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CON LA MORTE ALLE PORTE di O.G.

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Riceviamo e pubblichiamo

«A mio avviso la visione del mondo che caratterizza l’élite globalista è definibile più come postumanista che transumanista. Postumanismo indica la realtà fattibile di un uomo destinato a ibridarsi e a trasformarsi; transumanesimo indica invece una prospettiva utopistica, non distopica, di superamento del limite».

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Il filosofo inglese John Stuart Mill scrisse che il tipo umano sviluppatosi nel 1800 era il borghese. Che cosa differenziava, secondo il pensatore, il borghese dai precedenti “archetipi” umani? Ciò che differenziava il borghese occidentale del diciannovesimo secolo era il fatto che l’individualità nei tempi precedenti, insita nelle corporazioni o nelle comunità differenziate, aveva più valore e più veicoli di espressione. La società borghese lavorava viceversa per l’annientamento delle differenze e dei diritti individuali, per l’annichilimento delle specificità umane e infine per la schiavitù generale dei differenti popoli e delle diverse culture. Nel 1859 Mill affermò: “l’Europa sta avanzando risolutamente verso l’ideale cinese di rendere tutte simili e livellate le persone”.

Il pensatore e attivista russo Herzen nello stesso anno, meditando sulle riflessioni riguardo alla libertà di Mill, scrisse che l’Europa stava marciando a passi da gigante proprio verso la “collective mediocrity” , il collettivismo della mediocrità. Nel 1864 il russo ripensò questo concetto della mediocrità collettivistica cosmopolitica, chiosando che forma cinese e democrazia europea o occidentale erano in fondo due volti della medesima medaglia. La sostanza cinese della futura civiltà europea avrebbe condotto all’apogeo della “nullità materialista democratico borghese”. La democrazia imperialista anglosassone era definita come una tragica riduzione a interessi di uffici mercantili e di edonismo del benessere di massa. In relazione alle affermazioni di Stuart Mill, pensando alla decadenza dell’antica Roma, Herzen disse che sarebbe arrivato il momento del crollo inevitabile della senescente Europa, alla porta del vecchio mondo europeo non ci sarebbe perciò stato un Catilina ma la morte e l’abisso.

Del resto se tentiamo di analizzare oggi su quale base i Liberal globalisti della Silicon Valley, che a Trump preferivano non a caso apertamente la Sinistra radicale di Bernie Sanders (1), si intendono oggettivamente con l’imperialismo cinese di Xi Jinping è proprio sull’ideale della mediocrità collettivistica globalista; la visione del mondo che caratterizza espressamente e esplicitamente questa nuova fase progressista è a mio avviso definibile più come postumanista che transumanista. Postumanismo indica la realtà fattibile di un uomo destinato a ibridarsi e a trasformarsi; transumanesimo indica invece una prospettiva utopistica, non distopica, di superamento del limite.

La prassi vaccinale e la strategia della “rivoluzione digitale” che stanno ossessivamente cavalcando l’onda lunga della Covid-19 assumono in tale prospettiva una dimensione precipua.

Il filosofo sudcoreano Byung Chul Han, che Los Angel Times ha definito “il filosofo della nostra epoca”, individua nell’ideale della felicità eterna e senza sosta l’essenza di questa rivoluzione globalistica, mentre nella sua filosofia non solo l’essere vitale e vivificante per eccellenza è il dolore ma non sarebbe nemmeno possibile autentica conoscenza per identità, e non per astrazione, senza un autentico processo di dolore. La vita priva di dolore munita di immortalante e costante felicità non è per Han una vita umana ma una strategia postumanistica di vita basata sul tentativo di sconfiggere la morte. Una vita senza morte né dolore non è però dolore ma è viceversa solo non morte. Non morte non significa, evidentemente, vittoria sulla morte. Il postumanismo potrà forse raggiungere l’immortalità artificiale e digitalizzata, potrà forse prendere forma l’uomo nuovo ed eterno della rivoluzione digitale, ma ciò sarebbe il prezzo dell’annientamento della vita umana.

Non condivido del tutto la visione di Han, in quanto egli intende proporre una autentica religione del dolore, manifestando una eccessiva e unilaterale ostilità anche verso le conquiste scientifiche positive che hanno oggettivamente permesso di alleviare sofferenze e deficienze, oggettivamente gratuite, di esseri animali o umani. Ciò non toglie che il suo concetto di immortalità artificiale come il più grande attacco mai portato da una visione del mondo o da una filosofia scientifica alla Vita e all’essenza umana sia a mio avviso corretto.

Ad esempio, tornando al già dibattuto tema della ascesa planetaria della “potenza emergente” (Cina) sulla “potenza discendente” (Usa) ciò potrebbe benissimo inverarsi, per la prima volta nella storia dell’umanità, senza un aperto conflitto caldo tra i due fronti.

Questo in sostanza significherebbe l’estinzione definitiva della gloria e della passionarietà dalla storia umana. Sarebbe un autocatastrofe e un autoannientamento dell’entità umana quale genere universale, avanzante mediante la menzogna della “schermatura tecnologica”, della “democrazia palliativa” e dell’ospedalizzazione della gran parte della gioventù planetaria che rifiuta illusoriamente il sacrificio, la sofferenza, il dolore come un alcunché di involutivo e regressivo.

Non intendo qui prendere posizione o aprire un’altra finestra specifica sulla questione vaccinale; vi sono oggettivamente talune dogmatiche posizioni del fronte antivaccinista o anti-lockdown che non si tengono in piedi, per quanto molte delle critiche che questo fronte ha sollevato in questi mesi siano ben più convincenti dei pistolotti astrusi e confusi dei virologi e dei media ufficiali. Voglio però al riguardo sottolineare uno specifico elemento che riguarda specificamente il mondo russo (Russkiy mir). Sia Putin, sia gli scienziati militari russi subito dopo la diffusione globale del contagio da Covid-19 si sono mobilitati immediatamente cercando come sappiamo la soluzione terapeutica, come soluzione politica ma anche come soluzione umanitaristica; ad esempio vari popoli africani, se non vi fosse il Vaccino Sputnik, non sarebbero mai stati vaccinati. Non delineo qui le varie posizioni sul “complotto globalista Covid-19”, al riguardo, delle differenti frazioni del Patriarcato di Mosca perché servirebbe eventualmente uno spazio specifico. Ciò che in seguito alla sperimentata efficacia del Vaccino Sputnik mi ha invece enormemente colpito è che, nonostante i russi possano godere – unico popolo al mondo – non solo di 3 vaccini specifici contro Covid-19 ma anche di un vaccino adatto agli animali domestici per debellare il virus, il popolo della Federazione Russa, dopo aver sostanzialmente costretto il Cremlino a piantarla con quella specie di confinamento che aveva imposto un anno fa, ha accolto con fredda indifferenza la propaganda dello Stato russo sul vaccino e sui suoi certi benefici. Questo non per sfiducia verso Vladimir Putin e verso il suo governo come sostengono i media angloamericani, dato che la fiducia dei russi verso il presidente è del 60%, ma viceversa a causa della quasi totale indifferenza verso il Covid-19.

Se gli occidentali hanno mescolato il terrore panico alla strattofenza trumpiana verso l’irradiazione sindemica, i russi hanno risposto con sostanziale indifferenza, facendo ben capire al Cremlino che tra libertà individuali e totalitarismo biotecnologico preferivano le prime. Secondo Roostat, agenzia ufficiale di statistica della Federazione russa, dall’inizio della pandemia a fine marzo 2021 i morti totali da Covid-19 in Russia sarebbero stati poco oltre i 200 mila. La Russia è il Paese più esteso al mondo, la popolazione russa è ben oltre il doppio di quella italiana, nonostante questo il numero non può lasciare indifferenti. Tuttavia, i russi se ne fregano del Covid-19, della propaganda globalista sul Covid-19 e della stessa “rivoluzione digitale” postumanista che cinesi e occidentali considerano una fenomenologia assoluta e fondamentale per l’ingresso nella nuova era in seguito alla dittatura biotecnologia dei nostri tempi.

Di conseguenza, vi fosse Lev Gumilev avrebbe tratto un ulteriore conferma della sua teoria sulla eccezionale passionarietà del “superetnhos russo”. Idealismo volontaristico, eroismo politico o religioso, storicizzazione della gloria e della virtù sono dunque realmente e definitivamente morti dopo il Covid-19? Sarà realmente privo di dolore, sofferenza e morte il futuro dell’umanità globalista, avremo una umanità paciosa, ingrassata dal reddito dell’ozio permanente, perennemente ospedalizzata dall’ultimo farmaco e dall’ultima ingegnosa terapia? Dovremo veramente essere grati all’élite plutocratica globalista, con il pontefice dalla sua parte, per i doni che dispensa, finanche l’immortalità digitale e il sole cosmico artificiale? O non è forse questo il collettivismo umanitario della mediocrità globalista che Herzen seppe vedere con quasi due secoli d’anticipo?  Il modello russo, che prescinde dallo stesso putinismo, per quanto abbia avuto anche quest’ultimo un suo ruolo di chiara opposizione alla propaganda rivoluzionaria globalista da Covid-19 delle sinistre radical-globaliste internazionali, mi pare l’unico modello sociale antagonista.

NOTE

1)   https://www.ilfoglio.it/esteri/2020/03/04/news/perche-gli-ingegneri-della-silicon-valley-votano-sanders-305011/

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Un pensiero su “CON LA MORTE ALLE PORTE di O.G.”

  1. Arya dice:

    Molto molto interessante ma antiputiniano.

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