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PERCHÉ HILLARY HA GIA’ PERSO di Luciano Barra Caracciolo

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[ 26 luglio ]

Un ottimo intervento dell’amico Luciano Barra Caracciolo.
Di passata: i sinistrati nostrani, quelli che non sono guariti dall’ossessione dell’antiberlusconismo, ci ripropongono il medesimo schema oltreoceano: Trump è il male assoluto, ci tocca sostenere la Hilary Clinton (tanto amata da Wall Street). Del resto… l’ha detto anche il compagno Sanders. Sul quale avvertivamo



1. Il tassametro del terrore e dell’infusione di paura corre sempre e facciamo fatica a stare aggiornati: si va dall’iniziale frame del disastro della svalutazione in caso di uscita dall’euro (salvo poi registrare, tra secondo semestre 2014 e primavera 2015, un svalutazione del 25% della moneta unica verso il dollaro e definirla un vantaggio; tanto più che del quasi 20% di svalutazione euro/dollaro subito dopo l’introduzione del primo, nessuno pare ricordarsi più), si passa (vado per sommi capi) per il terrorismo di ogni tipo sulla Brexit, e si finisce con l’emergenza terrorismo islamico, sulla quale non ha neppure senso insistere (specie per chi non comprende l’importanza della tecnica di controllo dei, vari e variegati, “confitti sezionali”, ex multis v. qui p.4, sulla teorizzazione di Rodrik al riguardo).
E non ha senso, perché date le “risorse culturali” lasciate in campo da 30 anni almeno – a seconda di quando si individua il “punto zero”– di propaganda mediatica a sostegno del neo-ordo-liberismo a trazione federalista-€uropea, gli eventi avranno il loro corso incanalato, per molti versi deja-vù, con l’unica variabile fuori controllo dell’errore di calcolo (a carattere psicotico).

2. Ma sempre in tema di infusione di paura, cioè terrorismo mediatico, e errori di calcolo, non possiamo trascurare il tema “Trump”
Il rubicondo tycoon non è certamente un modello di democrazia sostanziale (d’altra partenessuno statunitense potrebbe veramente esserlo) e neppure di politically correctness (e questonon è necessariamente un difetto); ma la sua irruzione sulla scena politica, ha creato un certo panico nelle fila di Wall Street e dei suoi fedeli mandatari.
L’opera di neutralizzazione dello “spettro” Trump, l’aveva cominciata Wolf, anticipando il mood, sprezzante verso le scelte dell’elettorato laddove si rivelino idraulicamente non controllabili, che avrebbe poi caratterizzato la valutazione dell’esito del referendum Brexitda parte dell’establishment mediatico-oligarchico.

3. Più di recente, a primarie vinte da Trump, (tralasciando le fonti italo-€uropee del “panico da prestazione”…di Hillary, non di Bill), persino Michael Moore si esibisce sconsolato in una lunga analisi sul perché vincerà Trump – o perderebbe la Clinton-, rifacendosi ad un’analisti sbilanciata sul sovrastrutturale (dando per scontato che il melting-pot, visto come epopea positiva, abbia prodotto una maggioranza benpensante di poveri&gggiovani-ma buoni, multirazziale e culturalmente ricca di consapevole buon senso progressista) e toccando solo tangenzialmente l’aspetto strutturale (quando parla degli effetti del NAFTA su Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin: naturalmente le famiglie operaie bombardate a zero dalla globalizzazione forzata sono grette e irriconoscenti).
Ora l’errore di calcolo deriva da un atteggiamento di eccessiva confidenza nel “metodo”che caratterizza questa eccezionale, per forza e durata, concentrazione di potere oligarchico-finanziario.

4. Nel caso della Clinton, l’errore che forse può rivelarsi decisivo è la designazione come vice-presidente, in ticket di candidatura, di Tim Kaine; una designazione che si rivela motivo di polemica, proprio nel marasma che si preannuncia essere la Convention democratica di proclamazione della sua candidatura, caratterizzata, da subito, dallo scontento dei sostenitori di Sanders (“aiutato” dall’ennesimo mailing-leak) per la “strana conduzione” del voto delle primarie nonché per l’intransigenza della Clinton nell’accettare, nella sua piattaforma programmatica, elementi diversi da quelli della cosmesi instillata dai suoi ricchi sponsor.

Diciamo subito che sarei stato stupito – e, in un certo senso, anche deluso- se la Clinton avesse scelto come candidata-vice Elizabeth Warren, una delle più illuminate figure politiche prodotte, quasi a sorpresa, dal sistema USA: la senatrice Warren, ph.d in law e insegnante di diritto, ma versata in studi economico-finanziari, è forse la più efficace avversatrice dell’establishment politico prostrato dinnanzi al potere di finanziamento politico-elettorale di Wall-Street e dintorni, ma anche dello stesso Trump (v.qui, infine), che con lei, attenta ai fatti e con una limpida conduzione politica e professionale, non ha vita facile. 

5. Elizabeth, presenta un generale profilo del tutto opposto alla Clinton: ha avversato con solide argomentazioni (applicabili in toto al TTIP), il TTP, evidenziandone in un epico discorso al Senato, il carattere di “privilegio speciale” per le multinazionali, dannoso per lavoratori, consumatori e diritti umani, e, soprattutto, è la più eminente e autorevole sostenitrice del Glass-Steagall Act del 21° secolo (questione spiegata in una sintesi di esemplare chiarezza).
Ce n’è abbastanza per spiegare la sua mancata candidatura a vice della Clinton, nonostante la sua tiepida apertura in tal senso in occasione delle (chiacchierate) primarie in California.
Di tutt’altra pasta è Kainecome emerge da una vox populi piuttosto ben informata, e attenta ad aspetti molto concreti e tecnici, dunque ben diversa da quella che immagina Moore quando dipinge il dissenziente dalla linea Clinton-progressismo cosmetico, Kaine è stato un acceso sostenitore del TTP, come pure propugna ovviamente il TTIP e, addirittura, si spende per un’ulteriore deregulation bancaria, ritenendo alcuni grossi istituti “regionali”, troppo gravati da oneri di informazione, fino a entrare in polemica con la Yellen (alla faccia dell’indipendenza della BC che, quando intralcia il lavorone del capitalismo finanziario, può essere tranquillamente bypassata).

6. La linea Clinton, dunque, non soffre di tentennamento alcuno: e questo non potrebbe essere che segno o di una certezza di vittoria per motivi che ancora non risultano noti nel contesto politico, e che agli attuali comentatori, così come ai sostenitori di Sanders, paiono sfuggire, o di una miopia dettata dall’arroganza di credere che, avere i più forti dalla propria parte, garantirebbe sempre e comunque la capacità di condizionare l’elettorato.
Naturalmente, la Clinton, a questo giro, potrebbe pure prevalere: ma in prospettiva a che prezzo
Sarebbe solo un ritardare la ormai inarrestabile sollevazione della ignorata e, sostanzialmente disprezzata, ex-middle class. 
In una linea di tendenza che lascerebbe sul fronte interno, solo macerie e un futuro crescente malcontento, tale da travolgere entrambi i partiti tradizionali, passando per una recessione nel 2018, come previsto, scherzando ma non troppo, da un grande economista come Reich
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