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CINA: TRA COVID ZERO E RIVOLTE OPERAIE

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Da alcuni giorni ingenti gruppi di operai della multinazionale taiwanese (sic!) FOXCONN sono in rivolta e si sono scontrati nei giorni scorsi con le forze di polizia — nei video si vedono migliaia e migliaia di operai inferociti che affrontano centinaia di poliziotti in tenuta…anti-covid. Dopo la fuga di migliaia di dipendenti dalla militarizzata fabbrica di Zhengzhou (300mila dipendenti, ma c’è chi dice il doppio) a causa delle durissime condizioni di lavoro, la direzione, dovendo aumentare la produzione in vista dei picchi di vendite in vista del Natale, è stata costretta ad assumere migliaia di giovani promettendo alte retribuzioni. I lavoratori last minute scopriranno invece, oltre a condizioni e ritmi disumani, che le retribuzioni reali sono molto più basse. Di qui uno dei motivi delle violente proteste. Proteste amplificate dalle durissime restrizioni anti-Covid (milioni le persone che vengono segregate nei quartieri, nei condomini, nelle abitazioni) che stanno causando per di più chiusure di aziende, uffici e negozi, perdita del posto di lavoro…

Pubblichiamo questo articolo che riteniamo utile per comprendere la attuale situazione in Cina a causa delle spietate misure anti-covid, malgrado il numero di casi sia irrisorio e, come ammesso dalle stesse autorità, essi siano il più delle volte  asintomatici.

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SITUAZIONE INSOSTENIBILE

di Monica Dematté * 

«Non tamponi ma cibo, non lockdown ma libertà, non menzogne ma dignità, non [un’altra] rivoluzione culturale ma riforme, non capi ma votazioni; non schiavi ma [finalmente] cittadini»

Sono le parole scritte in grande su uno dei due striscioni appesi il 13 ottobre 2022 sul ponte di Sitong nel quartiere nordoccidentale Haidian a Beijing (Pechino). Sullo striscione di destra c’è addirittura un’accusa diretta al ‘leader maximo’: Sciopero a scuola e sul lavoro, rimuoviamo Xi Jingping, dittatore e traditore del paese! Solleviamoci se non vogliamo essere schiavi! Opponiamoci alla dittatura, all’autoritarismo! Salviamo la Cina con votazioni presidenziali aperte a ogni cittadino!

Il tutto accompagnato da un gran fumo nero emanato da un falò di copertoni e da slogan dello stesso tenore diffusi da altoparlanti. Un’azione compiuta da una persona vestita con un gilet fosforescente da operaio, che si intravede portato via su una delle auto della polizia accorse sul luogo. Il video dell’accaduto si diffonde a macchia d’olio via WeChat per tutta la Cina e all’estero, poi viene cancellato. Peng Zaizhou (pseudonimo della persona in questione, che sembra si chiami Peng Lifa, diventa l’eroe di milioni di persone, che pur ammirandolo e invidiandone il coraggio, sono ormai abituate a limitare l’ambito delle proprie azioni a un clic sugli insidiosi mezzi tecnologici.

Qualche giorno dopo a Shanghai due giovani (una ragazza e un ragazzo, entrambi con lunghe chiome) percorrono qualche centinaio di metri in mezzo alla strada tenendo uno striscione che cita quello pechinese senza ripeterne i contenuti, lasciando che sia il ‘non scritto’ a veicolarne il significato (non…ma, non…ma… ). Una scelta molto più in linea con il carattere e la cultura cinesi, che si esprimono tradizionalmente in maniera indiretta e allusiva. Dal 3 novembre circola su WeChat la foto di un giovane uomo che va a fare il tampone quotidiano anti-Covid (obbligatorio in molte città della Cina) a Guangzhou, nudo sotto un impermeabile trasparente. Si parla del ‘nuovo abito dell’imperatore’ laddove l’imperatore è il corrispettivo cinese del nostrano ‘re’.

Dopo la fine della ventesima Assemblea Generale del Partito Comunista Cinese, terminata da poco con l’auto-proclamazione a leader assoluto da parte di Xi Jingping, sono tantissimi i commenti scambiati ancora una volta via WeChat che contengono due ideogrammi: wandan, ‘è la fine’ (o ‘si fa una brutta fine’), tanto è vero che dopo poco tutti i messaggi contenenti questa e altre espressioni simili vengono bloccati. Sembra che circa 700.000 gruppi WeChat siano stati chiusi durante l’Assemblea nella settimana dal 16 al 23 ottobre 2022.

A Zhengzhou, capoluogo dello Henan (circa 10 milioni di abitanti rinchiusi in casa, impossibilitati in molti casi a procurarsi cibo e altri articoli di prima necessità) si sta svolgendo l’inquietante vicenda della fabbrica Foxconn che dà lavoro a più di 200.000 operai (a 350.000 secondo altre versioni), in maggioranza ragazzi nati negli anni Novanta e provenienti da varie località dello Henan (la provincia più popolosa della Cina). La fabbrica produce a livello mondiale un’alta percentuale degli iPhone più recenti, ed è molto importante per l’economia della regione. Ospita la mensa e i dormitori per gli operai, ma dopo che al suo interno hanno iniziato ad esserci dei positivi al Covid 19 è scoppiato il caos. Ogni mattina gli operai devono fare file lunghissime per raggiungere il tavolino dove farsi fare il tampone, gestito da una sola persona. E’ diventato molto difficile procurarsi il cibo (si vedono immagini di lavoratori che si spintonano per accedere a provvigioni portate all’interno dell’area dello stabilimento) e logisticamente molto complesso se non impossibile isolare i ‘positivi’.

La paura di essere infettati ha causato la fuga notturna di molti operai, che si sono avviati a piedi verso casa, distante anche centinaia di chilometri, trascinando dei trolleys – sembra di rivedere la vicenda analoga accaduta in India a molti precari, ma qui i lavoratori hanno un’apparenza molto più ‘presentabile’. Di giorno percorrono strade secondarie, di notte le superstrade. Gli abitanti dei centri abitati attraversati dai ragazzi lasciano loro cibo e bevande sulla strada. Il governo locale, per scongiurare altri episodi simili, ha ritenuto opportuno emettere un comunicato in cui cerca di rassicurare la gente sulla pericolosità del virus, definendolo una malattia che ‘guarisce da sola’. “Ma se non è una malattia grave” cominciano a chiedersi anche le persone più ingenue, che si sono fidate fino ad ora della benevolenza e avvedutezza dei diktat governativi, “perché regole e proibizioni così estreme?”

A Lanzhou, nel quartiere di Qilihe a maggioranza mussulmana Hui, un padre chiama l’ambulanza per il figlioletto di tre anni, ma dopo mezzora non è ancora arrivata e il bimbo muore. Vicini e parenti inferociti si assiepano al limite della zona accessibile (limitata dal lockdown all’immediata vicinanza dell’abitazione), e arriva di corsa un gruppo di militari in tenuta antisommossa, dotati di scudi, con sopravvesti bianche e mascherine. I cittadini si schierano dietro la transenna con i telefoni e filmano tutto; non mostrano l’intenzione di indietreggiare. Fanno commenti sulla velocità d’arrivo dei militari rispetto all’ambulanza, questi dopo qualche minuto si dileguano. Tutti i video diffusi vengono cancellati entro pochi minuti.

In Mongolia interna un gruppo di qualche centinaia di studenti universitari è su un treno apposito che li porta dalla capitale Huhehot a Baotou. All’interno del treno sono tutti bardati da capo a piedi con divise bianche anti-contagio. Arrivati alla stazione di Baotou si scopre che alcuni di loro sono positivi. Non viene quindi dato il permesso a nessuno di scendere dal treno, dove i ragazzi rimangono chiusi senza cibo, con difficile se non impossibile accesso al bagno, in condizioni disumane. Diffondono messaggi chiedendo aiuto e documentando la situazione, che verranno cancellati in tempo reale.

Sempre in Mongolia interna, a Huhehot, una donna rinchiusa in un edificio la cui entrata è sbarrata dall’esterno (durante il lockdown in molte aree i portinai e gli addetti alla ‘sicurezza’ sanitaria appongono sigilli agli edifici, diventando i carcerieri dei cittadini e impedendo loro di uscire per qualsivoglia motivo) si butta dalla finestra. La figlia adolescente, disperata, comincia a mandare messaggi al portinaio chiedendogli di aprire la porta e a lei si aggiungono gli altri inquilini, ma il portinaio temporeggia. Solo dopo parecchio tempo si vede che qualcuno è riuscito ad avvicinarsi al corpo disteso a terra, morto.

In tutta la Cina, con poche eccezioni, i lockdown durissimi stanno impedendo ai cittadini di uscire di casa, nel peggiore dei casi anche per andare a fare la spesa, nel migliore per lavorare, andare a scuola, fare due passi. L’acquisto del cibo si fa, per chi è pratico, su internet, con autentiche lotte virtuali di velocità per assicurarsi i generi disponibili. Si sono visti anche zelanti ‘controllori’ che percorrono le strade con l’altoparlante incitando le persone chiuse in casa a dormire di mattina, pomeriggio e sera, così da ingannare il tempo e la fame. Gli ascensori nei grattacieli vengono attivati solo per essere utilizzati nell’unico momento in cui si può/deve uscire dalla porta di casa, cioè per fare il tampone (ogni 24 ore nelle aree più ‘a rischio’). Le persone risultate positive, che durante il lockdown di Shanghai venivano portate via a forza e separate anche da bambini in età prescolare (in genere isolati con altri coetanei e non con i genitori), ora vengono invitate a recarsi da sole nei luoghi d’isolamento. Non c’è più abbastanza personale per occuparsene. A Lanzhou (Gansu) si sono concentrati i positivi perfino in un’area all’aperto, dove hanno dimorato per giorni con una temperatura inferiore ai 10°. Nella maggior parte dei casi non risulta peraltro che alle persone ammalate vengano somministrate cure.

Un artista di Yinchuan nel Ningxia, ormai esasperato, avendo qualche patologia di altro tipo prenota online una visita all’ospedale e questo gli permette di convincere il portinaio del suo compound a farlo uscire. In realtà il suo intento è di andare in studio; prima però passa per l’ospedale, disdice la visita e poi può raggiungere ‘legalmente’ lo studio; dove, impotente e angosciato, rimane a riflettere sulla situazione. Ogni qualvolta vorrà avere qualche ora di solitudine dovrà utilizzare questo stratagemma. Un gruppo di artisti riusciti a scampare al feroce lockdown di Zhengzhou, rifugiatisi in un villaggio quasi disabitato sulle pendici di un monte, per ‘far la vita meno amara’ scrivono una canzone accompagnata da video che inquadra inizialmente una testa di maiale assai allusiva, poi il fuoco che brucia sotto un pentolone. Il testo chiede con impazienza ‘quando la testa del maiale sia cotta’.

Non esistono più media non governativi in Cina, e le notizie non circolano nemmeno da provincia a provincia. Per conoscere la situazione nelle altre zone, ed eventualmente prendere le dovute precauzioni per non essere impreparati all’arrivo della prossima chiusura, bisogna avere amici altrove. L’inizio del lockdown viene generalmente annunciato dopo le 23, troppo tardi perché si riesca a fare rifornimenti adeguati di cibo o altri articoli di prima necessità. I cittadini cinesi apprendono dall’estero, su internet, anche molte notizie importanti riguardanti il loro stesso paese, ma accedere ai canali ‘proibiti’ sta diventando sempre più difficile. L’operazione si chiama ‘saltare il muro’, e ogni persona con una certa dimestichezza informatica, un minimo senso critico e la necessità di difendersi dall’indottrinamento onnipresente, lo ha installato da anni (VPN e simili), ma ora il controllo è più stringente.

Come si spiega che mentre nel resto del mondo i lockdown sono ormai diventati un triste ricordo (indimenticabile, peraltro), e nonostante la malattia indotta dalle ultime versioni del cosiddetto Covid-19 sia ormai considerata una comune influenza, in Cina le chiusure più selvagge si sono verificate quest’anno? A cominciare da Shanghai, unanimemente considerata la città più civile e avanzata del paese, i cui cittadini hanno affrontato con incredulità, frustrazione, fra enormi incongruenze e violenze gratuite e inutili ben due mesi di chiusura che hanno lasciato strascichi profondi a livello psicofisico. E come mai proprio prima e durante lo svolgimento dell’annuale assemblea generale dei vertici del partito comunista, che quest’anno era più importante per l’intenzione – poi realizzatasi – di Xi Jingping di proseguire l’opera di accentrare tutto il potere nelle mani sue e dei suoi seguaci più fedeli, le chiusure sono diventate sempre più diffuse e più severe, superando ogni ragionevole limite di sopportazione?

* Fonte: LuogoComune

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2 pensieri su “CINA: TRA COVID ZERO E RIVOLTE OPERAIE”

  1. FaBer dice:

    Il capitalismo sta crollando in tutto il mondo. La Cina, dove il mondo ha de localizzato, ne é l’esempio più plastico. La strategia covid zero è solo l’irrigidimento necessario per controllare la sollevazione. Tenendo per vera la tesi del cyber capitalismo (il capitalismo evolve ma non crolla) non si capisce niente, né in Cina né qui da noi. Non c’è soluzione che tenga per il capitalismo, né neoliberista, né neo statalista. Facciamocene una ragione.

  2. Graziano+PRIOTTO dice:

    Il fuoco sotto la cenere
    Comunque il potere politico cerchi di dissimularlo o spacciarlo per qualcos’altro, il capitalismo resta sempre lo stesso,
    evidentemente la strategia cinese del “Covid zero” serviva e serve a coprire le rivolte contro il sistema economico, che essendo infiltrato e gonfiato dai capitali stranieri non poteva che finire per riproddurre anche nella Repubblica Popolare lo stesso sfruttamento che esiste ida sempre in tutti gli altri Paesi capitalistici.

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