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PICCOLA ARCHEOLOGIA DELLA CATASTROFE di Guido Cappelli

Postille a Di Remigo e Di Biase

Ho letto con una certa intima soddisfazione l’articolo Il sapere, ugualitarismo, differenza, uscito su questo sito lo scorso 15 dicembre, a firma di Di Remigio e Di Biase e come replica a un mio precedente intervento, in cui criticavo in modo piuttosto acceso la soppressione della prova scritta dall’esame di maturità. L’ho letto con piacere non solo per i toni civili di un franco dibattito (la qual cosa, checché se ne dica, resta rara avis, in tempi di social rabbiosi e decibel fuori controllo), ma anche perché, lungi dal percepirlo come una critica, mi è parso un’integrazione, un arricchimento, un approfondimento di quanto proponevo nel mio contributo: si tratta infatti di una densa, documentata “archeologia del disastro” della scuola italiana, che chiama in causa gli errori della sinistra e in particolare del Pci a partire dagli anni settanta, una vera e propria resa ideologica che gli autori sintetizzano graficamente: “Proprio nel momento in cui lasciavano i lavoratori esposti alla pressione neoliberale, gli ex-comunisti lenivano i propri sensi di colpa restando fedeli a sé stessi nell’unico campo in cui era loro consentito. Le buone intenzioni di fare della scuola non più una caserma autoritaria e oppressiva, ma il nido in cui gli insegnanti, scesi dalla cattedra, facessero da animatori della spontaneità già matura di ogni alunno, sono state la pelle d’agnello sotto la quale i lupi dell’ugualitarismo hanno espulso il rigore della conoscenza critica”. Ex bono malum, come spesso è accaduto nella storia d’Occidente: talmente spesso che sembra un tic inerente alla nostra civiltà.

Il concetto di uguaglianza, che è al centro del pezzo, è in effetti declinabile in modi vari e finanche opposti. Basterà chiarirsi sul senso del richiamo all’uguaglianza promossa dal Liceo classico cui faccio riferimento nel mio testo. In effetti, come scrivono Di Remigio e Di Biase, “È facile mostrare l’incompatibilità tra conoscenza critica e ideale dell’uguaglianza assoluta: la conoscenza prende sul serio ciò che esiste; ma ciò che esiste è sempre determinato, cioè differente, dunque la conoscenza deve per sua natura valorizzare la differenza; invece l’esigenza di uguaglianza assoluta nasce dall’insoddisfazione per ciò che esiste, proprio perché esso è determinato, differente; essa è dunque incompatibile con il presente, in fuga volontaristica verso il futuro”.

Non si potrebbe dir meglio. Dal canto mio (e forse l’ho dato troppo per scontato) avevo in mente una uguaglianza in entrata, il fatto cioè che le possibilità di accesso al Liceo fossero, tendenzialmente, le stesse per tutti, a prescindere dalle differenze sociali o economiche, diciamo di punto di partenza (se “di classe” è troppo filosoficamente connotato …). Quella “scuola gentiliana” che, come pure si dice in un passo di citazione obbligata, “avendo ereditato il rigore dal padre, da Gentile, ne temperava l’esclusivismo con l’eredità per parte di madre, ossia della Costituzione democratica”. L’espressione più alta di ciò fu (sì, al passato, perché ora non ne resta che l’ologramma) il Liceo classico, che ha significato mobilità sociale e acquisizione di coscienza per generazioni di italiani. Non certo appiattimento verso il basso, banalizzazione dei contenuti e altri aspetti distopici giustamente denunciati nella risposta al mio articolo – aspetti che peraltro (ed è questo forse il motivo di fondo del mio interesse per il collasso del sistema scuola) hanno reso possibile, più che favorito, quell’omologazione dei comportamenti e delle mentalità che ha poi finito per risultare la base necessaria per l’attuale svolta neo-totalitaria.

Come spesso accade nella storia, si diceva, non sempre i risultati rispecchiano le intenzioni. Ex bono malum: la colpa del Pci è spiegabile storicamente con l’intento, in sé nobile, di “umanizzare” la didattica e i rapporti stessi intergenerazionali. Del resto, ancora risuonavano gli echi di una rivoluzione culturale cinese che in Europa aveva le tinte della leggenda eroica, e i nostri padri si dilettavano con le presunte spiagge che avrebbero dovuto comparire come per magia una volta strappati i sampietrini delle nostre strade. Sappiamo che non era così e non è andata così, e i sampietrini li abbiamo tolti, ma solo per tappezzare i nostri centri storici di chilometri di asfalto liscio, nero, poroso e brutto come il futuro che ci stanno ammannendo. Il risultato si può riassumere in una formula: fine dell’autorità, cioè fine della trasmissione del sapere, fine della memoria condivisa, fine della fiducia nella parola che spiega, che insegna, che argomenta, che ragiona. Ma quando l’autorità prossima del professore scompare, quello che resta non è la libera creatività del discente, ma il deserto conoscitivo, la fragilità epistemica e finanche psicologica, l’esposizione, in definitiva, a ben altre autorità, né prossime né umane: tecnocrazie, “esperti”, comitati ministeriali, stakeholder, coi quali non c’è più nulla da discutere, da ragionare o da argomentare, ma a cui c’è solo da obbedire, pena la gogna e l’esclusione sociale. Cosicché, le buone intenzioni non scagionano e non giustificano due generazioni di classi dirigenti succubi, infingarde e fallimentari.

Se si volesse andare indietro – e sarebbe opera “archeologica” imprescindibile per comprendere il collasso della sinistra e non solo, in Italia e non solo – si potrebbero trovare varie date, vari momenti chiave: per esempio, e per quanto mi riguarda, la soppressione del latino alle medie alla fine degli anni settanta: perché quello fu il grimaldello che aprì la strada alla destrutturazione del linguaggio, che a sua volta è il primo requisito per il collasso cognitivo che stiamo ora tragicamente sperimentando. Ma certamente andrà approfondito il momento dei Decreti delegati, proprio in quello stesso torno di tempo, con l’invasione delle famiglie nella scuola e l’inizio della fine dell’autorità del docente, in un’assurda burocratizzazione in nome dell’uguaglianza, per l’appunto, che ora, alla trecentomilionesima commissione per il trecentomilionesimo monitoraggio, ben sappiamo dove portava: al degrado della figura del docente, allo svuotamento dei contenuti nel nome delle procedure e soprattutto, consegnandosi agli umori di padri e madri anche loro assai benintenzionati, a “preparare per il mercato” le nuove generazioni di consumatori eterni adolescenti, non più cittadini, monadi avviate sulla strada della “nuda vita”.

Credo piuttosto (ma questa è una semplice glossa) che il “matriarcato tossico” in cui si è risolta la “buona scuola” non sia che lo strumento del distruttivo egualitarismo livellatore sul basso; la vera causa della distruzione della scuola “gentiliana” è epistemica, sta in due “rivoluzioni”: quella del costume, simboleggiata dal Sessantotto; e quella audiovisuale prima e poi digitale, che ha sconvolto i modi stessi di relazione tra l’uomo e la parola, tra l’uomo e la scrittura, alterando le strutture cognitivi in forme che, se sono sotto gli occhi tutti, non sono però facili da determinare in tutta la loro potenzialmente devastante portata. E poi, a un livello ancora più vasto, la Decostruzione, quel coacervo di filosofie della “destituzione del senso” che, almeno dagli ultimi cinquanta, sessant’anni, ha permesso al nichilismo transumanista e barbarico di passare a essere senso comune, impiantarsi nelle teste dei nostri giovani prima ancora che nelle istituzioni.

Ecco, per parte mia, ho inteso solo descrivere quest’ultima fase, mettendola a violento contrasto con l’origine gentiliana, con l’ispirazione di fondo, egualitaria nel senso che abbiamo chiarito e che i miei due interlocutori ancor meglio chiarificano, di quella scuola figlia di padre e madre nobilissimi. Sono forse meno duro, più indulgente di loro con l’Illuminismo, di cui vedo, certo, la deriva scientista e totalitaria, ma di cui, forse ingenuamente, da professore di letteratura, da storico della cultura, con un filo di sentimentalismo, apprezzo il kantiano sapere aude e l’invocazione al libero pensiero e all’autodeterminazione. Si, so anche che autodeterminazione non è lo stesso di libero arbitrio – nozione dalla forte impronta anche religiosa – e che se il secondo riconosce l’uomo come inserito in una rete più vasta con cui confrontarsi e di cui accettare, come naturale, il limite, la prima tende all’abolizione del limite, alla negazione della determinatezza umana, cioè al postumano, al vecchio, eterno delirio della Torre di Babele. Ma nonostante tutto, quel sapere aude continua a sembrarmi un monito utile a contrastare il pensiero unico in tempi di dogmatismo scientista e postverità politica.

Dettagli. L’importante è che è drammaticamente vero, e va rimarcato con i toni più accorati, che la scuola attuale è, prima di tutto, un ostacolo a una reale mobilità sociale, un ghetto tendenziale dove allevare caste, dove la massa è condannata ad acquisire competenze farlocche utili solo a farne carne da mercato: in sintesi, un elemento centrale del dispositivo distopico che ci stanno costruendo intorno. Per questo il dibattito sulla sua decadenza (non si sa se inesorabile) non è solo un tema accademico, ma interpella il nostro modo di stare al mondo.




FALLIMENTO VACCINALE di Leonardo Mazzei

Il 15 dicembre i nostri giornaloni si crogiolavano beatamente del presunto “vantaggio” italiano sul resto d’Europa. Draghi l’epidemiologo, degno successore del Mussolini contadino, lo aveva calcolato in venti giorni o giù di lì.

Secondo costoro, i minori contagi rispetto agli altri paesi europei erano il frutto dell’italico successo vaccinale, un primato da sbandierare ogni dì. Un “vantaggio” da preservare a suon di obblighi e divieti, di sospensioni dal lavoro, di Green pass rafforzato e terze dosi a gogò. Adesso, che di giorni ne son passati solo 10, quel vantaggio è già sfumato del tutto. L’Italia è nelle stesse condizioni della Germania, della Francia e della Gran Bretagna.

Era difficile prevederlo? Assolutamente no. Bastava osservare le curve dei diversi paesi per capirlo, per comprendere in primo luogo la loro assoluta indifferenza alle percentuali di vaccinazione. Solo i pennivendoli che conosciamo potevano scambiare una banale sfasatura temporale per un vantaggio strategico dovuto al sacro siero.

Ristabilita così la verità delle cose, possiamo adesso aspettarci qualche accenno di autocritica? La risposta è no. Siamo ormai di fronte ad una realtà rovesciata, ad una narrazione a geometria variabile che della verità effettiva se ne infischia bellamente. L’unica “verità” ammessa è quella costruita a tavolino dal nuovo regime.

Solo il tempo ci dirà fino a quando questa realtà rovesciata verrà accettata dalla maggioranza delle persone. Apparentemente questa luna di miele tra il potere ed il grosso delle sue stesse vittime regge ancora. Il combustibile della paura non è ancora esaurito e l’useranno fino all’ultima goccia. Tuttavia, ogni cosa ha un limite. E pure l’essere umano fortunatamente ce l’ha.

Quattro punti fermi ed alcune conferme

In un articolo di quindici giorni fa (Vaccini: la propaganda e la realtà), fotografando alcune questioni sulla base degli stessi numeri ufficiali, avevamo messo a fuoco quattro punti fermi:

1) A dispetto del vaccino il virus corre come nel 2020 (adesso perfino di più).

2) Peggio ancora, esso corre maggiormente proprio dove (come in Europa) ci sono più vaccinati.

3) La letalità del Covid è in calo indipendentemente dai vaccini.

4) L’immunità naturale è l’unica che funziona, come ci dimostrano i casi dell’Indonesia e dell’India.

Queste quattro convinzioni stanno trovando puntuali riscontri nell’andamento dell’epidemia di questi ultimi giorni. Qui ci soffermeremo brevemente su alcune conferme, che ci giungono dall’India (riguardo al ruolo dell’immunità naturale) e dai paesi investiti per primi dalla variante Omicron (a proposito del calo della letalità).

Perché in India il Covid non fa più paura”, questo il titolo dato dall’Agenzia Italia (Agi) alla notizia di un’analisi condotta da due medici indiani sulla situazione di quel Paese. Il succo della loro tesi è nel sottotitolo dell’Agi:

«La stragrande maggioranza della popolazione, fin dalla scorsa estate, è stata infettata da qualche variante del virus e l’immunità di gregge della variante Delta è ormai stata raggiunta e superata. Il resto dei non immunizzati costituisce ora una porzione troppo piccola per generare una terza ondata».

Dunque, l’immunità naturale funziona. Ed è l’unica che funziona veramente, smentendo la combriccola dei soliti virologi da talk show che nei mesi scorsi sosteneva che questa era addirittura inferiore a quella (risultata in realtà debolissima ed a tempo) dei vaccini.

Questo fatto ha delle implicazioni notevoli, specie se considerato insieme al netto calo della letalità del virus. Un calo che – l’abbiamo dimostrato nell’articolo già citato – riguarda vaccinati e non vaccinati grosso modo nella stessa misura. Un calo che sembra destinato ad accentuarsi con la variante Omicron, come mostrano gli studi condotti in Sudafrica, Danimarca ed Inghilterra. Sta di fatto che in questi paesi – dove Omicron è ormai nettamente prevalente – la letalità del Covid è adesso pari a quella di una normale influenza.

Ma i dati della Danimarca sono interessanti anche per un altro motivo. In quel paese, i vaccinati (anche quelli con la terza dose) si stanno ammalando – in proporzione alle rispettive percentuali sul totale della popolazione – come i non vaccinati. Secondo uno studio perfino di più. Ecco un altro stupefacente successone delle inoculazioni di massa!

Ma di tutto questo non si parla, mentre si cerca invece di attribuire tutto il merito della minor letalità ai vaccini. Ed in fondo si parla poco (intendiamoci, “poco” relativamente al passato) anche dell’attuale boom dei casi, proprio perché si tratta della prova lampante del fallimento della strategia vaccinale.

Questo fallimento è ormai acclarato, ma quando si riverbererà sulla politica e sul regime tecnocratico che l’ha prodotto? Questo oggi non lo possiamo sapere, ma il fallimento c’è e lo dobbiamo denunciare in tutti i modi. Questo vale soprattutto per l’Italia, Paese scelto come rompighiaccio del disegno del Grande Reset. E vale ancor di più per Draghi, lo squallido personaggio che ne porta la maggiore responsabilità. Che lo sdegno di chi paga la sua politica criminale contribuisca almeno a sbarrargli la strada del Quirinale!




IL PUTINISMO E LO SPIRITO NAZIONALE RUSSO di O.G.

La Russia di Vladimir Putin non ha una propria identità nazionale?

L’ultimo numero di Limes, “Rivista italiana di geopolitica”, “CCCP: un passato che non passa”, afferma che non solo vi sarebbe una continuità diretta tra zarismo, Stalin e Putin ma addirittura che i russi non vedrebbero l’ora di ritornare a un regime simile a quello marxista e internazionalista sovietico. In realtà Zjuganov, il comunista internazionalista filocinese, ha avuto nelle recente elezioni un significativo incremento ma la Duma è rimasta saldamente nelle mani dei “nazionalisti” putiniani. Gli analisti e gli autori del presente saggio affrontano la storia sovietica senza nemmeno citare “Le fonti e lo spirito del comunismo russo” di Berdjaev, un capolavoro teorico che in poche decine di pagine è capace di delineare l’essenza del marxismo-leninismo applicato al progetto sovietico. Gli autori non citano nemmeno Ivan Ilyn e le motivazioni profonde, religiose, del suo antimarxismo radicale e della sua aperta apologia di regimi quali quello fascista, nazionalsocialista, franchista. Sarebbe stato però necessario in quanto Vladimir Putin ha costantemente interpretato “gli spiriti della rivoluzione russa” con la medesima visione di Berdjaev da una lato, di Ilyn dall’altro. In sostanza per Putin e per i verticalisti del potere l’Urss ha fallito laddove fallì prima ancora lo zarismo. Non fu in grado di salvaguardare e modernizzare l’eterna identità nazionale grande-russa. Dire perciò oggi che il passato sovietico non passa significa condannare storicamente il Putinismo e darlo già come sconfitto nell’odierna guerra di civiltà. Vladimir Putin, per gli analisti di “Limes”, ha dunque fallito laddove fallirono Nicola II e i burocrati sovietici: proprio sulla questione dell’ Identità Nazionale grande-russa.

La Resistenza nazionale russa come fattore imprevisto

Limes pochi mesi fa, in corrispondenza con i marginali moti navalnyani di scuola britannica e atlantica – che guarda caso incontrarono consensi e tra le sinistre radicali interne neo-sovietiche e tra alcune fazioni delle destre estreme filoucraine e filoazoviane -, dava come assai probabile il crollo del Putinismo e della Russia, che sarebbe stata inghiottita e spartita dall’Imperialismo Cinese a Est, da quello Atlantico a Ovest (CFR Limes 6/2021). Il limite delle analisi che si susseguono sulle riviste specializzate da mesi sulla Russia pare sempre il medesimo: se correttamente l’identità nazionale americana viene letta alla luce dello sforzo militaristico-tecnocratico che ha ne caratterizzato l’ascesa con il suo universalizzatore balzo di coscienza, se correttamente la Cina di Xi Jinping è caratterizzata per il suo nuovo impeto di nazionalismo Han panasiatico e neo-confuciano il cui motivo principale è riportare la Grande Cina millenaria al centro, si sbaglia di grosso qualora si applicano allo spirito nazionale russo questi medesimi punti di osservazione. Ai giornalisti che un giorno, alla fine degli Anni ’90, gli chiesero come la Russia si sarebbe potuta salvare dalla catastrofe incombente, Solzenicyn rispose pacatamente: “La madre di Dio non si è dimenticata della nostra Russia”. Per tentare di interpretare la nuova identità della Russia, nella guerra liminale tra le tre potenze sovrane (Cina Usa Russia), è quindi necessario non trascurare quell’elemento immateriale e misterioso che gli stessi Berdjaev e Ilyn posero al centro dell’Apocalisse che ebbe inizio nel ’17 e che si sarebbe ampliata negli anni successivi. Oggi la Resistenza nazionale russa di fronte ai due Imperialismi (Est e Ovest),  e a differenza dei due Imperialismi, gode sicuramente di questo capitale storico immateriale e adamantino. Tale Resistenza ha rappresentato non a caso il fattore imprevisto della storia contemporanea, mandando in frantumi il disegno globalista di Davos e delle tecnocrazie orientali e occidentali. Solzenicyn aveva ragione!

Bolscevichi o Wagneriani?

Gli analisti italiani prendono assai sul serio gli ideologi della Tecnocrazia Eurasiana, come ad esempio Sergej Karaganov, o i rampanti manager filocinesi come Kuznecov e Voskresenskij. In realtà, con la nomina di Mikhail Misustin  – un tecnocrate cultore della digitalizzazione – al premierato e con la partnership economica e finanziaria tra Mosca e Pechino sempre più radicata, vi sarebbero validi e seri motivi per interpretare gli ultimissimi anni del Cremlino come contrassegnati da una definitiva “svolta asiatica” sulla via di una tecnocrazia simile a quella di Pechino. Vi è dunque, sul campo, la possibilità sperimentale, fortemente caldeggiata dai Comunisti di Zjuganov e da altre fazioni di Sinistra radicale da un lato, dai Tecnocrati eurasiani dall’altro, che si arrivi a una irreversibile integrazione di civiltà tra Mosca e Pechino. In realtà Tatjana Stanovaja, la maggiore analista delle lotte di fazioni tra i vertici russi, in recenti articoli pubblicati in Russia ha ben rilevato come lo spirito della “Brigata Wagneriana” si vada fortemente facendo strada anche tra le elite russe più gelose della propria storia. Il constante e obbligatorio conflitto con l’Occidente genderista e moralmente perverso non deve significare – per i Wagneriani – lo scioglimento del millenario spirito nazionale russo, della sua gloria, in una vaga e “neo-socialista” e orwelliana civilizzazione neo-eurasiana. Il Wagnerismo, che possiamo considerare il guardiano dei più profondi e radicati valori dello spirito nazionale russo, è secondo la Stanovaja la fazione più potente e influente tra quelle presenti ai vertici; quella wagneriana non solo sarebbe la falange più “conservatrice” e patriottica, ma anche quella che avrebbe ormai l’ultima parola su questioni politiche e militari decisive. In un contesto di guerra globale liminale sempre più avanzata – dal fronte caldo militare a quello batteriologico e informatico – è facile immaginare che la falange Wagneriana sarà sempre di più, ben al di là delle analisi di Limes e ben al di là dei “tecnocrati” vicini al Cremlino, il guardiano dei destini della santa Russia.




AGAMBEN O LA FUGA DAL MONDO di Moreno Pasquinelli

«Vano è il desiderio di prevalere sugli uomini della perdizione prima del giorno della vendetta […] Occorre separarsi dai malvagi e attendere che scenda su di loro il giudizio di Dio»

Rotoli di Qumrȃn. Regola della Comunità, x, 17-20

Ogni vero movimento di massa è, non fosse che per le sue dimensioni, collettore di disparati bisogni e pulsioni sociali. Questo dato, sebbene fosse camuffato dalla preponderanza egemonica della componente socialista e anticapitalista, era vero anche nel ‘900. Nel nuovo secolo, venuta meno quella preponderanza egemonica, i movimenti di massa sono caratterizzati anche dalla più complessa pluralità ideologica. Essi sono dunque doppiamente eterogenei.

Le filosofie politiche dei “no-vax”

Prendiamo ad esempio il movimento contro il green pass. Fenomeno tipicamente italiano — conseguenza del fatto che l’Italia è assurto a principale banco di prova del great reset —, esso è fuoco di resistenza al regime change e moto di rifiuto della dittatura tecno-sanitaria, ergo un movimento politico di massa. Una composizione sociale quanto mai poliedrica — esso mobilita infatti cittadini appartenenti alle più diverse classi e categorie sociali —, si specchia con una composizione ideologica altrettanto frammentata.

Il Rapporto CENSIS 2021 volendo catturare gli aspetti ideologico-culturali salienti del movimento è giunto a conclusioni caustiche: esso sarebbe anzitutto caratterizzato da “irrazionalità, pensiero magico, superstizioni antimoderne, speculazioni complottiste” e via contumeliando. Per conto dei dominanti il CENSIS coglie sì aspetti reali, ma essi vengono abilmente deformati e ingigantiti allo scopo di squalificare il movimento come “reazionario”, così da far credere che esso è destinato a soccombere innanzi all’irresistibile progresso scientifico e tecnocratico. [1]

Provando invece a mappare con rigore politico-filosofico l’arcipelago del movimento occorre indicare le sue cinque isole principali: (1) quella del repubblicanesimo democratico, entro la quale stanno anche le correnti socialista e anarchica; (2) quella del cattolicesimo tradizionalista, entro la quale stanno la componente reazionaria di Viganò e pure certi ribellismi fascistoidi; (3) quella  liberale, entro la quale stanno anarco-liberisti e liberisti veri e propri; (4) quella di un fantasmagorico quanto generico spiritualismo new age, la cui cifra politica è senza dubbio il gandhismo; (5) quella che lato sensu potremmo definire comunitarista — nella fattispecie l’idea di fondare, qui ed ora, comunità di vita alternative esterne al perimetro sistemico, basate su forti vincoli etico-valoriali. [2]

*   *   *

Ci occuperemo di questa tendenza comunitarista poiché, nel clima segnato dal fisiologico riflusso del movimento e dall’errato presentimento che l’avanzata del regime tecno-totalitario sia irreversibile, questa tendenza esibisce una certa forza egemonica di seduzione — tale che contagia infatti anche le altre aree politico-culturali di cui sopra.

La proposta di staccarsi dalla società costruendo comunità autonome solidali possiede essenziali punti di forza: a) condivide col senso comune la tesi nichilistica della morte delle “grandi narrazioni”, di qui il rifiuto di ogni etica universalistica; b) fa sua una concezione antropologica pessimista dell’essere umano, di qui l’idea che solo minoranze spiritualmente illuminate possono associarsi in armonia; c) respinge quindi come utopistica la via politica di rivoluzionare la società tutta; d) soddisfa due bisogni apparentemente opposti: quello della trascendenza spirituale e il suo immanentistico rovescio, il mettersi subito all’opera per ottenere risultati concreti e cambiamenti tangibili; e) postulando di tagliare tutti i ponti con il sistema sociale vigente essa sposa infine un ribellismo esuberante ed eroico.

La filosofia meta-politica di Giorgio Agamben

Contribuisce, a questa forza di seduzione della proposta comunitarista, il filosofo italiano Giorgio Agamben. Ad Agamben bisogna riconoscere il doppio merito di essere il solo intellettuale di prestigio ad aver condannato subito e  senza esitazione l’Operazione covid, e di essersi schierato apertamente a sostegno dei movimenti di protesta. [3]

Pensiero e percorso filosofico complessi assai quelli di Agamben, come notevoli sono state le sue frequentazioni teoriche e di vita: da Pasolini  a Guy Debord, da Benjamin ad Heidegger, da Schmitt a Foucault passando Lyotard e Derrida.

Scrisse Toni Negri [4] che con il libro L’uso dei corpi (2014) Agamben si congedava definitivamente da marxismo. Di più, quel distacco si fondava su una ontologia catastrofista: non c’era modo di vincere le forze del potere e del dominio, non restava che scovare la felicità della fuga e della contemplazione. Toni Negri biasimava infine il distacco di Agamben dallo stesso Foucault, che qualche (lontano) spiraglio alla possibilità rivoluzionaria ancora lasciava, criticando con durezza la proposta agambeniana per cui non restava ai saggi, che la via della “inoperosità” e della auto-esclusione dalla società, dell’atarassia come sola prassi possibile. [5]

In verità Agamben si era congedato dal marxismo e dall’idea della politica come necessaria prassi sociale trasformatrice ancor prima di quando Negri segnalasse. Molti anni prima in La comunità che viene, Agamben scolpiva questo concetto:

«Poiché il fatto nuovo della politica che viene è che essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello stato, ma lotta fra lo stato e il non-stato (l’umanità), disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e dell’organizzazione statale». [6]

Facciamo quindi un salto all’oggi. Posta la profondità teorica della critica al “colpo di stato” operato dall’élite dominante con l’Operazione covid, Agamben ha espresso con la massima chiarezza la sua proposta proprio nei suoi saluti alla manifestazione dei centomila del 25 settembre:

«In queste condizioni, senza deporre ogni possibile strumento di resistenza immediata, occorre che i dissidenti pensino a creare qualcosa come una società nella società, una comunità degli amici e dei vicini dentro la società dell’inimicizia e della distanza. Le forme di questa nuova clandestinità, che dovrà rendersi il più possibile autonoma dalle istituzioni, andranno di volta in volta meditate e sperimentate, ma solo esse potranno garantire l’umana sopravvivenza in un mondo che si è votato a una più o meno consapevole autodistruzione». [7]

Agamben ci offre una medaglia e, come ogni medaglia, ha due lati: una visione della storia apocalittica in salsa nichilistica e una via di fuga epicurea. Si condivide con gli apocalittici la considerazione fatalistica che il mondo ed il tempo presenti siano irrimediabilmente corrotti  e condannati all’autodistruzione — con la differenza, di qui il senso nichilistico, che il nostro non crede affatto in un intervento decisivo e salvifico di Dio. Posta questa premessa catastrofista addirittura sorprendente è la prossimità, anzi l’omologia con l’etica epicurea.

“Liberati dagli affari e dalla politica” e “vivi nascosto ”, sosteneva il grande filosofo Epicuro. Abbandonate l’idea della Repubblica platonica e quella della città aristotelica, considerato anzi che ogni stato e/o società politica sono luoghi di alienazione e soggezione, il filosofo proponeva ai saggi l’auto-esilio dal mondo, una vita in comunità fondata su vincoli affettivi e di amicizia. L’epicureismo portava così alle estreme conseguenze l’etica aristocratica di autoesclusione dal mondo propria dei filosofi in età ellenistica, età segnata crollo delle polis, dalla perdita di autonomia delle città greche e dall’avvento di imperi e monarchie cosmopolitiche che avevano trasformato i cittadini in sudditi. Salta agli occhi come, all’omologia tra le vedute pessimistiche dei due filosofi, corrisponda l’analogia tra il periodo storico ellenistico e quello attuale segnato dalla globalizzazione: simile a quello delle polis l’eclissi degli stati-nazione, simile la sostituzione della democrazia con regimi di tirannia, simile l’ideologia dominante cosmopolitica.

Il prestigio e la stima di cui Agamben gode nei circuiti del movimento contro il green pass danno appunto più forza e plausibilità agli argomenti di chi propone la fondazione di comunità separate,  autogovernate e autosufficienti.

Detto che usiamo la figura del comunitarismo lato sensu è certamente comunitarista l’idea per cui, liquidata come utopistica l’opzione per una società emancipata di liberi ed eguali, respinta quindi come sterile la fatica della prassi politica come azione per trasformare il mondo; la sola possibilità sarebbe quella di micro-società fortemente coese e identitarie, fondate, se non proprio sulla condivisione di una medesima visione del mondo, sulla accettazione delle stesse forme e modi di vita, sulla medesima idea di bene comune su una gerarchia dei valori etici.

Se l’epicureismo fu la via di fuga dei filosofi, cinquecento anno dopo, ascetiche minoranze di fedeli cristiani, riscoprendo lo stesso anelito alla separatezza e all’esodo da un mondo totaliter corruptus, rifiutarono ogni compromesso con la modernità del tempo e voltarono le spalle, non solo al potere secolare, ma pure ad una Chiesa diventata fondamentale pilastro del dominio imperiale. Un esempio commovente di radicale spiritualità, rispettato e amato dalle masse dei reietti e dei diseredati:

«Gli asceti erano paragonati agli angeli, ed erano considerati come facenti parte di legioni angeliche bene ordinate e animate dallo spirito d’amore e di obbedienza al loro Creatore. Il nuovo nome che il monaco assume al momento del suo ingresso nella comunità religiosa sta ad indicare che egli si considera morto nel mondo che ha abbandonato per poter rinascere in una nuova società».  [8] 

Molti secoli dopo, a quella forma primordiale di comunitarismo che fu il monachesimo cenobitico, toccò la medesima amara sorte della Chiesa,  quello di diventare parte integrante del feudale sistema di dominio e oppressione economica — di qui l’insorgere successivo di nuovi fenomeni di comunitarismo cristiano, sia nella forma delle sette ereticali che in quella degli ordini mendicanti come quelli francescano e dominicano.

Trascorsi altri secoli, nel cuore stesso della modernità capitalistica, si assistette alla rinascita  del fenomeno della fondazione di comunità autosufficienti ed autogovernate — questa volta su basi egualitarie e socialiste. Parliamo dei tentativi dell’industriale inglese Robert Owen e del filosofo francese Charles Fourier — di cui alcuni conobbero un momentaneo successo altri invece fallirono miseramente. Questi tentativi vennero rubricati da Marx alla voce “socialismo utopistico”, qualificazione alquanto dubbia se si considera che caratteristica di quegli esperimenti fu proprio quella di realizzare concretamente nel presente storico l’ideale sociale, senza quindi spostarne il compimento in un futuro lontano e indeterminato.

Conclusioni

Insomma quello che con neologismo moderno abbiamo chiamato comunitarismo ha in verità radici molto antiche, è quindi con profondo rispetto che se ne deve parlare. Come non essere solidali con chi disprezza questo mondo? Come non condividere il bisogno e il sogno di sfuggire al futuro che ci viene prospettato? Come non desiderare di guadagnare, qui e ora, un approdo, una terra promessa? Ed infine, come extrema ratio, come non sperare di poter trovare un rifugio, un santuario, un riparo inespugnabile che resista alle tempeste all’orizzonte? Come sottovalutare l’idea che nella catastrofe cibernetica serva una nuova arca di Noè?

Rispetto non equivale tuttavia a indulgenza. Se si presta la dovuta attenzione al dibattito in seno alla componente comunitarista del movimento no green pass, se si analizzano col necessario scrupolo le idee in circolazione, si scopre non solo tanta ingenua astrattezza, ci si imbatte in pressapochismo teorico e in vere e proprie astrusità. Non si pretendeno la precisione normativa di un Pacomio o di un Benedetto da Norcia, di un Owen o di un Fourier; ma a chi ci dice che vani sono tutti i tentativi di cambiare il mondo e ci propone di separarci da esso per edificare unità sociali autonome, è doveroso chiedere: come queste comunità saranno organizzate? Come produrranno e distribuiranno i beni? Seguiranno le leggi di mercato o adotteranno un sistema pianificato? Come saranno politicamente e giuridicamente strutturate? Ci saranno i servi ed i padroni oppure si contemplerà un’effettiva giustizia sociale? Che relazioni avranno queste comunità fra di loro e, anzitutto, col mondo esterno? Come potranno difendersi da pressioni ostili e dall’eventuale aggressione dei nemici?

Sono queste domande capziose o legittime? Se sono legittime reticenza e ambiguità sono inammissibili. Ahinoi, la confusione con cui si vorrebbe porre mano all’opera è direttamente  proporzionale al pessimismo con cui si giudica ineluttabile e incombente la catastrofe.

Ammesso e non concesso che in ambiente di capitalismo onnipervasivo siano possibili piccole comunità non-capitaliste autosufficienti — che se fossero capitaliste non sarebbero evidentemente alternative e dunque nemmeno varrebbe la pena parlarne! —; noi non crediamo che la catastrofe sia inevitabile; noi riteniamo che ci siano ancora lo spazio, il tempo e le premesse per impedire l’avvento di quello che abbiamo chiamato il cybercapitalismo. [9]

Se abbiamo ragione nessuna autoesclusione dal mondo è ammessa, nessuna fuga dalla lotta politica è accettabile. Se abbiamo ragione non possiamo sottrarci al dovere POLITICO di consolidare la Resistenza, di strutturarla come contro-potere popolare egemonico e costituente.

“Non possiamo non dirci cristiani”, affermò Benedetto Croce. E se lo siamo è perché Gesù, invece di fuggire nel deserto, scelse di entrare in Gerusalemme sfidando le autorità nemiche. Meglio morire in campo di battaglia che passare alla storia come disertori.

NOTE

[1] E’ vero, circolano nel movimento idee cospirazioniste della storia, tecno-fobie, sfiducia nella scienza e nel progresso, pessimismo antropologico, catastrofismo apocalittico, risvegli religiosi. Pulsioni e convinzioni cresciute sottotraccia nei decenni scorsi e che ora emergono (ri-emergono poiché esse hanno anche segnato le vicende del ‘900) a dimostrazione di una sfiducia definitiva verso le promesse delle élite dominanti e di un radicale rifiuto della loro tenebrosa idea di progresso. Pulsioni e convinzioni che esprimono smarrimento esistenziale, un’inquietudine che sta diventando un’esplosiva angoscia di massa. Pulsioni disordinate, concezioni del mondo nebulose, che possono diventare carburante di un grande ma disperato incendio sociale. Affinché l’ordine vinca sul disordine, il politico dovrà soppiantare l’impolitico.

[2] Sottolineiamo che qui parliamo del comunitarismo lato sensu per almeno due ragioni. La prima è che i gruppi che nel movimento no green pass propongono la strada delle comunità parallele sono dei comunitaristi senza sapere di esserlo, ovvero non sembra conoscano l’opera dei diversi filosofi che sul finire del secolo scorso hanno dato vita alla corrente di pensiero comunitari sta. La seconda è che quei pensatori — anzitutto gli anglosassoni A. Macintyre, M. Sandel, C. Taylor, in Italia il cattolico Tommaso De Maria ed infine l’ultimo Costanzo Preve —, non hanno condiviso una coerente e condivisa teoria politica.

[3] Vedi, oltre alle sue diverse prese di posizione, la sua pubblica adesione alla manifestazione dei centomila “Lavoro e Libertà”, svoltasi a P.zza S. Giovanni a Roma il 25 settembre 2021.

[4] Toni Negri, Giorgio Agamben, quando l’inoperosità è sovrana. Ci sarebbe da tornare, siccome parliamo di Toni Negri, per segnalare un evidente fallimento strategico, sui suoi concetti di “diserzione” e di “esodo” concepiti dal nostro non solo come “forme della lotta di classe” ma come sole strade di accesso al comunismo — vedi Impero, Rizzoli 2002, pp. 201-205

[5] Su un punto tuttavia noi pensiamo fosse valida la critica di Agamben a Foucault. Per quest’ultimo bio-politica e bio-potere sorgono solo con la modernità capitalistica e sono anzi il tratto principale del passaggio storico dalle società antiche a quelle moderne. Agamben considera invece, in questo caso seguendo Thomas Hobbes, che ogni potere sovrano esercita un bio-potere, ovvero controlla e domina la “nuda vita”.

[6] Giorgio Agamben, La comunità che viene. Bollati Boringhieri 2001, pp. 67-68

[7] Giorgio Agamben, Una comunità nella società

[8] Nicholas Zernov, Il Cristianesimo orientale, Mondadori 1990, p.84

[9] Liberiamo l’Italia, Tesi sul Cybercapitalismo




IL GATTOPARDO GLOBALE: ANATOMIA DI UNA PANDEMIA di Graziano Priotto

Premesso che come sempre potere politico e potere economico altro non sono che le due facce della medesima medaglia, è facile comprendere quale delle due facce abbia in questa fase di sviluppo del capitalismo il sopravvento.

Nessun governo al mondo può infatti decidere alcunché senza il beneplacito dei colossi della finanza:questo è un dato di fatto incontestabile poiché si basa su cifre che chiunque può verificare.

Mi limito a citare il maggiore fondo internazionale di amministrazione finanziaria  Black Rock , che  muove capitali per 9,46 trilioni (cioè miliardi di miliardi), corrispondente alla somma dei PIL di Germania, Francia , Italia e Spagna   nel 2020.

Che fra gli investimenti controllati da questo ed altri colossi finanziari ai primi posti vi siano industrie farmaceutiche e degli armamenti è comprensibile poiché esse offrono i maggiori dividendi e prospettive di crescita dei corsi delle rispettive azioni. Non da meno sono tuttavia gli altri protagonisti della quarta rivoluzione industriale (computer, internet e logistica degli acquisti on-line).

È dunque comprensibile ed inevitabile che chi ha il potere attui tutte le strategie adeguate a mantenerlo e ad aumentarlo. Quali sono queste strategie non richiede fantasie su presunti complotti o congiure di oscure forze del male: i progetti per ri-plasmare il mondo (cioè l’umanità) secondo le necessità del capitalismo sono state da lungo preannunciate fin nei dettagli in pubblicazioni, relazioni, conferenze e documenti accessibili a tutti meno che al popolino bue che si accontenta dei telegiornali o della stampa di regime (1) .

L’ obiettivo del capitale (in questo termine sono raccolti tutti gli attori che agiscono nel senso sopra descritto) è evidente e dichiarato:  rendere irreversibile la mutazione del capitalismo col trasferimento delle decisioni politiche dai parlamenti (ridotti a coreografia teatrale) ai consigli di amministrazione dei giganti della finanza, che così divengono i veri ed unici detentori di tutti i poteri politici ed economici.

Non ci si deve meravigliare dunque che per implementare questa strategia fosse realmente necessaria una pandemia (anch’ essa preannunciata in pubblicazioni a tutti accessibili).

Non è stato nemmeno necessario diffondere un agente patogeno artificiale, è bastato ingigantire nell’ immaginazione collettiva planetaria un morbo ricorrente e soprattutto NON eliminabile: un virus influenzale della famiglia dei “corona virus”.

Dunque mentre pienamente a ragione si devono considerare pazzi coloro che negano l’esistenza del virus (certo che c’ è , anzi ci sono sempre stati virus di questo tipo, più antichi dell’umanità) altrettanto si deve ricordare agli illusi che il modo di gestire la pandemia non è assolutamente di natura esclusivamente terapeutica

E qui nasce un altro equivoco voluto ad arte: se questo virus ora in circolazione si presenta oggettivamente più mortifero di altri precedenti, ciò è imputabile a fondamentalmente a  due motivi che nulla hanno a che fare con esso direttamente.

Un breve sguardo indietro nell’ultimo mezzo secolo ci aiuta a comprendere analogie e differenze. Ci sono stati infatti molti cicli influenzali letali anche negli ultimi 50 anni, mi limito a citarne due.

Intanto va ricordato che questi virus sono tendenzialmente endemici, cioè permanenti e  non scompaiono se non soppiantati da altri . Dunque chi sostiene che si possa uscire da una pandemia eliminando il virus che l’ ha causata non conosce l’argomento o mente scientemente.(https://www.bmj.com/content/372/bmj.n494?int_source=trendmd&int_medium=cpc&int_campaign=usage-042019).

Prendiamo l’esempio della cosiddetta ” influenza asiatica” nel 1957 (H2N2): non durò a lungo e scomparve dopo soli 11 anni. dopo aver causato circa 2 milioni di morti nel mondo.

Il suo successore fu il sottotipo A/H3N2 , noto come “influenza di Hong Kong”, giunto in Europa nel 1968/69. Nel mondo causò soltanto un milione di morti, probabilmente perché gran parte della popolazione era ancora immunizzata contro questa variante grazie all’infezione precedente (1957). (https://fondazionehumanitasricerca.it/prima-del-coronavirus-le-pandemie-ed-epidemie-dal-900-a-oggi/)

In Italia negli anni 1968-69-70 un abitante su quattro venne infettato e gli ospedali erano al collasso benché a quei tempi avessero un numero di posti letto per cure intensive almeno doppio di quelli attuali. I decessi furono valutati nell’ordine di 20.000.

L’attuale agente patogeno denominato Covid 19 e le sue numerose varianti (https://www.nbst.it/1120-quante-varianti-covid-ci-sono-ad-oggi-e-cosa-ne-sappiamo.html#) è sicuramente più letale dei precedenti. Ma la causa dei decessi che sono direttamente attribuibili a questa infezione hanno implicazioni ben più ampie: detto alla breve, questo virus è un po’ come la cartina di tornasole che rivela il preoccupante grado di degrado della salute pubblica.

Praticamente tutte le malattie più diffuse che sono causa diretta o concausa dei decessi (diabete, cancro, malattie circolatorie e della respirazione) sono direttamente collegabili al degrado delle condizioni generali di salute della popolazione ed a sua volta riconducibili a inquinamento di aria ed acqua, diete con cibi edulcorati e malsani, vita sedentaria, mancanza di movimento, obesità, abuso di tabacco, alcool …. e medicinali per curare i sintomi del degrado della salute.

Non ci si deve dunque meravigliare se l’arrivo di un agente patogeno come il Covid 19 abbia provocato un aumento consistente di ricoveri e decessi:  la quasi totalità delle persone che hanno avuto grave decorso della malattia o sono decedute erano affette da gravi patologie plurime preesistenti.

Che queste patologie si accumulino con l’età è un dato di fatto evidente e la minore mortalità delle pandemie precedenti è facilmente spiegabile: nel 1968-70 l’aspettativa di vita era di anni 70, oggi è di anni 80.

L’allungamento dell’aspettativa di vita è stato ottenuto grazie ai progressi della medicina. Ma senza una corrispondente radicale modifica del modo di curare la propria salute, se un maggior numero di persone vivono più a lungo, le loro condizioni di salute sono sempre più precarie, molti hanno una salute danneggiata dai troppi e spesso inutili medicamenti, dalle  cattive abitudini di  vita  e dal crescente inquinamento.

D’altro lato la conferma che la causa dei decessi da Covid erano collegati a patologie preesistenti è dimostrato dal fatto che circa l’85 % dei contagiati sani non ha avuto sintomi, molti come il sottoscritto (che è quasi ottuagenario) non se ne erano nemmeno accorti.

Questo è sì un fatto preoccupante poiché così è difficile evitare la diffusione del contagio, ma questo problema non è assolutamente risolvibile coi vaccini, fermo restando che come scientificamente e praticamente dimostrato, i vaccinati sono altrettanto diffusori di contagio come i non vaccinati.

Ed infatti, sebbene vaccinato, prima di contattare altre persone mi sottopongo a test, unica sicurezza attualmente, cosa che consiglio a tutti (anche se restano i dubbi sull’affidabilità dei test, ma non c’è altro per ora).

Le misure prese dai governi di tutto il mondo (salvo alcune eccezioni, es. Svezia) sono state quasi identiche, ed identici sono stati anche i risultati o meglio dire i fallimenti: arresti domiciliari, maschere, coprifuoco ed infine vaccinazioni di massa non hanno  messo fine alla pandemia. Anzi almeno in Europa, l’area con maggiori vaccinazioni, i contagi sono addirittura in aumento.

Continuare col sistema “more of the same” (aumentare la dose quando un farmaco si rivela sbagliato) è puro controsenso, è un voler ignorare la realtà dimenticando che i fatti sono testardi e alla fine emergono rivelando i fallimenti altrimenti prevedibili se si fosse usato il buon senso .

Con un semplice ragionamento sulle esperienze passate era infatti insensato  attendersi risultati con simili strategie: quando un virus è di natura endemica, se ne può rallentare la diffusione e forse si possono mettere al riparo dal contagio le categorie più fragili (anziani malati) ma non lo si può vincere con vaccinazioni: il tempo necessario a sviluppare un vaccino anche a prescindere dai controlli regolari, è di gran lunga maggiore di quello che impiega il virus a sviluppare sempre nuove varianti: è il classico caso della lumaca che cerca di catturare una mosca.

Che fare ?

Difficile rispondere e probabilmente inutile, poiché come detto in apertura le decisioni prese dai governi dipendono da ben altri interessi economici e strategici dello sviluppo del capitalismo mondiale, che è sostanzialmente l’unico modello economico esistente attualmente  e örecisamente nelle due varianti fondamentali (USA= decisione da parte delle oligarchie economiche  e Cina = decisioni concordate fra oligarchie e partito unico).

Che cosa non fare?

A questa domanda è più facile rispondere. La migliore risposta è stata data ed è verificabile dal successo del modello svedese, che a sua volta ha fallito sì in un punto (tutela dei cittadini più anziani e fragili) ma ha dimostrato la sua superiorità in tutto il resto (nessuna restrizione sostanziale, nessuna costrizione, nessuna divisione nella popolazione fra fautori di misure restrittive e vaccinazioni obbligatorie e nemici dei vaccini: libertà di scelta). Ed anche il numero minore dei decessi in quel Paese è rivelatore. Gran parte dei cittadini svedesi sono nel frattempo vaccinati quasi come nei Paesi circostanti, ma tutti volontariamente (colà le vaccinazioni antinfluenzali sono prassi consolidata).

E se si tiene conto che Stoccolma ha una densità di popolazione maggiore di Milano non si può facilmente ignorare l’esperienza del piccolo Paese scandinavo dicendo che è scarsamente popolato.

All’opposto abbiamo il caso austriaco: obbligo vaccinale imposto con ferocia inusitata (multe o prigione per chi rifiuta). A parte la dubbia legittimità di imporre un vaccino sperimentale (non importa se dichiarati non pericolosi dai produttori e dalle agenzie finanziate dai medesimi  è come “chiedere all’oste se il vino è buono”), questo modello è già smentito dall’esperienza israeliana, dove ormai dopo aver vaccinato l’intera popolazione si deve ricorrere a richiami (terzo, quarto) senza alcuna garanzia sulla loro efficacia, anzi proprio  la necessità di vaccinazioni a catena ne inficia la credibilità.

Fra i modelli peggiori si situa tuttavia indubbiamente quello italiano: ipocritamente si è aggirato l’obbligo vaccinale diretto imponendolo però indirettamente con quello del certificato per poter lavorare oltre che per ogni altro momento della vita sociale.

I danni creati da questa spaccatura artificiale nella popolazione sono gravissimi e passano in molti casi addirittura all’interno delle famiglie. Mai si era assistito a tanta animosità di fazioni contrapposte. Se a ciò si aggiunge la deliberata confusione delle informazioni, prima ostinatamente celate (protocolli della commissione tecnico-sanitaria) e poi trasmesse solo in parte ai cittadini  e la dogmatica presentazione delle misure  come senza alternativa, ben si comprende che nessuna società può resistere a lungo in una tale situazione senza giungere a conflitti insanabili.

Non è infine necessario ricorrere a teorie o ipotesi complottistiche per comprendere come le inutili se non dannose misure imposte alle popolazioni sono servite a garantire mano libera ai governanti per far accettare ai loro parlamenti (o addirittura senza consultarli) misure che in tempi normali mai sarebbero state approvate.

E queste misure sono tutte di natura economico-politica nel senso di garantire la realizzazione degli obiettivi della quarta rivoluzione industriale: esautorare i parlamenti e imporre obbedienza alle popolazioni vanno nel medesimo senso. E come già disse indirettamente nel 2012 la cancelliera Merkel: la democrazia deve consentire decisioni conformi al mercato e quindi essergli subordinata (https://www.faz.net/aktuell/politik/harte-bretter/marktkonforme-demokratie-oder-demokratiekonformer-markt-11712359.html).

Se apparentemente questa regola può sembrare sensata (sarebbe assurdo che decisioni democratiche distruggessero o rendessero impossibile lo sviluppo economico) nei fatti, estesa a tutti i settori, questa regola  diviene non solo liberticida ma anche distruttiva: non si possono gestire a soli fini di profitto i settori come l’ istruzione o la salute pubblica, non si può consegnare al profitto privato incontrollato ad es. la gestione dell’ acqua potabile, dei trasporti o del sistema pensionistico senza causare discriminazioni ed aumentare la forbice fra benestanti e meno abbienti.

Ma questo è invece esattamente l’obiettivo perseguito dai governanti.

Un caso eclatante: nell’ultimo anno in Germania i posti letto per terapie intensive sono calati di 4000 unità … proprio in un momento di grande bisogno, una contraddizione così evidente che mette a nudo l’ipocrisia dei governanti che chiedono a tutti una sforzo per superare … la pandemia e nel contempo riducono l’assitenza sanitaria!!

Tralasciamo qui gli scandali di coloro che in tutta Europa si sono impunemente arricchiti grazie alle vendite di  maschere e vaccini: i contratti della Commissione dell’UE secretati e poi pubblicati ma con fogli anneriti  per non rivelare i regali miliardari ai produttori (non si hanno ancora le prove, ma si possono ben immaginare le somme che i lobbisti hanno distribuito a profusione per ottenere l’approvazione dai parlamentari europei e dalla Commissione): se costoro hanno taciuto di fronte a contratti insensatamente favorevoli ai venditori si può supporre che qualche soldo sia stato distribuito (altrimenti visti i prezzi e le condizioni capestro per l’acquisto avremmo a che fare con una massa di incapaci).

Certo il problema non è limitato ai parlamenti, come abbiamo scritto sopra essi non contano più nulla nella nuova strategia globale della quarta rivoluzione industriale.

La quarta rivoluzione industriale (1) è infatti il “Gattopardo Globale” nel senso di Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto affinché tutto resti come prima, il potere  e l’abbondanza per pochi e l’obbedienza  e le rinunce da parte delle masse.

In questa prospettiva è difficile ma necessario cercare di resistere, anche se la generazione alla quale appartengo (immediato dopoguerra) sta cedendo il posto a quelle successive.

Il più urgente compito è attualmente di salvare almeno i bambini risvegliando le coscienze intorpidite dei genitori ingannati e frastornati da una propaganda che ricorda da vicino quella fascista con cui si voleva fare dei piccoli “balilla” i futuri obbedienti servitori del regime.

Da nonno quale sono mi angoscia il pensiero di veder vaccinare d’ imperio e con l’inganno, con un farmaco dalle conseguenze negative tuttora impossibili da conoscere, i bimbi che nulla rischiano dal Covid 19. E ciò cinicamente allo scopo dichiarato di proteggere gli anziani: una perversione dei valori, poiché avevamo sempre creduto che fossero gli anziani se necessario a doversi sacrificare per i figli e per i nipoti  e non viceversa.

NOTE

(1) Cosí come descritta nel 2018 non dai complottisti ma dai protagonisti, nientemeno che  dal fondatore e presidente del Forum economico di Davos:  (Klaus Schwab, “Shaping the Future of The Fourth Industrial Revolution” )




IN RICORDO DI RENATA BALDI

Il 17 Dicembre 2021, pochissime ore dopo quelle stesse in cui il Comune di Firenze inaugurava nel parco delle Cascine una statua del suo amatissimo Dostoevskij, lasciava la realtà terrena una diplomatica italiana di lunghissimo corso, la Signora Baldi.

Romana di origini siciliane, allieva del professore Angelo Maria Ripellino, la Baldi era sicuramente tra le più grandi slaviste e russiste viventi in Occidente. La sua conoscenza della lingua russa, che alternava peraltro a quella del tedesco, del persiano, del francese, dell’ebraico e del latino e greco dell’antichità, era pressoché perfetta al punto che da segretaria particolare dell’Ambasciatore Sergio Romano, verso il quale la Nostra avrebbe sempre nutrito una profondissima duratura stima professionale ed una sincera riconoscenza, era solita sostituire, in caso di missioni delicate, la specifica traduttrice preposta.

1987 Mosca: Renata Baldi accanto a Sergio Romano, al tempo ambasciatore in URSS

A lei dobbiamo varie traduzioni in lingua italiana di pezzi fino a allora inediti di Puskin, Solzenicyn e del poco conosciuto generale Aleksandr Svecin – padre dell’odierna Scienza militare russa – ucciso nel 1938 nel corso del periodo detto “Grande Terrore”. Profondamente ispirata dalle motivazioni fondamentali della Spiritualità russa, la diplomatica italiana nel corso degli Anni ’80 fu molto vicina al movimento per la ricostruzione artistica e patriottica chiamato Pamjat (Memoria) e al noto artista Ilja Sergeevic Glazunov, che venerava in modo particolare.

La diplomatica Baldi, che già dalla fine degli Anni ’70 aveva elaborato un documento in cui prevedeva lucidamente il crollo dell’Unione Sovietica sulla base della “Questione Nazionale” ancor prima che sul motivo del catastrofismo economicistico, visse come un assordante e intimo trauma la recente e violenta scissione della Ucraina dalla Russia. Considerato il significato spirituale primigenio di Kiev per la cristianità grande-russa, era solita paragonare la perdita dell’Ucraina a quella del Kosovo subita dai serbi negli anni recenti.

Aliena da estremismi e fanatismi di sorta, data anche la sua pregressa esperienza sul campo, non lasciava affatto passare nemmeno certi toni russi, che giudicava stonati, non rammemoranti affatto la lunga e terribile raccolta di innocente sangue ucraino versato negli anni ’30 del ‘900. Rifiutò per questo un delicato incarico affidatogli dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in vista di una missione diplomatica italiana a Kiev, quando il conflitto nel Donbass stava già purtroppo divampando.

Univa a una eccezionale conoscenza del campo astronomico e fisico-scientifico una profonda religiosità – devota in modo particolare a Serafino di Sarov, Padro Pio da Pietrelcina e Teresa di Lisieux –, ebbe modo di conoscere il precedente Pontefice Benedetto XVI e i precedenti Patriarchi di Mosca Pimen I e Alessio II; un suo scritto inviato nell’aprile 2013 all’attuale Pontefice Francesco, in cui si prevedevano guerre ibride biochimiche e climatiche, nel più universale quadro di una secolare conflittualità geopolitica, invitando chi di dovere a correre immediatamente ai ripari, non fu preso nell’adeguata considerazione.

Con il suo recente trasferimento nella Regione Umbria, ebbe modo di partecipare in posizione defilata alle iniziative culturali di “Fronte del Dissenso”. Fu decennale amica di Giulietto Chiesa e visse con grande tristezza e malinconia la sua recente dipartita, ricordando i comuni anni passati a Mosca. Operando in modo modesto e silenzioso, dietro le linee molto spesso solitaria, ha fatto sì, più di chiunque altro, che quel misterioso filo che lega Roma a Mosca  ovvero la Prima Roma del popolo alla Terza Roma del Cristo del Secondo e ultimo Avvento, non si spezzasse mai. Il suo sacrificio non sarà di certo vano. Для нашей чести

Chi volesse meglio conoscere l’opera della Baldi, può leggere con attenzione questo suo brevissimo scritto del 2000 pubblicato da SLAVIA, pp. 85-88. Pur con la Russia allora distrutta e a pezzi, la diplomatica seppe ben anticipare la tendenza fondamentale dei nostri giorni: ossia la Rinascita del nazionalismo russo tra Imperialismo Occidentale e Orientale. http://www.slavia.it/volumi/SLAVIA_2000_04.pdf




IL SAPERE, UGUALITARISMO, DIFFERENZA di Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase

UNA RISPOSTA AL PROF. CAPPELLI

L’articolo del prof. Cappelli[1] critica con veemenza la decisione del ministro Bianchi di eliminare anche quest’anno il tema di maturità che «è stato per decenni la prova principale nella scuola italiana». A noi la sua critica sembra giusta ma, nonostante i suoi accenti accorati, impari rispetto allo stato di cose. Di fatto vale per il tema ciò che si può dire dell’esame di maturità e della stessa scuola italiana: non esiste più da un quarto di secolo. Nel trasformare la scuola in un istituto assistenziale e l’esame in una cerimonia di promozione universale, la riforma Berlinguer sostituì il tema, cioè il breve titolo che invitava il candidato ad esporre le sue conoscenze, con una larga fornitura di pattume giornalistico, che il candidato si limitava a parafrasare fingendo di scrivere saggi brevi, articoli di giornale. La formula era coerente con la concezione tuttora vigente per cui la nuova scuola considera zavorra le conoscenze e si guarda bene dal farle apprendere, mirando piuttosto alle pure competenze, al saper fare.

Non è questo il luogo di indagare come mai gli stessi bardi della società della conoscenza abbiano istituito una scuola senza conoscenza. Importa qui determinare i decenni a cui il professore si riferisce. Ipotizziamo che siano quelli del secondo Novecento, quando i licei classici, avendo ereditato il rigore dal padre, da Gentile, ne temperavano l’esclusivismo con l’eredità per parte di madre, ossia della Costituzione democratica, così che «… le differenze di classe si arrestavano sulla soglia di quelle aule austere e disadorne, dove regnava il sapere critico, quello che rende liberi…».

La frase significa, ci sembra, che il liceo del dopoguerra aveva la doppia virtù di perseguire la conoscenza critica e di essere un potente strumento di mobilità sociale – un pensiero che condividiamo. Esso è però espresso con la nozione di «classe», tratta dal repertorio marxista, che rimanda, anziché alla mobilità sociale, all’ideale dell’uguaglianza. Qui si collocano le nostre divergenze. Biasimando il «lavoro di gruppo», il «buonismo feroce», il «totalitarismo del bene», il prof. Cappelli condanna giustamente la neo-didattica, ma trascura di considerare come sua matrice l’ideale ugualitario; e di nuovo lo trascura quando imputa lo smantellamento della scuola solo alla «mentalità distopica di maligni transumanisti» e al «potere finanziario globalizzato».

Noi pensiamo che se non si vince questa reticenza non sia possibile una critica efficace dell’ideologia pedagogica attuale e che i distruttori della scuola continueranno ad esercitare indisturbati la loro egemonia culturale. Finché non ci si congeda dall’ugualitarismo inteso come volontà di distruzione della differenza, finché si assegna alla scuola il compito di ridurre o eliminare la disuguaglianza in un’ottica aggregata, anziché quello di promuovere la mobilità sociale dei singoli, è impossibile recuperarvi la centralità della conoscenza critica ed essa è condannata a restare l’istituto assistenziale per l’infanzia che è già diventata.

È facile infatti mostrare l’incompatibilità tra conoscenza critica e ideale dell’uguaglianza assoluta: la conoscenza prende sul serio ciò che esiste; ma ciò che esiste è sempre determinato, cioè differente, dunque la conoscenza deve per sua natura valorizzare la differenza; invece l’esigenza di uguaglianza assoluta nasce dall’insoddisfazione per ciò che esiste, proprio perché esso è determinato, differente; essa è dunque incompatibile con il presente, in fuga volontaristica verso il futuro. L’odio ugualitario della conoscenza si esprime in molti modi, non solo come disprezzo teologico della ragione per attenersi alla rivelazione, ma anche come insofferenza illuminista della metafisica e della teologia e infine come rifiuto marxista della filosofia. Stretta da tanti giganti, la conoscenza può confidare più sulle cose, che sugli uomini.

La polemica astiosa contro il liceo classico, perché era fondato sul principio della conoscenza critica, è stata portata avanti non solo dal pragmatismo borghese, ma soprattutto dalle ideologie ugualitarie: dai comunisti che gli rinfacciavano il classismo, e dagli illuministi, che gli rinfacciavano il nozionismo e il tradizionalismo. I decreti delegati che hanno inteso democratizzare la scuola sono stati voluti dal PCI. Luigi Berlinguer, che con l’autonomia ha inferto il decisivo colpo d’ariete alla scuola italiana, viene dal PCI e ha goduto il sostegno entusiasta della CGIL, federazione dei lavoratori della conoscenza. Anche Bianchi. Proprio nel momento in cui lasciavano i lavoratori esposti alla pressione neoliberale, gli ex-comunisti lenivano i propri sensi di colpa restando fedeli a sé stessi nell’unico campo in cui era loro consentito. Le buone intenzioni di fare della scuola non più una caserma autoritaria e oppressiva, ma il nido in cui gli insegnanti, scesi dalla cattedra, facessero da animatori della spontaneità già matura di ogni alunno, sono state la pelle d’agnello sotto la quale i lupi dell’ugualitarismo hanno espulso il rigore della conoscenza critica. Così l’aristocratica severità gentiliana si è dissolta e la democrazia matriarcale è divenuta impercettibilmente il principio unico e inderogabile della pedagogia: è perché ogni bambino ha diritto di esprimere la sua ricca spontaneità che essi non sanno più impugnare la penna, e se sanno leggere non capiscono quello che leggono; è la preoccupazione di impedire le disuguaglianze che suggerisce agli insegnanti la rinuncia all’insegnamento, che induce i consigli di classe e le commissioni d’esame alle più sottili psicologie pur di promuovere anche l’ignoranza più beata, indifferenti alle conclusioni che gli alunni ne trarranno – che sia tutto regalato, che non serva impegno, che il successo scolastico sia un diritto naturale come l’amore materno e non occorra meritarlo con l’adempimento dei doveri.

Il degrado della scuola a causa dell’odio ugualitario per la conoscenza non è una novità della nostra epoca, ma il riprodursi di un antico errore. Nella scuola pubblica, creata dall’assolutismo illuminato, la rivoluzione francese scorse uno strumento di educazione civile, vale a dire di preformazione totalitaria dei singoli. Com’è noto, Robespierre raccomandò il progetto di Le Peletier con queste parole: «Chiedo che decretiate che da 5 anni fino a 12 per i ragazzi, fino a 11 per le ragazze, tutti i bambini senza distinzione e senza eccezione siano alunni in comune a spese della Repubblica, e che tutti, sotto la santa legge dell’Uguaglianza, ricevano gli stessi vestiti, lo stesso nutrimento, la stessa istruzione, le stesse cure». Forse è meno noto che la scuola di Le Peletier era in realtà un istituto assistenziale: «Vi sono nutriti i vecchi – scrive Espinas –; non vi sono inservienti: sono i bambini che servono i vecchi e soddisfano tutti i bisogni interni. Di più, la scuola è alimentata dal lavoro degli alunni, ovviamente lavoro agricolo, che impiega quasi tutto il loro tempo». Rifluiti nell’illuminismo come forma originaria del messianismo secolarizzato dopo la loro catastrofe storica, gli ex-comunisti hanno ripreso il sogno giacobino e hanno fatto della scuola un falansterio per l’educazione ideologica, il benessere, l’avviamento professionale dei suoi assistiti, che evita l’odiosa istruzione per timore di affaticarli o frustrarli. Poiché l’ugualitarismo dell’ignoranza non comporta evidenti espropriazioni, anzi compensa con i diletti della pigrizia, solo la saggezza poteva preoccuparsi della decadenza dell’elemento aristocratico dell’istituzione; ma è mancata o le è mancato il coraggio; infatti solo pochi hanno resistito.

La scuola assistenziale finge gli alunni uguali e li lascia uguali. Una scuola pubblica che si rispettasse riconoscerebbe una doppia disuguaglianza: quella iniziale del talento e quella finale della preparazione; dovrebbe dare di più a chi ha avuto meno dalla natura e dal caso: stargli più accanto per abituarlo alla disciplina che quello non sa imporsi da solo, perché raggiunga comunque il livello teoretico necessario al cittadino. Una scuola pubblica che si rispettasse dovrebbe esaltare il talento, anzitutto rispettando ciò che per il talento ha valore: la conoscenza disinteressata, la severità dell’impegno, la finezza del gusto, e poi coltivandolo in modo che giunga al virtuosismo.

[1] Guido Cappelli, C’era una volta la scuola gentiliana, reperibile al seguente indirizzo:  https://www.sollevazione.it/2021/11/cera-una-volta-la-scuola-gentiliana-di-guido-cappelli.html




2022: L’ANNO DELLA TIGRE di O.G.

“Cresce il bosco, ma cresce anche il manico della scure” 

Che ci ha detto il 2021?

L’anno 2021 ha avuto un valore eccezionale sul piano della politica internazionale. Ha anzitutto confermato che il fenomeno intenzionalmente globalista COVID-19 non solo ha riportato definitivamente ad un approccio nazionale agli eventi globali, asservendo gli stessi processi tecnici e specialistici di digitalizzazione alle logiche da Stato nazionalista, ma ha anche posto le basi, nella stessa Unione Europea, per un assetto post-democratico della vita sociale civile, al punto che parlare ancora di “liberalismo” o di “democrazia liberale” e forse anche di “capitalismo” – come fossimo nell’800 – denota una alienazione con i processi storici reali. Vladimir Putin ha specificato che le proteste “no-vax” in Occidente sono anzitutto proteste sociali. Il futuro di questi movimenti, come già avemmo a dire in questo stesso blog, dipenderà esclusivamente dal fatto se un’elite militare prenderà l’egemonia sull’elemento sociale o apocalittico-religioso che serpeggia in seno a queste formazioni; negli Stati Uniti ad esempio, sia fazioni del Pentagono sia dell’esercito hanno espresso aperta contrarietà ai ventilati obblighi vaccinali e alla politica da tessera sanitaria. Inoltre, l’anno che sta terminando ha chiuso definitivamente il brevissimo ciclo storico apertosi con la fine della “guerra fredda” e con il tentativo di identificare “americanismo” o “angloamericanismo” con Globalismo. Abbiamo visto di contro frammentazioni verticistiche sul piano delle elite, con impreviste ricadute su quello della politica internazionale: Israele sempre più gelosa della propria autonomia dallo stesso Occidente, lo stesso si può dire della Turchia membro della NATO, il Medio Oriente zona rossa per le forze del tradizionale Patto Atlantico.

Il Grande Medio Oriente al centro

Non possiamo di conseguenza che dare valore epocale alla fuga occidentale da Kabul a cui abbiamo assistito nell’agosto 2021. Si chiude la fase strategica apertasi con la fine della “guerra fredda”, fase nella quale avvengono l’11 settembre e le guerre senza fine medio-orientali che avrebbero dovuto legittimare il dominio globalista anglo-americano. La vittoria talebana non condurrà però ad una islamizzazione internazionale, in quanto il nazionalismo, nel nostro Vicino Oriente, ha ampiamente mostrato di essere più forte e radicato dello stesso Islam. Abbiamo oggi il “Medio Oriente” terra di nessuno. La seconda guerra mondiale fu caratterizzata dal conflitto di civiltà Oriente Occidente (P. Grosser, “Dall’Asia al Mondo”, Einaudi 2018) ma il cuore del conflitto fu comunque il Mediterraneo. Il centro di questo nuovo conflitto di civiltà sarà sempre il Medio Oriente, non l’Asia o Taipei.

La pandemia rafforza il patriottismo russo

Da registrare inoltre il fondamentale elemento storico – che il 2021 e l’epoca pandemica ci hanno vieppiù confermato – rappresentato dalla radicale e radicata resistenza nazionale grande-russa a tutto ciò che sa anche lontanamente di Great Reset e anglosassismi simili, pur con le varianti afro-americaniste da Cancel Culture. Solo un superficiale può identificare questo millenario nazionalismo resistente con il putinismo; è una risposta più propriamente di civiltà e civilizzazione. E’ questa resistenza profonda che ha mandato totalmente in frantumi il disegno davosista del Great Reset, che è al fondo niente altro che la vecchia ipotesi dei Rothschild, opportunamente riciclata, di una nuova Yalta tra Pechino e Londra-New York sulla pelle sanguinante e smembrata dell’orso russo. Nel conflitto di civiltà, per le ragioni appena esposte, Mosca è perennemente sull’abisso più di quanto lo siano cinesi e angloamericani; per questo sarebbe corretto provare a vedere ciò che sarà guardando il futuro anno con gli occhi di un russo: dal 2022 l’orso russo prenderà inevitabilmente la forma e la dynamis della tigre siberiana. Nel calendario sinico il 2022 sarà l’anno della tigre.

Nuova Dehli Mosca Berlino Est            

Alexander Solzenicyn, nobile e leale Patriota russo, nella “Lettera ai Capi dell’Urss” del 1973 invitava l’elite marxista del Cremlino a superare la fase storica del materialismo storico con un nuovo idealismo nazionale slavofilo, individuando il conflitto del secolo futuro tra imperialismo cinese e nazionalismo russo. “…Sarà una Guerra Difensiva, autenticamente patriottica. Non possiamo cedere il territorio della Siberia, questo è indubbio”. Per Solzenicyn, il materialismo tecnicistico occidentale non rappresentava il pericolo per l’anima russa. Quest’ultima avrebbe avuto gli anticorpi per resistere all’ Estremo Occidente, come lo scrittore puntualizzò anni dopo negli stessi “Discorsi di Harvard”. L’Occidente tecnocratico non avrebbe esercitato alcun fascino sull’anima russa. Gli anni ’90, ricordati tuttora come il periodo più buio dell’intera storia russa, confermeranno le visioni di Solzenicyn. Era viceversa il collettivismo imperiale neo-confuciano che alla lunga avrebbe potuto frammentare l’identità spirituale e nazionale russa. L’elite sovietica naturalmente non ascoltò Solzenicyn, guardava solo a Occidente, non tenendo in eccessiva considerazione la formidabile e rivoluzionaria Ideocrazia Neo-Confuciana della Città Proibita, che poco dopo Deng Xiaoping avrebbe genialmente, e gradualisticamente, ricondotto all’egemonia mondiale. I sovietici gettarono via le risorse russe in quella nefasta sfida tecnocratica con gli Stati Uniti, che Solzenicyn condannava senza mezzi termini; “la corso al Cosmo è spettacolare quanto è inutile” sosteneva Solzenicyn, invitando il Cremlino a sviluppare un cammino spirituale autonomo dal “gigantismo tecnologico” nichilista di New York.  Oggi Mosca, che si è definitivamente liberata da ogni più pericoloso influsso statunitense,  non può però non sentire il fiato sul collo dell’inevitabile movimento di espansione imperiale e ideocratico del popolo Han, votato alla legittima riconquista globale. Immaginavamo non a caso mesi fa –     https://www.sollevazione.it/2021/04/ne-u-s-a-ne-cina-di-o-g.html – ciò che stiamo oggi vedendo, la formazione di un blocco strategico, politico-militare, tra Vladimir Putin e Narendra Mohdi. Se la Federazione Russa è obbligata a muoversi in tale direzione, per motivi di sopravvivenza storica e politica, lo stesso va detto sia riguardo all’India nazionalista di Mohdi sia riguardo alla Germania.  Quest’ultima sta sperimentando da decenni la più grande e tragica crisi identitaria che uno Stato-nazione possa sperimentare. E’ la vecchia Germania orientale, la più identitaria, che guarda con sentimento fraterno a Mosca e non vuole la definitiva estinzione della cultura e dell’identità germaniche.  Mosca Nuova Dehli Berlino è perciò un blocco obbligato dalla elementare logica di sopravvivenza umana e vitale prima che da ogni strategia geopolitica. Le masse politicizzate e militari russe e indiane ben integrate con il complesso funzionale industriale e economico tedesco significherebbero un Neutralismo pacificatore e equilibratore nel caotico e tesissimo contesto di odierna politica internazionale.

Mosca, il Terzo Occidente e l’avanguardia del futuro

Nella medesima Lettera citata, il Patriota e scrittore russo Alexander Solzenicyn avanzava l’ipotesi di una irreversibile crisi di civiltà dell’intero Occidente, ecosistematica e spirituale. Non il marxismo sovietico avrebbe saputo approfittare di tale crisi, dato lo strettissimo legame gnoseologico tra giudeo-cristianismo occidentale e marxismo-leninismo, ma proprio il risorgente nazionalismo asiatico: a Taipei nei primissimi anni ’80 Solzenicyn previde perfettamente il futuro mondiale con gli occhi a mandorla, delineando una realtà “Collettivista mondiale” a base di tecnocrazia socialista confuciana. Dagli anni ’90 però lo scrittore russo tornò a prefigurare, come già fece nel ’73, nel polo russo l’unica barriera di civiltà sia rispetto alla tecnocrazia occidentale sia rispetto a quella orientale che stava in quegli anni recuperando il terreno perduto nei secoli precedenti. Nel corso dell’aggressione mondiale contro la resistenza Serba, egli paragonò i serbi – allora abbandonati, con grande dolore di Solzenicyn, anche dal tradizionale protettore russo – agli antichi spartani. Con la graduale rinascita russa degli anni Duemila, lo scrittore identificò con la tutela e la trasmissione degli originari valori occidentali, devastati e vilipesi dall’Unione Europea, la missione identitaria dello spirito nazionale russo. La missione russa era perciò per Solzenicyn la missione del “terzo Occidente”, in continuità con il primo Occidente ( l’originario spirito greco) e poi con il cristianesimo di scuola greca (non giudaica), che si contese la guida culturale e spirituale dell’Occidente dell’epoca con l’ecumene franco-germanica. Il messaggio di Solzenicyn è oggi più attuale che mai: nè l’Unione Europa né gli anglo-americani possono ormai fare molto per temperare o moderare il movimento espansionista mondiale Han. Va anche detto che il “socialismo di mercato” di Pechino ha usato sino a ora un metodo sviluppista, rispetto agli stessi paesi colonizzati, certamente più umano e progressivo di quello dei “bombardamenti etico-umanitari” che le tecnocrazie militariste occidentali hanno fatto loro conoscere negli ultimi decenni. Come prefigurò nei decenni scorsi Solzenicyn, spetterà dunque alla Russia, con il suo fondamento morale avito, “ricostruire l’Occidente”, dato che la decadenza morale dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti è oggi addirittura più avanzata di quella descritta dallo scrittore russo. Se l’avanguardismo nazionale russo, che il Presidente Putin a Valdai ha considerato una manifestazione di “Conservatorismo modernista”, riuscirà a integrarsi con l’Occidente avremo un concreto multipolarismo e una sana evoluzione sul piano della politica internazionale; altrimenti il multipolarismo che vedremo dal 2022 in avanti avrà sempre più la forma dello spirito imperiale Han. La Cina strariperà ovunque e con la saggezza mostrata sino a oggi. In tale direzione, l’eventuale sconfitta nelle presidenziali francesi del 2022 del candidato dei Rothschild, Macron, a vantaggio della Valèrie Pècresse (LR), statalista nazionalista e russofila, potrebbe avere un provvidenziale effetto catena in tutto l’Occidente, a iniziare dall’Italia dove pesa come un macigno l’assenza di un fronte politico nazionale che caldeggi operativamente la nascita di una Terza Forza mondiale: né Oriente né Occidente!




VACCINI: LA PROPAGANDA E LA REALTA’ di Leonardo Mazzei

Ogni settimana un giro di vite. Ogni giorno che passa una nuova proposta di restringimento delle libertà. Ogni minuto del teatrino della (dis)informazione ufficiale occupato da una caccia alle streghe che sarebbe perfino comica ove non fosse anche tragica. La ragione di questo accanimento è semplice: tanto più cresce l’evidenza del flop della strategia vaccinale, tanto meno la si vuole ammettere. Eccoci così arrivati al paradosso dello scarso funzionamento di un vaccino imputato a chi ha deciso di non farselo! Come ha ben scritto Andrea Zhok, con la costruzione mediatica della figura criminalizzante del “no vax”, i non vaccinati sono diventati il capro espiatorio cui attribuire ogni colpa.

Quando si fermeranno? Siamo ormai così abituati al peggio che questa domanda risuona perfino banale, mal posta e fuori luogo. Non si fermeranno mai, qualora si affermasse la sinistra profezia di Klaus Schwab. Più precisamente, non si fermeranno finché non verranno fermati. Ma la lotta sarà lunga e difficile e, come ha scritto Moreno Pasquinelli: “Per adesso hanno vinto loro”.

Sappiamo bene come le misure governative non abbiano alcuna funzione sanitaria, volendo invece sviluppare un nuovo modello di controllo politico e sociale. Tuttavia, l’ossessione liberticida a cui stiamo assistendo viene giustificata proprio come l’unica via di salvezza per uscire dall’epidemia. La concatenazione logica di questo ragionamento è quanto mai semplice: primo, il virus è un mostro in grado di sterminarci; secondo, solo il vaccino può fermarlo; terzo, solo un lasciapassare sempre più stringente può convincere gli ultimi riottosi alla sacra e risolutrice puntura.

Il Mostro, il Bene e il Male: questi sono i tre ingredienti tipici di una narrazione che vorrebbe essere edificante quanto definitiva. Tralasciando qui ogni considerazione sulla malattia, che esiste ma non è la peste e neppure la Spagnola, è chiaro come questo racconto si regga fondamentalmente sul secondo elemento: il “Bene” rappresentato dal vaccino, unico strumento in grado di sconfiggere il “Mostro”.

Ora, siccome non siamo all’ora zero della campagna di vaccinazione, siccome le dosi aumentano ma i casi di Covid pure, sarà bene andare a verificare la credibilità della narrazione dominante. Certo, che sia fallace lo sappiamo da tempo, come sappiamo che lorsignori possono sempre riadattarla alla bisogna. Tuttavia questa volta si sono infilati in un vicolo che potrebbe non avere vie d’uscita.

Il principale problema del vaccino anti-Covid è che funziona maluccio assai. Come ha detto qualcuno, “funzionicchia”. Non previene il contagio e neppure la malattia, figuriamoci se potrà mai consentirne l’eradicazione! I vaccinomani ci risponderanno che, nonostante i limiti che non possono più negare, il vaccino un po’ il contagio lo previene, che un pochino le forme gravi le riduce, eccetera, eccetera. Peccato che questa narrazione non regga il confronto neppure con i dati ufficiali, quelli che loro stessi si premurano di propinarci ogni dì. Entriamo allora nel merito di alcune tra le questioni più significative.

  1. A dispetto del vaccino, il virus corre come nel 2020

Nella settimana appena terminata (29 novembre – 5 dicembre), la media giornaliera mondiale è stata di 611.489 positivi rilevati, contro i 614.481 della stessa settimana dello scorso anno. Un miserrimo -0,5%, a fronte di 8 miliardi e 176 milioni di dosi inoculate, pari al 104% della popolazione del pianeta. Insomma, per il vaccino un risultato stratosferico!

Va un po’ meglio il dato dei deceduti. In un anno siamo infatti passati da una media giornaliera di 11.258 nel 2020 a quella attuale di 7.122 morti (-36,7%). Questo secondo dato non deve però trarre in inganno. I vaccinomani lo attribuiscono senz’altro al loro siero magico, ma – lo vedremo più avanti – le cose stanno diversamente, visto che è in atto un calo della letalità del virus a prescindere dal vaccino.

  1. L’impietoso confronto tra l’Europa vaccinata e l’Asia non vaccinata

I risultati della vaccinazione risultano ancor più negativi se consideriamo che oggi l’epidemia è fortemente concentrata (con circa il 65% dei casi) proprio in Europa, cioè nel continente a massima percentuale di vaccinati con doppia dose (nella UE siamo al 67,5% sul totale degli abitanti). Con meno del 10% della popolazione mondiale, l’Europa ha i due terzi dei casi ufficiali: un successo strepitoso!

Ancora più impietoso è il raffronto con l’Asia. Diversi pennivendoli si sono dedicati all’elogio di alcuni paesi dell’estremo oriente (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore), attribuendo i risultati ottenuti alla disciplina sociale di quei popoli. Ma l’Asia è enorme e ci offre ben altri esempi. Non disponendo di dati aggregati, ci siamo perciò dedicati ad un raffronto quanto mai istruttivo: quello tra i quattro paesi più popolosi dell’Asia (Cina esclusa) e i loro omologhi europei. Abbiamo escluso volutamente la Cina perché i suoi dati, particolarmente positivi, vengono sempre contestati in occidente.

Il raffronto, fatto sempre sulla media giornaliera della settimana 29 novembre – 5 dicembre, non lascia scampo ai fanatici della punturina “immunizzatrice”.

Partiamo dall’Asia. In India (vaccinazione al 34%) i casi sono passati in un anno da una media giornaliera di 35.927 ad una di 8.675 (-75,9%). In Indonesia (vaccinazione al 35,8%) la diminuzione è stata dai 5.958 casi del 2020 agli attuali 250 (-95,2%). In Pakistan (inoculazioni al 22,7%) si è scesi da 2.977 a 376 positivi al giorno (-87,4%). Risultato del tutto simile a quello del Bangladesh (vaccinati al 22,6%), dove il calo è stato dell’89,2%, con una discesa da 2.180 casi a 237. Come si vede i dati dell’Asia scarsamente vaccinata (dal 22 al 34%) sono decisamente positivi, con un miglioramento della situazione tra il 75 ed il 95%!

Confrontiamo ora questo campione asiatico, ampiamente rappresentativo – i 4 paesi esaminati sommano 2 miliardi e 70 milioni di abitanti, cioè più di un quarto della popolazione del globo – con i 4 corrispettivi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Russia. Tra questi paesi, la Russia ha un tasso di vaccinazione particolarmente basso, mentre gli altri tre presentano percentuali alte e molto simili tra loro.

Nel confronto sullo scorso anno la Germania (vaccinazione al 68,3%) è passata da 18.304 casi giornalieri agli attuali 56.696 (+309,7%). La Francia del green pass macroniano (vaccinati al 70%) non ha voluto essere da meno, con un incremento da 9.757 positivi a 42.460 (+435,1%). La Gran Bretagna è sì uscita dall’Ue, ma sul Covid è in linea col continente, ed è passata dai 14.267 casi del 2020 ai 45.470 del 2021 (+316,4%). Pur con un elevato numero di decessi (tipico di un est europeo con sistemi sanitari allo sfascio), va meglio la Russia (40% di vaccinati), che ha avuto un incremento dei contagi più contenuto (+22,2%), arrivando quest’anno a 33.034 casi contro i 27.014 del 2020.

Che dire? Stando a questi ufficialissimi dati, se c’è una relazione tra vaccino e diffusione del virus, questa sembrerebbe piuttosto una relazione opposta a quella attesa: più ci si vaccina e più ci si contagia. Ma chi scrive non è affetto da una speculare sindrome burioniana, per cui per il momento non arrivo a tanto, anche se qualche dubbio viene ed una spiegazione potrebbe in effetti esserci. Ma di questo parleremo al punto 4. Quel che possiamo dire in maniera inoppugnabile è che il vaccino il virus non lo ferma neanche un po’. Alla faccia dei ciarlatani che parlano della vaccinazione come “immunizzazione”. Il confronto tra l’Europa iper-vaccinata e l’Asia che non ha fretta di punturarsi è tutto a vantaggio di quest’ultima. Ecco un tema cui dovrebbe dedicarsi l’informazione, se non si fosse ormai totalmente convertita in propaganda.

  1. La letalità è in calo indipendentemente dal vaccino

Ed a proposito di propaganda, veniamo adesso ad una questione decisiva. Si è già visto al punto 1 come ad un numero di contagi sostanzialmente uguale a quello dello stesso periodo del 2020, corrisponda a livello globale un calo dei decessi pari al 36,7%. Una diminuzione senz’altro significativa, ma non il potente abbattimento che i piazzisti di Pfizer and company vantano ogni dì. Il punto vero è però un altro: questo miglioramento è tutto da attribuirsi al vaccino?

Chi scrive non ha mai pensato, né pensa oggi, che il vaccino sia del tutto inefficace. Il problema è quello di stabilire in maniera attendibile l’efficacia reale e la sua durata nel tempo, onde poterla confrontare con i rischi di un vaccino che ha già cumulato più vittime e reazioni avverse di tutti quelli precedentemente usati nella storia dell’umanità. Di più, oltre a questo confronto, bisognerebbe chiedersi poi l’effetto generale sull’epidemia della strategia vaccinale adottata, comparandolo a quello ottenuto con la ben più efficace immunizzazione naturale, di cui parleremo al punto 4.

Per cercare di venirne a capo passiamo adesso all’Italia, paese tra i più vaccinati di cui si conoscono maggiori dati di dettaglio. Nel suo aggiornamento del 24 novembre, l’Istituto superiore di sanità (Iss) riconosce candidamente che:

«Dopo sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale, scende dal 72% al 40% l’efficacia nel prevenire qualsiasi diagnosi sintomatica o asintomatica di COVID-19 rispetto ai non vaccinati».

Eccoci dunque a due interessantissime confessioni. Non solo si ammette che dopo 6 mesi il tracollo dell’efficacia è verticale, ma si riconosce anche che l’efficacia iniziale è del 72%, ben al di sotto del 90-95% della propaganda che ci ha bombardato per mesi! Se tanto mi dà tanto, questo vuol dire che anche il 40% a 6 mesi va sicuramente rivisto al ribasso. Come si può continuare a sproloquiare di vaccino con dati di questo tipo?

L’Iss ci parla però di un miglior risultato nella prevenzione della malattia severa, un dato che sembrerebbe confermato dal tasso di letalità registrato attualmente in Italia. Nel nostro Paese questo tasso – che ci dice quanti decessi si sono avuti in percentuale sul totale dei positivi – è passato dal 3,55% del 2020 allo 0,51% di quest’anno (valore grezzo calcolato sempre sulla settimana dal 29 novembre al 5 dicembre). Un calo di sette volte, indubbiamente ragguardevole. Un risultato che possiamo riscontrare anche in altri paesi europei, che parrebbe confermare un’efficacia del vaccino quantomeno nel prevenire le forme più gravi della malattia. Ma è davvero così? Assolutamente no.

Vediamo ora i dati dell’Iss relativi al mese di ottobre. In quel mese i positivi sono stati 61.908 tra i non vaccinati e 102.488 tra i vaccinati, mentre i decessi sono stati 449 tra i non vaccinati e 571 tra i vaccinati. Dunque, chi ha detto che attualmente i vaccinati prevalgono sia riguardo al contagio che ai decessi ha detto la verità. Ma è una verità parziale, alla quale la propaganda governativa obietta facilmente parlando di “effetto paradosso”, quello per cui i colpiti tra i vaccinati sono in maggioranza perché la loro percentuale sul totale della popolazione si è fatta ormai molto alta.

Il punto, però, non è questo. La questione vera è che la propaganda vorrebbe farci credere che la riduzione della letalità, che è poi il dato di maggior interesse, dipenda al 100% dai vaccini, il che è invece del tutto falso. Calcolando il tasso di letalità in base ai dati di ottobre dell’Iss, abbiamo che esso è pari allo 0,55% per i vaccinati, allo 0,72% per i non vaccinati. Dunque, i primi hanno un valore più basso dell’11% rispetto al tasso medio (0,62%), i secondi un incremento del 14% sempre rispetto alla media. Tutto qui? Tutto qui. La differenza tra vaccinati e non è davvero minima. La letalità sta dunque calando per tutti, e senza siero magico quella dei non vaccinati è passata in un anno dal 3,55% allo 0,72%. Ognuno tragga le sue conclusioni.

  1. L’immunità naturale: quella sì che funziona

Qualcosa sta dunque cambiando nell’epidemia. E sta probabilmente cambiando seguendo le solite vie naturali già conosciute in passato. Da questo punto di vista non c’è solo la diminuzione del tasso di letalità, ma pure un certo effetto che comincia a manifestarsi dell’immunità naturale.

Prendiamo il caso della Svezia. Questo paese è stato criminalizzato per un anno intero per il suo rifiuto del lockdown e delle tante forme di chiusura e distanziamento. Quello svedese è stato un esempio di gestione alternativa dell’epidemia, opposto all’emergenzialismo trionfante in larga parte del continente. Ebbene, questa politica, probabilmente proprio perché ha fatto circolare maggiormente il virus, aumentando così l’immunità naturale, ha dato i suoi risultati. Nello stesso periodo che abbiamo già preso in considerazione per gli altri paesi, la situazione svedese ha avuto un miglioramento impressionante. I contagi medi giornalieri sono passati da 5.398 a 1.234 (-77,1%), mentre i decessi sono passati da 64 a 1 (-98,4%). Già, dirà qualcuno, ma quanti morti ha provocato la linea svedese prima di arrivare agli ottimi risultati di oggi? Ne ha provocati – se così si può dire – molti meno della linea emergenzialista. Il tasso della mortalità complessiva ufficialmente attribuito al Covid (calcolato a partire dal febbraio 2020) risulta pari allo 0,14% in Svezia, contro lo 0,18% della Francia, lo 0,21% della Gran Bretagna e lo 0,22% della “virtuosissima” Italia draghiana. Se la linea svedese è stata criminale, come dovremmo qualificare quella degli altri paesi citati?

Si dirà che la Svezia è un paese tutto sommato periferico e poco popolato. Vero, ma conferme ancora più importanti sul ruolo dell’immunità naturale ci giungono da popolatissime nazioni asiatiche. Abbiamo già parlato dell’India e dell’Indonesia, ma dobbiamo tornarci sopra. Questi paesi hanno due caratteristiche precise. La prima è che sono estremamente popolosi, con metropoli affollate e con pessime condizioni igieniche che hanno reso praticamente inutili le misure di contenimento adottate dai rispettivi governi. La seconda è che essi hanno prima registrato un picco molto alto di contagi – in India nel maggio scorso, in Indonesia a luglio – dopo di che la curva ha preso ad appiattirsi senza soluzione di continuità. Per la precisione, dopo quei picchi l’India ha abbattuto il contagio del 98%, l’Indonesia del 99,5%!

Ora, può darsi che il futuro smentisca questo ragionamento, ma quanto sta avvenendo è comunque interessante rispetto al ruolo dell’immunità naturale. Già all’inizio del 2020 il caso indiano era finito sulla stampa internazionale e ce ne eravamo occupati con un apposito articolo. Ecco cosa scriveva Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio scorso, riprendendo il Financial Times del 29 gennaio:

«Un calo progressivo e sistematico di morti e contagi da inizio anno, così come di ricoveri in terapia intensiva. Il trend della pandemia in India – paese da 1,3 miliardi di abitanti secondo solo agli Stati Uniti per numero di casi, a oggi più di 10,8 milioni – suggerisce che alcune aree del Paese stiano andando verso l’immunità di gregge».

E ancora:

«A dare un’indicazione importante sull’ipotesi dell’immunità di gregge sono i test sierologici effettuati a Delhi, Mumbai e Pune, città da milioni di abitanti, da cui è emerso che “più della metà dei residenti è già stata esposta al virus”. Addirittura, aggiunge Ft, nello stato del Karnataka che ha oltre 60 milioni di abitanti, ad agosto 2020 i contagi erano stati in tutto 31 milioni: colpita dal virus il 44% della popolazione rurale e il 54% di quella urbana».

Certo, nel frattempo è passato quasi un anno e nel mezzo c’è stata l’ondata di casi più forte. Un’ondata importante, ma pur sempre inferiore alla metà di quella che registrano oggi i vaccinatissimi e chiusuristi paesi europei. Sta di fatto che, dopo quell’ondata, in India l’azione del virus sembra adesso spegnersi, ed i dati dei test sierologi (che oggi darebbero risultati ancora più alti) lasciano immaginare un ruolo decisivo dell’immunità naturale.

Ma che questa immunità sia ben più potente di quella con la scadenza a tempo dei vaccini, ci viene confermato anche da un dato italiano sul quale nessuno riflette.

Se noi chiedessimo ad un lettore qualsiasi qual è la provincia italiana simbolo del Covid, senza dubbio quasi tutti risponderebbero Bergamo. E sarebbe una risposta giusta, dato che quella provincia è stata realmente la più colpita in assoluto.

Eppure i dati ufficiali ci raccontano un’altra storia. Mentre non conosciamo quelli sulle vittime, dato che vengono aggregati solo regionalmente, vengono invece aggiornati quotidianamente quelli sui casi complessivi delle singole province da inizio epidemia. In questa speciale classifica (calcolata in base alla percentuale dei contagiati sulla popolazione) uno si aspetterebbe di trovare Bergamo al primo, o comunque nei primissimi posti. E invece? Invece, su 107 province italiane, Bergamo è solo al 95° posto, mentre tra le 47 del Nord la provincia di Bergamo è addirittura l’ultima.

Come si spiega questo paradosso? A me pare che possa spiegarsi in un solo modo. Quando l’epidemia è iniziata, Bergamo è stata effettivamente la realtà di gran lunga più colpita. Ma allora si facevano pochi tamponi, per cui il numero dei positivi rilevati era solo una minuscola frazione di quelli reali. Successivamente il numero di tamponi è cresciuto sempre più, ed in maniera sostanzialmente omogenea sul territorio nazionale. Da quel momento in avanti è chiaro che Bergamo ha avuto molti meno casi che altrove, all’ingrosso la metà di quelli delle altre province lombarde. Come spiegare questo effetto “isola felice” se non con una maggiore immunizzazione naturale ottenuta nella prima parte dell’epidemia?

Ecco allora che si torna sempre lì. Mentre l’immunizzazione da vaccino è parziale e limitatissima nel tempo, quella naturale funziona eccome! Prenderne atto una buona volta sarebbe quel che si dovrebbe fare, ma un regime costruito sull’emergenzialismo, la paura e la nuova religione vaccinale mai e poi mai lo ammetterà.

Conclusioni

Se sciocca sarebbe la pretesa di avere capito tutto, ancor più stupido sarebbe mettere la testa sotto la sabbia per non vedere il grande inganno dell’«Operazione Covid». Questa operazione ha un suo perché negli obiettivi politici, economici e sociali dell’oligarchia dominante. E’ dentro questo progetto che si inserisce la strategia vaccinale con i suoi dispositivi coercitivi e violenti. Siamo perciò ben consapevoli del fatto che contro la totalitaria narrazione attuale la razionalità vale ben poco.

Tuttavia, anche quel poco può però essere utile: oggi per contrastare le panzane che ci vengono propinate, domani per chiederne conto alla cupola di criminali al potere.

Ovviamente il tema del vaccino anti-Covid è pressoché inesauribile, ma i quattro temi qui sviluppati ci mostrano quanto la propaganda sia distante dalla realtà.

In questo buio momento, in cui si obbligano le persone ad inocularsi un vaccino insicuro ed inefficace pena la perdita del posto di lavoro, la verità sembra essersi perduta per sempre. Ma siamo certi che non andrà così. Viceversa sarebbe la fine. Non per noi, ma per l’essere umano così come l’abbiamo conosciuto finora.




IL COVID, CAPANNA E IL ’68 CHE FU di Riccardo Paccosi

MARIO CAPANNA E LA SEPARAZIONE RETROSPETTIVA DALLA SINISTRA: DALLA DIVERGENZA NEL PRESENTE ALLA CANCELLAZIONE DI UN PASSATO CONDIVISO

Mario Capanna intima ai “No Vax” di non svolgere contestazioni alla Prima della Scala, perché a suo dire ciò significherebbe infangare la memoria dell’analoga contestazione organizzata da lui nel 1968. L’ex-leader demoproletario aggiunge che, a differenza del movimento attuale, quello del ’68 rappresentava “l’Italia migliore” e conclude, ovviamente, invitando i contestatori dell’oggi a vaccinarsi.

Come ho già avuto modo di scrivere, vedere la sinistra – tutta la sinistra – farsi indefessa promotrice d’un processo di ristrutturazione in senso totalitario del sistema capitalista, di un nuovo assetto che vede la sfera pubblica privatizzata e i diritti del lavoro cancellati al fine di reprimere la dissidenza politica, fa sì che la riflessione su come la sinistra si sia trasformata negli ultimi decenni non risulti più sufficiente.

Per chi, come me, ha militato da marxista più o meno libertario in quell’area per tre decenni, non si tratta più di limitarsi a registrare una deriva di pedissequità verso i valori e le visioni della classe dominante ma di comprendere come questa contrapposizione di oggi riveli, retrospettivamente, il fatto che tra una persona come me e la sinistra non sussista più neanche un passato condiviso.

Sarebbe senz’altro superficiale derubricare il ’68 a “rivoluzione borghese” e questo per il semplice motivo che quella fase storica fu caratterizzata, anche, dall’ultima grande insorgenza del movimento operaio, alla quale lo Stato rispose con le stragi e con tutto quello che ne è seguito.

C’è però un fatto: il ’68 operaio fu pesantemente e irreversibilmente sconfitto nel giro di dieci anni, mentre il ’68 giovanile continua oggi a esprimere egemonia, grazie al potere politico e culturale di quelli che all’epoca furono i giovani contestatori.

Ciò che il ’68 giovanile ha modellizzato, è la contestazione come rito di passaggio, per i rampolli della classe borghese, dalla giovinezza ai ruoli dirigenziali dell’età adulta.

Per suddetti rampolli, insomma, era ed è necessario avere nel Curriculum Vitae una fase di contestazione, quasi fosse uno stage sull’innovazione, giacché il capitalismo per sua natura volge alla trasformazione continua, all’auto-rivoluzionamento perpetuo.

In fondo, questo e non altro è stato il ’68 vincente: come analizzato da Costanzo Preve ma profetizzato molto prima e in tempo reale da Pasolini, il ’68 ha generato quel grande rinnovamento del capitalismo che ha consentito a tale sistema di rompere i pregressi e frenanti legami con l’ancien regime patriarcale, conservatore e clericale.

Il capitalismo post-68 diviene sempre più progressista e sussume la rivoluzione giovanile, sussume la rivoluzione sessuale in tutte le sue varianti e sussume, addirittura, il concetto di rivoluzione: quest’ultima parola, dopo il ’68, diventerà appannaggio dei movimenti anticomunisti e neoliberali, delle tante reti finanziate dall’Open Society Foundation oppure promosse direttamente dal World Economic Forum.

Se penso alla mia fase di militanza politica più lunga – quella nell’area dei centri sociali – mi rendo conto solo ora che io non ho mai pensato alle occupazioni e agli scontri in piazza con la Celere come rito di passaggio per diventare ceto dirigente. Pensandoci meglio, però, seppure in modo confuso, in molti antagonisti invece quell’idea sussisteva eccome.

La natura profondamente borghese della sinistra, la sua cultura da classe che domina e che vuole dominare, si palesa oggi nel fatto che il sostegno al regime pandemico viene espresso anche da parte delle componenti antagoniste nonché da quelle che ancora si definiscono “comuniste”.

Dunque, il problema non è solo non avere nulla a che fare con Mario Capanna oggi, ma anche il comprendere, dopo decenni, di non averci avuto a che fare neppure ieri.