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EUROZONA: IL CONTAGIO C’È GIÀ

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Gli interessi che lo Stato paga sui BTp crescono.
A fine luglio 2011 sono al 5,67%. Si consideri che la soglia 
del 7%; è considerata quella oltre la quale i 
«mercati» ritengono siano inevitabile il salvataggio

Prima del settembre nero


di Piemme


Dopo il venerdì nero della borsa italiana (venerdì 15 luglio) e il lunedì nerissimo (lunedì 18 luglio) i più ritenevano che le cose si sarebbero rimesse a posto, anche perché si sapeva che il vertice a 17 dell’Eurozona che ci sarebbe stato giovedì 21 luglio, avrebbe preso misure urgenti per salvare la Grecia. Cosa che in effetti è accaduta. Il Vertice ha raddoppiato a 800 miliardi di euro, non è cosa da poco, il Fondo salva-stati (Efsf).  Tuttavia questa iniezione di morfina, ovvero di denaro sonante, nel sistema circolatorio del capitalismo europeo, pare aver esaurito in due giorni il suo effetto.

Lunedì 25, l’altro ieri, un nuovo terremoto ha scosso le borse europee, e di nuovo, anzitutto quella di Milano. Vendite a tutto spiano delle azioni delle banche e degli assicurativi italiani. Essi pagano, come da tempo segnalato, l’avere in pancia montagne di titoli di stato italiani, oramai considerati ad altissimo rischio.


I «mercati», leggi i grandi gruppi della finanza speculativa (ripetiamo annidati in primo luogo a Londra e New York) hanno quindi non solo confermato la loro bocciatura della «manovra» tremontiana, ma la stessa manovra detta «antincendio» decisa del vertice europeo del 21 luglio. E’ oramai un segreto di Pulcinella che i «mercati» ritengono che il Fondo salva-stati vada portato ad almeno 1.500 miliardi. La cifra che la grande finanza ritiene appena suffiente ad eviotare davvero il crollo dell’euro. In altre parole la finanza speculativa esige che i governi europei, crescita o non crescita, gli trasferiscano quella somma. Decidano essi dove andarla a prendere e come: se stampando più moneta, se facendo acquistare dalla Bce altri titoli di stato dei PIIGS, o con l’applicazione di misure di austerità ancora più draconiane. Si assiste praticamente al giochetto del cerino acceso: la Bce, lo passa ai governi, i quali lo passano alla grande finanza, la quale lo ripassa a chi glielo aveva porto.


Tutto questo significa due cose: che il tanto paventato «contagio» non è dietro l’angolo, che è già qui, e che il problema non è ovviamente il default greco (dato per certo), Grecia il cui Pil rappresenta poco più del 2% di quello europeo. Il vero problema si chiama euro.


Che il contagio sia in atto lo si constata da quello che sta accadendo ai Credit default swap (CdS). Come si sa i Cds sono polizze con cui un acquirente si assicura dal rischio di insolvenza o fallimento del soggetto da cui compra dei titoli. Ebbene nelle ultime settimane la vendita dei Cds  sui titoli francesi è cresciuta di bel l’80%. Insomma, la grande finanza non si fida più, proprio a causa del timore che la moneta unica vada Ko, nemmeno della “virtuosa” Francia.


Che poi il contagio sia in corso lo dimostra che la grande finanza speculativa colpisce l’Italia, che cioè scappa dai titoli e dalle azioni italiani. Se si considera che l’Italia è il terzo paese per Pil della zona Euro, dopo Germania e Francia appunto, si capisce facilmente che il gioco si è fatto pesante, che in gioco c’è l’euro, che i «mercati» considerano una moneta moribonda (almeno nella sua conformazione attuale). 


Ogni previsione, in economia, è aleatoria. Tuttavia la tendenza per cui i «mercati» stanno scommettendo sul fallimento dell’euro si conferma una costante, che difficilmente potrà essere contrastata. La probabilità che a settembre le piccole scosse di questi mesi si rivelino come annunci di in un terremoto di magnitudine ben più grande, appare molto alta. Ed è alta la possibilità che essendo l’Italia il principale bersaglio della speculazione, tutta l’eurozona sarà investita da uno tsunami —si consideri che le banche tedesche hanno in pancia 150 miliardi di titoli italiani e quelle francesi addirittura 300.




Per capire cosa potrebbe accadere a settembre è bene vedere in dettaglio cosa è accaduto tra venerdì 15 e lunedì 18 luglio. Un’ondata di vendite ha colpito Btp e altri titoli di stato, ma anche azioni di banche e assicurativi. La speculazione, si dice in gergo tecnico, è “andata al ribasso”, anzitutto vendendo allo scoperto (cioè vendendo dei titoli senza possederli ma solo avendoli presi in prestito). Vendere allo scoperto titoli significa abbassare il valore di questi titoli, ad esempio i Btp, e di conseguenza alzandone il rendimento, il tasso d’interesse che chi emette il titolo deve pagare a chi lo compera (che è appunto l’obbiettivo di chi li vende oggi per riacquistarlo dopo alcuni giorni, ad un prezzo inferiore a d interessi più alti).
Lunedì 18 luglio, il crollo in borsa aveva portato il rendimento del Btp al 5,67% —sottolineiamo che la soglia oltre la quale si considera obbligatorio il salvataggio è il 7%, secondo altri la soglia è in realtà del 6%— , 301 punti in più del Bund tedesco. Ma a quanto ammonta l’aggravio di costi in termini di oneri finanziari per lo Stato italiano? E’ presto detto.

Dato che l’Italia emette ogni anno circa 250 miliardi di euro di titoli, se il rendimento aumenta di un punto percentuale, significa che lo Stato deve pagare ogni anno 2,5 miliardi in più. Oggi siamo a 2 punti percentuali in più dell’ottobre 2010, ovvero 5 miliardi che lo Stato deve rimborsare ai suoi creditori il primo anno. Col secondo siamo a dieci, più quello precedente 11 e rotti, col terzo a 17, il quinto anno a 25 e così via.
La «Manovra» tremontiana dunque, non solo ha un impatto recessivo sull’economia (meno Pil, meno introiti, più debito), ma rischia di essere completamente vanificata soltanto dall’aumento degli oneri finanziari a carico dello Stato per pagare gli interessi sui titoli di Stato.

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