. Questo il punto centrale.

Zakharchenko si riconosceva completamente in questa visione del mondo, sono note talune sue conferenze in cui attribuiva alla “perversa” regia tedesca e ebraica la Rivoluzione d’Ottobre e in cui sosteneva che la Russia deve oggi massimamente difendere la sua identità cristiano-ortodossa da un presunto attacco islamico sostenuto e eterodiretto dagli Anglosassoni, come avrebbe mostrato la guerra cecena.

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3 pensieri su “DONBASS: CHI HA UCCISO ZAKHARCHENKO di F.f”

  1. Anonimo dice:

    articolo chiarificatore.chiedo all autore se risponde a verita' che a Lugansk predominano i comunisti.

  2. F.f. dice:

    Si è vero a Lugansk, con la brigata "Prizak", si è creata una area amministrativa che ha applicato misure sociali di tipo sanitario e primario molto avanzate. Tale impronta rimane certamente, ma non dimentichiamo che il comandante Mozgovoi, mai ben visto a Mosca, era un comunista che per le sinistre occidentali non sarebbe un comunista: dipendeva militarmente da Strelkov, estremista di destra anticomunista, aveva stretti collaboratori che provenivano dalla fascista Immagine Russa, promotori della Marcia Russa del 4 novembre, non faceva antifascismo perche'con i fascisti ci combatteva fianco a fianco contro l'esercito di Kiev. Piu'che comunista, direi nazionalbolscevico

  3. Anonimo dice:

    Articolo molto interessante.Ma anche fin troppo indulgente verso quello che Lenin chiamava "nazionalismo grande russo", fenomeno che condannava al parti della Russia zarista "prigione dei popoli". Non mi pare quello "grande russo" sia un nazionalismo democratico, né tantomeno antimperialista. esso da forma alle pulsioni imperialistiche ed espansionistiche russe. A volte (Georgia) tatticamente sostenibili altre no. Voglio ricordare quanto accaduto in Cecenia. Deduco che l'autore sosterrà l'invasione di Mosca.Comunque sì, articolo utile, anche per smontare una certa vulgata di certa sinistra pro-Donbass, che scambia lucciole per lanterne e vede solo l'antifascismo.

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