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PER UNA CRITICA DEL POPULISMO (1) di Mauro Pasquinelli

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[ martedì 16 luglio 2019 ]

Non sono poche le occasioni in cui SOLLEVAZIONE ha ospitato riflessioni sulla questione del “populismo”. Anni addietro, non solo noi, promuovemmo sul tema convegni di studio. Una categoria politica, quella del “populismo”, polisemica e insidiosa quant’altre mai. Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, l’avvento al potere di due formazioni considerate populiste, il fatto dunque che l’Italia diventa il principale laboratorio politico europeo, obbliga a tornare sul punto ed a riaprire la discussione. Iniziamo con questo contributo.


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POPULISMI SENZA POPOLO, 
POPOLI SENZA SOCIALISMO

(prima parte)

di Mauro Pasquinelli

I socialisti rivoluzionari, dalla Prima alla Quarta Internazionale, da Rosa Luxemburg a Guevara, da Mao a Castro, pur nelle differenti sfumature e sintesi progettuali, hanno sempre  tenuto a distinguersi in un oltre confine, in un terzo campo, oltre il finto dualismo novecentesco destra – sinistra. 
Ai tempi di Marx l’opposizione destra-sinistra non esisteva ma si presentava nelle vesti di alternativa tra Monarchia o Repubblica democratico-borghese.  Non diverso era ai tempi di Lenin, dove destra significava fascismo, bonapartismo, reazione, militarismo e sinistra socialdemocrazia, democrazia, riformismo, pacifismo.  Mai, tuttavia, abbiamo visto dirigenti o teorici del socialismo, tranne quelli di matrice riformista, posizionarsi nel secondo campo delle opzioni della classe dominante. Dal terzo campo rivoluzionario, si poteva al massimo fornire un appoggio tattico al secondo campo per porre un argine o battere l’ipotesi del primo, quella più autoritaria.

Al dualismo storico destra sinistra nel campo delle opzioni borghesi, che data dall’affare Dreyfus (1894) oggi si aggiunge, o forse si sostituisce, quello tra popolo ed élite, per la precisione tra populismo e globalismo, sovranismo e cosmopolitismo.
Cercherò di dimostrare perché il populismo non è un alternativa vera al cosmopolitismo, come la sinistra non lo è mai stata alla destra.

Queste riflessioni vogliono essere un invito alla discussione sul tema del populismo all’interno della sinistra patriottica, per una ridefinizione del suo posizionamento tattico e strategico, che tutt’ora, ahimè, staziona all’interno del secondo campo populista, presidiato in Occidente da forze politiche per lo più xenofobe e rozzo-brune.

Lancio subito una provocazione concettuale che sarà più chiara dopo aver letto questo breve saggio, e che a me serve per renderlo più appetitoso: il populismo agisce in nome del popolo. Il socialista agisce per il popolo e con il popolo. Questione di preposizioni? No questioni di sostanza e lo vedremo alla fine.

“L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi” scriveva Marx in esergo al proclama di fondazione della Prima internazionale. Ed aveva ragione: il socialismo è la prima forma sociale, nella storia dell’umanità che per essere realizzata richiede il protagonismo e la partecipazione attiva e permanente della comunità degli uomini. Altrimenti non sarà mai.  Non l’autonomia del politico di un nuovo principe machiavellico populista con scienza incarnata e gregari a suo seguito, che agisce in nome delle masse e ad esse porta la coscienza dall’esterno, ma il movimento reale degli oppressi che si eleva al livello del sublime e dei suoi compiti storici, e che abolisce lo stato di cose esistenti. Questa è l’unica strada che potrà condurci fuori dal capitalismo. Questo il pertugio strettissimo da attraversare per uscire dalla caverna degli spettri di platoniana memoria. L’alternativa è il giro infinito del criceto, è la fatica di Sisifo condannato dagli Dei per tutta la vita a percorrere gli stessi tragitti, gli stessi tragici errori, con il gran peso della roccia sulle spalle.
E quindi:

Se noi non potessimo già scorgere nascoste in questa società — così com’è — le condizioni materiali di produzione e di relazioni fra gli uomini, corrispondenti ad una società senza classi, ogni sforzo per farla saltare sarebbe donchisciottesco” (Karl Marx, Grundrisse).


Destra-sinistra, morte del sociale e del politico


Ha ragioni da vendere Jean Claude Michea: la sinistra ha perso ed è stata definitivamente ripudiata dal popolo perché nel Novecento ha aderito al mito ideologico del “progresso”, in nuce nella filosofia dei lumi, sbocciato in modo compiuto nel pensiero liberale e penetrato, come un bacillo, nello stesso pensiero marxista.  Ma attenzione: sappiamo che Marx fu il primo a non dichiararsi marxista! Marxismo è il Marx edulcorato dagli epigoni!
Dalla primigenia condanna del luddismo fino all’odierna esaltazione del cosmopolitismo, il mito del progresso, si impone come vera furia storica del dileguare, come rullo compressore di impareggiabile potenza. Esso implica il rifiuto di ogni passatismo, di ogni identitarismo basato sulle tradizioni, di ogni nostalgia di confini nazionali e di limiti dello sviluppo. Tutto può essere messo in discussione, persino Dio, ma non le libere forze del mercato che irrompono nella storia e spianano la strada al futuro, lasciando sulla strada il vecchio, visto sempre come rifiuto della storia come detrito del passato!
La sinistra, ancor più della destra, ha aderito a questo mito, a questa metafisica dell’illimitato. Così oggi ci ritroviamo in quasi tutto l’occidente con una sinistra che è passata quasi interamente nella destra ed una destra stravincente che può pure permettersi di inalberare valori della sinistra, in un vorticoso scambio dei ruoli.

Non deve depistare il fatto che la “sinistra” abbia issato il migrante al posto del proletario o del contadino, sulla propria bandiera. Per colmo dell’ironia il migrante da loro glorificato non è la figura dell’ultimo che si riscatta, ma l’archetipo del mendicante pronto a morire per inseguire la false promesse del nostro “progresso”, per accaparrarsi le briciole che cadono a terra dalla opulenta tavola del consumismo occidentale. Nel migrante loro ravvisano il servo senza vincoli, sans phrase, disposto, ancor più del proletario, a farsi sfruttare e sottomettere. Vedono in lui la forza muscolare, la vitalità, la potenza fisica che l’annichilito operaio occidentale, bianco e pigro, cresciuto a brioche e digitale, sta inesorabilmente smarrendo.

Nel migrante destra e sinistra scorgono oramai la plebe che rischia tutto per trasfigurarsi nell’altra figura simbolica del “progresso” occidentale, la figura del consumatore totale, il nulla cosmico umanoide elevato a metafora del vivere neoliberale. Migrante totale-consumatore totale ecco il binomio della morte del sociale, della barbarie e dello sradicamento in cui la civiltà occidentale sta collassando.

In un lungo secolare percorso, partendo da posizioni che all’inizio sembravano antitetiche, destra e sinistra si sono incontrate al centro e questo centro geometrico si chiama liberalismo politico ed economico. La sinistra che si era affermata nella difesa dei diritti dei lavoratori e nel superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ha completamente reciso le proprie radici, ha obliato i diritti sociali per abbracciare il liberalismo dei diritti civili individuali e di minoranza. La destra che era storicamente ancorata alle tradizioni, ai valori di identità nazionale, di patria, ordine e famiglia, abbracciando il liberalismo economico che annienta quei valori, non poteva che snaturarsi e rendersi indistinguibile dalla sinistra.

  L’epilogo di questo processo storico che fa del liberalismo l’anima, il primum movens dell’economico e del politico, è la morte del sociale. E’ una società polverizzata, liquida, in cui gli individui non hanno più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati, strategie di potere, tecniche di arrangiamento e sopravvivenza. Con il trionfo del liberalismo muore la comunità.  In epigrafe a questo approdo possiamo porre le parole della Thatcher: “la società non esiste più esistono solo gli individui”.

Ma non muore solo il sociale, muore anche il politico! L’anti-politica non è nel populismo, che invece tenta in extremis di riesumarla e riattivarla, ma nell’approdo finale di destra e sinistra che lascia alla mano invisibile del mercato, agli incappucciati dello spread, il potere effettivo di decisione sulla vita e il futuro dei popoli.  

La forma capitale liquida e cosmopolita aborre i politici, rifugge la politica alla vecchia maniera come scelta tra alternative di civiltà, tra ipotesi di senso. Essa richiede solo esperti di gestione dei flussi globali delle merci, tecnici del calcolo e dell’efficienza del dominio. Si realizza il sogno di Saint Simon e di Marx, ma nella forma di un incubo tecnocratico: la fine della politica trasformata in amministrazione delle cose, non in seguito all’abolizione delle classi, al passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, ma nella forma di una gestione tecnocratica, di una sussunzione reale della sociale al capitale scientificamente e razionalmente pianificata.

Benvenuti nel regno della post-politica, della post-democrazia dove il ruolo affidato agli elettori è solo quello di approvare politiche “razionali” elaborate da tecnocrazie, per meglio assoggettarli alle catene dello sfruttamento e dell’estorsione di valore.

Fortunatamente però l’istinto sociale dell’homo sapiens è stato compresso ma non sradicato! La lotta di classe è stata vinta dai dominanti ma non abolita. E le classi povere e pericolose cercano altri canali su cui esprimere e riversare la propria rabbia, il proprio dissenso. Il populismo è la prima zattera scalcagnata che i popoli hanno trovato dopo il naufragio di destra e sinistra, dopo la morte del sociale. Zattera concessa loro dalle stesse classi dominanti in crisi storica di egemonia!  

Sarà essa sufficiente a portare i popoli ad un approdo comunitario di giustizia, uguaglianza e di libertà Penso di no!  Ma lo vedremo meglio alla prossima puntata.

(continua)

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