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CONTRO LE AUTONOMIE REGIONALI di Marco Bulletta

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[ 4 febbraio 2019 ]

Siamo alla minaccia incombente del “regionalismo differenziato”. Ne abbiamo scritto diverse volte nell’ultimo periodo. Il Comitato centrale di Programma 101 ha dichiarato di recente il suo netto NO spiegando che si tratta di un serio pericolo alla sovranità del nostro Paese. Diversi di noi, assieme ad altre decine e decine di cittadini hanno promosso e sostenuto la petizione «NO ALLO SPEZZATINO! DIFENDIAMO L’UNITÀ DELL’ITALIA rivolta a Conte, Di Maio e Salvini affinché bloccassero la procedura avviata dal governo Gentiloni.
C’è di mezzo, com’è evidente, la Costituzione, quindi la questione della natura e della forma dello Stato. Di contro alla tendenza, che l’Unione europea favorisce, all’indebolimento se non smembramento degli stati nazionali, vien fuori una resistenza “sovranista” che ripudia ogni concezione federalista dello Stato nazione. 
Volentieri pubblichiamo questo contributo dell’amico Marco Bulletta. Di contro a chi punta a spezzettare la nazione egli si spinge a chiedere la soppressione delle stesse regioni a statuto speciale — c’è anche chi, nel dibattito su come dovrebbe essere l’Italia di domani, propone l’abolizione, sic et simpliciter, delle regioni per invece ripristinare a pino titolo le province. Qui vale ribadire che per i sinceri democratici la sola sede per ridisegnare l’assetto della Repubblica, la sia voglia centralista su modello francese, o federalista alla Svizzera o alla Tedesca, si deve necessariamente passare per un processo serio che coinvolga cittadini, giuristi, politici e giunga a conclusioni ponderate e condivise; quindi per un’Assemblea costituente in quanto massima espressione della sovranità popolare  — non quindi lasciando le decisione alla maggioranza parlamentare del momento, tantomeno ad un qualche governo  di dilettanti come avviene da tempo in Italia.


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Altro che autonomia a Lombardia Veneto ed Emilia
abolire lo Statuto Speciale
Sta andando in scena un’ennesima assurda farsa italiota: la concessione dell’autonomia a Lombardia Veneto ed Emilia Romagna, a seguito dei referendum regionali tenutisi nell’ottobre del 2017. Si sta, cioè, andando in direzione esattamente opposta a quella in cui, nell’anno Domini 2019, il buonsenso suggerirebbe di andare in ossequio alla semplice, banale considerazione che lo “statuto speciale”e l’autonomia di alcune regioni, nell’attuale situazione internazionale appaiono come un anacronismo inammissibile e lesivo dei principi costituzionali. Si, perché lo statuto speciale seguita a regalare anacronistici e inammissibili privilegi a cittadini di alcuni territori, togliendone, per evidenti considerazioni di “relatività”, a tutti gli altri, e alimentando in tal modo quelle odiose asimmetrie economiche imposte dal paradigma neoliberista, che oggi vengono giustamente combattute dalle spinte “sovran-populiste”.

Pochi hanno finora avuto il coraggio di portare alla ribalta queste incongruenze, che, se un tempo, all’indomani della guerra, potevano, forse, avere un senso, per ragioni in parte geopolitiche, culturali, economiche, oggi non hanno più ragione di sussistere, viepiù nell’attuale contingenza geopolitica economica e finanziaria.
Viene infatti spontanea la considerazione che, alle soglie della terza decade del ventunesimo secolo, con problemi di ben altra natura rispetto a quelli che quasi ottant’anni prima il Paese si trovava a fronteggiare, il buonsenso e la logica spingerebbero ad andare verso una, seppur graduale, eliminazione delle differenze fra territori e cittadini in essi residenti.
E allora ci si domanda: Per quale ragione, in un simile frangente, si sta procedendo in fretta e furia all’espletamento degli iter per concedere alle tre regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna quell’autonomia che invece andrebbe tolta a quelle realtà territoriali locali che, secondo le considerazioni anzidette, non hanno più motivo di fruirne?
Andiamo con ordine. Vediamo in breve gli aspetti storici, giuridici e fiscali.
Qual è la principale differenza fra lo statuto ordinario e quello speciale? Lo statuto ordinario, detto statuto di diritto comune, è adottato e modificato con legge regionale, mentre lo statuto speciale è adottato con legge costituzionale, così come avviene per ogni sua modifica.

Le cinque Regioni autonome hanno quindi fondamento nei rispettivi statuti, derivanti da leggi Costituzionali; quelle a statuto ordinario fanno invece riferimento dall’articolo 117 della Costituzione. Sono tutte soggetti giuridici per cui valgono tre tipi di potestà legislativa: Potestà legislativa Primaria, che spetta alle Regioni a Statuto Speciale, e riguarda le materie deliberate dagli statuti speciali, dove la legge regionale è la fonte normativa preminente. I limiti sono nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico. Potestà legislativa Concorrente: la normativa nelle materie indicate dall’art.117 deriva dal concorso di una legislazione per principi che spetta allo Stato e di una legislazione dettagliata che spetta alle Regioni a statuto speciale, e non va sottoposta alla preventiva emanazione di leggi quadro. Potestà legislativa integrativa – attuativa: c’è un limite che si identifica con tutta la legislazione statale, di principio e di dettaglio. L’art 117 prevede inoltre che le leggi della Repubblica possano demandare alle Regioni a statuto speciale il potere di emanare norme per la loro attuazione. Lo Stato può comunque avvalersi delle leggi regionali in vista di una legislazione integrativa simile a quella del secondo tipo.
La legge n. 59/97 ha poi ampliato i poteri legislativi delle Regioni a statuto speciale, che hanno così ancor più autonomia legislativa, comprendente in tal modo anche il potere di diffondere norme attuative ai sensi del secondo comma dell’art 117.
Le Regioni a statuto speciale, rispetto alle ordinarie, hanno poi l’importante privilegio fiscale di poter trattenere quasi tutte le imposte (Irpef e Iva) pagate dai cittadini sul loro territorio. Privilegio non eguale per tutte: la Sicilia trattiene il totale delle imposte, Valle d’Aosta e Trentino i nove decimi, la Sardegna i sette decimi, il Friuli i sei decimi.
Vediamo nel dettaglio. Lo statuto speciale della Regione Sicilia  proviene dal R.D. n.455 del 15.05.1946, recepito dalla Legge Costituzionale n.2 del 1948, e originato dalle spinte indipendentiste che, presenti da molto tempo e represse dal Fascismo, riemersero con lo sbarco alleato del ‘43. La Sicilia, oltre ad un’ampia autonomia amministrativa, gode della maggiore autonomia fiscale, essendo la regione che trattiene localmente la maggior quantità dei tributi raccolti nel territorio regionale, compresi introiti di gioco e lotterie, ottenendo ulteriori risorse dallo stato centrale. Le aziende con sedi produttive in Sicilia, ma sede fiscale in altre regioni, versano una quota delle imposte sugli utili direttamente alla Regione Sicilia.

Le aspettative indipendentiste della Sardegna nacquero dopo la I Guerra mondiale, che costò all’isola un  notevole tributo di vite. Vennero poi represse dal Fascismo e riemersero dopo la II Guerra, portando al riconoscimento dello Statuto Speciale con la Legge Costituzionale n. 3 del 1948. Dal punto di vista fiscale, la Regione Sardegna trattiene il 70% dell’imposizione Irpef e Irpeg raccolta sul territorio e il 90% dell’imposizione derivante dalle altre tasse.
La Valle d’Aosta, ceduta dalla Francia al Regno Piemontese nel 1860 e di seguito entrata nel neonato Regno d’Italia, vide ridursi l’originale cultura francofona con le migrazioni interne prima, e con la politica di “italianizzazione” del Fascismo poi. Sul finire della II Guerra, lo Stato Italiano concesse un’ampia autonomia anche a questa regione per scongiurare un ritorno sotto l’amministrazione francese. La Legge Costituzionale n. 4 del 1948 sancì lo statuto speciale anche per questa che è la più piccola regione italiana, non suddivisa in province. Fiscalmente la regione Valle d’Aosta trattiene il 90% di tutti i tributi raccolti sul territorio regionale.

Il Trentino e l’Alto Adige entrarono, come noto, a far parte dello Stato Italiano dopo la I Guerra Mondiale. La provincia di Bolzano è prevalentemente di lingua e cultura tedesche, con minoranze di lingua e cultura ladine. Durante il Fascismo, ed in seguito durante la guerra, le popolazioni alto atesine hanno subito prima le politiche di italianizzazione, in seguito l’invito a spostarsi nella Germania allora alleata dell’Italia, prima di essere travolte dal dramma della Guerra, a cui gli abitanti di questa regione hanno partecipato sia tra le file tedesche sia tra quelle partigiane. L’Italia uscita dalla guerra non esitò a concedere larghe autonomie per smorzare le pulsioni indipendentiste, che hanno continuato ad esprimersi anche attraverso atti di terrorismo fino agli anni ’80, e che tutt’ora si manifestano col largo consenso attribuito ai partiti indipendentisti. Dal 1972 la Regione Trentino-Alto Adige/SudTirol si articola nelle due province autonome di Trento e Bolzano, la prima di maggioranza linguistica italiana e la seconda a maggioranza linguistica tedesca, che hanno incorporato la maggioranza delle competenze in precedenza attribuite alla Regione. La Provincia di Bolzano ha scuole divise tra i gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino, così come mantiene delle ripartizioni in merito alle posizioni amministrative, o nell’assegnazione delle case popolari. A tutti funzionari pubblici è inoltre prescritto il bilinguismo italo-tedesco. Fiscalmente il Trentino-Alto Adige, in forma unitaria o sotto forma delle due province che la compongono, trattiene il 90% della maggior parte delle tasse raccolte sul territorio, e il 100% delle imposte ipotecarie e delle imposte sul consumo dell’energia elettrica.

IlFriuli-Venezia Giulia ottenne lo statuto speciale solo nel 1963, anche per ragioni geopolitiche derivanti dalla divisione del mondo in due blocchi vigente a quell’epoca. Differisce dalle altre 4 regioni a statuto speciale per vari motivi. Fiscalmente trattiene molto meno del gettito locale rispetto alle altre: solo 4 tipi di tasse, e in misura più ridotta: 60% dell’Irpef; 45% dell’Irpeg; 80% dell’IVA e 90% dell’imposta di consumo dell’energia elettrica. Riguardo alla suddivisione amministrativa, le 4 amministrazioni provinciali verranno soppresse e non è passata nemmeno la proposta di suddividere la regione in 2 province autonome come per il Trentino-Alto Adige. Come forma di suddivisione amministrativa rimarranno le 18 Unioni Territoriali Intercomunali, facenti capo alle città principali e composte ciascuna da un numero di comuni compreso tra 6 e 22. L’articolazione delle materie di esclusiva competenza ricalca quelle delle altre regioni a statuto speciale.
La traduzione in cifre di questi privilegi fiscali dà il senso delle dimensioni. Le cifre divulgate relativamente agli ultimi anni presi in esame, evidenziano ad esempio che per la Sicilia l’Irpef si aggira oltre i 5 miliardi di euro; per la Sardegna intorno a 2,8 miliardi. Il  totale delle loro entrate è intorno a 42 miliardi, laddove per l’insieme delle 15 regioni ordinarie si aggira sui 125 miliardi.
Se si prendono in considerazione le spese, le Regioni autonome hanno ampia libertà di azione. Ad esempio la Valle d’Aosta ha una spesa pro-capiteche si aggira intorno a 11.700 euro e dunque è oltre quattro volte quella di una Regione ordinaria pur importante come la Lombardia, che si attesta intorno ai 2.200 euro; la spesa pro-capite di Trento e Bolzano è circa tre volte a quella lombarda, mentre in Sardegna e in Friuli è circa il doppio.
Ma è l’efficacia che la dice lunga sulle disparità che tutto questo genera: in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta i soldi della Regione alimentano servizi sociali di livello “scandinavo”, mentre in Sicilia sostengono il classico “carrozzone” tutto sprechi e inefficienza, per usare eufemismi.

In ogni caso i dati attestano il passivo di tutte e sei le realtà autonome, le quali, ancorché beneficiarie di ampia elasticità di introiti e spese, nonché di potestà legislativa, sono tutte in rosso, seppur con grosse differenze fra loro; infatti il deficit pro-capite di Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige si aggira sui 2.000 euro; le altre sono oltre i 4.000, con il primato negativo della Valle d’Aosta che sfiora i 5.000 euro. Se si prendono in considerazione i valori assoluti, evidentemente più indicativi del peso che questa situazione ha sull’economia del Paese, il quadro cambia ancora. Il deficit della Valle D’Aosta risulta di appena 617 milioni di euro, quello della Sicilia di quasi 22 miliardi, la Sardegna è sui 7 miliardi, le altre due regioni si attestano sui 2 miliardi ciascuna.
Dunque la spesa pubblica delle tre Regioni Autonome del nord è eccessiva, ma almeno garantisce efficienza, laddove nel meridione l’inefficienza e lo spreco, superiore al 50%, non giustificano l’ingente  utilizzo delle risorse finanziarie. E a proposito di sprechi, il dato riguardante i dipendenti è ancor più esplicito: la Sicilia ne ha tanti quanti tutte le altre regioni a statuto speciale messe assieme. Nel 2011 sono costati 1,27 miliardi di euro. Nello stesso anno, e per la stessa causa, la Lombardia ha speso 171,5 milioni: l’amministrazione ai lombardi è costata 13 euro a testa, ai siciliani 204.

Le Regioni autonome, insomma, costano molto a tutti, ma sicuramente molto di più a chi vive nelle Regioni ordinarie, che spende per garantire un welfare da sogno a trentini, altoatesini e valdostani, e sprechi alla Sicilia, oltre a una serie di facilitazioni varie a sardi e friulani.
Dai dati emerge dunque una “Casta a Statuto Speciale”, che stavolta comprende diffusa non solo politici ed amministratori ma una decina di milioni di cittadini “di serie A” a cui tutti gli altri, inevitabilmente definibili “di serie B”, pagano molti privilegi. Tutto ciò da quasi tre quarti di secolo, un po’ perché a causa delle varie garanzie statutarie lo Stato non ha potuto chiedere alle Regioni autonome i sacrifici richiesti alle altre Regioni, un po’ a causa della tradizionale debolezza della politica italiana, che negli anni non solo non è riuscita a ricondurre le anacronistiche e ingiustificabili asimmetrie economiche interne a quel logico ridimensionamento che il volgere dei tempi avrebbe richiesto, ma non è riuscita nemmeno a frenare le successive pretese di questi realtà privilegiate, che così hanno visto crescere anziché ridursi i propri immotivati e odiosi privilegi.

Risultato: esistono due Italie. Una, “ordinaria”, in cui le imprese, gravate da troppe tasse,  fronteggiano alla meno peggio il “moloch neoliberista globalitario” incarnato dall’UE, e quando, a causa dell’oppressione del “dogma” da esso imposto son costrette a chiudere i battenti, come tristemente si è verificato nell’ultimo decennio, i lavoratori perdono il posto, e tutti, comunque, scontano le restrizioni e i tagli allo stato sociale che da decenni le scellerate politiche neoliberiste impongono. L’altra Italia, “a statuto speciale”, in cui il settore pubblico offre facili posti di lavoro ai soliti amici (è il caso dell’esorbitante numero dei dipendenti della Regione Sicilia, che paiono essere intorno ai ventimila, ossia sette volte più della Lombardia, senza contare i trentamila “operai forestali stagionali”), le aziende fronteggiano una pressione fiscale inferiore (ad esempio in Trentino le “startup” hanno enormi agevolazioni fiscali) e nel caso di difficoltà si può contare su una serie di aiuti e sostegni pubblici nemmeno lontanamente immaginabili “nell’Italia ordinaria”, oltre a beneficiare, nelle tre regioni”speciali” del nord, di uno stato sociale altrettanto inimmaginabile altrove.

Una sorta di Eden, nel quale le famiglie che vivono nelle regioni Autonome trovano molti benefici. I valdostani, ad esempio, beneficiano da parte della Regione del finanziamento di una parte del riscaldamento domestico; i trentini beneficano di contributi sulle spese odontoiatriche, sulle badanti, sui pannolini per i bambini, della possibilità di un reddito minimo e di alloggi per chi si separa. Sempre in Valle d’Aosta è a carico della Regione addirittura la “tata” familiare. Un “welfare” efficientissimo, ma costoso per le casse pubbliche, in parte per gli abitanti delle Regioni Autonome, ma in buona parte anche a carico di quelli delle atre Regioni.
Talora lo Stato centrale ha tentato di limitare questi privilegi, ma dieci milioni di abitanti sono altrettanti voti, e nessuno ha avuto la forza di intaccarne i privilegi, che, anzi, sono cresciuti.
Le regioni a statuto speciale hanno avuto un senso in un’epoca diversa, ormai alle nostre spalle da molto tempo. Si trattasse di un dopoguerra con annessioni o di una guerra fredda, di sostegno economico o di rischio di separatismo. Ma oggi le cose sono molto diverse e non ha più alcun senso l’esistenza di statuti speciali che violano i principi costituzionali e creano solo disparità tra cittadini, accentuando le differenze mai colmate sin dall’inizio della storia unitaria.

Del resto anche fra le regioni ordinarie sussistono notevoli squilibri fra loro sulla sanità, bilanci, fisco, ecc. Oggi queste disparità sono anacronistiche e dannose. Tutte insensatezze, e alcune più di altre. Le sbandierate “ragioni storiche” e i vari diritti acquisiti ormai sono soltanto il paravento di inammissibili privilegi, che cozzano con i ben più importanti principi di giustizia ed equità sanciti dalla Costituzione.
Sorgono ordunque, “alla fine della fiera”, alcune considerazioni spontanee.
Innanzitutto a proposito dell’incoerenza della cosiddetta sinistra, che ben lungi dal difendere gli interessi del popolo come entità unica, da un lato ha sempre protetto, durante questi decenni, le suddette autonomie per prendere voti (prova ne sia che in Trentino-Alto Adige il crollo del PD non ha avuto le proporzioni che ha avuto nel resto d’Italia) e dall’altro si ostina ottusamente a farsi improbabile paladina del dogma neoliberista-eurocratico-globalitario che schiaccia ogni istanza di identità culturale dei popoli.
Inoltre a proposito dell’incoerenza della Lega, che ad onta di un presunto rinnovamento mostrato in occasione delle elezioni politiche dello scorso anno e volto all’apertura ad un progetto di ricostruzione della dignità nazionale basata sul sovranismo, appare irrevocabilmente dominata dalle tendenze separatiste e dalle mentalità asfittiche degli innumerevoli inquietanti personaggi che da sempre ne animano le politiche, che in ultima istanza conducono all’asservimento ai modelli imposti da parte delle èlites eurocratiche germanocentriche.
Ancora, osservando che il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta` e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” e pertanto l’assurda scelta di favorire le mire “autonomistiche” di Lombardia Veneto ed Emilia suona apertamente come una violazione di questo sacrosanto principio.

Dunque, con buona pace delle varie incoerenze, da quelle della pseudo sinistra neoliberista e globalista, serva sciocca delle élites, a quelle della Lega, che malgrado gli sforzi del suo attuale capo politico è ancora evidentemente ostaggio di miopi e asfittiche convinzioni diffuse in buona parte dei suoi elettori del nord, sarebbe ora, anziché di accentuare i divari economici e le anacronistiche a assurde disparità di trattamento dei cittadini, sempre più discriminati in base alle collocazioni territoriali (questione del resto storicamente “datata” e mai risolta), sarebbe, dunque,  veramente ora di affrontare in modo serio, razionale, aperto e scevro da stupidi egoismi un problema che amplifica le asimmetrie economiche e geopolitiche già ampiamente consolidate dal paradigma neoliberista e sottaciute dalla politica codarda e opportunista. Sarebbe ora di tracciare  una volta per tutte la strada per restituire dignità e giustizia a quei “cittadini di serie B” che si vedono vessati anche dall’ingiusto mantenimento dei privilegi dei “cittadini di serie A”. Sarebbe ora di voltare pagina nella storia di questo Paese e cogliere l’opportunità di questo momento politicamente fluido per saldare un cambio di paradigma politico-economico con un cambio di mentalità, e comprendere che un nuovo modello sovranista di economia mista e di politica volta a colmare le ingiustizie e i divari può essere la strada per restituire dignità a questo Paese e alla gente che ci vive.


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