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NATURA E FUNZIONE STORICA DEL POPULISMO DI SALVINI di F.S.

[ domenica 4 agosto 2019 ]

Prosegue su SOLLEVAZIONE il dibattito sul populismo. Siamo effettivamente nel cosiddetto “momento Polaniy” In questo caso il nostro collaboratore F.S. s’interroga sul fenomeno Salvini, le sue contraddizioni, le sue possibili evoluzioni. Tra queste egli sembra escludere una possibilità che pure è in campo: che la sua forza propulsiva si esaurisca a causa del combinato disposto dei suoi limiti intrinseci e della capacità del sistema di riassorbirlo.


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“Il popolo ama soltanto i soldati usciti dalle sue file”

Blanqui 20 aprile 1848 

Il sionismo globale contro Salvini?


Ritorno sull’argomento, poiché, a differenza di quanto pensano i più quotati analisti, dalle varie mosse tattiche delle superpotenze sulla politica italiana e mediterranea si può meglio comprendere lo scontro interimperialista in atto e non viceversa. Chi controlla il Mare Mediterraneo controlla la politica mondiale: dopo anni di bombardamenti ideologici economicistici che poggiavano sull’Indo Pacifico o sulla presunta locomotiva economica eurofrancotedesca, che avrebbero ridisegnato i confini geopolitici universali, per non parlare del recente bluff di Acquisgrana 2019, Limes inizia seppur timidamente a sviluppare un approccio più equilibrato e realistico (in particolare si veda il prezioso saggio del viceministro degli esteri Emanuela C. Del Re, pp. 283 e sgg). Come aveva segnalato SOLLEVAZIONE , Gibuti — ben più di Taiwan — è già attualmente il punto geopoliticamente più caldo nello scontro interimperialista in atto tra superpotenze e tra potenze medie.

Ricostruendo così le ultime vicende interne, avevo azzardato che fosse in atto un assedio politico, mediatico, informatico dello Stato profondo Italia-Usa-Israele contro il populismo conservatore di Salvini. Avevo tra l’altro parlato – riguardo la vicenda Savoini – di un attacco politico preciso dello stato profondo clintoniano, non di una banale vicenda complottistica da servizi segreti.

Sia gli elementi che emergono dall’inchiesta sul Moscagate, sia l’ennesimo radicale affondo sionista contro Salvini del tutto gratuito ed immotivato, sembrano confermare tale originaria ipotesi di lettura condivisa. Chiaramente questo significa che nonostante il tentativo salviniano di accreditarsi come un “amico di Israele”, e le fazioni dell’imperialismo neocons presenti nell’amministrazione Trump, e le fazioni sioniste della sinistra imperialista occidentale non lo considerano affatto un amico. Anzi, lo considerano ora come ora il Nemico principale, anche perché non è chiaro dove voglia andare a parare.

Entrambe le fazioni hanno ormai puntato, infatti, sui Cinque Stelle. Il premier Conte si va sempre di più proponendo come un elemento diplomatico di mediazione globale tra le varie linee in lotta anche in Usa ed Israele, il suo discorso del 26 luglio alla Conferenza degli ambasciatori in cui ha elevato gli USA addirittura a modello di società democratica globale lo conferma. Il significato politico immediato dell’importante discorso del premier, oltre le evidenti mistificazioni costituzionali storiche-politiche, oltre le spallucce levantine sui genocidi sistemici interni e internazionali compiuti dalla “democrazia liberale imperialista” USA, non è stato colto. Conte infatti vuole strategicamente espropriare il bergoglismo della strategia politica alterglobalista di cui il partito politico del pontefice si è appropriato sino ad ora. Il profilo ambizioso dell’agenda Conte si potrebbe autonomizzare anche dal disegno compassato che prevede in proposito il presidente della repubblica. C’è quindi maretta nel “partito badogliano” (Conte, Tria, Trenta, Moavero) e non è da escludersi un serio tentativo di opa sui Cinque Stelle da parte di Conte, che si immagina ormai nella veste di statista dal profilo internazionale. Il leader leghista sembra però non reagire sul piano della politica internazionale; ma mira a consolidare il consolidare il consenso popolare.


Il salvinismo come nuovo blocco sociale?


La scelta politica di Salvini, di definitiva conquista del Sud Italia, è in proposito giusta e tempestiva. E’ definita dai media “la campagna d’agosto”. Ciò significa liquidazione interna della linea della piccola — e politicamente debole — frazione della grande borghesia del Nord timidamente filoleghista, autonomista in politica interna ed eurista, seppur criticamente, sul piano internazionale. E’ una scelta coraggiosa e strategica, sarà probabilmente l’addio alla fase orbaniana di Matteo Salvini. Il leader milanese va entrando in uno spazio ignoto, di difficile definizione. Inevitabilmente, andranno curati con più precisione e metodica particolarità i legami geopolitici e le prospettive di politica internazionale, altrimenti lo scopo finale dell’ “operazione Sud Italia” perderebbe di senso compiuto. Ciò in definitiva significherebbe nella prassi spostamento dei rapporti di forza politici interni sulla centralità del blocco sociale tra elite dell’esercito, piccola impresa padana e masse piccolo-borghesi o proletarie del Centro-Sud

Salvini si trova però nel classico vicolo cieco; autonomia differenziata e flat tax non vanno affatto nella direzione auspicata dalla piccola borghesia del Centro Sud. I toni cupi nel rapporto della Svimez sul Mezzogiorno d’Italia lo mostrano. Si parla di spopolamento e Pil sottozero. Sono gli effetti voluti della cura Monti, la strategia mercantilista e liberista dei franco-tedeschi basata sul rafforzamento dei poli nordisti ha ulteriormente degradato il tessuto meridionale. Quindi, se campagna del Sud sarà, o il salvinismo si tradurrà in Destra sociale o Sinistra nazionale, come scrivevo giorni fa, o sarà un fallimento. Chiaramente, la campagna del Sud non può prescindere da un nuovo modello di “Roma capitale” a trazione universale, moderna, una sorta di “smart city” d’avanguardia che punti a superare Milano. Ciò sarà difficilissimo dopo le devastazioni strategiche piddine e pentastellate, è evidente. Ma necessario più d’ogni altra cosa. Roma è l’Italia. L’Italia è Roma sovrana e guida.

Il populismo contemporaneo e il parricidio di Matteo Salvini


Il populismo contemporaneo nacque in Italia a cavallo della tempesta golpista denominata Tangentopoli. Bossi fu il primo politico populista dell’era odierna. L’Italia anticipa, come suo solito, tendenze politiche strategiche che poi ritroveremo sia in Oriente (il populismo né destra né sinistra di Ahmadinejad), sia in Sudamerica (il populismo socialdemocratico di sinistra di Chavez), sia in Occidente (il populismo conservatore della Brexit e di Trump). Bossi, a differenza di quello che sosteneva la sinistra radicale sistemica e subimperialista (che si arruolò nella battaglia “in difesa della patria” con Cossiga e G. Fini….), fu un fiero antifascista, figliastro politico non dell’élitismo populista blanquista e machiavelliano di Mussolini ma delle lotte partigiane. Bossi incarnò allora l’idea di popolo del “patriottismo” democratico antifascista. Lo stato centralista romano era, in base all’ottica autonomista e neo-resistenziale padanista, un residuo “fascista” da spazzare via. Per Bossi, non a caso, la svolta salviniana sarà di tipo neofascista


A mio avviso, la lettura di Bossi è forzata ed antistorica, ma è significativa per comprendere come le analisi di sinistra siano comunque in fondo sistemiche e fuorvianti, dopo il 1990 quasi generalmente interne ad un’ottica liberal-occidentale. Lo furono, fuorvianti, negli anni ’90 sul fenomeno Bossi, lo sono oggi allo stesso modo sul salvinismo. Berlusconi, che avrebbe potuto consacrarsi storicamente con decenni d’anticipo come il Trump in lotta contro le élite antiproletarie di sinistra, a parte talune coraggiose scelte sul piano della politica internazionale, è quindi finito nel deliquio politico liberale ed antipopolare da cui proveniva. Il popolo non lo ha riconosciuto perché non era un soldato uscito dal popolo e perché è stato un politico debole. Ben diverso il caso di Matteo Salvini, figlio del proletario e della piccola borghesia della Lombardia.

Salvini il neutralista e la Russia: Berlusconi 2011?


Evidentemente, la via maestra salviniana sarebbe quella di uno sparigliamento generale; sia nei rapporti di forza interni rappresentati dalla religiosità cattolica, sia nei rapporti di forza con le élite. E qui Salvini sbaglia: sia ad appoggiare esclusivamente le forze conservatrici del cattolicesimo, anche perché cattolicesimo sociale non fa affatto rima con macronismo o con ordo-liberismo eurista genderista e deportatore (come il partito bergogliano ama far credere), sia a posizionarsi nella dimensione di oppositore totale ed acritico delle élite. 


Salvini rischia così di risultare funzionale al sistema. Non è da escludere del resto che se un eventuale esecutivo tecnico mettesse fine alla fase del governo gialloblu — per quanto sia nell’immediato da escludere — un Draghi o un Cottarelli o un altro nome tecnico premier non potrebbero essere la bella copia dell’austero e grigio premierato Monti, ma dovrebbero anche loro fare ricorso a una inedita miscela di neoélitismo tecnocratico e populismo tattico. 

Anche in tal caso, proprio nella prospettiva di sparigliare i vari fronti che sembrano monolitici, se Salvini — come più volte ha detto e come continua a ripetere — sembra tenere così tanto alla causa del cristianesimo martirizzato e perseguitato, e di quello mediorientale in modo particolare, minacciato effettivamente su tutti i fronti dal terrorismo globale e dal sionismo, è un mistero allora comprendere come il Nostro possa geopoliticamente preferire Netanyahu a Nasrallah, Bergoglio-Macron a Khamenei, Trump “il saudita” al presidente Assad e al Fplp palestinese e così via…..
Come possa in sostanza preferire il militarismo razzista e guerrafondaio sionista, che peraltro lo sta ostacolando su tutta la linea sia in patria sia all’estero, al Ba’th socialnazionale siriano, fortezza inespugnata di modello di stato filocristiano mediterraneo come nessuno altro nell’era odierna. In definitiva: come possa preferire l’Occidente imperialista e bergogliano che non muove un dito per difendere le comunità cristiane mediterranee al putinismo diplomatico, moderato e pacificatore? 

Ad esempio: pochi giorni fa si è registrato un avanzamento strategico senza ritorno nell’alleanza marittima tra l’Iran e la Russia. Salvini con chi si posizionerebbe al riguardo? Con il putinismo diplomatico, che vuole salvare la pace e che sta salvando le comunità cristiane nel Medio Oriente, o con le frazioni più guerrafondaie e fanatiche d’Occidente e d’Israele?

Ciò riporta alla mente il Berlusconi del 2011, a parole fervidamente filorusso, ma nei fatti interventista — contro gli stessi interessi nazionali italiani — sul fronte libico contro la “gran Jamahiriya”. Pochi mesi dopo l’intervento sul teatro libico, Berlusconi sarebbe caduto. Finiva di fatto così la sua carriera da statista. 

Ben altro destino storico e politico andrebbe auspicato a un figlio del popolo e del proletariato italiani come Matteo Salvini.


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