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GEOPOLITICA E “GRANDE RESET” di A. Vinco

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Riceviamo e pubblichiamo

Abbiamo precedentemente definito l’era globale apertasi con il 2020 la Rivoluzione Mondiale Covid-19, conclusione storica del ciclo apertosi l’11 settembre 2001 e segnato dal declino epocale dell’atlantismo unilineare.

Klaus Schwab, presidente del WEF, teorico della Quarta Rivoluzione Industriale e del Grande Reset, è l’ideocrate della tecnocrazia globalista della Silicon Valley: l’obiettivo strategico, dissimulato, è quello di procrastinare l’avvento del multipolarismo dispiegato, restaurando su tutta la linea, possibilmente senza una nuova guerra mondiale, il dominio imperialista della civilizzazione occidentale della casta superelitaria “bianca”, giudaico-cristiana e capitalista. Baget Bozzo, profondo teologo della Sinistra cattolica e fervente islamofobo, vedeva nella superiorità tecnologica occidentale e nella secolarizzazione il segno metamorfico della antica elezione della civilizzazione giudaico-cristiana. Come stiamo viceversa constatando, la tecnologia, se ben guidata da uno Stato sociale modernizzatore, sviluppista e comunitarista, ha invece permesso alle civilizzazioni che avevano perso il treno della rivoluzione industriale di recuperare rapidamente i circa due secoli perduti.

La cultura strumentale ha chiarito che il modello di civiltà occidentale capitalista non è applicabile a Cina, Giappone, Russia, mondo islamico e indiano. Il modo di produzione asiatico, con il suo organicismo comunitario non individualistico, non sarebbe affatto scomparso ma sopravvive in profondità. Sotto fondamentali aspetti, il mondo sta diventando sempre più moderno e meno occidentale.

Giudeocristianismo e nichilismo transumanista

Le fonti religiose del pensiero di Schwab sono stranamente sottovalutate. Artur Schneier, rabbino ebreo americano di origine mitteleuropea, è molto vicino a Schwab, secondo varie interpretazioni avrebbe in parte ispirato il messianismo utopistico del Grande reset. Alla metà degli anni Duemila il “Rabbi Arthur Schneier Program for International Affairs” teorizzava un modello di globalismo tecnocratico, che poi Schwab approfondirà in modo più dettagliato negli anni più recenti. Klaus Schwab è molto vicino ad Israele e alla causa del sionismo, nel 2004 con i fondi dell’israeliana Dan David ha creato una fondazione per diffondere il leaderismo e l’occidentalismo tra le nuove generazioni.

Sia Schwab, sia il rabbino americano Schneier risolvono ideologicamente la Rivoluzione Mondiale Covid 19 come un passo in avanti nell’accelerazione epocale verso la civilizzazione globalista tecnocratica e verso l’annientamento di qualsivoglia modello sociale di civilizzazione multilineare. Al tempo stesso, il WEF tecnocratico è apprezzato dall’attuale pontefice Francesco per il suo ecumenismo radicalista.

Gli ideocrati della Silicon Valley ritengono che la Cina di Xi Jinping, che dal 2018 ha inaugurato ufficialmente la “Nuova Era” del primato mondiale han e della democrazia sociale globalizzata di radice confuciana, sia integrabile nella tecnocrazia feudale californiana e che, a quel punto, la Russia, isolata su tutta la linea, sarebbe alle soglie della polverizzazione e del frazionamento su base regionale.

Schwab si è infatti personalmente incontrato con Xi nell’aprile 2018; Xi Jinping tenne del resto un discorso molto apprezzato, nel gennaio 2017, all’annuale Forum di Davos. Ma il neoconfucianesimo sociale e universalistico di Xi Jinping complotta realmente a vantaggio di un disegno sociale e geopolitico così reazionario e individualistico come quello di Schwab? Il cristianesimo ortodosso russo, così distante dalla teologia giudaico-cristianista occidentale e evangelica, basato sull’idea di comunità spirituale (Sobornost), complotta anch’esso a vantaggio del Grande reset? E l’Islam, in piena rinascita mondiale, nonostante la scarsa capitalizzazione politica e geopolitica, rimarrà passivo di fronte a una simile prospettiva? Tokio, che sembra più orientata verso Pechino che verso la California, si inchinerà al nuovo sviluppo ineguale teorizzato a Davos? Proviamo a vedere.

L’implosione dell’unipolarismo occidentale ostacola la risistemazione globale

Il presidente Vladimir Putin dichiarava nel settembre 2017 che chi avrebbe sviluppato la più avanzata IA (intelligenza artificiale) avrebbe guidato il mondo. Nella storia economica, innovazioni e trasformazioni di modi di produzione avvengono in periodi storici caratterizzati da conflitti militari o da vere e proprie guerre mondiali. Americanisti e sovietici, nonostante la guerra fredda, si intendevano poiché condividevano la originaria radice ideocratica giudeocristianista.

Oggi il quadro mondiale è ben più complesso sul piano della sicurezza internazionale: la Russia, con il suo cristianesimo ortodosso di stato, diversamente dall’URSS è la prima barriera antagonista al giudeocristianismo nichilista e transumanista proponendo il modello di una ideocrazia contrapposta all’intero occidente. La Rivoluzione Mondiale dei nostri giorni, ovvero il declino delle democrazie supercapitaliste occidentali e la fine dell’unilinearismo americanistico, avanza quindi in più forme contro il tentativo reazionario di risistemazione globale.

La produzione su larga scala, che ha reso grandi i giganti dell’Asia, e il prudente militarismo geopolitico dello stato profondo russo sono i massimi ostacoli sulla via del Grande reset occidentale. Una risistemazione occidentale a base di digitalizzazione di massa, home working, concentrazione monopolistica di nuova generazione, come ha rilevato uno studio di “Le Monde” del novembre 2020, non potrebbe seriamente constrastare la rivoluzione geopolitica in atto. Dall’11 settembre a oggi è fallito ogni tentativo strategico delle elite occidentali “giudaico-cristiane” di fermare l’offensiva dei giganti asiatici confuciani, della Russia greco-cristiana, dell’Islam.

Huntington definì l’evento dell’11 settembre la “rivincita di Dio” sul nichilismo “utopistico-democratico” giudeocristianista. Sempre Vladimir Putin, nel giugno 2019, dichiarava al New York Times che l’imperialismo occidentale fu globalista e liberoscambista sino a quando ciò era utile per le elite politiche e economiche americaniste, ma divenne immediatamente protezionista, già con l’Obama I, quando percepì che globalismo e liberoscambismo potevano giovare più alla causa dei cosiddetti “Paesi emergenti” che a quella dell’unilinearismo occidentale.

Klaus Schwab è molto elusivo e confuso sul vero e proprio punto chiave, rappresentato dalla realizzazione di un governo digitale nell’era del cambiamento. Non sa dirci se gli effetti della quarta rivoluzione industriale e del tentativo di grande risistemazione finiranno per rendere, con la tecnologia finanziaria e militare, con i nuovi metodi di produzione, i cittadini sempre più indipendenti, dando loro un nuovo strumento per far valere la loro opinione o se strutture parallele all’autorità, semiclandestine e sovversive, potranno diffondere ideologie antagoniste, reclutare seguaci e coordinare iniziative contro i sistemi governativi ufficiali.

Schwab peraltro teorizza un nuovo tipo di guerra ibrida tra nuovi blocchi di civilizzazione, concetto tra l’altro ripreso dalla nuova scuola militare russa, alla luce del Grande reset, in netta controtendenza rispetto al sogno irenistico messianico del governo digitale mondiale che dovrebbe ispirare questa risistemazione planetaria.

Terzo millennio: comunitarismo con inclusione sociale digitale o Northern California

Alla fine degli anni Novanta il militare cinese Qiao Liang, teorico della “guerra senza limiti”, sosteneva che “ci sono reti sopra le nostre teste, trappole sotto i nostri piedi. Non abbiamo alcuna possibilità di fuga”. Era l’inizio della guerra ibrida multilineare, crollata l’epoca di Yalta, che bussava alle porte della grande storia e che oggi vediamo in atto su scala planetaria con la stessa crisi pandemica. La filosofia realista e storicista dello scienziato politico Samuel Huntington, morto nel 2008, si prende perciò la sua grande rivincita storica e teorica sull’utopismo messianico giudaico-cristiano.

L’utopismo tecnocratico dei vari Schwab presta in effetti il fianco a facili critiche laddove teorizza come essenziale per il singolarismo individualistico e neocapitalistico della risistemazione globale “un vero e proprio processo di civilizzazione globale”, ecumenistico e pacifista. Nella teoria delle élite supercapitaliste occidentali ciò significa, in termini storici concreti, una strategia messianica e unilineare di civiltà, volta a arrestare l’offensiva delle nuove potenze multipolari restaurando il dominio globale della casamatta finanziaria dell’estremo Occidente e salvando il neocapitalismo finanziario, un colabrodo catastrofico, mediante un neo-feudalesimo digitale globale.

E’ un progetto strategico evidentemente reazionario, neocolonialistico e antistorico. In realtà, però, come aveva ben previsto Huntington, la civilizzazione confuciana cinese, quella shintoista nipponica, quella cristiana ortodossa russa, quella dell’Hindutva e lo stesso Islam hanno mostrato di poter benissimo usare la tecnologia, senza vendere l’anima allo scientismo imperialista occidentale o alla finanza angloamericana. Informatici indiani e russi sono, come noto, tra i migliori al mondo, la Cina ha mostrato di essere autonoma sul piano della ricerca e della fabbricazione di nano-tecnologie, le varie civilizzazioni islamiche, considerate “medievali” dagli ideocrati della Silicon Valley, hanno rivelato di poter e saper comunque rispondere colpo su colpo ai terribili attacchi delle elite imperialiste occidentali, il Giappone ha sistemi sanitari e di cura di avanguardia mondiale.

Il politologo statunitense aveva compreso come l’identità comunitaristica di fondo di civilizzazioni e modelli sociali quali quello cinese, russo, indiano, islamico, giapponese avrebbero ben resistito anche alla terribile onda d’urto della tecnocrazia globalista e individualistica della civilizzazione occidentale “giudaico-cristiana” [1].  Prevale perciò, nello spazio globale, la prassi della inclusione sociale digitale di natura comunitaria sulla logica dello sviluppo ineguale della plutocrazia del WEF e della Silicon Valley.

Alla fase rivoluzionaria mondiale Covid 19, più che i sogni irenici e neo-imperialistici di Schwab, potrebbe con maggiore probabilità seguire rapidamente la fase della guerra di civiltà su larga scala. Mosca, Pechino, Tokio stessa, non si integrano né si integreranno nella civilizzazione imperialista e transumanista del Grande reset e delle sinistre subimperialiste mondiali. Probabilmente, lo stesso si può dire riguardo alla multiforme e più complessa civiltà islamica. Parliamo di circa tre quarti dell’umanità. L’1 per cento del mondo di un quarto dell’umanità come potrà imporre questo totalitarismo digitale neomedievale?

Per affermare un Grande reset mondiale, ideocraticamente individualista e al tempo stesso neo-feudale, non rimarrebbe perciò altra via concreta che una nuova guerra imperialista di dimensioni globali, in barba a ogni ipotesi di mutamento antropologico e di a-conflittuale interazionismo umano macchinico.

NOTE


  1. Samuel P. Huntington, La politica nella società postindustriale, in “Ordine politico e guerra di civiltà”, Bologna 20
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3 pensieri su “GEOPOLITICA E “GRANDE RESET” di A. Vinco”

  1. RobertoG dice:

    Ammiro l’ottimismo di Vinco, ma io purtroppo non vedo affatto tutto questo multipolarismo alle porte. Mi baso per dirlo su fatti concreti e lascio da parte le considerazioni di tipo ideologico.
    Dal punto di vista militare lo strapotere amerikano è evidente con le centinaia di basi terrestri sparse per tutto il pianeta, paesi occupati, forze speciali dislocate un po’ ovunque. Gli oceani e gli stretti sono pattugliati dalle loro flotte. La Cina non è in grado di controllare neppure il mare sul quale si affaccia. La Russia è un paese assediato sia militarmente che economicamente. In medio oriente hanno dimostrato il loro potere ed arroganza con l’assassinio di Suleimani che non hanno neppure avuto il bisogno di dissimulare ricevendo al massimo qualche tiepida condanna verbale. Il parlamento iraqeno ha deliberato l’espulsione di tutte le truppe straniere presenti sul territorio ma loro se ne fregano e stanno ancora lì. Non parliamo di cosa fanno in Siria. Nessuno, tanto meno la Russia è in grado di metterli di fronte alle loro responsabilità. La cosiddetta legalità internazionale non esiste.
    Dal punto di vista economico le loro multinazionali dominano in lungo e in largo in tutti i settori strategici e basta vedere che cosa ha dovuto subire una concorrente come Huawei con l’arresto della sua direttrice finanziaria che sta ancora in galera da due anni solo per aver osato (a detta loro) violare l’embargo sull’Iran. Già gli embarghi, gli assedi moderni che essi si permettono di infliggere a chiunque sgarri o si metta di traverso ai loro interessi e senza che nessuno abbia il coraggio di contestare.
    Ma tutto questo è niente perchè si sa che gli imperi si conquistano con le armi, ma poi si mantengono con la propaganda. Il loro strapotere informativo e culturale è pressocchè totale, nei giornali, nelle televisioni, nei libri, nella musica, nei film e nelle serie televisive, nelle organizzazioni di ogni ordine e tipo. Un fiume ininterrotto che veicola narrazioni, punti di vista, stile di vita e mentalità che ci assorbono e ci rendono affini all’ideologia resa così globale dei padroni dell’impero. A Hong Kong, una delle più importanti città di quello che dovrebbe essere il loro principale antagonista, i giovani protestano e sfilano esponendo le bandiere inglesi ed americane. Non si sentono per niente cinesi e non si tratta di qualche minoranza manipolata perchè alle elezioni hanno stravinto in tutti i quartieri della città.
    Che dire poi della lingua? L’inglese internazionale è uno strumento di potere formidabile. Gli consente di essere capiti ovunque e quindi di avere sempre un ruolo centrale e direttivo per qualsiasi problema di qualsiasi natura. La sua diffusione e presunta indispensabilità in ogni dove consente di aprire strade preferenziali per i giovani di maggior talento per l’emigrazione verso i centri dell’impero depauperando i paesi di origine. Le università indiane insegnano in inglese e lo stesso avviene in molti altri istituti superiori anche in Cina ed altre parti del mondo. Succede anche da noi, nella colonia Italia, al Politecnico di Milano dove si entra solamente superando un esame di conoscenza a livello alto dell’inglese e tutti gli insegnamenti più importanti del biennio di specializzazione sono erogati solo in questa lingua. E stiamo parlando di un istituto pubblico.
    Dov’è quindi questo multipolarismo incipiente? io sinceramente non lo vedo. Vedo un grande appiattimento e una grande soggezione. Lo dimostra il fatto che quando le centrali dell’informazione, organizzate secondo una struttura rigidamente piramidale e che ha il suo vertice negli Stati Uniti hanno deciso di mettere in primo piano una sindrome para influenzale trasformandola nella peste bubbonica e determinando quindi trasformazioni radicali sia economiche che sociali tutti si sono allineati, senza provare a sostenere una contro narrazione che avrebbe tra l’altro potuto basarsi su dei dati ineccepibili. Ma è anche vero che chi avesse voluto farlo non avrebbe potuto, perchè gli sarebbero mancati i mezzi per comunicarlo a livello internazionale.
    Non è chiaro quindi com’è organizzato il mondo e chi detiene realmente ed indiscutibilmente il potere?

  2. A.V. Como dice:

    Grazie per l’intervento.
    Eventualmente si rispondere quando vi sarà tempo.

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