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DOPO IL 7 OTTOBRE: LA CONFERENZA DI INSTANBUL di Alessandro De Giuli

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Diverse organizzazioni umanitarie, politiche e culturali del mondo arabo e islamico hanno svolto a Istanbul, la settimana scorsa, una conferenza internazionale per elaborare strategie dei movimenti di solidarietà con il popolo palestinese

Freedom For Palestine – libertà per la Palestina è il titolo del convegno internazionale svoltosi ad Istanbul gli scorsi 14 e 15 Gennaio. Titolo impegnativo per un incontro proposto da organizzazioni e centri studi legati a quella parte della Fratellanza Mussulmana più vicina ad Hamas cui il Fronte del Dissenso ha partecipato insieme alla delegazione di Stop WW3.

Decine di intellettuali, ricercatori e religiosi, accademici o meno, chiamati ad interrogarsi intorno a due domande di importanza capitale tanto per la tradizione culturale musulmana quanto per l’urgenza dell’attualità politica. Ovvero: a) la natura del sionismo è intrinsecamente razzista e quindi colonialista? E di conseguenza: b) la lotta armata di liberazione nazionale palestinese è legittima in relazione ai dettami della giurisprudenza internazionale e della legge islamica?

Le domande, per un ambiente culturale a matrice fortemente religiosa, sono dirimenti. Si tratta di legare insieme l’interpretazione della sharia, cioè il fondamento di ogni legittimità politica islamica, i fatti storici concreti e l’insieme delle norme, dei trattati e delle considerazioni che costituiscono il moderno diritto internazionale.

Sul palco del convegno si sono quindi confrontate tesi storiche, letture sociologiche e visioni politiche provenienti dai più diversi ambiti di ricerca e dalle più svariate tradizioni. Dal nipote di Nelson Mandela parlamentare sudafricano, intriso di umanesimo anticoloniale e di ottimismo originato dalla “conquista in vita della verità e della giustizia”, agli ebrei ortodossi newyorchesi in grado di leggere teologicamente la concretezza storica dello stato israeliano quale apostasia e tradimento del dettato biblico; e poi il realismo degli esponenti della “Jihad islamica”- gruppo che, insieme ad Hamas ed altri, ha partecipato all’azione del 7 Ottobre – che spiega, con stile marxista, l’esperienza storica della moderna Palestina dentro il quadro internazionale dei rapporti imperialistici globali, a fianco dello storicismo accademico dei ricercatori figli della diaspora palestinese; bilingui nel lessico e nella mente, oxfordiani e arabi.

Insieme all’intellettualità musulmana, i giornalisti, i giuristi e gli attivisti dei continenti occidentali impegnatissimi nella vita quotidiana a sviscerare il nodo che lega il valore universale della libertà al singolare caso dei palestinesi considerati dal movimento sionista quale una non esistenza e la loro Palestina una terra priva di un popolo che l’abitasse e che l’abiti. Certo, alle sopra ricordate domande a) e b) è stata data risposta affermativa ma è stato il caleidoscopico articolarsi del perché di tale risposta, il sorprendente e plurale svilupparsi del dibattito che ha reso interessante il convegno.

A fianco della riflessione culturale e della sua sorprendente vivacità, vi è stata una declinazione eminentemente politica della due giorni. Per Hamas, per i gruppi della Resistenza di Gaza e per quegli esponenti di Fatah che, non più disposti a seguire la politica di Abu Mazen, sembrano avere la maggioranza nel suo comitato centrale, l’incontro di Istanbul è stata l’occasione per una discussione sull’andamento del conflitto e sullo scenario post bellico.

Sicuramente, tanto dal palco quanto nelle discussioni informali a tavola e nei corridoi, non è stato fatto alcun cenno alle ipotesi, largamente circolate in occidente, secondo le quali il 7 Ottobre sarebbe stata una manovra in qualche modo favorita dal Mossad e dai governi filo sionisti per attuare il piano di pulizia etnica di Gaza. Unanimemente il 7 Ottobre è stata indicato come data storica genuinamente imposto dalla Resistenza, come effettivo spartiacque carico di ottimistiche implicazioni.

La sensazione generale dei partecipanti al convegno e le considerazioni ufficiali dei maggiori esponenti politici sottolineano l’estrema positività dei risultati raggiunti sul piano bellico e su quello politico. La sfida e gli obiettivi esplicitati a Istanbul dal gruppo che ha guidato la guerra e la sua non facile preparazione ha quattro pilastri: in primo luogo è ritenuto indispensabile unificare i governi del mondo arabo musulmano intorno al rifiuto della normalizzazione della questione palestinese. In sostanza il 7 Ottobre ha rotto il silenzio sulla Palestina, il mondo ha aperto gli occhi sulla natura profonda dello stato sionista e va impedito in ogni modo che il dibattito si richiuda, che tutto torni alla normalità e che l’urgenza venga dimenticata.
Parallelamente a questo, la costituenda nuova dirigenza ritiene indispensabile ottenere il cessate il fuoco. Ciò paleserebbe l’impossibilità di Israele di risolvere la questione sul mero piano militare. Con il cessate il fuoco il falso mito dell’invincibilità dell’IDF riceverebbe un colpo esiziale dando morale alle forze della resistenza e aprendo spazi politici impensabili prima del 7 Ottobre. In terzo luogo viene enfatizzata la necessità di riformare profondamente la dirigenza della Resistenza unendo, dentro un nuovo organismo, gli elementi migliori di provenienza OLP e non OLP. In concreto è lanciata una sfida alla supremazia delle ali OLP e Fatah fedeli ad Abu Mazen e una nuova dirigenza si propone agli occhi dei governi arabo musulmani e della diplomazia internazionale.

Infine, questione delle questioni, la nuova dirigenza non è disposta a mediare su un solo km di terra palestinese. L’ipotesi dei due stati non è contemplata, il fine ultimo è quello di uno stato democratico, plurietnico e multi religioso. Tatticamente però si ritiene che gli accordi internazionali che garantiscono diritti al popolo palestinese debbano essere sfruttati e messi alla prova. In sostanza si tengono socchiuse le porte all’ala dell’OLP che ha puntato tutto sugli accordi di Oslo anche a costo di non vederli sostanzialmente applicati. Una manovra quindi ad ampio raggio quella delineata ad Istanbul che sicuramente ha convinto i dirigenti politici convenuti per l’occasione.

I corollari dei quattro punti sopra delineati comportano di fatto un impegno da parte della Fratellanza musulmana, o almeno di quella parte che ha organizzato il convegno turco, a non sobillare dentro gli stati arabi musulmani rivolte, congiure e manovre contro i palazzi e i governi nazionali. Anzi perfino la critica verso i regimi più saldamente legati ad Israele è stata esplicitamente zittita ad Istanbul. Questo dovrebbe avere delle conseguenze nel rapporto con gli Stati Uniti.

A giudizio degli intervenuti, la potenza egemone mondiale ha, come obiettivo prioritario nello scacchiere, l’impedire la regionalizzazione del conflitto ovvero di evitare che la guerra deflagri su fronti diversi da quello di Gaza. La proposta di Hamas contempla dunque una sorta di scambio tra la pace interna al mondo arabo musulmano e una non belligeranza che favorisca l’avvio di una soluzione della questione palestinese.

A questo punto si comprende meglio la finalità “culturale” del convegno, descritta nella prima parte di questo articolo; per il nuovo gruppo dirigente che prova a consolidarsi, cresciuto nella lunga e meticolosa preparazione del 7 Ottobre, il fondare giuridicamente le ragioni di un superamento dello stato sionista costituisce un tassello importante di una articolata strategia cui si affianca l’azione legale, largamente enfatizzata durante il convegno, intentata dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, con la richiesta di condanna dello stato israeliano per genocidio. Questo substrato giuridico legale s’innesta sulla comprovata capacità di combattere e di garantire al contempo la tenuta sociale di Gaza. Ed ecco allora che si delinea la proposta politica per il futuro delle resistenza: una trama ordinata di forza morale, culturale e giuridica che si intreccia con la fermezza e la determinazione pratica così da imporsi come credibile alternativa allo status quo nel Vicino Oriente.

Questa la sfida lanciata ad Istanbul dalla nuova Resistenza palestinese.

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