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UN’AGENDA IN PEZZI di Leonardo Mazzei

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Oggi vogliamo divertirci. La farsa elettorale è infatti al suo acme. Domenica il bullo dei Parioli ha salutato il pisano dagli occhi di tigre. Un divorzio interessante, visto che entrambi si vorrebbero interpreti della cosiddetta “Agenda Draghi”. Agenda rivendicata anche da Bonino, che però con Letta resterà, ma pure da Renzi, con il quale Calenda adesso si alleerà (o forse no). Insomma, un gran casino attorno al lascito del Grande Salvatore. Talmente grande, il casino, che il diretto interessato ha già fatto sapere che preferirebbe essere lasciato in pace.

Questa frantumazione della mitica agenda, in almeno quattro pezzi, la dice lunga sulla portata della crisi interna al blocco dominante. Di quel blocco l’ex Bce avrebbe dovuto essere il collante, la guida e la punta di diamante capace di ristrutturare in profondità l’intero sistema politico. Le cose sono andate ben diversamente, e questa è la vera novità politica della strana estate 2022.

Stiamo forse esagerando la portata di quanto accaduto? Direi proprio di no. Il giorno dopo la caduta dell’uomo del Britannia, i giornaloni hanno iniziato a parlare di un grande rassemblement trasversale da realizzarsi in suo nome. Poi, col passare dei giorni, la cosa si è subito ridimensionata, anche perché – com’era del tutto prevedibile – a destra ci han messo mezz’ora a mettersi d’accordo. Restava, però, l’altro versante, dove (a dispetto dei suoi scarsi consensi) Calenda appariva l’asso pigliatutto. Ed è proprio dal suo scorazzare che è scaturito l’accordo del 2 agosto con Letta.

Roba da poco? Sul piano elettorale sicuramente sì, almeno a parere di chi scrive. Ma per i giornaloni dell’area Draghi (chiamiamola così per intendersi), una svolta che avrebbe potuto addirittura riaprire la partita con la destra. Ovviamente si trattava soltanto di un gigantesco abbaglio. Del resto, se così non fosse stato l’ex ministro di Renzi non avrebbe mai fatto dietrofront.

La cosa più interessante da cogliere in questa vicenda è la distanza siderale che separa certe redazioni dal paese reale. Solo degli scribacchini dediti all’agiografia potevano vedere nell’armata Brancaleone messa in piedi dal Pd una “grande coalizione” in grado di competere con la destra. Tra costoro, nessuno è riuscito però a raggiungere le vette di un articolone di Francesco Merlo su la Repubblica del 3 agosto a commento dell’accordo Letta-Calenda.

E qui reggetevi forte. Per divertirsi con più gusto quell’articolo andrebbe letto integralmente. Ma alcune citazioni possono dare comunque l’idea dello sbando che regna da quelle parti. Ho qui con me il ritaglio di quel pezzo, perché già faceva ridere cinque giorni fa. Ma adesso, dopo il patatrac provocato dalla retromarcia dello sguaiato nipote della principessa Giulia Grifeo di Partanna, ci fa sorridere il pensiero di come il Merlo (Francesco) vorrà eventualmente ritornare sulla sua avventata prosa.

Leggiamo:

«Solo adesso, infatti, nell’estate del 2022, e proprio nelle elezioni più strane, certamente le più importanti dopo quelle del 1948, la sinistra umiliata, dimessa e bastonata ha rialzato la testa».

Tralasciando qui l’uso disinvolto assai del termine “sinistra”, ciò che conta è quel “rialzato la testa”. Rialzata grazie a Calenda, non so se mi spiego! Uno che (giustamente) se gli dici che è di sinistra può anche denunciarti per diffamazione.

Ma andiamo avanti:

«La sinistra italiana, abituata a cavillare, a strillare e ad accusare ha fatto suo lo “stile Draghi” non per imitazione, che è un disvalore, ma per citazione creativa, per “facoltà mimetica”. E infatti la nuova coalizione impone a tutti l’identità nelle differenze che è stato il codice del governo Draghi. Ricordate? “Resilienza”, “debito buono” e “Whatever it takes” sono diventate le parole d’epoca com’erano stati un giorno il vaffa di Grillo, la rottamazione di Renzi, come il “torni a bordo cazzo”, come “l’austerità” di Berlinguer e “la partitocrazia” di Pannella. Non è un’esagerazione: l’agenda Draghi è stata il lampo di Paul Klee sulla politica che produce somiglianze ed è oggi l’abracadabra della nuova coalizione di centrosinistra, che è nata ieri pomeriggio e che finalmente, come dicevamo, il papa se lo fabbricherà in casa».

Insomma, la “sinistra” ha rialzato la testa proprio perché si è draghizzata. E l’agenda del banchiere è la parola magica, il decisivo lampo di Paul Klee che l’ha fatta risorgere. Ma la sua resurrezione, dopo una lunga stagione di incertezze, è dovuta soprattutto ad un papa non più “straniero”: nientemeno che Enrico Letta, il nipote dello zio. Leggiamo:

«E invece adesso Enrico Letta è il papa che dell’altro “dolce Enrico” sta completando il lavoro, con la Nato, con la democrazia, con l’Europa, e senza mai vestirsi da trascinatore, ma con l’ironia del front runner e degli occhi di tigre».

Al Merlo, che tra l’altro tira in ballo un po’ troppo disinvoltamente Enrico Berlinguer, verrebbe da chiedere se pensa ancora che l’attuale umore di Letta sia quello qui descritto. Ma le sue certezze di cinque giorni fa apparivano inscalfibili. Questa la sua incredibile conclusione (incredibile già allora, sia chiaro) sullo “storico” accordo Pd-Azione:

«Come si vede, promette d’essere molto di più di un accordo elettorale e di superare tutte le mille alleanze fallite che il centrosinistra aveva tentato, questa neonata grande coalizione che il 25 settembre contenderà il governo del Paese alla destra di Giorgia Meloni».

A questo punto ognuno può rendersi conto delle attese che covavano in certi ambienti. E di quanto queste aspettative fossero aderenti alla realtà.

Per non farsi mancare niente, il Merlo vedeva in questa “grande” coalizione la Bad Godesberg del Pd. E qui, pur comprendendo che a certi giornalistoni la semplice evocazione di Bad Godesberg conduce all’orgasmo, siamo davvero alle comiche. A parte il fatto che il Pd (e prima il Pds-Ds) è già passato da innumerevoli Bad Godesberg, la questione principale è che il partito di Letta è ben oltre il programma adottato in quella città dalla socialdemocrazia tedesca nel lontano 1959. In quel congresso la Spd rinunciava anche formalmente al marxismo e ad ogni idea rivoluzionaria, e tessendo le lodi del libero mercato si preparava ad andare laddove sappiamo. Ma che forse il Pd non ha già percorso questa strada fino in fondo? Siamo seri, per favore. Il serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd (copyright Costanzo Preve) questo percorso l’ha fatto più e meglio di chiunque altro. Al punto di essere da tanti anni il vero perno centrale del sistema.

Sfortunatamente per quelli come Merlo, è proprio lì la chiave della debolezza del Pd. In una fase come questa potere e governo non possono stare insieme a popolarità e consenso elettorale. Calenda o non Calenda, questo è il punto. La cosiddetta “Agenda Draghi” è minoranza nel Paese.  Ed è questa la ragione per cui lo stesso Draghi non è poi troppo dispiaciuto di andarsene, quella per cui ha diffidato i suoi discepoli di trincerarvisi dietro.

Altro che Bad Godesberg! Letta e Calenda (per quanto adesso divisi) portano avanti lo stesso programma: liberista in economia, autoritario a livello sociale, servile con Bruxelles e Washington in politica estera. Certo, tutti i partiti sistemici sono liberisti, autoritari, europeisti ed atlantici, ma a destra hanno almeno il pudore di nascondere questa loro natura dietro qualche variegata spruzzatina populista. Un giochino che verrà smascherato non appena al governo, ma che intanto gli servirà a vincere le elezioni.

Ai fanatici dell’Agenda Draghi spetterà invece la meritata sconfitta. Non solo: di quell’agenda si divideranno i brandelli almeno quattro liste, tutte (salvo il Pd) minuscole assai. Per il banchiere venuto dal cielo una fine piuttosto ingloriosa. In mezzo a tante pessime cose – prima tra tutte l’irresponsabile divisione delle liste del dissenso – almeno una buona notizia c’è. E ci sentiamo di darla in largo anticipo.

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