SCISMA NELL’EBRAISMO MONDIALE di F.f.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Note sulla nuova destra sionista israeliana

Il 19 luglio 2018, giorno in cui la Knesset approva pur con stretta maggioranza la legge che definisce Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”, rappresenta certamente una sorprendente rottura di paradigma nella storia israeliana. Identità ebraica e democrazia rappresentativa inclusiva erano i due cardini su cui si reggeva il sionismo storico, di radice laicista e illuminista.

Per quanto la legge venga emendata delle parti più controverse dopo l’intervento del presidente Reuven Rivlin (Likud), è di certo una vittoria storica della destra nazionale religiosa israeliana sulla sinistra internazionalista sionista e globalista, di quella stessa destra nazionale israeliana rappresentata, nello scorso secolo, da frazioni ultraconservatrici che andavano dal Partito revisionista di Ze’ev Jabotinsky al Brit Ha’Birionim (Alleanza degli uomini leali) di Abba Achimeir, Uri Greenberg e Joshua Yeivin, sino al cananismo social-nazionale di Ratosh.
Bentzion Netanyahu, padre dell’attuale premier e insigne rappresentante della destra radicale israeliana, considerava oggettivo nemico politico non tanto il nazionalismo palestinese o panarabista  ma soprattutto quel tradizionale ed egemonico sionismo di sinistra, molto più potente del revisionismo israeliano di destra tra le elite globaliste occidentali e, almeno sino al 1952, anche di quelle sovietiche, rappresentato da Chaim Weizman, David Ben Gurion, Golda Meir.

La legge del 2018 è, anche, una vittoria storica della destra israeliana più intransigente contro la stessa frazione Sharon, laica centrista e liberale, che aveva anche questa ottime entrature nell’elitismo globalista di sinistra dell’ebraismo internazionale e dell’intero Occidente. Durante il passaggio della legge, la frazione di Benjamin Netanyahu (Likud), attuale premier, ha rigettato lo stesso testo predisposto in senso correttivo da Benny Begin, figlio del premier ed ideologo nazionalista conservatore Menachem Begin, il primo, nella storia israeliana, a esautorare dal potere la sinistra socialista o socialdemocratica di Tel Aviv(1977). Benny Begin, in seguito al rigetto della sua proposta da parte della direzione del Likud, ha sostenuto che il nazionalismo israeliano dell’attuale destra avrebbe aperto una nuova fase storica e culturale rispetto al tradizionale sionismo, la cui eredità sarebbe stata cancellata e liquidata dalla frazione Netanyahu.

Vi è, effettivamente, a nostro avviso, una netta rottura e inversione di tendenza sul piano dei principi base. Per la sinistra israeliana e per l’ebraismo mondiale progressista, laico o Reform, Israele sarebbe una conquista storica e politica in quanto Stato secolarizzato quale espressione della storica e originaria essenza socialista e di sinistra del sionismo. Questa tendenza incarna, pur con le varie differenze e sfumature, il concetto di “Medinat Yisra’el”. Viceversa, la frazione nazionalista del Likud si fa promotrice del concetto religioso e atemporale di “Eretz Ysra’el” il quale è stato da Avi Dichter, promotore della legge, sintetizzato nell’immagine di Terra israeliana come fondamento identitario sacrale e originario dello Stato (Medinat), che ne sarebbe parziale contenitore di successiva istanza.

Come la sinistra laburista e globalista è frammentata, così lo è anche la destra nazionalconservatrice. Abbiamo infatti la Nuova Destra israeliana di Bennet e di  Ayelet Shaked, ex ministra della giustizia, i cui spot elettorali rimandano esplicitamente al profumo di fascismo che si leverebbe dalla Tel Aviv sovranista e antiglobalista e alla democrazia nazionalista autoritaria, sostenitrice critica del Likud, abbiamo poi la frazione “russa” di Avigdor Lieberman, linea nazionalista e militaristica ma non religiosa con ottime entrature nell’esercito e nell’intelligence, abbiamo infine il neosionismo messianico di “Lehava”, i seguaci di Benzi Gopstein, un discepolo del noto rabbino Mehir Kahane, movimento molto radicato nel fronte dei coloni, che divenne noto alle cronache quando, nel 2010, intimò alla top model israeliana Bar Refaeli di interrompere seduta stante la promiscua relazione con il “cattolico romano” Di Caprio. “Lehava” contesta da destra, con posizioni ultrascioviniste e razziste, la frazione Netanyahu e in più casi il presidente israeliano Rivlin (Likud) ha definito il movimento d’estrema destra una seria minaccia per il “governo democratico” di Tel Aviv. Sempre alla destra del Likud, abbiamo una circonferenza di movimenti settari messianici nazional-religiosi particolarmente rappresentati nel mondo dei coloni. Il sionismo messianico, a differenza di quello antisionista dei “Guardiani della città” (Neturei Karta), ha paradossalmente democraticizzato la metafisica escatologica ebraica, pur da posizioni politiche e sociali di destra ultraconservatrice: l’inclusione potrebbe inverarsi sul piano nazionale-religioso, evento questo inconcepibile per la rigorosissima ortodossia rituale e religiosa dei “Guardiani della città”, che è viceversa su posizioni politiche genericamente di sinistra e antimperialiste.

L’osservatore politico che voglia essere disincantato deve trarre alcuni elementi per ora definitivi dalla questione israeliana. Sul piano internazionale, l’ascesa della frazione Netanyahu ha voluto dire, per la prima volta nella storia israeliana, il predominio di un Israele a trazione antioccidentale.

Durante la presidenza statunitense di Obama, Putin e Netanyahu, i principali antagonisti mondiali del globalismo obamiano, in più casi marciarono assieme per disarcionare il piano strategico mediorientale della Casa Bianca. Potremmo addirittura affermare, con la prudenza del caso, che il premier israeliano e Erdogan sono sul piano globale i due statisti più “sovversivi” e con il più notevole intuito tattico da statista.

Inoltre, vi è in ballo, nella odierna lotta di frazione dell’ebraismo mondiale, l’egemonia culturale, che significa l’avanzata di una nuova identità ebraica e l’annientamento dell’altra. Edward Luttwak, analista statunitense di origine ebraica, legato alla vecchia frazione Kissinger e neocon, che in Israele voleva dire Ehud Barak-Ariel Sharon, sconfitta su tutta la linea dalla Nuova Destra sionista israeliana di Netanyahu, ha scritto in un interessante articolo che la Silicon Valley è in un certo senso la concretizzazione di una utopia ultraprogressistica e tecnico-scientifica ebraica. A questa utopia ebraica, globalista, progressista e di sinistra liberale, si sta opponendo da anni con fermezza assoluta la contro-utopia neo-israeliana della nuova destra sionista, nazionale e religiosa di Partito-stato di Bibi Netanyahu.

Lo scontro non è economico, non può essere etnico evidentemente. E’ perciò di visione del mondo.




LA DESTRA SOVRANISTA (TE LA RACCOMANDO!)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Oggi si conclude a Roma (Hotel Plaza) una conferenza dal titolo inequivocabile: 

“Dio, onore, nazione: il Presidente Ronald Reagan, il papa Giovanni Paolo II, e la libertà della nazioni. Una conferenza del nazional-conservatorismo”.

Se ne parla perché è sponsorizzata in Europa da Viktor Orban, dalla Meloni e dalla francese Marion Marèchal Le Pen.

La conferenza è sponsorizzata, oltre che da Nazione Futura (una protesi di Fratelli d’Italia) dal Bow
Group
(UK), dal Centro per il Rinnovamente Europeo (Olanda), dall’Istituto Danubio
(Ungheria), dall’Istituto Herzl (Israele),
dalla International Reagan Thatcher Society (USA). Dietro a tutti c’è la potente americana Edmund Burke Foundation. E’ stata annunciata anche la presenza di Matteo Salvini, anche se a questo momento non s’è fatto vivo.

[Edmund Burke: un nome un programma. Una mezza-tacca-di-filosofo
che della Rivoluzione francese ebbe a scrivere che costituiva
“l’avvento della barbarie e della soversione di ogni legge morale e di
ogni consuetudine civile e politica”]. 

Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura

Leggiamo dalla pagina della Edmund Burke Foundation:

«Oggi tutti sanno che l’Europa è a un bivio. L’ascesa del nazionalismo in Europa e in America, e in tutto il mondo democratico, è vista da molti come una minaccia all’ordine liberale postbellico. Ma altri considerano la rinnovata enfasi sul patriottismo e la libertà delle nazioni come una continuazione delle migliori tradizioni politiche del secolo scorso. Il nuovo conservatorismo nazionale è una minaccia o, al contrario, è una virtù? Questa conferenza internazionale a Roma cercherà di rispondere a questa domanda. È l’anno del centenario di Giovanni Paolo II e inizieremo rivisitando la storica alleanza tra un presidente americano e un papa polacco che sconfisse il comunismo e riuscì a ristabilire l’indipendenza nazionale, l’autodeterminazione e la libertà religiosa nell’Europa orientale dopo il 1989. 
La conferenza sposta quindi la sua attenzione di 40 anni in avanti, ai nostri giorni, esaminando il destino dell’indipendenza nazionale, dell’autodeterminazione e della libertà religiosa sotto il dominio dell’Unione europea. In particolare, chiederemo: la libertà delle nazioni promessa una generazione fa è ancora desiderabile ai nostri giorni? E se lo è, cosa bisogna fare per raggiungerla?»

Si tratta, con ogni evidenza, di una delle ramificazioni dell’internazionale anticomunista e cristiano-sionista che ha negli Stati Uniti il suo centro propulsore. Un’internazionale che sembrava essersi inabissata ai tempi di Clinton e Obama e che, dopo la vittoria di Trump è tornata in auge.

Non diciamo a caso “cristiano-sionista”. Nella Conferenza verrà infatti presentato e si discutera del libro del biblista e sionista  israeliano Yoram Hazony [nella foto sotto] LE VIRTÙ DEL NAZIONALISMO.

“Le Frontiere le ha volute Dio e sono quindi sacre”, scrive Hazony. Un inno quindi, non solo al colonialismo razzista israeliano, è un lisciare il pelo ai rinascenti nazionalismi che stanno avanzando in Europa e che entrano in rotta di collisione con l’Unione europea.

Non ce n’era bisogno ma questa adunata è una conferma della rinascita dei nazionalismi di destra, per la precisione di una destra ultra-conservatrice, anticomunista e sionista.

Diventa più che mai decisivo spiegare e insistere che la sinistra patriottica non solo non è collaterale ma opposta a questi rinascenti nazionalismi. Questa destra va combattuta, va sfidata per strappargli l’egemonia. Col tempo sarà chiaro che il patriottismo democratico e repubblicano e non il globalismo cosmpolitico è il solo antidoto al nazionalismo reazionario.

Per parafrasare qualcuno: la nazione è una cosa troppo seria per lasciarla in mano alle destre nazionaliste.




SIAMO TUTTI FUORILEGGE? di Sandokan

A diceci giorni dalle celebrazioni del “giorno della memoria”…
Dovete ascoltare con la dovuta attenzione, quanto ha sostenuto Salvini all’incontro da lui promosso a Roma (Palazzo Giustiniani) il 16 gennaio scorso. Tema l’antisemitismo. 
QUESTO UNO STRALCIO DI QUANTO HA AFFERMATO.

Salvini, candidandosi ad essere la punta di lancia, anzi il settore più oltranzista dell’ampio schieramento politico filo-sionista, propone una legge che punisca e metta fuori legge chiunque, col pensiero e con l’azione, metta in discussione l’esistenza dello stato israeliano o anche solo condanni il sionismo come dottrina razzista. Col pretesto dell’antisemitismo (cioè chi condanna teologicamente l’ebraismo) si vuo mettere fuori legge chi denuncia la criminale politica di Israele contro il popolo palestinese.

La cosa non ci sorprende. Su questo blog non ci siamo persi nessuna puntata dell’indecente  saga salviniana. La sua islamofobia, la sua prossimità col cristiano-sionismo nord-americano (S. Bannon), fino alla vergognosa esultanza per l’uccisione proditoria del generale iraniano Suleimani.

*  *  *

A destra un inquietante tweet di Mara Carfagna.

Ella esulta perché il governo Conte bis avrebbe recepito il criterio che antisionismo equivale ad antisemitismo. Ciò che prelude prossimamente ad una discussione in Parlamento e ad un voto su un legge ad hoc.

Metteranno fuori legge i Padri della Chiesa? Metteranno all’indice non solo quanto scrisse Lutero contro l’ebraismo ma le numerose dichiarazioni dottrinarie della Chiesa cattolica e di quella ortodossa che considerano il popolo ebraicoo come “deicida”?

Ma ovvio che no!

L’antisemitismo è solo un pretesto per perseguitare e colpire, prima ancora che le formazioni di estrema destra, quel vasto movimento politico di solidarietà col popolo palestinese che così profonde radici ha nel nostro Paese.

Questo movimento deve farsi sentire.

Ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di chiamarlo a raccolta per fermare la legge liberticida in gestazione?








COS’È E DOVE VA L’IRAN di A. Vinco

Potenza imperialista persiana o Stato rivoluzionario?


Un significativo pezzo dello stimatissimo amico Moreno Pasquinelli merita alcune precisazioni. 

Facendosi, almeno a nostro avviso, interprete di talune linee politiche del Nazionalismo sociale panarabo a centralità irakena, Moreno ritiene che la via strategica sovra-nazionale
e rivoluzionaria del Generale Soleimani abbia condotto l’Iran in un vicolo cieco, sarebbe stato perciò preferibile dare continuità alla via nazionalista persiana della cerchia di Ahmadinejad, la quale avrebbe portato al disimpegno iraniano sul teatro strategico mediorientale ed alla instaurazione di un nuovo Iran imperiale sciita a vocazione eurasiatica o pan-asiatica.

Ci meraviglia, in verità, che lo storico leader della Sinistra patriottica italiana Moreno Pasquinelli, le cui simpatie marxiste sono note, cerca come referente iraniano Ahmadinejad, guida del nazionalismo populista imperiale, e non la Sinistra radicale islamica continuatrice del pensiero “islamomarxista” di Alì Shariati. Ci riferiamo a figure di spicco vicine all’ex presidente Khatami quali Behzad Nabavi (fondatore dei Mojahedin dell’organizzazione islamica rivoluzionaria), Mostafa Tajzadeh, Moshen Armin, l’ex primo ministro Mousavi (che si ispirò a lungo al fochismo guevarista considerato “religioso”, antimaterialista e strategicamente ostile alla logica bipolare di Yalta), l’ayatollah Khoiniha che è stato capo della magistratura e Mehdi Karrubi (fondatore della società del Clero Combattente), tutte personalità politiche che sfidarono apertamente Ahmadinejad dandogli talvolta del “fascista populista”; ci riferiamo poi al Partito Mosakerat (“Partecipazione”), nato all’inizio del 2000, sebbene già presente come linea politica di fazione che metteva insieme la vecchia guardia degli “Studenti devoti alla linea dell’Imam Khomeini” che occuparono nel Novembre 1979 l’ambasciata statunitense, mentre il giovane Ahmadinejad, già allora su posizioni di destra radicale populista, premeva per l’occupazione dell’ambasciata sovietica ed il suo fronte politico era solito manifestare bruciando in piazza le bandiere sovietiche e quella britannica in ricordo dell’umiliazione russo-anglosassone del 1941. Il fronte riformista della Sinistra radicale islamica ha in passato fatto blocco con il Centro di Rafsanjani: l’obiettivo strategico era quello di affermare un modello cinese, in concreto tregua momentanea con l’Occidente e realizzazione di un Iran ultramoderno e sviluppato. 

Significativa e fondamentale differenza tra la Destra rivoluzionaria populista (Ahmadinejad) o principialista (Soleimani) e la Sinistra radicale è rappresentata dal fatto che per le fazioni di destra l’antagonismo strategico con Israele e con l’Occidente anglosassone rimane la quintessenza dello Stato rivoluzionario islamico iraniano, mentre sia per il Centro sia per la Sinistra radicale si può su questo transigere su un piano meramente tattico, non di prospettiva ultima. Va precisato che riformismo, nel linguaggio politico iraniano e nella lotta di frazione, a differenza di quanto si pensa in Occidente non significa deislamizzazione o liberalizzazione occidentalista quanto la prospettiva di una “democrazia parlamentare islamica” — non presidenzialista e plebiscitaria come quella odierna — basata su principi socialdemocratici molto avanzati. 

Se vi fosse un lettore iraniano che conosce bene le dinamiche interne che sta per caso leggendo mi perdonerà sicuramente per l’uso disinvolto che sto facendo di una terminologia italiana ed europea ma è evidentemente necessario per semplificare. Moreno formula infine tre domande da cui deduce che l’Iran non sarebbe la guida spirituale e politica di un Movimento antimperialista planetario, anche perché la martirizzazione del Generale Soleimani e di Abu Mahdi al Muhandis non avrebbe portato ad una rapida sollevazione delle masse arabe. L’Iran rivoluzionario non usa inoltre da decenni, in una dimensione geopolitica, termini come “sciita” o “sunnita”, “persiano” o “arabo”, proletario o capitalista: esistono invece un fronte degli Oppressi ed il fronte degli Oppressori. 

Il fronte arabo-israeliano, né converrà Moreno, è sulla prima linea del Fronte degli Oppressori anche quando formalmente musulmano, “sunnita” e chi più ne ha più ne metta. Cosa hanno fatto i takfiriti e le grandi potenze musulmane “sunnite” se non buttare al macero la santa causa palestinese? Si dà però il caso che nella prima linea delle celebrazioni e degli onori ai caduti antimperialisti del 2 Gennaio vi fossero proprio organizzazioni palestinesi “arabe” e “sunnite”, che sino a poco tempo fa erano appunto oltremodo indicative – per la stessa Sinistra europea – della rettitudine ideologica di una posizione geopolitica rivoluzionaria. 

Moreno non sembra viceversa dare eccessiva importanza a questo posizionamento di organizzazioni — come la Jihad Islamica Palestinese — che da decenni si trovano ben oltre la prima linea della lotta antimperialista, come non sembra considerare la stessa posizione della JIP sul nodo siriano e su quello takfirita. Cosa rappresentano i ragazzi di Piazza Tahir rispetto ad organizzazioni come Hamas o Hezbollah o JIP? Il rischio a tal punto è di far passare in sordina proprio quel piano strategico grande-Sionista da cui, con grande intelligenza, Moreno prende le mosse. Ha letto attentamente, Moreno, la Dottrina Oded Yinon che costituisce il centro da cui muove la sua analisi? Se sì, cosa pensa allora del fatto che già nel 1982 i grandi analisti sionisti sostenevano che le masse arabe mussulmane (“sunnite” come direbbe appunto Moreno) non costituivano un pericolo strategico se non sostenute da una potenza rivoluzionaria esterna o da uno Stato rivoluzionario con vocazione universalistica. 

Se ancora la fiamma della questione palestinese è ben accesa a livello mondiale, non lo si deve allora allo Stato rivoluzionario islamico iraniano il quale, nonostante decenni di assedio rappresentato da ininterrotte guerra ortodossa e ibrida di ultima generazione, è ancora fermo, sul piano sostanziale, nella assoluta e flessibile fedeltà alla linea originaria di Imam Khomeini, per cui la liberazione di Al Quds era e sarebbe sempre stata il cuore strategico della Rivoluzione Islamica del popolo iraniano? I più di 10 milioni di iraniani che, caduto Soleimani, hanno scandito nelle piazze lo slogan per la liberazione di Al Quds possono essere messi sullo stesso piano dei takfiriti o dei ragazzi di Tahrir ?




CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 

C’è molto di più. E’ Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come
il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

 

 

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della
Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da
Emirati Arabi ed Egitto. E’ uno scontro non solo di potere ma soprattutto
religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell’Islam sunnita. Per
Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell’Islam politico
mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

 

 

Giusta chiave di lettura quella di
Molinari, che segnala quindi come la Libia sia un nuovo tassello del più ampio
conflitto che dilania il Grande Medio Oriente, conflitto che vede la Siria come
epicentro e che oramai, com’era inevitabile, ha trascinato nel suo vortice il
Mediterraneo. E qui vien fuori il patetico ruolo dell’Italia — paese
subimperialista sovraordinato non solo dall’imperialismo americano ma pure da
quello carolingio. L’Italia, nonostante sia il centro

geografico del
Mediterraneo, mai come ora è stata condannata svolgere il ruolo di comparsa. Il
governo immagina di camuffare la propria nullità con mosse da avanspettacolo e
poi facendo appello ad un’azione (sic?) congiunta dell”Unione europea. Il
nulla invoca il niente. La Ue è costretta ad assistere impotente alle mosse
altrui e ad aggrapparsi al cessate il fuoco deciso da Putin ed Erdogan. Vedremo
se questo sarà rispettato (da Egitto, sauditi ed Emirati) o se invece non
assisteremo ad una ulteriore libanizzazione del conflitto con nuovi cambiamenti
di fronte.

 

 

 

 

Al riguardo della Ue Romano Prodi scrive oggi
su IL MESSAGGERO
:

 

 

«L’Unione
Europea è oggi considerata dagli Usa un pericoloso concorrente nel campo
commerciale e un alleato inutile nel campo militare, mentre aumentano le
distanze e si moltiplicano le frizioni nel campo strettamente politico. Di
fronte a questo mutamento del quadro di riferimento, non è invece cambiata
nemmeno di un millimetro la strategia europea. Le divisioni nella politica
estera continuano come prima con la conseguenza che, con l’affievolirsi della
solidarietà atlantica, viene lasciato sempre più spazio ad altre potenze
regionali, anche nei teatri di maggiore interesse per noi. Il caso della Libia
è di per se stesso esemplare. Le divisioni europee hanno fatto in modo che il
destino di un paese così vicino sia oggi conteso fra Russia e Turchia. Tutto ciò,
impensabile anche solo pochi mesi fa, ci deve fare riflettere su come sia
difficile dare concreta attuazione al disegno “geopolitico”che è alla base del
progetto della nuova Commissione Europea. È infatti impossibile mettere in atto
una strategia globale quando non si riesce ad avere un ruolo attivo nemmeno in
un ambito regionale».

 

 

Detto in parole
povere Prodi ci sta dicendo che sul teatro libico-mediterraneo è stato messo a
nudo che l’Unione europea è un organismo moribondo, ove si palesa il fallimento
del disegno geopolitico di farne un polo imperialistico globale. Non c’è e non
ci può essere, tanto più in un orizzonte policentrico, una potenza che non sia
anzitutto una potenza militare globale.

 

 

La “Guerra dei Trent’anni”

 

 

 

Ma torniamo al Grande Medio Oriente. La Libia è un nuovo tassello (non sarà l’ultimo perché tutto il Maghreb rischia di essere trascinato nella mischia) del più ampio conflitto che dilania quell’area.

Ogni analogia va presa con le pinze, ma il Grande Medio Oriente vive la sua “Guerra dei Trent’anni”, il conflitto che devastò l’Europa tra il 1618 e il 1648 e che si concluse con la Pace di Westfalia, da cui sorse la moderna Europa della nazioni — Europa delle nazioni sovrane che l’élite eurocratica ha tentato velleitariamente di seppellire con un terzo tentativo di unificazione; i primi due furono quello napoleonico e quindi quello hitleriano.

Una guerra, quella che dilania l’area, destinata quindi a durare a lungo, e il cui esito finale sarà necessariamente una ridefinizione di mappe a confini, con Stati che spariranno e nuovi che sorgeranno.

La Siria, dicevamo, è l’epicentro di questo conflitto. Per la precisione il teatro è quello del Mashrek, la Mezzaluna Fertile, l’ampia zona che va dal Nilo e all’Eufrate, che coinvolge dunque paesi come l’Egitto, la Giordania, il Libano, la Siria e l’Iraq e, ovviamente la Palestina.

Un peso in ultima istanza determinante ce l’ha dunque Israele (la principale potenza non solo militare dell’area), il cui disegno strategico (mai negato dai sionisti) è il Grande Israele, che va, dal Nilo all’Eufrate, la Mezzaluna Fertile appunto — vedi mappa in alto. Israele fino ad ora si è tenuta ai margini della guerra ma si prepara a dire l’ultima parola, ovvero a gettare sulla bilancia tutto il suo peso quando si tratterà di siglare, semmai questo avverrà, la nuova Pace di Westaflia. In questa prospettiva Israele non può che vedere di buon occhio l’attuale conflitto tra le medie potenze islamiche coinvolte: più si dissanguano più Israele rafforza le proprie posizioni, e più si potrà realizzare in futuro il suo grande sogno espansionista.

Data la posta in palio si capisce come non possano che essere coinvolti sia la super-potenza americana che la Russia putiniana, ma il ruolo decisivo ce l’hanno le medie potenze della regione: Turchia, Iran, Egitto e Arabia Saudita — sbaglia chi le considera solo pedine di USA o Russia.

La Siria appunto — vero e proprio ginepraio come lo fu e molto probabilmente tornerà ad essere il Libano — ove è iniziato lo scontro per l’egemonia nel mondo islamico. Uno scontro duplice: da una parte tra il campo sunnita e quello shiita (con l’Iran capofila di quest’ultimo), dall’altra entro il campo sunnita (con Turchia e Qatar da un lato e Arabia Saudita, Emirati ed Egitto dall’altro).

 

 

 

 A destra un’aggiornata mappa russa con l’attuale (provvisoria) partizione della Siria dopo l’accordo Russo-Turco. L’ampia zona colorata in ocra sotto controllo dell’alleanza russo-iraniana-forze proAsssad. La zona celeste a Sud sotto controllo USA. La zona in verde chiaro a Nord Est sotto controllo curdo. A Nord Est in marrone la sacca di Idlib sotto controllo dei guerriglieri sunniti del fronte Jabhat Fatah al-Sham. Lungo la frontiera del Nord le ampie zone sotto controllo turco. Clicca per ingrandire

 

Iniziata in Siria nel 2013 questa nuova Guerra dei Trent’anni, proprio come accadde in Europa, ha visto diversi capovolgimenti di fronte, rotture e momentanee ricomposizioni tattiche di alleanze. Altre ne vedremo. Ma alcune linee di fondo sono già evidenti.

La Siria come Stato nazione unitario e sovrano non esiste più, consiste in uno spezzatino di vari protettorati: una zona in mano al blocco Russia-Iran-Assad, un’altra in mano ai turchi, una in mano ai ribelli guidati dal al-Nusra (oggi Jabhat Fatah al-Sham), un’altra in mano agli americani, vaste zone contese (con l’ISIS ancora in agguato). Una libanizzazione che riguarda anche l’Iraq e spazzerà via domani altri stati della regione. Una libanizzazione, ripetiamo e precisiamo il concetto, che avvantaggia Israele e la superpotenza americana, e pregiudica in modo letale la costituzione di un campo anti-sionista e antimperialista, che quindi andrebbe contrastata con forza.

 

L’Iran in un vicolo cieco

 

La Repubblica Islamica dell’Iran invoca un fronte antimperialista ed anti-sionista, ed anzi si considera, oltre che roccaforte di questo campo, la sua prima linea. Sorgono tre domande alle quali è necessario dare una risposta. La prima: si potranno cacciare le potenze imperialiste dalla regione, USA e Israele in testa, senza una generale sollevazione delle masse popolari? La seconda: potrà sorgere una vasto e unitario fronte antimperialista e anti-sionista a guida persiana nel Grande Medio Oriente? E quindi la terza: potrà mai l’Iran avere l’egemonia in questo fronte?

Alle tre domande corrispondono tre no.

Un grande fronte antimperialista potrà infatti sorgere solo ad una essenziale condizione, che entrino in scena le grandi masse oppresse della regione. Piaccia o meno queste sono anzitutto arabe e di fede sunnita. Piaccia e non piaccia esse, per cause storiche profonde, considerano

L’accerchiamento americano dell’Iran

 

l’Iran un corpo estraneo. Troppo forte e radicata la diffidenza, in certi casi ostilità aperta sia verso il nazionalismo grande-persiano (che i sunniti iracheni bollano come “safavide”), sia verso la “empia eresia” shiita — il takfirismo dell’ISIS è solo la forma patologica di questa atavica avversione.Dice qualcosa o no che il proditorio attacco con cui il Pentagono ha giustiziato Suleimani non ha suscitato tra le masse arabe oppresse alcuno slancio di solidarietà verso l’Iran?

Sintomatici, al contrario, alcuni festeggiamenti avvenuti, sia in Iraq che in Siria. Si possono certo biasimare quanto si vuole queste lugubri esultanze, ma queste sono la punta di un iceberg, il sintomo di un dato di realtà a cui non si può sfuggire, e che obbliga i vertici della Repubblica Islamica dell’Iran a riflettere con senso strategico e, secondo noi, a compiere una necessaria autocritica.

Giusto o sbagliato?

 

 

 

 


E’ stato giusto o sbagliato dare il semaforo verde all’invasione e allo squartamento dell’Iraq da parte della coalizione imperialista capeggiata dagli USA per poi giungere all’abominio di amministrare con essi il Paese in more uxorio? E’ stato strategicamente corretto, all’inizio della guerra civile siriana, invece che adoprarsi per una soluzione politica negoziata con i settori meno oltranzisti della maggioranza sunnita e la sinistra nazionalista siriana, schierarsi armi e bagagli con la minoranza alawita — come del resto Ahmadinejad, quando era ancora al potere a Tehran, sembrava invece suggerire? E’ stata una mossa che ha dato frutti spingere il governo iracheno nonché le milizie filo-iraniane di Shibl al-Zaidi (Forze di Mobilitazione Popolare) a sparare facendo più di un centinaio di vittime contro le enormi manifestazioni di protesta popolare (ancora in corso) culminate nell’occupazione, a Baghdad, della centralissima Piazza Tahrir.

Ergo: sono sicuri, a Tehran, che siano state azzeccate le ultime mosse strategiche e tattiche volute da Suleimani? Detto con parole più chiare: è stato forse perspicace aver fatto leva sulla divisione settaria e confessionale e con ciò, invece di smorzare la “fitna”, di alimentarla? Non corre l’Iran il rischio che ciò si risolva in un boomerang con il rischio che il malcontento interno contro l’austerità — vedi le proteste di un mese fa e quelle attuali per i funerali delle vittime dell’aereo civile abbattuto dai Pasdaran per errore — dilaghi?

Di sicuro queste domande se le stanno ponendo a Tehran, prova ne sia la risposta di molto basso profilo data agli americani dopo l’assassinio di Suleimani, segno inequivocabile che una guerra guerreggiata con gli USA e i loro alleati il regime iraniano non la desidera e vuole evitarla.

 

 

La Repubblica Islamica dell’Iran sembra finita in un vicolo cieco. Pare a noi che sia necessaria, e probabile, una doppia svolta, sul piano interno e della politica estera. I prossimi mesi ci diranno che

La preponderanate presenza militare USA in Medio Oriente

 

tipo di svolta avremo, se consisterà in un’apertura all’imperialismo americano e alle pressioni della borghesia nazionale o se, al contrario, si farà appello alla fine della “fitna” e verrà messo in discussione il modello capitalistico di rapina verso un potere effettivamente popolare. Fonte: Campo Antimperialista 

 

 

 

 

 

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PUTIN, L’EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.


Va premesso che il valore del Presidente Putin quale statista di peso globale è assai alto, forse il più notevole dell’intera storia russa se si eccettuano la strategia di Kutuzov e gli originari impulsi di un leninismo rivoluzionario che rimase però lettera morta, dato che nazionalisti grande-russi da un lato, sionisti-bolscevichi dall’altro, puntarono da subito a normalizzare, portandolo nella propria direzione, il processo rivoluzionario (1)

Vladimir Putin è oggettivamente un Nemico strategico del piano sionista mondiale Ynon, piano per la realizzazione del Grande Israele e per la balcanizzazione totale del Grande Medio Oriente. Concepito nei primissimi anni ’80 tale Piano ha influenzato la storia contemporanea come nessun altro evento, Rivoluzione Islamica Iraniana a parte. Ebbene, se tale Piano sino ad ora non è affatto andato in porto — la stabile presenza di Bashar Al Asad a Damasco ben lo mostra, come d’altra parte la centrale presenza in luogo dell’Iran rivoluzionario, unico Stato Sovrano del pianeta — il merito di Putin ci pare al riguardo indubbio. Vi sono però due elementi da tenere in considerazione. Putin ha iniziato a governare dall’anno 2000 con uno Stato profondo russo in buona parte infiltrato da una lobby israeliana con doppia cittadinanza, lobby la cui atavica Russofobia si manifestò evidentemente allorquando questa stessa optò per il sostegno ad una particolare forma di Islam, quella reazionaria filoccidentale e filocapitalista wahhabita, che si stava importando nella allora autodenominata Repubblica cecena di Ichkeria. Il presidente Putin operò allora con rara maestria di grande statista: stabilì la piena appartenenza della Comunità Mussulmana russofona nella Umma globale arrivando tacitamente ad appoggiare talune posizioni teologiche che contemplano una più importante affinità tra Ortodossia cristiana russa e Sciismo mussulmano piuttosto che tra la prima ed i vari rami confessionali del cattolicesimo o protestantesimo occidentali ma al tempo stesso dichiarò guerra a quello che la retorica panrussa e panortodossista del Cremlino definì semplicemente terrorismo, non Islam né tantomeno islamismo, dunque strumento geopolitico di varie e differenti potenze antirusse (compresa quella Israeliana). La strategia del Presidente Putin puntò sin dall’inizio del suo primo mandato a stabilire un’amicizia strategica con l’Islam e con quei popoli mussulmani sensibili alla sirena antiamericana, antisraeliana e antioccidentale. Fu una svolta storica, nella storia russa, pari solo a taluni motivi leninisti invocanti nei primissimi anni ’20 dello scorso secolo il Jihad globale anticapitalistico. 

Vi è però un secondo elemento che complica in modo terribile le cose. Il Presidente russo sente il profondo richiamo dell’appartenenza a un popolo che è stato concretamente, con le decine di milioni di caduti, l’elemento soggettivo vincitore, sul campo, della Seconda

Guerra Mondiale; per quanto sia oggi convinto dell’assoluta validità teorica politica degli illuminati e saggi principi espressi dal grande e nobile russo Alexander Solzenicyn, il quale nella famosa Lettera ai capi dell’URSS voleva superare il materialismo marxista senza cancellare quel che di buono era comunque venuto fuori dall’esperienza statalista sovietica, tuttora Putin non si stanca di riferirsi all’epoca di Yalta come ad una presunta epoca di pace e equilibrio. Ma Yalta significa il battesimo dello stato sionista definito Israele, nato su sponsorizzazione principale della Unione Sovietica di Stalin, che lo impose come assurdo dato di fatto alle stesse riluttanti potenze occidentali. Vladimir Putin sa tutto questo. 

L’Iran rivoluzionario fondato da Imam Khomeini si pone chiaramente in senso antagonista a tutto ciò che rimanda allo spirito di Yalta, considerando l’Islam e l’Iran nel campo degli sconfitti e degli umiliati del 1945. 

I due più grandi studiosi viventi del pensiero politico dell’Imam, P. Abdolmohammadi ed E. Abrahamian, hanno sottolineato la profonda affinità dei principi della Rivoluzione Iraniana con il “populismo” peronista Tercerista, anticapitalista ed antimarxista. Dal pensiero politico di Peròn e della Signora Evita l’Imam avrebbe mutuato il simbolico slogan: Né oriente Né occidente, Né Usa né Urss né Cina ma Iran islamico, quale Terzo Campo antimperialista. Ad esempio, nell’uso che l’Imam inizia a fare dai primi anni ’70 dello scorso secolo delle parole mostafazin e shahid tale influsso tercerista sarebbe evidente. Mostafazin finirebbe per indicare una ampia categoria soggettiva che assomiglia in modo impressionante ai descamisados della Signora Evita Peròn; sarebbe così nato il Fronte degli Oppressi della Terra contro gli usurpatori materialisti e filosionisti di Yalta. Il termine Shahid, di uso tradizionale nel mondo teologico mussulmano, vedrebbe però un salto qualitativo con la concezione “soggettivista”, rivoluzionaria e volontarista di Imam Khomeini; se l’Imam nei discorsi del 1963-64 per commemorare gli uomini uccisi nella rivolta del Giugno 1963 parlava di “sventurati”, nel corso della Rivoluzione, la Guida userà il termine di martiri, sottolineandone tutta la carica di sovversivismo politico, immanentistico e metafisico al tempo medesimo; solo il martire politico, in questa epoca di civiltà, colui che dona totalmente la propria esistenza agli Oppressi dal capitalismo globale, supporterebbe lo Spirito del Tempo e potrebbe coadiuvare l’occulta e misteriosofica azione dell’Imam Mahdi. Inoltre, il periodo dell’esilio parigino fu molto importante per l’Imam, anche se ciò è di solito del tutto trascurato in tutte le biografie che abbiamo analizzato. 

Lì, di fronte ad una ostilità ed a una indifferenza generale occidentali per la sua concezione del mondo, solo taluni gruppuscoli del neofascismo francese e italiano manifestarono la propria devota ammirazione per questa leggendaria figura di Rivoluzionario. L’Imam Khomeini arrivò a benedire le loro case editrici, che quasi

clandestinamente facevano circolare materiale storiografico revisionistico rispetto alla versione storica occidentale consolidata dopo il 1945 con l’egemonismo sionista imperante in tutta l’Europa occidentale, dette il Suo consenso alla loro azione sociale, arrivando a definire Benito Mussolini un politico di appartenenza islamica e non occidentale, profetizzando che l’Iran Rivoluzionario avrebbe mandato in frantumi Yalta (2). Taluni di questi militanti neofascisti italiani e francesi sosterranno poi l’Iran nei fronti di guerra afgano e iraniano-irakeno (3). Per quanto si debba essere scettici sull’uso di categorie politologiche occidentali per giudicare i fenomeni che scuotono l’univero islamico, vale ricordare che Sternhell, uno storico israeliano di orientamento marxista , ribattendo a quanti sostenevano che il franchismo spagnolo sarebbe stata una forma di fascismo, in un noto Convegno dell’Università storica parigina, arrivò a definire Peròn e Khomeini “gli unici fascisti dopo Mussolini” (4). La prima edizione de “Il Governo Islamico” dell’Imam fu non a caso tradotto da una casa editrice della destra sociale italiana subito dopo la Rivoluzione.

In conclusione, considerando tali elementi, dobbiamo ricordare che Vladimir Putin è il discepolo di Primakov, lo statista e diplomatico russo della “vecchia guardia” più orientalista, antioccidentale e filoislamico che vi sia stato. Se ciò non ha fatto di Putin sino ad oggi un rivoluzionario antioccidentale ed antisionista, accredita come ben più veridica la versione del Mullah Putin piuttosto che quella, assai malevola e fantasiosa, dell’amico di Netanyahu. E’ doveroso ricordare che nella guerra globale ibrida antisraeliana, la Russia ha perduto in anni recenti, sul fronte mediorientale, due figure di primissimo piano del GRU (5) e che il dissidio geopolitico russo-israeliano, negli ultimi mesi, avrebbe assunto aspetti non trascurabili e non più sottovalutabili: dall’arresto di spie israeliane in Russia allo schieramento militare, sempre più strategico, russo-iraniano dal mar Arabico al Nord dell’Oceano Indiano, tali eventi potrebbero indicare che il Presidente russo, che considerava Soleimani “un vero e sincero amico” e che avrebbe subito pure un duro colpo con l’omicidio del Generale iraniano, si possa velocemente spostare, con l’abilità e la prudenza che lo contraddistingue, sulle posizioni di un più radicale antisionismo, modello iraniano. La possibilità di assicurare finalmente un equilibrio alla regione mediorientale mediante una azione coordinata anti-egemonica da parte di Russia, Iran, Turchia non è da escludere e le prime immediate mosse del Presidente Putin paiono indirizzarsi verso tale prospettiva.



NOTE

1) L’oggettiva analisi della parabola storica sovietica fatta da Zjuganov caratterizza la storia post-rivoluzionaria dome dominata da un sotterraneo conflitto tra i due partiti: “il partito del nostro paese”, chiaramente nazionalista e grande-russo, ed il “partito di questo paese” (mondialista e sionista). L’elemento che emerge da subito è che il leninismo rivoluzionario ed antimperialista finì di esistere con la sconfitta bolscevica di Varsavia (1920). Cfr G. Zjuganov, “Stato e Potenza”, Parma 1999.

2) Gli scritti al riguardo sono purtroppo assai rari; si veda comunque G. Sorgonà, “La scoperta della destra. Il MSI e gli Stati Uniti”, Roma 2019, pp. 80-81, per la contezza del fatto che gli unici gruppuscoli politici che nel ’79 sostennero in Italia la Rivoluzione Islamica erano quella della Sinistra antialmirantiana del MSI che consideravano Khomeini “la Spada dell’Islam contro Yalta” o F. Freda, “Monologhi”, Padova 2007, p. 58 circa la benedizione impartita dall’Ayatollah Khomeini a Parigi.
Testimonianze simili ha fornito anche P. Buttafuoco nel corso di interviste ed interventi a Convegni. L’ambasciatore italiano Mezzalama, invece, a Tehran durante l’occupazione dell’ambasciata statunitense, ha testimoniato che dal ’79 ai primissimi anni ottanta Perugia con la sua Università per stranieri fu teatro di durissimi scontri tra studenti iraniani khomeinisti e comunisti iraniani avversari del pensiero politico di Ruhollak Khomeini: i primi sarebbero stati attivamente appoggiati dai neofascisti, i secondi dal PCI e da fazioni dell’estrema sinistra. La situazione del capoluogo umbro fu causa di una seria controversia diplomatica tra la Repubblica Islamica e la Repubblica italiana, al punto che dovette intervenire il Vaticano stesso per tacitare la questione di cui all’epoca parlarono quotidianamente i media iraniani.


3) Al riguardo si veda ad esempio M. Golia, “Con i Ribelli contro il mondo moderno”, Padova 1987. Sul martirio di Edoardo Agnelli, “primo martire sciita in Italia”, ha sollevato l’attenzione un giornalista de “Il Secolo d’Italia”, vecchio quotidiano del MSI, G. Puppo.

4) Testimonianza di Sergio Romano: Milano Convegno Maggio 2015, “Islam in Europa”. Va comunque ben precisato che l’Imam Khomeini in una intervista rilasciata a O.Fallaci nel Settembre 1979 smentì seccamente l’accusa di Fascismo mossa alla Rivoluzione Iraniana.

5) Assai pesante e non dimenticata la perdita del Generale Igor Sergun, “Eroe della Federazione Russa”, caduto coraggiosamente in Libano (3 gennaio 2016) durante un pieno e devoto adempimento del dovere al servizio della madrepatria.

 




AMODÈ, TU VUO FA L’AMERICANO di Sandokan

Il gravissimo atto terroristico con cui è stato ammazzato il generale iraniano Qasem Soleimani ha sollevato in ogni angolo del mondo ogni sorta di condanna. L’esecuzione mirata, per la sua gravità politica e per la modalità moralmente indegna, ha invece ricevuto l’encomio di Israele e, qui da noi, del sovranista da strapazzo Matteo Salvini. Quest’ultimo ha scritto un tweet talmente ignomignoso che nessuno è stato tanto scemo da andargli dietro. Uno, di pappagallo, Salvini l’ha invece trovato, e risponde al nome di Francesco Amodeo.

Che Amodeo fosse un salviniano s’era capito da tempo, che giungesse fino al punto di stare al fianco di Salvini per giustificare il crimine americano, pochi se lo aspettavano. Ecco cosa ha scritto sulla sua pagina Facebook in merito all’attentato di Baghdad:

«L’operato di Trump in Iran ci sorprende e ci indigna perché veniamo da un paese dove, se qualcuno attaccasse la nostra Ambasciata, noi prima di respingerlo dovremmo chiederci di che colore abbia la pelle, per non essere tacciati di rispondere ad un attacco perché razzisti.
Dovremmo chiederci a che religione appartenga per non essere accusati di essere neofascisti.
Dovremmo assicurarci che conosca le nostre leggi altrimenti potrebbe bombardarci perché ignaro che da noi sia reato.
Trump non la pensa così. Gli attaccano un’Ambasciata. Lui crede di aver individuato il mandante e chirurgicamente gli fa fare la fine dell’ordigno usato contro la sede diplomatica a stelle e strisce.
Non sto dicendo se abbia fatto bene o male, né quanto gravi siano adesso le conseguenze di quel gesto che preferirei che non fosse mai accaduto. Sto dicendo che da italiani non abbiamo gli strumenti per poterlo valutare.
Vi ricordo che noi siamo quelli che lanciavamo le monetine contro l’unico politico italiano che fu capace di cacciare a calci in culo da Sigonella i marines americani.
Siamo quelli che quando speronano le nostre navi militari per invadere i nostri porti, proviamo ad arrestare quello che voleva fermarli.
Ma di che parliamo?
W la pace. Sempre».

Date le tante pernacchie ricevute, davanti alle rimostranze di molti che non credevano ai loro occhi, il nostro ha farfugliato una risposta in cui giustifica il suo pornografico appoggio dell’infame atto di guerra col fatto che Trump sarebbe “nemico del suo nemico” — leggi dell’oligarchia eurocratica.



Amodeo non è nuovo a prendere cantonate, ma questa è proprio sesquipedale.


Qui si rischia che Trump-Dottor Stranamore precipiti il Medio oriente in una guerra devastante (che potrebbe coinvolgere potenze non solo regionali), e Amodeo se la cava parlando di… euro e di cinici quanto improbabili stratagemmi tattici.


Manca al nostro non solo il senso della misura, gli manca la prima qualità di un sincero sovranista, quella di avere a cuore la sovranità delle altre nazioni, quindi il sentimento di solidarietà verso quelle nazioni che la difendono, dunque l’avversione per ogni imperialismo.
 




OLOCAUSTO, INDUSTRIA DELL’ESTORSIONE di Norman Finkelstein

Effetti “collaterali” di un ordinario bombardamento israeliano su Gaza

[ domenica 15 dicembre 2019]

La defunta e celebre Nadia Toffa, per essersi limitata a dire: «Capisco profondamente il dolore per l’Olocausto ma la storia dice che i palestinesi erano lì da tempo. Che il Signore porti pace tra questi popoli. Preghiamo per la pace», veniva letteralmente subissata di insulti da parte di numerosi pennivendoli che insistono — ne parlavamo giorni addietro — sull’equipollenza tra antisemitismo e antisionismo. 
Sorte ancor peggiore spettò all’attrice ebraica Natalie Portman la quale, per protestare contro la politica genocida israeliana, si rifiutò l’anno scorso di recarsi a Gerusalemme per ricevere il Premio Genesis, noto come il “Premio Nobel ebraico”.

Non c’è limite alla disonestà intellettuale di questi sicofanti sionisti, nuovi squadristi del pensiero-politicamente-corretto. 
Costoro hanno subito una sonora batosta da parte del Tribunale di Roma che ha obbligato facebook a riaprire le pagine dei neofascisti di Casa Pound Italia, oscurate in base al criterio, fascista, di “seminare odio”. Una sentenza che fa onore al Diritto italiano e che rade al suolo, seppure ex post, i criteri formali quanto pelosi che stanno alla base della molto apprezzata da sionisti (e voluta da Mattarella e tutta la sua corte dei miracoli centro-sinistra-destra) neonata Commissione Segre.
Dietro a tutto questo fumo persecutorio contro ogni posizione critica del sionismo c’è la nuova religione civile globale, quella dell’olocausto ebraico e della sua unicità (Giorno della memoria docet).
Riteniamo utile pubblicare quanto scrisse in merito un noto intellettuale ebraico. Una vera e propria demolizione dei dogmi fondativi dell’industria ideologica dell’olocausto.

«Ognuno ha diritto alla libertà di opinione e di espresssione, il che implica il diritto di non essere molestati per le proprie opinioni e quello di cercare, di ricevere e di diffondere, senza considerazione di frontiera, le informazioni e le idee con qualsiasi mezzo di espressione li si faccia» Dichiarazione internazionale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale dell’ONU a Parigi il 10 dicembre 1948.

 

*  *  *

OLOCAUSTO, INDUSTRIA DELL’ESTORSIONE  

di Norman Finkelstein*

Le Monde ha dedicato due pagine e un editoriale (16 febbraio 2001) per mettere in guardia i suoi lettori contro il mio libro Industry of Holocaust. Ci si può lamentare che non abbia fornito un resoconto coerente dei principali argomenti affrontati nel libro e delle prove che li sostengono. Vorrei, prima di tutto, colmare questa lacuna, poi soppesare i potenziali pericoli derivanti dalla pubblicazione del libro. La sua tesi principale è che l’Olocausto abbia, in effetti, dato vita ad un’industria. Le principali organizzazioni americane ed internazionali, di concerto con i governi degli Stati Uniti, sfruttano a fini di potere e di profitto le terribili sofferenze di milioni di ebrei sterminati durante la seconda guerra mondiale e dell’esiguo numero di coloro che sono riusciti a sopravvivere. Con tale sfruttamento privo di scrupoli di queste sofferenze, l’industria dell’Olocausto è all’origine di una recrudescenza dell’antisemitismo e viene in soccorso delle tesi negazioniste. Nell’immediato dopoguerra, i dirigenti ebrei americani, preoccupati di compiacere il governo degli Usa, alleati di una Germania malamente denazificata, avevano bandito l’Olocausto dai propri discorsi in pubblico. Al termine della guerra del 1967, Israele divenne il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Le organizzazioni ebree americane, fino allora molto caute nei confronti dello Stato di Israele — nel timore di essere accusate di “doppia lealtà” — ne abbracciarono con fervore la causa, perché il sostegno ad Israele facilitava l’assimilazione degli ebrei negli Stati Uniti. I dirigenti ebrei, presentandosi come gli intermediari naturali tra il governo americano e il suo “atout strategico” in Medio Oriente, potevano in questo modo avere accesso alle sfere più alte del potere. Per stornare ogni possibile critica, le organizzazioni ebree americane si “ricordarono” dell’Olocausto che, ideologicamente rimaneggiato, si dimostrava un’arma temibile.

 

Analizzo i dogmi centrali che costituiscono la base ideologica dell’Industria dell’Olocausto: 1) l’Olocausto è un avvenimento decisamente unico e 2) costituisce il punto culminante dell’odio irrazionale ed eterno dei Gentili contro gli ebrei. La dottrina dell'”unicità”, sebbene intellettualmente sterilizzante e moralmente discutibile — la sofferenza delle vittime non ebree “non è comparabile” — torna bene poiché è politicamente utile. A sofferenza unica, diritti unici. Secondo il dogma dell’odio eterno dei Gentili, se gli ebrei sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale, è perché tutti i Gentili, carnefici o collaboratori passivi, volevano la loro morte. Il laborioso tentativo di Goldhagen per stabilire una variante di questo dogma (i volenterosi carnefici di Hitler ) non aveva alcun valore scientifico ma, come la dottrina della “unicità”, aveva una sua utilità politica. 

 
Questo dogma conferisce tutti i diritti. Infine, tratto la questione dei risarcimenti materiali. Sostengo che l’industria dell’Olocausto si rende colpevole di una “duplice estorsione”: dirotta fondi sia a spese dei governi europei che dei veri sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Anche la storia ufficiale dell’organismo incaricato dei ricorsi, la Claims Conference, dimostra che il denaro specificatamente destinato alle vittime dal governo tedesco non è stato utilizzato correttamente. Nel corso dei recenti negoziati sull’indennizzo ai lavoratori dei campi di concentramento, la Claims Conference ha presentato cifre riguardanti i sopravvissuti ebrei decisamente gonfiate. Ebbene, aumentare il numero dei sopravvissuti significa ridurre quello delle vittime. I numeri che fornisce la Claims Conference si avvicinano paurosamente agli argomenti negazionisti. Come diceva mia madre (anche lei sopravvissuta ai campi): “Se tutti quelli che pretendono essere sopravvissuti lo sono realmente, ci si può domandare chi ha ammazzato Hitler!”. La maggior parte delle accuse dell’industria dell’Olocausto alle banche svizzere erano infondate o fortemente tinte di ipocrisia. Il rapporto finale della commissione Volcker ha stabilito che le banche svizzere non hanno sistematicamente ostacolato i sopravvissuti dell’Olocausto o i loro eredi nelle loro ricerche, e neppure distrutto dossier bancari per mascherarne le tracce. La scoperta più importante del mio libro è che gli Stati Uniti sono stati anch’essi un rifugio per beni ebrei trasferiti prima o durante la seconda guerra mondiale. Seymour Rubin, un esperto che ha reso testimonianza davanti al Congresso, ha concluso che il dossier americano è peggiore di quello svizzero.

 

Tuttavia, il rapporto ufficiale della Commissione consultiva presidenziale sui beni dell’Olocausto, reso di pubblico dominio alcune settimane fa, non fa cenno ad alcuna richiesta di pagamento delle somme dovute dagli Stati Uniti. Gli svizzeri e i francesi sono tenuti a sottostare a quest’obbligo morale, gli americani no. Sono trascorsi oltre due anni da quando l’industria dell’Olocausto ha costretto le banche svizzere a un accordo definitivo, ma nessuno dei richiedenti ha ricevuto un centesimo del denaro svizzero. Analizzando attentamente il piano, recentemente approvato, per la ripartizione di questo denaro si desume, infatti, che alle vere vittime toccherà praticamente niente. L’industria dell’Olocausto ha svenduto lo status morale di martire del popolo ebreo e per questa ragione merita il pubblico vituperio. Le Monde si preoccupa che il mio libro possa suscitare antisemitismo. Condivido e rispetto questa preoccupazione. Negare questo pericolo sarebbe dare prova di malafede. Ma è soprattutto la tattica brutale e avventuriera dell’industria dell’Olocausto a creare antisemitismo. Biasimare il mio libro equivale a biasimare il messaggero portatore di cattive notizie. Durante i negoziati con i Tedeschi sul lavoro nei campi di concentramento, un membro della delegazione tedesca mi ha detto: “Voglio essere onesto con lei. Da parte nostra, pensiamo che tutti noi siamo stati vittime di un ricatto”. Penso che in privato molti tedeschi onesti siano di questo parere e, purtroppo, hanno ragione. Si può anche supporre che esistano rispettabili cittadini svizzeri e francesi pronti a fare eco a questo sentimento. E non è difficile immaginare ciò che pensano i cittadini dell’Europa dell’Est, nel momento in cui l’industria dell’Olocausto reclama per sé i beni degli ebrei assassinati e fa pressione per accelerare i ritmi per l’estromissione degli attuali occupanti. Lo scopo del mio libro è quello di suscitare l’apertura di un dibattito che avrebbe dovuto avere luogo già da molto tempo. Tenuto soffocato col pretesto del politically correct, il malessere non può che aggravarsi. 

 
Per evitare il risorgere dell’antisemitismo, i profittatori dell’Olocausto devono essere pubblicamente denunciati e condannati. Come Le Monde, io difendo con la massima energia la memoria dell’Olocausto commesso dai nazisti. Ciò contro cui lotto è il suo sfruttamento a fini politici ed economici. Nessun progresso nella conoscenza storica è possibile fino a quando l’industria dell’Olocausto non metterà fine alle proprie attività. Mi sono sforzato di rappresentare l’eredità dei miei genitori. La principale lezione che mi hanno dato è che si deve sempre confrontare. Stabilire una distinzione tra “le nostre” sofferenze e “le loro” è di per sé una truffa morale. “Non bisogna fare confronti” è il leitmotiv dei maestri cantori della morale.
 
* Originale su Le Monde, pubblicato su La Stampa del 6 marzo 2001



QASIM SOLEIMANI E IL DESTINO DELL’IRAN di A. Vinco

Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.

L’emblema dell’IRCG (Forza Quds o Sepah)



Tikrit, Iraq: reparti iraniani di al-Quds sono stati decisivi per
sconfiggere lo Stato Islamico e i guerriglieri del Baath iracheno


IN DIFESA DI CORBYN di Angelo Vinco

[ martedì 3 novembre 2019 ]


A pochi giorni dalle elezioni inglesi, la stampa internazionale si è prima interrogata, poi scatenata sul fenomeno Corbyn. “Antisemita” e filoterrorista; neo-stalinista, bolscevico, addirittura fascista. Anche in questo caso le scaturigini di questa campagna di criminalizzazione di Corbyn e del pericolo da lui rappresentanto partì anni addietro da Israele.

Il fenomeno Corbyn merita però una premessa da parte nostra. Nel suo pezzo di ieri sul CORRIERE DELLA SERA l’intelligente ed icastico Paolo Mieli si chiedeva perché mai la sinistra italiana non monti su compatta per sconfessare la visione sociale e geopolitica di Jeremy. L’esatto contrario abbiamo pensato noi negli ultimi giorni. 

Ormai diversi anni fa, Moreno Pasquinelli nel suo percorso di rielaborazione teorica basata sulla Praxis dava alle stampe, con pochi anni di distanza, due preziosi volumetti (“Oltre l’Occidente”, “Intervista sul Comunismo” a cura di Yuri Colombo). Li ci si chiedeva con molto coraggio esistenziale perché il marxismo e il comunismo storico avessero così ingloriosamente fallito. 

Non andiamo ora troppo per il sottile, non ce lo permette il contesto: Pasquinelli accusava implicitamente la concezione del mondo economicistica, oggettivistica e materialista che aveva caratterizzato la sinistra occidentale. Il leninismo, per quanto interno ad un orizzonte finale escatologico “materialistico” e per quanto politicamente ultra-realistico, sarebbe stata una dissonanza altamente soggettivistica ed altercomunistica nel mare magnum ontologico ed oggettivista del marxismo hegeliano di cui il leader russo fu, almeno per Pasquinelli, un pessimo discepolo. Di conseguenza Pasquinelli, che teneva in considerazione, con significato finale opposto a quello di Negri e Focault, i desideri soggettivi antropologici come base di una strategia politica

rivoluzionaria, finiva per attaccare frontalmente, con grande acume, tutte le folli e criminali politiche ateistiche dei vari “regimi socialisti” come massimamente occidentalistiche e borghesi e finiva così per considerare la Resistenza afghana, la Rivoluzione iraniana del ’79 e l’islamizzazione del movimento antimperialista globale quali eventi epocali da cui una sinistra antagonistica occidentale non poteva assolutamente trascendere se voleva ripartire per fare qualcosa di concreto. 


Questa premessa è necessaria, poiché allora non solo Pasquinelli intuì con anni di anticipo l’avanzata sociale (e politica?) del Populismo in Occidente ma indicò nell’islamofobia razzista e xenofoba sionista il primo Nemico del fronte sociale egualitario, democratico e progressista. Cosa dice oggi Corbyn? Non prova forse a dire e fare le stesse cose? Il concetto di terrorismo, a scanso di equivoci, è rifiutato dallo stesso Paolo Mieli che parla nel suo pezzo di legittimità storica e geopolitica dei movimenti della Resistenza al Sionismo. Il concetto di Revisionismo o “negazionismo” su vicende riguardanti eventi della Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista, per il quale Corbyn è stato tirato in ballo in più casi, non è invece esplicitamente citato da Mieli, che rileva però come l’Anti-Defamation League abbia denunciato l’aumento vertiginoso del fenomeno antisionista in Russia, Polonia, Ungheria a dispetto di Inghilterra e Italia, dove viceversa sarebbe in sensibile diminuzione ma specifica che taluni sodali di Corbyn considererebbero una “bufala” quanto poi la storiografia sterminazionista o filosionista avrebbero con grande raccapriccio evidenziato riguardato lo sterminio. 

Vediamo comunque la politica interna dei vari paesi occidentali israelizzarsi sempre di più ed i vari fronti interni assumere la stessa logica di frazione dei vari schieramenti sionisti;  già avevamo rilevato del resto la quintessenza iperoccidentalistica ed ipereuropeistica dell’entità integralmente bianca, ormai una vera e propria teocrazia razzista, denominata Israele. 

Vi è però qui un rischio politico fondamentale. La propaganda imperialista preme l’acceleratore sul bottone dell’antisemitismo per occultare la politica sociale egualitaria di Corbyn. Di contro, noi riteniamo nel momento attuale più importante quest’ultima di tutto il resto. Conosciamo le radici sindacal-laburistiche della militanza del Corbyn, non le possiamo molto apprezzare pur rispettandole; Jeremy non è dunque, almeno nella sua formazione, un populista giacobino, sembra però aver preso coscienza del fatto che per combattere il modello del super-capitalismo internazionale neo-feudale elitario dei nostri tempi, la dinamica della tutela assoluta dello Stato nazionalpopolare è attualmente l’inevitabile arma tattica. 
Londra, luglio 2019, manifestazione sionista contro Corbyn


Questa è la dimensione centrale su cui ora Corbyn si gioca la partita, non occorre farsi distrarre dalle armi propagandistiche del Nemico imperialista. Un nuovo Stato nazionale del popolo inglese antagonista dell’imperialismo sionista atlantico e del suo cagnolino ordoliberista tedesco, la riunificazione del movimento popolare anglosassone o coloniale con l’ideologia socialista e anticapitalista, l’attacco su base socialpatriottica alla xenofobia e al tentativo neo imperiale tory del Global Britain, una allucinazione antistorica che già la catastrofica politica imperialista del genocida di popoli coloniali Winston Churchill condusse ignobilmente e vilmente alla autoestinzione. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn tra le classi popolare inglesi, una nuova politica sociale basata sullo Stato sociale e nazionalpopolare sconfesserebbe su tutta la linea quella sinistra italiana e internazionale, capitalista, sionista e antipopolare, quella sinistra tutta sardine e diritti civili che ha consegnato le classi popolari e la difesa dei diritti sociali alla destra nazionalista e xenofoba. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn nelle imminenti elezioni britanniche sarebbe la vittoria degli eroici nostri fratelli Gilet Jaunes, dei mutilati, dei caduti, dei detenuti nelle prigioni dell’imperialista Macron, che costituiscono nella subimperialista, razzista e neo-schiavista UE la prima linea della resistenza democratica e anticapitalista. La vittoria del fronte Corbyn sarebbe insomma, per capitalisti, liberisti e BCE, una sconfitta peggiore di quella del No Deal.