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NON DISPONIBILI SUL MERCATO di Alceste De Ambris

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Immaginiamo che in Paese si sviluppino incendi estesi e incontrollati (come è successo in Australia pochi mesi fa), e che dunque il numero di pompieri e di autopompe si dimostri insufficiente per gestire la situazione di emergenza. Sarebbe strano che i governo si limitasse a intimare ai propri cittadini di stare a casa, senza contestualmente aumentare il quantitativo di pompieri e di autopompe. O immaginiamo addirittura che un Paese sia coinvolto in una guerra: sarebbe inverosimile se il governo dichiarasse la resa, perché sul mercato non è in grado di comprare un numero sufficiente di fucili o perché non è in grado di assoldare un numero sufficiente di mercenari.

Eppure è proprio quanto sta accadendo in Italia. Da una parte sperimentiamo una limitazione estrema della libertà personale, ottenuta tramite la militarizzazione del territorio (una sorta di sospensione della democrazia formale, dopo quella sostanziale). A ciò non corrisponde un analogo attivismo dello Stato e delle Regioni nel predisporre le adeguate misure sanitarie per fronteggiare il Covid, posto che gli ospedali, com’è ovvio, non hanno la capacità di gestire un numero di pazienti molto superiore alla norma. Vista l’emergenza (sulla cui origine, diffusione e reale entità ci sono parecchi dubbi, ma sorvoliamo), ci si aspetterebbe di vedere ovunque distribuzione di dispositivi di protezione, pulizia delle strade e dei locali, ospedali da campo, sostanziali investimenti nella sanità ecc. Nulla di tutto ciò, persino banali mascherine e disinfettanti sono difficili da trovare. Con molto ritardo rispetto allo scoppio dell’epidemia, solo il 16 marzo il governo nel decreto “Cura Italia” stanzia 3,5 miliardi per la sanità, importo che pare insufficiente per come si prevede evolverà la malattia, e ridicolo se paragonato ai tagli imposti dall’austerità europea negli anni scorsi (37 miliardi).

Il sistema-Italia si sta muovendo, nel fronteggiare il Covid, come se lo scopo fosse creare il maggior panico possibile tra i cittadini (compito a cui provvede l’oligarchia mediatica) e il maggior danno economico possibile alle zone più produttive del Paese, senza peraltro far nulla di concreto dal punto di vista sanitario. Non è chiaro se si tratta di mera incompetenza, o qualcosa di peggio.

La settimana scorsa abbiamo assistito alla strana situazione per cui, anziché comprare direttamente i dispositivi necessari, la Consip (l’ufficio acquisti del Tesoro), per risparmiare, ha indetto una gara per 5000 ventilatori polmonari. Tuttavia “la capacità del mercato è stata leggermente inferiore”: dalle aziende ne arriveranno solo 4000, di cui più della metà in tempi lunghi. Non c’è fretta, i pazienti possono aspettare…

Ora osserviamo la tragicomica avventura del governatore della Lombardia, il quale vorrebbe allestire un ospedale provvisorio di terapia intensiva nella ex-Fiera, peraltro di solo 500 posti (che si prevedono insufficienti). Tuttavia l’iniziativa non parte perché “non sono disponibili sul mercato le attrezzature sanitarie necessarie per il funzionamento della struttura”.

Eppure non stiamo parlando di tecnologie ultramoderne e costosissime (non dobbiamo costruire un’astronave spaziale), ma di banali apparecchiature mediche come letti per i ricoveri, respiratori, impianti per la terapia intensiva.., del costo si suppone di qualche migliaio di euro ciascuno. Un clamoroso fallimento del mercato, direbbero gli economisti. Gli altri Stati, giustamente, se ne infischiano della libera circolazione delle merci e si tengono quelle utili per l’emergenza.

Il Pensiero unico ci ha spacciato il mito del mercato come meccanismo infallibile, in grado di procurare la giusta tipologia e quantità di beni e servizi richiesti dai consumatori, e capace di autoregolarsi e autocorreggersi senza l’intervento pubblico. In realtà il mercato è un metodo di allocazione delle risorse non solo iniquo (e questo lo ammettono anche i liberisti) ma anche inefficiente: anziché produrre beni utili alle persone che ne hanno bisogno, preferisce produrre beni inutili a persone a cui non servono veramente, ma che godono del relativo potere d’acquisto. E che non servano è dimostrato dal fatto che il sistema commerciale si basa sul marketing e la pubblicità, cioè sulla propaganda irrazionale, mentre i beni e servizi che corrispondono a bisogni reali vengono richiesti spontaneamente (e magari non sono soddisfatti se manca il potere d’acquisto).

L’ideologia liberista è stata a tal punto introiettata dai nostri governanti che non concepiscono neppure l’alternativa più immediata all’acquisto sul mercato, ossia che lo Stato produca direttamente i beni di cui ha bisogno. Le esperienze dell’Iri e dello Stato-imprenditore, che nel dopoguerra hanno garantito ricchezza e progresso al Paese, sono state condannate all’oblio con le privatizzazioni.

La soluzione al problema è semplice: le imprese che producono i dispositivi sanitari necessari per la cura del Covic devono essere immediatamente nazionalizzate, o poste sotto il controllo pubblico (non importa la forma giuridica); se sono insufficienti, altre produzioni vengano riconvertite (sembra assurdo produrre giocattoli o profumi quando servono letti e respiratori). La produzione venga incrementata e massimizzata: tali beni devono essere venduti allo Stato italiano al prezzo stabilito da quest’ultimo; se sono implicati dei brevetti vengano resi pubblici. L’esercito venga smobilitato dall’inutile mansione di pattugliare città comunque deserte, e venga indirizzato presso queste aziende onde garantire che queste disposizioni vengano rispettate.
Questo per le attrezzature. Quanto ai posti-letto, lo Stato per motivi di interesse nazionale può requisire cliniche private e spazi similari (il decreto “Cura Italia” sembra contenere una disposizione del genere). Quanto al personale, medici e infermieri, occorre assumere immediatamente, eventualmente con contratti a tempo determinato, tutti i lavoratori necessari nel settore. In un Paese con milioni di disoccupati, non dovrebbe essere difficile trovarli, e avrebbe anche un impatto positivo sull’economia.
Purtroppo una classe politica, maggioranza e opposizione, che si aspetta la salvezza dall’Unione europea e dal mercato è prevedibile che non farà nulla di tutto ciò.

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Un pensiero su “NON DISPONIBILI SUL MERCATO di Alceste De Ambris”

  1. Cittadino dice:

    “occorre assumere immediatamente, eventualmente con contratti a tempo determinato, tutti i lavoratori necessari nel settore”

    Io avrei sottolineato di più la straordinarietà dell’accettazione di contratti a tempo determinato. Avrei detto che vista l’urgenza intanto vanno anche bene dei contratti a tempo determinato fermo restando il proposito abolire questa cosa abominevole (e non la mera ed occasionale stabilizzazione che lascia tutto per come è), obiettivo da perseguire ovviamente in contemporanea.

    Giovanni

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