PRESIDI PER LA LIBERTA’

Liberiamo l’Italia aderisce all’Appello della MARCIA DELLA LIBERAZIONE e partecipa ai Presidi per la Libertà, sotto le prefetture di tante città d’Italia.




LIBERTÀ E LIBERALISMO di Umberto Bianchi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione suscitata dalla lettura dell’articolo E’ IL MOMENTO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE.

Con il persistere della pandemia a livello globale e specialmente europeo, un’ondata di neo-autoritarismo sembra aver investito l’intero orbe terracqueo. Leggi speciali, stati di eccezione, compressioni delle libertà di circolazione, riunione, etc., sono oramai divenuti materia di provvedimenti governativi ed all’ordine del giorno, in molti, troppi paesi del mondo.

In ispecial modo, in quell’Europa, da sempre un po’ considerata uno dei caposaldi spirituali del diritto e della democrazia, a causa di una lunga storia, che andrebbe dalla democrazia ateniese sino a quel Liberalismo, che affonda le proprie radici nel Proto Illuminismo di autori come un Locke, un Berkeley, un Hume, un Hobbes ed altri ancora. Da più parti, ci si interroga, non a torto, se stavolta in discussione ed in crisi non sia entrato proprio quel sistema di valori, che trovava il proprio  fondamento nelle enunciazioni di questa scuola di pensiero.

E’ vero. Le limitazioni della libertà di riunione, circolazione, lavoro, la stessa figura di un premier non eletto, che governa per decreto, senza prestare ascolto alle camere e che tanto sembra ricalcare la figura di un sovrano assoluto o di un “dictator”,  sembrano collidere decisamente con i principi del più puro Liberalismo. A ben vedere, però, le cose non stanno proprio così.

Bisognerebbe, anzitutto, operare una netta distinzione tra quanto enunciato dagli autori Proto Illuministi che abbiamo poc’anzi menzionato e autori come un Rousseau che, all’interno del contesto illuminista, iniziano a rappresentare una di quelle vere e proprie “deviazioni”, connaturate ad un pensiero occidentale, da sempre animato da una costitutiva ed irresolubile contraddittorietà.

Nel portare avanti un’idea di primigenia “democrazia diretta” che, imperniata sull’idea di una costitutiva “bontà” dell’uomo, Rousseau, devia dal percorso tracciato dai Proto Illuministi, in quanto conferisce  un afflato etico ad una istanza che, invece, in autori come Hobbes e Locke è totalmente assente, in quanto fondata su un’idea pessimista della natura umana e che, sulla falsariga di una mentalità mercantilista, porta a una vera e propria arida “contrattualizzazione” dell’anima dello Stato.

Quest’ultimo non sarà più inteso quale Comunità spirituale di individui, bensì come anodino assieme di individualità, tenute unite solo dalla oscura presenza da quel Leviatano giuridico, la cui oscura e gelida presenza, è posta quale invalicabile limite alle libertà individuali.

Quanto detto, ci dimostra quella che potremmo “brevis verbis”, definire quale vera e propria “eterogenesi dei fini” dell’Illuminismo che, in veste di fenomeno inizialmente sospinto da istanze neoplatoniche, le cui radici affondano nelle correnti ermetiche del pensiero rinascimentale, per cui l’umanità doveva essere “illuminata “ dalla luce di una conoscenza pura e priva di ombre, è andato invece assumendo, in molte sue enunciazioni, le connotazioni di uno sfrenato ed arido individualismo che, sorretto dal tecnicistico Empirismo di un Berkeley, avrebbe in seguito spianato la strada all’avvento del Capitalismo Globale, imperniato sulla perfetta sintesi tra Tecnica ed Economia.

Molta parte delle istanze del Proto Illuminismo e del successivo Illuminismo,  si fanno quindi portatrici di un’idea di democrazia “per delega”, che finirà ben presto con il rappresentare uno strumento di potere censitario, stavolta tutto in favore degli emergenti ceti mercantili e (specialmente…sic!) finanziari. Tant’è che la Rivoluzione Francese e le varie esperienze dei Risorgimenti europei, verranno tutte aggruppate sotto la denominazione di “Rivoluzioni borghesi”. Durante tutto il 19° ed il 20° secolo, a cercare di risolvere il problema del rapporto tra libertà ed economia, saranno le scuole di pensiero marxista derivanti dall’Utopismo e dall’Hegelismo, da un lato, e quelle all’insegna dell’irrazionalismo vitalistico dall’altro.

Ora, è chiaro che, quanto stiamo vivendo ora, in termini di cogenti limitazioni alle nostre libertà individuali, è frutto del tentativo volto ad instaurare un nuovo e definitivo assetto globale, fondato sulla coercitiva accettazione di un quanto mai esausto ed insufficiente modello di sviluppo, quale quello liberista globale, (oggidì coniugato in una salsa vagamente “progressive” e buonista), che però affonda le proprie radici proprio in quel Liberalismo, che non potrà, quindi, mai essere eretto a baluardo antisistemico.

Una cosa, pertanto, è rivendicare diritti espressione, libertà e movimento ed il diritto dei cittadini a poter intervenire direttamente nella gestione della Res Publica, quando i suoi rappresentanti si rivelino inadatti al compito o questa sia affetta da gravi carenze nei suoi meccanismi (Democrazia Diretta), altro è riesumare quel Liberalismo che, “motu proprio”, come abbiamo visto, porta a quel che, ad oggi, stiamo vivendo.

Questo da un punto di vista prettamente di analisi ideologica. E’ chiaro che, viste le attuali contingenze, pensare di affrontare una battaglia contro l’instaurazione di una Dittatura Globale, in ordine sparso, a mò di ridotto e romantico manipolo massimalista, è quanto di più inutile ed illusorio si possa fare. E’ chiaro che, ora più che mai, si fa pressante la necessità della creazione di un Fronte Trasversale, in grado di accogliere e contemperare al proprio interno, le migliori energie ed istanze di un paese. Questo però, senza dimenticare quella costante e pressante ricerca di una chiarezza ( come quella espressa in questa breve disamina…), senza la quale qualunque tentativo, all’insegna dei più nobili intenti, finisce con l’insabbiarsi nel vicolo cieco dell’inazione o del più squallido e controproducente opportunismo.




NE AMMAZZA PIÙ LA CAROTA DEL BASTONE di un “bottegaio”

Il titolo di Huffington Post  è quello che meglio di tutti da il senso dell’ultima mossa del governo: “SEI MILIARDI PER SPEGNERE LE PIAZZE”.

Così è infatti. E’ evidente che Conte e i suoi apprendisti stregoni e scienziati non sanno più che pesci pigliare. Rincorrevano il virus, ora si sono trovati a rincorrere le proteste sociali. Sperano di fermarle elargendo ricompense e risarcimenti (solo la totale mancanza di senso del pudore può indurli a denominarli “ristori”!). Ci riusciranno? Sì.

Ogni rivolta sociale è come una fiammata: più è improvvisa e spontanea più destinata a spegnersi presto. Non c’è dubbio che l’annuncio del governo di …”ristori” contribuisce a fargli perdere potenza.

Resta che la rivolta estesasi a macchia d’olio: (1) dimostra che la lotta sociale paga più di tanti discorsi a qualsiasi titolo pronunciati; (2) che questa fiammata è come una scossa elettrica che avendo risvegliato le coscienze cambia il panorama politico; (3) che avevamo visto giusto non solo nei contenuti ma nei tempi promuovendo la MARCIA DELLA LIBERAZIONE.

C’è chi dopo il lungo sonno è voluto entrare in scena gridando “Tu mi chiudi, tu mi paghi”.

Un bell’assist al governo, che i soldi per placare le masse riesce sempre a trovarli. Nessun pasto è gratis nel mondo neoliberista; vedrete che ora, chiuderà in modo ancor più massiccio e generalizzato. Lo scambio sovvenzioni-pace sociale è da stolti, come quello tra sicurezza e libertà.

Volentieri pubblichiamo quanto ci scrive un nostro lettore:

« A marzo speravo di sollevare il mondo degli autonomi,  tale era il disastroso crimine economico perpetratoci.

Intuii subito che l’unico desiderio era riaprire, ma era stupido, perché era chiaro come le condizioni di riapertura fossero impossibili per ripartire.

Gli aiuti sono stati una frazione del necessario, ma nessuna Saracinesca aperta ha più fiatato.

I miei colleghi regionali si sono sciolti al sole dopo poche settimane, affaccendati nei loro disperati commerci.

Il gruppo stesso è andato in coma stabile, ma questo  lo sapevo. Avevo previsto un risveglio autunnale, e c’è stato.

Il climax è stato la chiusura decisa dal dpcm.

Ma stavolta il governo si è fatto scaltro, e visto che questi deficienti si sono accontentati di poco e tardi,  Conte ha pensato che con poco e subito se li sarebbe comprati.

Ce l’ha fatta?

Io temo di si, ma te lo dirò stasera, voglio vedere come va la mobilitazione nella mia città.

Qui faremo infatti una manifestazione in violazione di ordinanza.

I ristoratori ne saranno il nocciolo duro.

Una cosa carbonara, che ho appoggiato ufficialmente, con un post a pagamento che raggiungerà decine di migliaia di conterranei.  Post che, caso strano, ci ha messo tre ore a partire.

Se sarà un fiasco, sarò costretto a prendere decisioni conseguenti.»




COSA CI SI DEVE ASPETTARE? di Leonardo Mazzei

Pubblichiamo l’intervista che Leonardo Mazzei ha rilasciato per la prestigiosa testata tedesca Makroskop.

D. Il governo cerca di imporre un secondo lockdown che colpisce anche i diritti politici. Quale è il ragionamento del governo, delle èlite in generale – e le reazioni su scala popolare?

R. Proprio oggi, domenica 25 ottobre, è uscito il nuovo Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri) che punta a restringere ulteriormente la libertà di movimento ed attacca il diritto al lavoro di milioni di persone, in particolare quelli dei servizi turistici e della ristorazione. A differenza di quanto avvenuto a marzo, adesso la linea del governo è quella della chiusura progressiva. Ma continuando così alla fine il risultato non sarà molto diverso. Questa strategia viene perseguita con un Dpcm a settimana. Un modo che, se da una parte mostra le difficoltà di Conte, dall’altro sembra fatto proprio per generare, oltre alla paura, un’assoluta incertezza sul futuro. Il precedente Dpcm, del 18 ottobre, ha stabilito di fatto la sospensione del diritto a riunirsi in luoghi pubblici. Contro questa lesione dei diritti democratici, attaccati in parallelo a quelli sociali, manifesteremo il 31 ottobre davanti alle prefetture dei capoluoghi di regione. Il ragionamento delle èlite sembra chiaro: siccome la crisi è gravissima ed il malessere sociale è alle stelle, la sola tecnica di governo che può funzionare è la strategia della paura. E’ una linea che presenta dei rischi anche per il blocco dominante, ma che finora – come dimostrato anche dai risultati delle elezioni regionali di settembre – ha funzionato. Che continui a funzionare è invece tutto da vedersi. Proprio a causa del clima di paura, la reazione popolare è stata finora modesta. Ma a tutto c’è un limite. E i fatti degli ultimi giorni, a Napoli e non solo, ci dicono che le cose stanno finalmente cambiando.

D. A Napoli si sta sviluppando una protesta anche militante? Cosa ci si deve aspettare? C’è una direzione politica?

R. A Napoli la protesta è scattata contro il coprifuoco imposto dal governatore della Campania, De Luca. Sono scese in piazza le categorie più colpite da questa misura, con i ristoratori e i commercianti in prima fila. Ovviamente le iniziative di lotta non sono mai completamente “spontanee”, ma in questo caso possiamo parlare di una protesta auto-organizzata. Pur se assolutamente necessaria, è presto infatti per pretendere una direzione politica. Ora l’obiettivo dovrebbe essere quello di sviluppare ed estendere l’azione di lotta, mirando soprattutto proprio al governatore De Luca, che in questi mesi si è posto alla testa del fronte emergenzialista e securitario. Fra l’altro, l’epidemia in Campania sarebbe stata tranquillamente affrontabile se la Regione avesse aumentato i posti di  terapia intensiva nella misura prevista (e promessa) in primavera. Cosa che invece non è stata fatta. “Non vogliamo morire di fame per non rischiare di ammalarci di Covid”, questo hanno affermato i napoletani in rivolta. “Lavoro, dignità, libertà”, queste le loro parole d’ordine, che ricalcano quasi alla lettera quelle della nostra manifestazione del 10 ottobre. Ora queste parole d’ordine devono trasformarsi in obiettivi concreti, ma intanto la mobilitazione ha ottenuto un primo importante risultato: il lockdown regionale è stato bloccato proprio grazie alla manifestazione dell’altra sera. Un giorno dopo il suo famoso “si chiude e basta”, De Luca è stato costretto al passo indietro. Adesso dice che “il lockdown è impossibile senza ristori dal governo”. Chiede dunque soldi per le categorie colpite, ma quei soldi per ora non ci sono. E, nonostante le odierne promesse di Conte, che al massimo fanno presagire la solita elemosina, non sarà facile arrivare a risposte concrete.

D. Come sovranisti democratici quali saranno i vostri prossimi passi?

R. Il primo compito dei sovranisti democratici sarà quello di stare con chi lotta. Certo, il Paese è spaccato, ma è necessario schierarsi con la parte che non intende subire un disastro sociale catastrofico. In secondo luogo, i sovranisti democratici dovranno raccogliere la grande spinta all’unità presente nelle proprie fila. Una volontà unitaria esaltata dalla manifestazione di Roma. Come Liberiamo l’Italia ci muoveremo senz’altro in questa direzione. L’auspicio è che anche gli altri facciano la stessa cosa.

D. Il 10 ottobre avete fatto la Marcia della Liberazione, la più grande protesta dall’inizio della crisi covid. Avete cercato di connettere una risposta sociale immediata con un programma di investimenti pubblici per il lavoro e il ritorno alla sovranità popolare e nazionale. Come è il vostro bilancio?

R. Il bilancio è assolutamente positivo, sia in termini quantitativi che qualitativi. La manifestazione del 10 è stata in assoluto la più numerosa che si sia svolta in Italia in tutto il 2020. Ed il legame tra i temi sociali e la critica all’emergenzialismo ha funzionato. Naturalmente, non ci nascondiamo che ci vorrebbe molto di più. I settori sociali presenti in quella piazza sono importanti, ma ancora insufficienti. Ciò a causa del clima soporifero che il governo è riuscito ad imporre durante l’estate. Ma abbiamo già visto che ora il clima sta cambiando.

D. La stampa vi ha attaccato come negazionisti mettendovi insieme con i fascisti. Come avete reagito? Ha funzionato l’attacco o siete stati in grado di difendervi?

R. E’ anche considerando questo contesto che abbiamo tratto un bilancio assolutamente positivo della manifestazione. Mentre l’atteggiamento del Ministero dell’Interno è stato corretto, altri apparati dello Stato hanno lavorato all’infiltrazione ed alla denigrazione. L’infiltrazione l’abbiamo respinta, sia politicamente che concretamente in piazza. La denigrazione a mezzo stampa è stata invece l’arma più potente del potere. Visto che non potevano silenziarci, stavolta hanno deciso di denigrarci con una campagna senza precedenti negli ultimi anni. Volerci confondere con i fascisti di Forza Nuova, calunniarci con l’accusa di “negazionismo”, è stato il modo per oscurare i contenuti veri (a partire da quelli sociali) della manifestazione. Stavolta le fake news dei media sistemici hanno raggiunto vette impensabili. I comunicati del comitato organizzatore, che respingevano i tentativi di infiltrazione dell’estrema destra, che affermavano che noi non neghiamo affatto l’epidemia ma ne contestiamo fortemente la sua gestione politica, sono stati completamente ignorati dai media mainstream al gran completo. Proprio per questo abbiamo già querelato e stiamo querelando per diffamazione tutti gli organi di informazione che si sono resi responsabili di questa gigantesca campagna di denigrazione. Dalla nostra parte abbiamo avuto decine di media alternativi (web tv, tv satellitari, dirette Facebook) che hanno ripreso la manifestazione per un totale di un milione e 600mila visualizzazioni, di cui 300mila sulle nostre pagine Facebook. E’ chiaro che è la battaglia di Davide contro Golia, ma l’abbiamo combattuta al meglio.

D. Il governo Conte sembra più stabile, almeno in confronto alla situazione di un anno fa quando sembrava debolissimo. È vero che l’accordo sul Recovery fund lo ha aiutato?

 R. Sì, è così e bisogna averne piena consapevolezza. La cosa ha funzionato anche grazie al processo di normalizzazione della Lega. Il partito di Salvini, come pure “Fratelli d’Italia”, non si oppone al Recovery fund bensì solo al Mes. Ma questo è assurdo, dato che – viste le condizioni previste – il Recovery fund è in realtà un super-Mes. Ormai per la coalizione di destra (e neppure tutta, vista la posizione di Forza Italia) l’opposizione al Mes è solo una bandiera senza sostanza. Questo alimenta ovviamente le illusioni sul Recovery fund propagandate dal governo. Certo, i fatti smentiranno tutto ciò, ma affinché venga pienamente compresa la pericolosità di questa nuova trappola europea ci vorrà tempo. E’ quel tempo che fa il gioco del presidente del consiglio. Questo non vuol dire che nella stessa maggioranza di governo non vi siano forti fibrillazioni, ma né M5S né Pd hanno la forza e l’interesse di far cadere Conte adesso.

D. D’altra parte Salvini sembra in caduta libera. Perché? E come finirà?

R. Forse parlare di caduta libera è troppo, ma la crisi del salvinismo è palese. E personalmente la cosa non mi stupisce affatto. Paradossalmente il vuoto di proposta di Salvini è risaltato meglio all’opposizione di quando stava al governo nella comoda posizione di ministro anti-migranti. Il fatto è che l’immigrazione è questione seria, ma non è il principale problema del momento. E sul resto Salvini è apparso privo di qualsiasi idea. Credo che ciò sia avvenuto in parte per i suoi evidenti limiti politici e personali, in parte per il prevalere nella Lega della posizione europeista del blocco del Nord, imperniato sulla figura di Giorgetti e sui governatori del Veneto e della Lombardia. La cosa di gran lunga più probabile è che l’attuale crisi sfoci in un pieno processo di normalizzazione di quel partito. Lo stesso Salvini ha dichiarato ormai di accettare l’euro, di essere disposto ad appoggiare Draghi alla presidenza del consiglio od a quella della Repubblica (il mandato di Mattarella scadrà tra poco più di un anno). Ma credo che il sigillo ufficiale a questa operazione verrà posto con l’ingresso della Lega nel PPE. Tema che è oggetto di trattativa ormai da mesi. Può darsi che questo percorso presenti ancora qualche asperità, ma la strada è chiaramente tracciata.

D. Il governo Conte I veniva definito come sovranista. Entrambi i suoi componenti, sia la Lega sia i pentastellati, hanno lasciato questo campo e sono ritornati nell’ambito dell’europeismo. Stanno rappresentando la loro base popolare, o si sono persi?

R. Il governo Conte I non era dichiaratamente sovranista, anche perché aveva al suo interno la Quinta Colonna sistemica (rappresentata in primo luogo dal ministro dell’Economia, Tria) imposta da Mattarella. Era però un governo basato su una maggioranza parlamentare costituita da due partiti considerati a vario titolo come sovranisti. Un mix da cui emergeva comunque un governo con elementi e spinte sovraniste. Ciò portò a diversi momenti di aspro conflitto con la Commissione europea. Gradualmente la componente sovranista venne via via ad indebolirsi nei primi mesi del 2019, fino alla caduta del governo nell’agosto di quell’anno. Dovendo dare un giudizio sintetico, direi che quella crisi è stata più che altro la risultante dell’incapacità dei due partiti di governo di tenere fede alle premesse sovraniste, o quanto meno “euroscettiche”, che li aveva portati all’alleanza del maggio 2018. Poi, la boria e la pittoresca inettitudine di Salvini contribuirono a dare il colpo di grazia a quell’esperienza, ma il flop sostanziale c’era già stato. Alla prova dei fatti né Lega né Cinque Stelle erano stati in grado di reggere lo scontro con l’Unione europea e i suoi accoliti nostrani. Un’incapacità aggravata dalla scelta di non voler ricorrere, neppure quando sarebbe stato facile e vantaggioso, alla mobilitazione popolare. Vista in un’ottica sovranista democratica e costituzionale, il capitolo Lega e Cinque Stelle è da considerarsi ormai chiuso. Dalla base di quei partiti qualcosa verrà, e qualcosa sta già venendo, ma la strada che hanno intrapreso è chiaramente senza ritorno.

D. Il senatore dei Cinque Stelle, Paragone, ha annunciato alcuni mesi fa la creazione del partito Italexit. Come va avanti questo tentativo?

R. La mossa di Paragone, che noi abbiamo salutato positivamente perché fatta esplicitamente in nome dell’Italexit, deriva da due fatti. Il primo è proprio la conseguenza di quanto detto su Lega e M5s. C’è una larga parte della popolazione che è espressamente (lo dicono tutti i sondaggi) per l’Italexit. Ed è una parte che oggi è assolutamente priva di una degna rappresentanza. Il secondo fatto è la crisi, che la gestione del Covid ha aggravato prepotentemente. La mossa è stata dunque azzeccata, ma il processo di costruzione del partito non va avanti spedito come dovrebbe. Come Liberiamo l’Italia sosteniamo questo tentativo proprio perché risponde ad un’esigenza politica che riteniamo centrale da anni. Ma il nostro è un sostegno condizionato ad alcuni elementi. In primo luogo vogliamo un partito coerentemente basato sui tre punti chiave del manifesto presentato da Paragone a luglio: Italexit, lotta per l’uscita dal neoliberismo, attuazione della Costituzione del 1948. In secondo luogo vogliamo un partito di lotta, che agisce a tutti i livelli per arrivare all’uscita dall’UE. Dunque un partito che si presenta alle elezioni, ma non un partito elettoralista. Un partito radicato socialmente e territorialmente, capace di organizzare e rappresentare il popolo lavoratore, non un partito leggero. Siamo per un partito con un leader ben identificato, ma che non sia l’ennesimo partito personale. Vogliamo infine un partito che sappia dialogare sul serio, per aggregare il più possibile le varie componenti dell’arcipelago del sovranismo costituzionale. Su tutti questi punti, come su altri, la discussione è aperta.




COMUNISMO QUEER? di Salvatore Bravo

Il comunismo queer1 è la costola dell’omonima teoria. In una cornice di relativismo indifferenziato, il comunismo queer si propone di abbattere il capitalismo mediante il superamento delle logiche di dominio e produzione intrinseche all’eterosessualità. Quest’ultima è automaticamente associata alla sussunzione e al dominio, poiché accentra in se stessa il modello di “normalità”, e quindi compara ogni manifestazione altra all’eterosessualità decretando la gerarchizzazione dei generi, l’esclusione e l’inclusione, ma vi è di più, l’eterosessualità come lo schema latente di Bacone, è il modello che ha fatto lievitare il capitalismo, poiché la sussunzione e la fabbricazione dei generi sono l’anima perversa dell’eterosessualità trasmessa al capitalismo. Esse hanno posto le condizioni per la germinazione del capitalismo, il quale si è sviluppato in nome della gerarchia e della sperequazione amplificando le relazioni di potere eterosessuali. La gerarchia opera un taglio tra i generi, divide e privatizza, formula parametri etici con cui valutare le differenze, distribuisce patenti normalità con il possesso autoritario delle parole.

La gerarchizzazione implica la proprietà privata, in quanto “il taglio operato”, insegna la divisione proprietaria e la logica acquisitiva e manipolativa. Il maschio eterosessuale possiede la donna, la usa, la definisce per porla in un confine invalicabile. La logica del porre il confine acquisitivo diviene la prassi ideologica entro cui orientarsi. L’eterosessualità è associata all’essenzialismo, in quanto ha stabilito il fine degli organi, in tal modo, ha determinato i limiti teleologici dei corpi, ha innalzato barriere tra il lecito e l’illecito. Per abbattere il capitalismo bisogna neutralizzare la cultura eterosessuale che ne è il fondamento, si potrebbe dire che l’eterosessualità, nell’ottica queer, è la verità/totalità del capitalismo, il punto archimedico che regge il capitale. La soluzione per realizzare il comunismo è liberare ogni forma di differenza dall’asservimento all’eterosessualità, dalla comparazione con essa produttrice di classificazione ed incasellamento in un ordine, la cui razionalità è solo potere.

Pregiudizi queer

In primis il “comunismo queer” svela già nel nome l’organicità alla globalizzazione anglofona. L’uso dei termini non è neutro, ma essi sono veicolo di visioni del mondo e di adesioni ideologiche. La globalizzazione ed il capitalismo assoluto non patteggiano per le identità stabili, ma sono schierati con le identità fluide, cangianti, tutto è lecito, tutto è ammesso, purché si consumi. L’identità instabile insegna la precarietà, l’individualizzazione e la frammentazione atomistica delle identità, non è affatto rivoluzionaria, non a caso trova i suoi cantori ed aedi in ogni mezzo mediatico ed accademia. La globalizzazione prolifera sull’irrilevanza delle scelte e dei progetti esistenziali: si accetta ogni differenza, la si fa emergere dal mondo mitico della marginalità, per farne prodotto da vendere nel mercato. Ogni differenza, anche la più parossistica, trova ospitalità in ogni trasmissione televisiva, è proibito manifestare argomentata contrarietà dinanzi alle scelte “più inusuali”. Si incoraggia a sperimentare, poiché, se il soggetto vive per il suo narcisistico piacere, è politicamente disimpegnato, e quindi, è innalzato a modello da imitare. Ogni appello alla comunità ed alla condivisione è interpretato come un attentato alla libertà di consumare identità. Ogni potenziale comunità è, così, resa nulla dall’attacco frontale all’affettività stabile, in quanto cela tra le sue pieghe la progettualità. Le omelie queer dagli altari atei e laicisti del nuovo clero orante innalzano il diritto all’identità multipla ed evanescente, all’intersessualità, si scoraggia ogni nucleo comunitario in nome del diritto individuale alla trasformazione. Il nichilismo senza confini e limiti diviene il fine della liberazione dai vincoli dell’eterosessualità, la metafisica è la catena da cui liberarsi per librarsi tra le identità e perdersi tra di esse.

Ipertrofia queer

L’umanità è al plurale, le affettività sono diversamente declinate, ma se il tutto è ridotto alla sola pulsione liberata da ogni limite e metafisica il discorso è pericoloso e distruttivo. La sessualità è polimorfa, ha aspetti anche distruttivi e sadici, la liberazione queer rischia di legittimare ogni genere di pulsione, tranne l’eterosessuale, in quanto figura del katechon, del padre che dà la misura al piacere ed al consumo. L’ipertrofia dell’io è sostenuta dalla spinta mediatica ad appoggiare la cultura queer e le sue filiazioni, dato che legittimano la globalizzazione liberale. In primis insegnano che ogni identità fluida va vissuta e non pensata concettualmente. Se ogni desiderio è legittimo, anche l’illimitato appetito indotto dal capitale ha la sua ragion d’essere: il desiderio senza confini è la struttura del capitale, l’ideale su cui il sistema si regge, è l’orizzonte di possibilità verso cui tutto si orienta e converge. Il comunismo queer è sostenuto dal femminismo radicale e dai gruppi LGBT. Le loro rivendicazioni non sono rivoluzionarie, ovunque si assiste alla trasgressione veicolata dall’economicismo. La vera trasgressione nella contemporaneità è la chiarezza dell’identità all’interno di relazioni stabili che fecondano la psiche con la creatività del pensiero e della condivisione.

Pregiudizio queer

Il modello eterosessuale padre di ogni male è trattato in modo preconcetto, anche in questo, niente di nuovo sotto il sole, continuamente siamo informati dei crimini eterosessuali maschili, in tal modo, si occultano gli innumerevoli crimini del capitale e le sue vittime. Il fine è distogliere l’attenzione dai crimini finanziari per demonizzare l’eterosessuale quale simbolo, del limite, della famiglia, della comunità. Non vi è comunità senza la consapevolezza del limite. La parola comunismo implica l’universale, la partecipazione collettiva delle differenze che si ritrovano nella comune essenza ed umanità. Puntare sulle differenze, sull’empirico è assai semplice, il percorso di cui necessitiamo è fondare l’universale concreto della filosofia, ovvero universale ed individuale debbono essere tra loro in tensione positiva, altrimenti ci esponiamo in nome della liberazione di ogni differenza ad un relativismo nichilistico, nel quale ogni persona vive la propria esistenza da monade globalizzata. Le differenze non possono diventare un dogma indiscutibile. Ci sono differenze legittime, ma anche patologiche che non vanno incoraggiate. La censura agisce sui dubbi, neutralizza la dialettica, poiché ogni affermazione critica sulla teoria queer è interpretata come aggressione ai diritti individuali. Il problema è come e chi stabilisce quali differenze sono legittime. La filosofia ci dona categorie interpretative eterne: la dialettica, il logos, la comunicazione interdisciplinare. Più ampio è il numero delle persone e delle istituzioni coinvolte pubblica discussione, maggiore sarà la qualità della condivisione.

Nel regno del “politicamente corretto”, dell’adesione calcolata agli ideali della globalizzazione finanziaria, ciò è quasi impossibile. Si tratta di congedarsi dalle esemplificazione e dalla ricerca del facile applauso, per riportare al centro la razionalità oggettiva e confrontarsi con le innumerevoli difficoltà e contraddizioni che essa comporta, e specialmente si tratta di abbandonare i dogmi del politicamente corretto, oggi tragicamente trasversale in ogni compagine politica ed accademica. L’eterosessuale, in generale, astratto dalla condizione materiale non esiste, ma ciascuna persona è situata nel modo di produzione, taluni in posizione di privilegiati, molti altri come sudditi. L’eterosessualità quale forma assoluta del male che precede il capitalismo, secondo il comunismo queer, e rischia di sopravvivergli, sembra piuttosto un nuovo archetipo organico all’economicismo del turbo capitalismo. L’eterosessualità maschile ha assunto tante forme in tante culture, è oggi giudicata mediante uno schema unidirezionale: eterosessualità maschile è equiparata alla violenza. Nei propugnatori di tale “visione” dovrebbe emergere il dubbio, la consapevolezza che stanno ricostruendo la storia dell’oppressione mediante un pregiudizio che rende semplice e manichea la lettura della stessa. L’eterosessualità è, in tale interpretazione, espressione della proprietà privata, della chiusura all’alterità, è il vaso di Pandora da cui si originano tutti i mali, pertanto attaccandola frontalmente si pongono le premesse per la comunione dei corpi, degli spazi, si trascende ogni recinto che coincide, sempre e solo, con l’eterosessualità (maschile)2:

«In questo senso, una politica queer anticapitalista in grado di aprire alla costituzione di un nuovo blocco storico potrebbe focalizzarsi sulla messa a valore delle esperienze del «comune», delle forme di affettività non privatizzate e non diadiche, delle forme di contestazione e di ridefinizione dello spazio pubblico, delle strade, delle piazze, dei luoghi di battuage, come anche degli spazi politici occupati e autogestiti, e tutto ciò al fine di sottrarre spazio all’eterosessualità. Non si tratta solo di rivendicare una maggiore visibilità. Si tratta, piuttosto, di costruire fermi punti d’appoggio contro la privatizzazione neoliberale, agendo in autonomia, ma in modi che possano entrare in risonanza e convergere puntualmente con le lotte dei migranti, ad esempio, contro il razzismo strutturale di Stato, fondato anch’esso sulla creazione di spazi d’apartheid razziale, e spalleggiato dalle forze di polizia».

Non è chiaro il destino degli eterosessuali e di coloro che rifuggono dalla transumanza identitaria, in nome della stabilità affettiva, se saranno rieducati, e in che modo. L’eteronormatività diviene il nemico da abbattere con gran pace degli apparati finanziari, che siamo certi, appoggeranno la rivoluzione arcobaleno queer3:

«Un’interpretazione gramsciana dell’eteronormatività potrebbe mostrarci come l’eterosessualità a fondamento delle società capitalistiche è uno degli aspetti del «blocco ideologico» dell’egemonia (un insieme ideologico coerente) di tali società, organico a ciò che Gramsci definisce «apparati egemonici» (la struttura materiale del blocco ideologico). L’eteronormatività, tuttavia, o l’«eterosessualizzazione», non è che uno degli elementi che partecipano organicamente del processo di formazione del blocco storico delle società del tardo-capitalismo e che vanno a costituire «l’insieme complesso, contraddittorio e discordante delle sovrastrutture».

La liberazione delle minoranze è un valore indiscutibile, ma la sostituzione del maschile e del femminile con l’androgino indeterminato dai mille colori e sfumature, è parte dell’operazione economica e culturale di distruzione di ogni ricerca e non solo, del fondamento naturale della comunità con annessa verità. L’androgino senza natura, senza identità è il trionfo dell’artificiale, della grande manipolazione in atto finalizzata a sradicare ogni limite e resistenza all’economicismo che avanza. L’emancipazione deve avvenire all’interno di un fondazione metafisica, in caso contrario non vi può che essere la violenza dell’illimitato dipinto di arcobaleno ad avanzare ed annichilire la libertà. Senza sovranità etica non vi è libertà, ma solo il regno dell’assoluta peccaminosità4:

«Il modello androgino esalta ovviamente la centralità simbolica del gay maschile e femminile, che viene imposta mediaticamente come la figura sessuale centrale e più significativa della società contemporanea. In un mondo in cui non esiste più naturalità, sostituita dall’artificialità integrale della società capitalistica, è del tutto ovvio che anche il “genere” (gender) si scelga, ed uno nasce più maschio o femmina, ma “sceglie” di diventare maschio o femmina».

Note

1 Queer termine che indica una pluralità di differenze sessuali: gay(omosessuali), lesbiche, pansessuali, bisessuali, asessuali, transessuali, transgender e/o intersessuali.

2 Gianfranco Rebucini Verso un comunismo queer, Autonomia, disidentificazione, rivoluzione sessuale 29 Novenbre 2017

3 Ibidem

4 Costanzo Preve Una storia alternativa della filosofia Petite Plaisance Pistoia 2013 pag. 451

Fonte: sinistra in rete




LA CAMPANA HA SUONATO

“Verrà il tempo di fumare il calumet della pace. Per adesso siamo sul piede di guerra”.

Napoli ha chiamato l’Italia ha subito risposto.

Ieri sera, sfidando confinamento e coprifuoco, in decine di città dell’Italia centromeridionale, da Catania a Caserta, da Salerno a Terni, migliaia di esercenti, di lavoratori, di partite Iva, sono scesi in pizza per dire No al nuovo Dpcm.

“Lavoro, dignità e Libertà!”, “Conte vaffanculo!”, “disobbedienza civile!”. Questi i tre slogan che riassumono bene il comune sentire dei manifestanti.

In barba ai cretini ed ai benpensanti che avvelenano i pozzi evocando camorre e neofascismi, queste proteste dimostrano che si fa strada non solo una rabbia sacrosanta contro il regime di terrorismo sanitario che porta alla fame; va prendendo corpo una vera e propria intelligenza collettiva.

Si è attesa, in un clima di nervosa attenzione, la conferenza stampa di Conte, trasmessa ad hoc da tutte le televisioni. Solo dopo, come se le diverse membra del corpo sociale avessero ricevuto un unico impulso, si è scesi spontaneamente per le strade.

Nessuno ha abboccato alle sue chiacchiere, tantomeno alle sue promesse da marinaio. Hanno capito la sostanza: un governo di falliti, con le sue misure, aggrava il dramma sociale rischiando di trasformarlo in vera e propria tragedia.

Evitare che il dramma diventi una tragedia, questo vogliono, niente di più, niente di meno, i commercianti, le partite iva, gli artigiani scesi in piazza.

Agli intellettuali con la puzza sotto il naso, ai dottrinari perditempo, questo sembrerà ben poca cosa. E invece è tantissimo, poiché il valore di una protesta non dipende solo e tanto da quel che hanno in testa i manifestanti, ma da ciò che essi mettono oggettivamente in moto una volta usciti dal letargo in questi tempi segnati dalla paura collettiva.

Non c’è un terzo campo tra protesta e potere. Non c’è un terzo campo tra chi legittima (di riffa o di raffa) il terrorismo sanitario del potere che tiene narcotizzate le masse, e chi lo contesta come illegitimo, strumentale e antipopolare.

Sta per suonare la campana, dicevamo giorni addietro. La campana ha suonato, chiamando a raccolta e alla lotta tutti quelli che stanno in basso, quale che sia il loro mestiere, la loro categoria sociale, contro chi sta in alto, quale che sia il suo colore politico.

E chi si gira dall’altra parte, chi non raccoglie questo appello… che peste lo colga!




VIOLENZA AL SERVIZIO DI CHI? di Sandokan

Lo sceriffo De Luca, davanti alla protesta popolare, ha dovuto fare, suo malgrado, marcia indietro. Non ha adottato le radicali misure di confinamento minacciate. Come si diceva una volta: “la lotta paga”.

Ma non è di questo che voglio parlare.

«In 400 per gettare nel caos il Centro di Roma, nella speranza di emulare quanto avvenuto a Napoli il giorno prima. Si è risolto nel peggiore dei modi il presidio di Piazza del Popolo a Roma (non autorizzato) voluto da Forza Nuova contro le restrizioni anti Covid. Il leader Giuliano Castellino, prima dell’avvio della manifestazione, aveva promesso un presidio tranquillo, con una semplice disobbedienza civile: in giro anche dopo mezzanotte. Ma a tre minuti da mezzanotte dai partecipanti sono partiti dei razzi, forse il segnale per lanciare la carica, e poi sono state lanciate bombe carta contro la polizia».

Così IL MESSAGGERO racconta l’ultima mossa dei clerico-fascisti. E’ di tutta evidenza che quello di contestare le ultime misure di confinamento del governo era solo un pretesto per cercare lo scontro con le forze dell’ordine. Scontro che puntualmente è avvenuto.

Dobbiamo chiederci: qual è la ratio di questa condotta?

Non c’è dubbio che esistono frange di emarginazione giovanile metropolitana (spesso vicine alla microcriminalità) che usano la violenza per sfogare la loro rabbia repressa. Questa violenza si manifesta spesso negli stadi, ed i gruppi ultrà ne sono il veicolo. Che in alcune curve i caporioni siano neofascisti non è un mistero. Alcuni, ad esempio a Roma e a Napoli, sono a loro volta infiltrati da caporioni vicini a Forza Nuova o suoi militanti. In questi ambienti vanno per la maggiore il mito dell’azione sovversiva ed eclatante. Ogni occasione è buona per cercare lo scontro con le odiate “guardie”.

Tra gli altri gruppi, Forza Nuova è quello che più volte ha cercato di utilizzare politicamente come truppe cammellate, queste frange giovanili. Così ci spieghiamo la sceneggiata svoltasi ieri sera a Roma, come pure le sconsiderate gesta in coda alla manifestazione popolare di Napoli dell’altro ieri sera. Si tratta di vere e proprie provocazioni politiche, di azioni che danneggiano in maniera letale la vera e nascente opposizione popolare, tanto più di questi tempi di Covid dove il potere, fatto un colossale lavaggio del cervello, punta sulla paura per impedire che i cittadini prendano consapevolezza e alzino la testa. Queste infiltrazioni vanno condannate, senza se e senza ma.

Forza Nuova agisce a comando? C’è dietro al gruppo (che più soffre una grave crisi e più cerca di uscirne con azioni contundenti) un’intelligenza esterna? Non lo sappiamo e non lo escludiamo. Resta il risultato oggettivo di certa condotta: essa reca danni grandissimi alla nascente mobilitazione popolare. Se assumiamo che il potere ha tutto l’interesse a trattenere i cittadini dal protestare, a mantenerli soggiogati nello spavento, non c’è alcun dubbio che certi comportamenti sono funzionali al potere ed ai suoi disegni.

Bene hanno fatto i promotori della Marcia della Liberazione a tenere fuori questi loschi figuri dalla grande e pacifica manifestazione del 10 ottobre. E bene hanno fatto i pur infuriati esercenti napoletani a emarginarli dalla loro manifestazione del 23 ottobre. Cosa che i media di regime si sono ben guardati di dire.




RIBELLARSI È COSA BUONA E GIUSTA

«NON VOGLIAMO MORIRE DI FAME PER NON RISCHIARE DI AMMALARCI DI COVID”. Questo dicono i napoletani in rivolta. Hanno ragione! la loro DISOBBEDIENZA CIVILE, nelle forme adeguate, va sostenuta».

* *  *

C’è chi ha saputo intravedere e prevedere l’incipiente rivolta e chi no.  C’è chi la sostiene e chi gli volta le spalle.

C’è chi ne ha colto i segnali lanciando un appello alla disobbedienza civile, c’è chi, sfidando la campagna di terrore e intossicazione dei media e le norme sicuritarie, ha organizzato la più grande manifestazione dell’anno e chi ha accettato di obbedire alle prescrizioni del potere.

Se la storia non perdona gli ignavi, il tempo è galantuomo. Questa volta è stato anche tempestivo. Prima il piccolo focolaio di Arzano,  ieri sera — in risposta alla paventata decisione De Luca di istituire il coprifuoco e di utilizzare esercito e polizia per farlo rispettare —, un inizio dell’incendio ha scosso il centro di Napoli.

Centinaia di manifestanti, ristoratori ed esercenti in prima fila, sono scesi sul piede di guerra occupando il lungo mare. Uno solo il grido dei manifestanti “Lavoro, dignità, libertà”. Ad un certo punto sale la consegna: “Tutti a Palazzo Santa Lucia” (sede della Giunta regionale di De Luca). La polizia sbarra loro la strada ma, invece di caricare, apre i cordoni e fa passare, tra gli applausi, i manifestanti. Nel percorso il corteo s’ingrossa. Si aggiungono centinaia di cittadini, giovani anzitutto. Piccoli tafferugli avvengono in tarda serata, a segnalare che la protesta dei commercianti è solo la punta di un iceberg di una ben più diffusa esasperazione sociale.

Ribellarsi è cosa buona e giusta. Milioni di italiani, già provati da un decennio di politiche austeritarie neoliberiste, falcidiati dalla gravissima recessione economica aggravata dalle politiche anti-Covid del governo, sanno che verranno gettati nella fame più nera in caso di nuovo confinamento generale. Il governo potrebbe, se solo volesse, assicurare un reddito straordinario dignitoso a tutti coloro che dovranno chiudere i battenti ed ai cittadini senza lavoro e senza reddito. Non lo vuole fare e non lo farà perché deve rispettare i vincoli neoliberisti e mercatisti dell’Unione europea, perché, privo si sovranità monetaria, deve soggiacere ai ricatti degli strozzini della finanza predatoria a cui vende i suoi titoli di Stato per finanziarsi.

Ribellarsi è cosa buona e giusta anzitutto in Campania, governata da un despota come De Luca che coi suoi proclami isterici, coi suoi appelli allo Stato di polizia, vince il campionato mondiale del sicuritarismo. Solo per questo la partita è già squisitamente politica. E’ la sua testa che i manifestanti vogliono, che è quindi in gioco.

Si può e si deve contrastare la pandemia proteggendo anzitutto le fasce della popolazione più esposte, non quindi gettando sul lastrico milioni di cittadini. La via del cosiddetto lockdown generale se è fallace dal punto di vista sanitario, è criminale dal punto di vista sociale. “NON VOGLIAMO MORIRE DI FAME PER NON RISCHIARE DI AMMALARCI DI COVID”. Questo dicono i napoletani in rivolta. Hanno ragione! la loro DISOBBEDIENZA CIVILE, nelle forme adeguate, va sostenuta.

I rivoluzionari ed i patrioti napoletani sono già accanto ai cittadini in lotta. Ora si deve evitare di disperdere le forze in azioni sconclusionate. Agire invece per una grande prova popolare di forza contro De Luca e per impedire ogni inasprimento delle misure di confinamento.

LAVORO GARANTITO! REDDITO SUBITO PER TUTTI!




È IL MOMENTO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE di Moreno Pasquinelli

CON LA DEMOCRAZIA MUORE ANCHE IL LIBERALISMO

Ci sono gli stolti che non vedono il passaggio di regime. Poi ci sono quelli che non vogliono ammetterlo. I primi in buona fede, gli altri in mala, entrambi sono complici della stretta autoritaria, sociale e istituzionale, decisa dai governi d’Occidente (quasi tutti) col pretesto della pandemia. Chi pensa che si tratti solo di una parentesi, che tutto tornerà come prima, si sbaglia.

Negli anni ’70 si adottarono le “leggi speciali” dicendo che erano temporanee, invece sono ancora in vigore. Dopo l’11 settembre, a motivo della minaccia del terrorismo islamista, l’Esercito venne gettato nelle strade delle grandi metropoli. Doveva essere una misura momentanea, ma i soldati sono ancora per le strade.

Davanti alla pandemia è avvenuto un salto ulteriore: il potere ha decretato uno Stato d’eccezione camuffato da Stato d’emergenza sanitaria che oltre a causare una drammatica crisi economica e sociale, calpesta in modo clamoroso i più elementari diritti democratici e fa strame della Costituzione. Cieco chi non vede che le tre cose vanno assieme e si sostengono  l’una con l’altra. Con lo Stato d’eccezione il potere, a nome e per conto delle classi dominanti, si sta dotando degli strumenti istituzionali per blindarsi e prevenire l’inevitabile sollevazione popolare.

Che fossimo in un contesto post-democratico lo sapevamo. La “Seconda Repubblica” già nacque con lo stigma del regime oligarchico. Ora si sta andando oltre, il regime, come un serpente, si sta sbarazzando della stessa pelle liberale con la quale si camuffava.

Si sente spesso nel mondo sovranista (statalista per natura) lanciare fuoco e fiamme contro il liberalismo, spesso confondendolo con quello che noi italiani chiamiamo liberismo. Come scrisse Benedetto Croce, è un errore. Questa comprensibile idiosincrasia è pericolosa non solo perché impedisce di vedere cosa sta davvero accadendo, anche perché così ci si priva di un’arma ideologica e politica per contrastare e combattere il potere. Mostrare che esso, davanti alla pandemia, straccia la tradizione liberale, è doveroso se si vuole davvero metterlo con le spalle al muro ed anche farsi capire dai cittadini che hanno accettato lo scambio mortale tra sicurezza e libertà.

Ferma la critica ai paradigmi individualistici e privatistici del pensiero liberale, resta che esso, a partire da John Locke, di contro alle teorie assolutiste, considerava Stato politico ottimale quello che governava in base ai principi della legalità e dello Stato di diritto. Proviamo ad elencarli: il sovrano non è legibus solutus, ma deve anch’esso sottostare alle leggi che la comunità politica si è data; chi governa deve farlo con leggi certe e non per mezzo di decreti estemporanei o ad personam; il Parlamento non può trasferire ad altri il potere di legiferare (tantomeno può consegnarlo ad un dictator); le tasse per finanziare lo Stato debbono godere del consenso della maggioranza dei cittadini.

E’ evidente che il governo Conte sta andando in tutt’altra direzione. Se ben osserviamo cosa esso sta facendo col pretesto di combattere la pandemia e se consideriamo corretto quel che ebbe a sostenere Norberto Bobbio — “Garanzia dei diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale” —, diventa difficile negare che il governo Conte non calpesta solo la democrazia costituzionale, ma gli stessi basilari principi del liberalismo politico. E’ la “Terza Repubblica” che sta nascendo, che occorre impedire nasca.

E se in questa battaglia ci troveremo assieme ai pochi liberali superstiti, se fosse necessario allearsi momentaneamente con loro, lo si dovrà fare senza esitazione, malgrado molti di loro siano anche liberisti. Questo impone la lotta, oggi solo di resistenza, contro il comune nemico, il potere neo-assolutista.

Non dovremmo quindi vergognarci di appellarci a Locke che sosteneva il “diritto di resistenza” ove il potere tentasse di rendere il popolo schiavo. Principio conforme a quello del legittimo tirannicidio di Tommaso D’Aquino.

E’ il momento di una intelligente ma determinata disobbedienza civile, poiché chi non disobbedisce merita solo di essere trattato da schiavo.




APPELLO: SABATO 31 OTTOBRE PRESIDI PER LA LIBERTA’ di Marcia della Liberazione

E’ ORA DI DIRE BASTA!

LIBERTÀ E DIRITTI NON SONO NEGOZIABILI

FIRMA QUI L’APPELLO

Con gli ultimi Dpcm del 18 e 25 ottobre, che ancora una volta hanno scavalcato il Parlamento, il governo si è spinto fino al punto di cancellare il diritto dei cittadini a svolgere assemblee, riunioni, manifestazioni.

Ecco dove ci porta l’emergenzialismo dominante, ecco le conseguenze dell’illegittimo stato d’emergenza in vigore ormai da nove mesi.

Il governo, sapendo che le sue misure aggravano la crisi sociale, vuole soffocare sul nascere l’indignazione popolare, per questo cancella direttamente e indirettamente fondamentali diritti costituzionali: dalle libertà personali, ai diritti politici, fino a quelli sociali: tutto è sotto attacco.

Così, mentre si è obbligati ad ammassarsi sui mezzi pubblici, gli ultimi Dpcm sospendono “tutte le attività convegnistiche e congressuali, ad eccezione di quelle che si svolgono con modalità a distanza”, ovvero ogni attività politica. Così recita l’infame punto 5 dell’art. 1 del Dpcm del 18 ottobre. Una formula che colpisce non solo per la torsione antidemocratica che annuncia, ma pure per la precisazione sulla residua possibilità di riunirsi per via telematica.

Tutto ciò collide con l’articolo 17 della Costituzione, che afferma che “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso”.

Da sempre, e in ogni luogo del mondo, l’attacco al diritto di riunione e di assemblea è alla base di ogni svolta autoritaria. Gli ultimi Dpcm vanno dunque respinti e cancellati al più presto. Le libertà democratiche non sono negoziabili.

Considerata la gravità della situazione, la Marcia della Liberazione, che riunisce organizzazioni e associazioni appartenenti all’area del sovranismo costituzionale insieme alle realtà produttive e del lavoro del nostro Paese, mentre si impegna a sviluppare ogni iniziativa utile alla revoca della norma liberticida sul diritto di riunione, fa appello alla più ampia ed immediata mobilitazione democratica.

Propone, per sabato 31 ottobre, PRESIDI PER LA LIBERTA’ sotto le prefetture dei capoluoghi di ogni regione.

Solo una montagna di no li potrà fermare.

Noi faremo la nostra parte.

Cancellare i Dpcm del 18 e 25 ottobre!

Fermare ogni attacco ai diritti ed alla Costituzione!

Revocare immediatamente lo stato d’emergenza!

Marcia della Liberazione

21 ottobre 2020

FIRMA QUI L’APPELLO

Fonte: Marcia della Liberazione