Browse By

INVESTIMENTI POSTMODERNI di Tonguessy

 705 total views,  4 views today

[ 6 gennaio ]

«La cosa paradossale di queste vicende è che questi crimini sociali sono stati perpetrati sotto l’egida del motto neoliberista “meno Stato e più Mercato” perché la “mano invisibile” del dio Mercato sistema tutto, e quindi lo Stato sarebbe solo una dannosa ingerenza. La verità, al contrario, è che lo Stato serve a pagare le scellerate acrobazie finanziarie dei privati saccheggiando le ricchezze dei cittadini, dando una bella mano alla ricollocazione della middle class (resasi ormai inutile agli occhi del capitalismo postmoderno) verso le fasce più basse della popolazione. Una volta, almeno, quando ricomprava la FIAT per la quarta volta, qualche lavoratore aveva la possibilità che il figlio venisse assunto in fabbrica. Oggi di quello Stato, cosa ne resta?»



Una volta, quando ancora esisteva la modernità, esistevano gli investimenti statali. Mosse economiche dettate dalla politica di mantenimento dello Stato all’interno di una logica di contenimento (per non dire di pilotaggio) del Mercato. Non era un atteggiamento di “sinistra”, ma trasversale. Mattei, compianto protagonista del boom economico postbellico, era di area DC. Questa sua appartenenza politica non gli impedì di fare per lo Stato quelle cose eccellenti per cui ancora oggi viene ricordato: invece di liquidare l’AGIP ne guidò la riscossa ai danni delle 7 sorelle, mettendo lo Stato a capo delle perforazioni e sottraendo potere all’ingerenza USA nelle questioni energetiche nazionali. L’AGIP fu il trampolino di lancio per l’ENI.

Mattei si preparò conseguentemente ad assumere il ruolo di responsabile nazionale delle politiche energetiche, governando il neonato organismo senza mai essere posto in discussione, prima da presidente, poi anche da direttore generale. L’Eni era Mattei, e Mattei era l’Eni.[1]

L’Italia era impegnata nel consolidare la propria posizione industriale, e questo impegno politico aveva dei costi. Fu Cossiga ad ammettere, ad esempio, che lo Stato Italiano grazie a detassazioni ed agevolazioni si era comprata 4 volte la FIAT. Non fu la denuncia di un anarchico, ma l’ammissione di un vertice (peraltro definitivamente di destra) dello Stato. Era, insomma, un metodo: lo Stato investiva ed il frutto di tali investimenti si riversava attraverso i molti rivoli anche nelle tasche della popolazione. Fabbriche significano lavoro, macchine, costruzioni ed operai come nei quadri di Léger. Nella modernità il capitalismo aveva imposto delle regole precise: doveva essere creata una middle class potente in grado di assorbire tutti quei prodotti che venivano via via sfornati dalle fucine industriali. Gli Stati andavano in qualche modo tutelati perché permettevano, tramite l’istruzione nazionale, di creare quei quadri che erano essenziali per il buon funzionamento della macchina capitalista. I primi segnali che le cose stavano cambiando vengono offerti proprio dalla morte di Mattei, nel lontano 1962.

Fanfani parlò apertamente dell’incidente come di un “abbattimento”, definendolo forse il primo atto di terrorismo aeronautico in Italia. Si era aperta la stagione della guerra fredda, dove le questioni nazionali diventavano irrilevanti davanti a considerazioni geopolitiche: la globalizzazione stava muovendo i primi passi, e gli interessi delle multinazionali diventano prioritari anche davanti a questioni come la sovranità. L’episodio di Sigonella offre un altro eccellente esempio di quanto in profondità le cose si potessero (e possano) muovere in tal senso.

Il progressivo ridimensionamento della modernità avviene attraverso fasi distinte ma interconnesse: riduzione degli investimenti privati in ricerca ed ammodernamento, riduzione degli investimenti statali nel progetto produttivo, riduzione degli spazi di contrattazione salariale grazie anche a significativi spostamenti di politiche sindacali, aumento della pressione sull’antagonista storico (l’URSS) che nella modernità ha fatto in qualche modo da faro e contraltare alle politiche capitaliste (e nonostante fosse da alcuni additato come “capitalismo di Stato”), modifica delle politiche nazionali che passano da garanti del sistema industriale a garanti del sistema speculativo e relativa contrazione dei finanziamenti verso le periferie e infine aumento della distanza tra i vari strati sociali e quindi tra vertici e base. L’attuale astensionismo elettorale certifica lo scollamento tra esigenze dei politici ed esigenze degli elettori. Il crescente divario tra gli stipendi dei vertici e dei sottoposti mette in luce la stessa tendenza. Per un dipendente medio ci vogliono ben oltre due secoli per guadagnare quanto un top manager incassa in un anno.[2]

Ma com’erano gli stipendi dei top manager all’epoca di Mattei?


Vittorio Valletta, quando era a capo della FIAT nel dopoguerra, guadagnava 12 volte di più degli operai degli stabilimenti di Mirafiori. Oggi quella forbice si è ampliata fino a raggiungere una differenza di 84 volte fra ciò che percepisce un top manager e la busta paga dei suoi dipendenti.[3]

E gli stipendi dei parlamentari? Come mostra il grafico gli stipendi dei primi anni della Repubblica, in linea con gli stipendi dei manager privati, sono assolutamente bassi per poi balzare in avanti proprio attorno agli anni dell’assassinio di Mattei e crescere indisturbati fino ai giorni nostri.[4]


Traduco: mentre nel dopoguerra si assisteva ad un “disinteresse” verso il proprio status personale per perseguire fini imprenditoriali e nazionali ben definiti (e questa è la cifra positiva della modernità), a partire dagli anni ’60 (e quindi ancora in pieno boom economico) si assisteva ad un progressivo collasso dei processi che legavano in qualche modo la produzione alla creazione e mantenimento del ceto medio e quindi ad una certa equità. Il capitalismo industriale non ha mai nascosto di volere arricchire una ampia fascia sociale per farne il volano dei consumi, e questo tanto negli USA dei primi decenni del ‘900 quanto la Cina del nuovo millennio che la vede impegnata nella creazione di una middle class di 400 milioni di individui di cui oltre la metà avrà presto un potere d’acquisto assolutamente rapportabile a quello dei Paesi Europei.[5]

Nel capitalismo di stampo moderno gli interessi di Stato e Mercato non sempre, ma a tratti coincidono con quelli dei cittadini. Presto però il Mercato presenta il conto: come fronteggiare l’appiattimento che la presunta equità salariale ha introdotto, rendendo tutti dei piccoli e medi parvenues? E come ovviare alle curve di crescita/vendita che mostrano preoccupanti tratti di rallentamento? Una risposta è fin troppo ovvia: dumping salariale. Riducendo i compensi dei lavoratori da una parte e aumentando i compensi dei manager dall’altra si raggiunge il duplice scopo di ridurre i costi di produzione catapultando contemporaneamente nell’olimpo del lusso sfrenato i vertici. La cura sembrerebbe peggio della malattia, dato che per avere salari più bassi bisogna delocalizzare la produzione verso quei Paesi dove non c’è storia di lotte sindacali ed il ridotto potere di acquisto dei salari non è mai stato un problema, significa solo una cosa per i lavoratori dell’ex opulento Occidente: disoccupazione e, nella migliore delle ipotesi, blocco dei salari.

Un tratto essenziale della postmodernità è la virtualità. La produzione comincia a svilupparsi quindi sul piano virtuale: non più merci reali ma derivati. Stando ad un report della Banca d’Italia e secondo una rilevazione della Banca dei Regolamenti Internazionali sul mercato dei derivati OTC– dove si svolge la maggior parte delle contrattazioni – delle maggiori banche di 13 paesi sviluppati, a fine 2014 il valore nozionale dei contratti era di circa 520 mila miliardi di euro, otto volte il PIL mondiale. [6]

Ammesso (per pura semplificazione) che il PIL sia costituito solo da prodotti industriali, questo significa che il privato trova 8 volte più convincente e remunerativo affidarsi a prodotti virtuali. Ovviamente per privato non si intende il piccolo risparmiatore, ma i grandi capitali.

Fare da pilastro a questa mastodontica operazione spetta alle banche (o più correttamente al banking).

E lo Stato che fino a ieri sosteneva il capitale industriale, come si comporta con l’arrivo della postmodernità? Beh, non si può non notare come si sia comodamente accomodato nel nuovo salotto, seguendo scrupolosamente le indicazioni dei nuovi padroni. Anche se questo nuoce agli interessi della collettività, di cui dovrebbe essere il garante.

Lo Stato mette in atto quindi una manovra a tenaglia tesa a fare degli enti locali i perfetti clienti delle banche. La questione di fondo è abbastanza chiara: comuni, province e regioni, o perché bisognosi di racimolare fondi a fronte dei tagli ai bilanci sempre più consistenti, o per difendersi dai rischi

di aumento dei tassi di interesse sui soldi presi in prestito – tramite mutui o emissioni di titoli obbligazionari – hanno deciso, in quest’epoca di finanza creativa e su suggerimento dei grandi istituti di credito (soprattutto Unicredit fino al 2007, ma anche Merrill Lynch, Deutsche Bank, Ubs e altre ancora), di ricorrere a strumenti finanziari complessi.[7]

Secondo i dati di Bankitalia, nel 2009 erano quasi 500 gli enti locali che utilizzavano strumenti derivati: 13 regioni, 28 province e 440 comuni.

Il valore nozionale è così passato da circa 0,1 miliardi di euro alla fine del 2000 a circa 33 miliardi alla fine del 2006; il valore nozionale era pari a 24,5 miliardi nel marzo 2009, quando il comune di Taranto è fallito, e l’Ici che i suoi cittadini avevano pagato fu destinata interamente a ripianare i conti con le banche. A giugno 2014 i derivati sul debito pubblico della Repubblica italiana erano negativi per 34,4 miliardi di euro, mentre nel 2013 i derivati hanno determinato un esborso netto, cioè soldi veri usciti dalle casse pubbliche, di 3,2 miliardi.[8]

Ma se serve un altro esempio su come i vertici dello Stato facciano investimenti che aiutano solo le banche e penalizzano il contribuente, nulla di meglio dei 4 miliardi di euro che passarono nel 2012 dalle tasche dei cittadini che avevano pagato l’IMU alle casse di Monte dei Paschi di Siena. Mentre nella modernità lo Stato, aiutando il capitale, riusciva anche ad aiutare il cittadino (comprandosi la FIAT e creando nuovi posti di lavoro), nella postmodernità quando investe aiuta sempre il capitale, ma lo fa a scapito del cittadino.

Il recente decreto salvabanche di Renzi va esattamente in quella direzione: per salvare i conti di 4 banche danna i suoi risparmiatori, cittadini che si vedono sottrarre i risparmi di una vita lavorativa per salvare speculazioni destinate ad arricchire pochissimi eletti. Dal “too big to fail” siamo passati al “too small to fail”.

La cosa paradossale di queste vicende è che questi crimini sociali sono stati perpetrati sotto l’egida del motto neoliberista “meno Stato e più Mercato” perché la “mano invisibile” del dio Mercato sistema tutto, e quindi lo Stato sarebbe solo una dannosa ingerenza. La verità, al contrario, è che lo Stato serve a pagare le scellerate acrobazie finanziarie dei privati saccheggiando le ricchezze dei cittadini, dando una bella mano alla ricollocazione della middle class (resasi ormai inutile agli occhi del capitalismo postmoderno) verso le fasce più basse della popolazione. Una volta, almeno, quando ricomprava la FIAT per la quarta volta, qualche lavoratore aveva la possibilità che il figlio venisse assunto in fabbrica. Oggi di quello Stato, cosa ne resta?


NOTE


image_pdfimage_print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.