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LA SCIENZA AL TEMPO DEL TERRORE di Moreno Pasquinelli

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Premetto che non ho nulla contro il mito. Ben al contrario, condivido la rivalutazione del mito che fece Giambattista Vico nella sua Scienza Nuova, per cui non solo non c’è una muraglia tra storia  vera e storia falsa; per cui l’attività mitopoietica e fantastica è una funzione decisiva dello spirito, esprime una visione del mondo, e per questo esso è creativo di realtà.

Se c’è invece un mito da contrastare è proprio quello della scienza perché esso si camuffa come anti-mito per eccellenza, come sola forma di sapere certo, indiscutibile, veritativo. E’ insomma lo “scientismo”che va combattuto.

Basta guardarsi attorno in questi giorni di presunta pandemia da Covid-19: il decisore politico attua provvedimenti draconiani senza precedenti, e non lo fa solo in nome della sua discutibile idea di “salute pubblica”, ma giustifica con solenne fermezza che il suo atto di forza lo chiede la scienza.

Niente di nuovo sotto il cielo. Non è forse vero che decenni di austerità e drastici tagli alla spesa pubblica sono stati compiuti dai governi in nome della scienza — nella fattispecie lo stuolo di economisti neoliberisti che ci spiegavano come lo Stato ed i poteri politici dovevano togliersi di mezzo e lasciar fare il mercato? Di qui la famigerata “governance”, ovvero i tecnici al potere, in quanto i soli tutelati a leggere i fondi di caffè per interpretare i misteriosi segni della smithiana “mano invisibile”. I tecnici, i sacerdoti della scienza economica, per sua natura evidentemente “non-democratica”.

Ai tempi del Corona virus è la stessa antifona, cambia solo la sfera dove si applicano i dispositivi biopolitici di controllo sociale: ci si affida ai virologi, agli intettivologi, agli epidemiologi, ai pneumologi (notare la raccapiricciante e autistica compartimentazione) come certe comunità primitive si affidavano agli sciamani, depositari dei saperi in quanto medium con l’ultraterreno. Che poi queste teste d’uovo, malgrado il loro pitagorismo magico, interpretino i numeri a seconda di come gli vien meglio non conta, ci pensa il decisore politico a stabilire quale sia la verità ufficiale, i numeri da giocare al lotto.

Ma cos’è “scienza”? Cosa si intende per verità scientifica?

Il discorso qui si farebbe lungo, ci sono di mezzo discipline toste come la filosofia della scienza, la gnoseologia, l’epistemologia, e non è proprio il caso di farla lunga. Tuttavia alcune cose vanno dette, per evitare di prendere come oro colato questa o quella opinione (doxa), questa o quella spiegazione  “scientifica”.

Anticamente si parlava di scienza come epistéme, quindi di conoscenza certa, sempre vera, frutto di deduzioni logiche indubitabili. Poi arriveranno Galileo, Bacone, Newton e Comte. Il metodo deduttivo venne rimpiazzato da quello induttivo della sperimentazione: scienza era l’osservazione dei fenomeni e la capacità di spiegarne le cause con leggi naturali invarianti.

L’empirismo moderno, in tutte le sue sfaccettature, in particolare il positivismo, seguirà questo sentiero: un enunciato o un sistema di enunciati, per essere considerati scientifici e provvisti di significanza conoscitiva, debbono accettare il principio di verificazione.

Poi venne K.Popper che rovesciò il paradigma e invertì il principio di verificazione con quello di falsificazione, per cui un’ipotesi o una teoria sarebbero da considerarsi scientifici se e solo se suscettibili di essere smentite dai fatti dell’esperienza. Un rovesciamento, quello popperiano, che restava tuttavia entro il perimetro concettuale sperimentalistico e neopositivistico.

Nonostante di acqua sotto i ponti, dai tempi di Popper, ne sia passata parecchia, è un fatto che il potere, avendo bisogno di una fonte potente di legittimazione, ha riportato in auge l’idea che “la scienza” sia non solo neutrale, ma la sola disciplina che possa pretendere di affermare la verità, che dia una garanzia di assoluta validità e il massimo grado di certezza. Assistiamo al revival del neopositivismo: nessun limite o freno al dispiegamento della conoscenza “scientifica”,  l’unica che possa garantire il progresso, anzi l’unica che abbia la salvifica missione di evitare all’umanità la catastrofe – qui vale il salmo 41: “Abyssus abyssum invocat”: l’abisso chiama l’abisso

Quanto mai calzante l’ammonimento di L.Pareyson:

“Lo scienziato ha certamente il diritto incontestabile di dichiarare che il sapere scientifico è l’unico adatto agli oggetti della sua ricerca; ma non può estendere e assolutizzare il sapere scientifico sino a pretendere che sia considerato come l’unica forma di sapere possibile. Se lo fa, con ciò stesso, cessa di fare della scienza, perché la proposizione “non c’è altra forma di sapere che il sapere scientifico” non è una proposizione scientifica, bensì una proposizione filosofica […] egli fa dunque della filosofia, ma lo fa senza saperlo, cioè fa della filosofia acritica e inconsapevole, insomma della cattiva filosofia”. [Verità e interpretazione, Mursia 1971, pag.196]

Tornando al punto. Dopo Popper (e contro Popper) s’è fatta avanti quella che viene definita epistemologia postpositivistica, ovvero, restando all’abusato suffisso, post-popperiana (Khun, Lakatos, Feyerabend, Hanson).

Cosa sostengono gli epistemologi post-popperiani? Provo a riassumerlo in nove tesi:

(1) Non regge, ad un’analisi rigorosa della storia delle scienze, l’idea tradizionale del progresso scientifico, né nella forma di un’accumulazione crescente di certezze, né in quella popperiana della cosiddetta approssimazione graduale alla verità. Non possono essere comprese davvero le teorie scientifiche e la loro significanza se non collocandole in quadri e strutture concettuali più ampi quali sono appunto i paradigmi (Khun) o, per dirla con Bachelard, cito a memoria: la storia della scienza non procede in maniera cumulativa e lineare ma tramite rivoluzioni teoriche e fratture (rupture), che annullano i pilastri concettuali precedenti;

(2) E’ destituita di fondamento l’idea che la scienza dia risposte valide al di là della storia, del contesto sociale e culturale dato. Gli asserti scientifici hanno invece carattere storico-temporale, una portata necessariamente relativa;

(3) Si deve quindi tenere in considerazione, quando si giudica il discorso scientifico, dell’organizzazione economico-sociale, della struttura dei rapporti sociali e della loro natura classista, dei soggetti che finanziano e orientano, seguendo i loro specifici interessi, i programmi di ricerca scientifica; infine si deve considerare sempre l’ideologia dominante. Si tratta di fattori decisivi che condizionano l’opera dello scienziato, e co-determinano i risultati del suo lavoro. C’è sempre una relazione stringente tra attività scientifica e relazioni sociali, tra essa e il mondo dei valori nel momento dato;

(4) In sede di giudizio sul lavoro e sul sapere scientifici non vanno quindi presi in considerazione solo gli aspetti logico-astratti ma pure quelli concreti;

(5) Non hanno fondamento un’epistemologia e una filosofia della scienza senza la storia della scienza;

(6) Non vale la dicotomia fra scienza e metafisica, non esiste una linea netta di demarcazione tra discorso scientifico e pseudo-scientifico, occorre invece un approccio olistico, che consideri il legame tra attività scientifica ed altre sfere sociali, la politica anzitutto;

(7) E’ una credenza illusoria che esista un linguaggio osservativo (dei fenomeni) neutrale. L’uomo che osserva, tanto più se scienziato, non è una macchina fotografica. L’osservatore non è mai neutrale, né “oggettivo”, il suo vedere dipende in modo costitutivo da una costellazione di assunzioni teoriche, se non addirittura dalla sua ideologia;

(8) Di contro all’idea che possa esistere una base empirica neutrale in grado di fungere da criterio di “verificabilità” o “falsificabilità”, è vero invece che ogni osservazione è carica di teoria sottostante e implica un ruolo attivo dell’Io (Theory ladenness);

(9) Il valore di un asserto o ipotesi scientifica non va misurato in termini di “verità”, bensì in base al “consenso” che tali asserti o ipotesi ottengono nelle circostanze storico-sociali date.

Quanto detto mi pare sia degno di attenzione, più che mai adesso, quando il potere, non si limita a dichiarare lo Stato d’eccezione e ad porre agli arresti domiciliari sessanta milioni di cittadini, lo fa  giustificando questa mossa col discorso per cui “ce lo chiede la scienza”. Mossa inopinatamente  sovranista, se ci pensate, visto che prima il motivetto era… “ce lo chiede l’Europa”.

Se quanto scritto ha valore ognuno avrà capito che niente, tanto meno in un mondo terremotato da decenni di neoliberismo e di supremazia del “pensiero unico”, tanto meno dentro lo Stato d’eccezione, può pretendere di essere neutrale, meno che mai lo sono epidemiologi, virologi e infettivologhi forgiati nelle officine della “scienza normale” ed a libro paga del regime.

Non dico che tutto quanto essi affermano sia falso, dico che non potendo sputare sul piatto dove mangiano non possono certo smentire il decisore politico. Per cui, seguendo questa volta Cartesio,  dubitare non è solo lecito ma un obbligo, al contempo morale, politico e scientifico.

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15 pensieri su “LA SCIENZA AL TEMPO DEL TERRORE di Moreno Pasquinelli”

  1. Fabrizio dice:

    Questo nostro scetticismo, vedi pure l’articolo di Becchi, va bene se discusso in una comunita’ di filosofi”, ma dinanzi all’irrompere delle psicosi collettive indotte, puo’ veramente poco. Anzi viene accolto malamente ed e’ anche controproducente. Un altro e,’ secondo me, il punto su cui bisogna battere. L’ingestibilita’ di queste emergenze sanitarie e’ dovuto proprio allo smantellamento progressivo della sanita’pubblica a partire dalla seconda meta’ degli ani 80 del novecento e allo svilimento sistematico del SSN, tutto con la collusione dei sindacati. Quando si affievolira’ il caos di questa situazione dobbiamo farci trovare pronti per promuovere una campagna per il rilancio di una sanita’ pubblica efficace ed efficiente gratuita per tutti. Mutatis mutandis per es., riguardo il dissesto idrogeologico mediante il ripristino delle Province.

  2. Giulio Bonali dice:

    Possono sembrare considerazioni un po’ campate in aria di questi tempi, ma credo che per affrontare qualsiasi problema pratico con una ragionevole speranza di venirne a capo sia necessario un adeguato, razionale inquadramento teorico (e d’ altra parte, essendo costretti di fatto, che si sia convinti o meno dell’ utilità della cosa, a limitare drasticamente le nostre attività abituali, il tempo per riflettere non ci manca).
    Per questo concordo pienamente con la scelta di Moreno di considerare pienamente attuale la critica (per quel che mi riguarda razionale, e non irrazionalistica) della conoscenza; e della conoscenza scientifica in particolare.
    Dissento invece radicalmente dalle sue tesi in proposito, cui provo ad obiettare punto per punto.

    A mio parere Moreno in questo intervento confonde ripetutamente e indebitamente le distorsioni “scientistiche” (e dunque irrazionalistiche, essendo per me lo scientismo un irrazionalismo) della conoscenza scientifica con una corretta, conseguentemente razionalistica concezione della scienza stessa (che per lo meno in larga misura e criticamente ha da essere empiristica; e non positivistica, che é ben atra cosa!); così portando acqua, credo senza volerlo, al mulino dell’ irrazionalismo e della razione.

    1 Il “mito della scienza” non é affatto scienza ma (come tutti i miti, in maggiore o minor misura) irrazionalismo; in particolare é irrazionalismo scientistico – positivistico; e sono convinto con Lucacs che in generale l’ irrazionalismo sia per lo meno “di regola” (salvo eccezioni che la confermano) reazionario, tanto più quanto più procede il progresso (non ininterrotto e men che meno “trionfale”, ca va sans dire) delle conoscenze scientifiche (mai assolute, integrali, perfette, sempre da sottoporre al sistematico dubbio metodico razionale, ca va sans dire).
    E’ invece pessima, irrazionalistica filosofia positivistica.

    2 L’ economia non é scienza in senso stretto (“scienza naturale”; che presupporrebbe la materialità e misurabilità nonché l’ intersoggettività di tutti i fattori in gioco, cosa che evidentemente non si da di cose come i desideri, le preferenze, i bisogni, le aspirazioni, le speranze, le credenze, i dubbi, ecc. che in economia contano non poco); nel caso dell’ economia capitalistica borghese poi, non si tratta nemmeno di “scienza umana” o scienza in senso lato, ma semplicemente di volgari mistificazioni ideologiche al servizio del potere e del privilegio.

    3 In questi giorni virologi, infettivologi ed epidemiologi stanno per lo più dimostrando grande superficialità e imprudenza, sparando come verità apodittiche quelle che sono al massimo soltanto ragionevoli ipotesi più o meno fondate. Ma la scienza é una cosa, gli scienziati (spessissimo, come notava acutamente il grande Engels 150 anni fa, spregiatori della filosofia e per questo inevitabilmente ancorati ai più vetusti e più ampiamente superati residui delle peggiori filosofie irrazionalistiche) un’ altra cosa; se un presuntuoso meteorologo pretendesse di dirmi che tempo farà a Cremona fra le quattro e le quattro e trenta del 27 Luglio 2032 non ne conseguirebbe che la meteorologia é una fesseria e che se domani prevedesse mare in burrasca sarebbe buona cosa andare a pescare, magari su un’ imbarcazione poco sicura.

    4 L’ empirismo moderno include, oltre a Bacone, anche David Hume, il quale é autore, a mio modesto parere, della più profonda, “spietata” e insuperata (fra l’ altro anche Popper si basa sostanzialmente su di essa) critica razionale dell’ induzione e della conoscenze empiriche (in particolare scientifiche) che sull’ induzione si fondano.

    5 Che il potere propaghi ideologie irrazionalistiche a suo proprio vantaggio é del tutto ovvio.
    Lo scientismo positivistico in particolare sostiene “l’idea che “la scienza” sia non solo neutrale, sia la sola disciplina che possa pretendere di affermare la verità, che dia una garanzia di assoluta validità e il massimo grado di certezza. Assistiamo al revival del neopositivismo: nessun limite o freno al dispiegamento della conoscenza “scientifica”, l’unica che possa garantire il progresso”; ma il fatto che non esistano solo verità scientifiche (ma anche filosofiche, in particolare, non meno importanti), il fatto ovvio che la conoscenza scientifica non sia affatto illimitata né assoluta e che non sia sufficiente (ma comunque necessaria!) al progresso della civiltà umana non significa affatto che non sia oggettiva (poste certe condizioni indimostrabili, come acutamente evidenziò la critica razionale conseguente di David Hume”; quello di “neutralità” -o meno- é un concetto pertinente alle applicazioni tecniche delle conoscenze scientifiche e non alla scienza, relativamente alla quale é gravemente fuorviante, al contrario di quello di “oggettività” -o meno-), né che non sia nel suo proprio campo (fisico materiale naturale) e limitatamente ad esso in grado di conseguire il massimo (ma inevitabilmente limitato relativo, ca va sans dire!) “grado di certezza” umanamente possibile (non mi pare proprio che sia minimamente più fondata e certa alcuna alternativa delle molte alternative che presuntuosamente alla scienza pretendono di sostituirsi: superstizioni, religioni, miti, new age, chiromanzia, astrologia, oroscopi, psicoanalisi, “olismi”, ecc.!).

    6 Concordo perfettamente con quanto citato di Pareyson (che purtroppo conosco solo per sentito dire; penso proprio che o leggerò!), che però mi sembra indebitamente distorto e anzi stravolto da Moreno; lo “ri-” cito:
    “Lo scienziato ha certamente il diritto incontestabile di dichiarare che il sapere scientifico è l’unico adatto agli oggetti della sua ricerca; ma non può estendere e assolutizzare il sapere scientifico sino a pretendere che sia considerato come l’unica forma di sapere possibile. Se lo fa, con ciò stesso, cessa di far della scienza, perché la proposizione “non c’è altra forma di sapere che il sapere scientifico” non è una proposizione scientifica, bensì una proposizione filosofica […] egli fa dunque della filosofia, ma lo fa senza saperlo, cioè fa della filosofia acritica e inconsapevole, insomma della cattiva filosofia”. [Verità e interpretazione, Mursia 1971, pag.196].
    Questa non é altro che una splendida critica filosofica razionalistica dell’ irrazionalismo positivistico e scientistico (perfettamente in linea con quella da me ricordata di Engels, nella Dialettica della natura).

    7 Circa l’ epistemologia post-popperiana dominante, a me pare una tipica espressione di ideologia irrazionalstica al servizio del potere e del privilegio (perfettamente” spiegabile dal materialismo storico in questi tempi di cupa reazione, di Restaurazione.2; non che Popper non fosse anche lui, almeno per certi importanti versi, esponente dell’ ideologia dominante; ma di quella propria di una fase di relativamente minor “putrefazione oggettiva” dei rapporti di produzione capitalistici, e dunque relativamente meno reazionaria).
    Per questo é scaduta nel relativismo chiarissimamente irrazionalistico; che é ben altro -e che non va confuso- con un sano scetticismo razionalistico: mentre l’ irrazionalistico e reazionario relativismo epistemologico pretende che ogni e qualsiasi pretesa “conoscenza” (i pretesi “saperi”, al plurale) sia perfettamente vera (anche quelle reciprocamente contraddittorie!), tutto all’ opposto un sano scetticismo razionalistico “humeiano” é consapevole che nessuna conoscenza scientifica é certa al di là di ogni ragionevole dubbio, essendo necessariamente fonata (anche), oltre che sull’ empiria, sul presupposto indimostrabile logicamente né provabile empiricamente dell’ inferenza induttiva; e tuttavia é quel tipo di conoscenza del mondo naturale materiale (e solo di questo, ca va sans dire) che é di gran lunga, incomparabilmente più saldamente fondato di qualsiasi pretesa alternativa irrazionalistica (mondo naturale materiale che non esaurisce la realtà conoscibile in toto: la scienze naturali, correttamente intese e non in quanto scorrettamente caricaturalizzate tanto dagli irrazionalismi relativistici, religiosi, superstiziosi, ecc. consapevolmente antiscientifici, quanto da quello positivistico-scientistico falsamente preteso “filoscientifico”; e la conoscenza scientifica del quale non é mai integrale, assoluta, “perfetta” come già ben sapeva il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo; ragion per cui fra l’ altro la storia della scienza non dovrebbe mai essere bandita dalla scienza).

    8 La scienza non può bastare senza filosofia (ontologia; metafisica o meno, é tutto un grosso discorso che andrebbe adeguatamente sviluppato); ma ciò non significa che si tratti di ben distinte conoscenze, confondendo le quali fra loro in un generico, confuso “olismo” si cade nell’ hegeliana “notte in cui tutte la vacche sembrano nere”.

    9 Il fatto che del soggetto di osservazione e del suo “punto di vista” si debba tenere conto non giustifica affatto il relativismo epistemologico per il quale tutte le pretese di conoscenza sarebbero altrettanto vere: le correlazioni fra i “punti di vista” soggettivi” sono a loro volta oggettivi (poste determinate premesse indimostrabili: Hume”!) e oggettivamente determinano e correlano le “visioni” che rispettivamente se ne possono avere del mondo materiale naturale oggettivo (che dunque non si possono affatto stabilire arbitrariamente, ad libitum dei soggetti).

    10 Per secoli i dotti, in relazione a circostanze storico-sociali date, hanno consentito col fatto che la terra fosse al centro dell’ universo; il che non ne ha fatto minimamente una verità scientifica (ma casomai qualcosa di falsamente creduto tale).
    Perché il materialismo storico correttamente inteso sostiene s^ che il contesto sociale e in particolare la sua base economica condiziona (in ultima analisi a attraverso complesse mediazioni) le sovrastrutture, e in particolare quella scientifica; ma non nel senso che ne detterebbe i “contenuti di verità” o le conoscenze, le teorie alla maniera nella quale Dio avrebbe dettato a Maometto il Corano, ma invece che a seconda dei casi ne favorisce o impedisce in questa o quella branca, in maggiore o minor misura lo sviluppo, l’ accrescimento in estensione e in profondità tendenziale (e non ininterrotto e men che meno “trionfale”, non privo -anche- di fasi di stasi e di regressione, ca va sans dire). Per esempio concedendo maggiore o minor libertà alla ricerca e alla diffusione delle idee e maggiore o minor disponibilità di mezzi tecnici di osservazione; il che talora favorisce, talaltra ostacola in varia misura la scoperta e la diffusione delle verità scientifiche (limitate, relative, inevitabilmente “frammiste di errori e falsità”, ca va sans dire); criterio delle quali non sono affatto gli interessi delle classi dominanti, bensì le verifiche/falsificazioni empiriche; fra l’ altro se così non fosse non potrebbe affatto darsi alcun progresso storico, alcun sovvertimento di superati, ingiusti assetti sociali).

  3. Alberto Figliuzzi dice:

    Impeccabile lo scritto di Moreno Pasquinelli, che in maniera originale interpreta sul piano epistemologico la situazìone che stiamo vivendo.

  4. Sollevazione dice:

    fabrizio, ci scusi,

    ma che cazzo c’entra?

  5. armando mattioli dice:

    Dice Moreno: “Se quanto scritto ha valore ognuno avrà capito che niente, tanto meno in un mondo terremotato da decenni di neoliberismo e di supremazia del “pensiero unico”, tanto meno dentro lo Stato d’eccezione, può pretendere di essere neutrale, meno che mai lo sono epidemiologi, virologi e infettivologhi forgiati nelle officine della “scienza normale” ed a libro paga del regime. Non dico che tutto quanto essi affermano sia falso, dico che non potendo sputare sul piatto dove mangiano non possono certo smentire il decisore politico. Per cui, seguendo questa volta Cartesio, dubitare non è solo lecito ma un obbligo, al contempo morale, politico e scientifico.” Debbo confutare conoscendo, ab interno, il mondo dell’epidemiologia ambientale italiana queste affermazioni assolute, che buttano un bel giovanotto insieme a poca acqua sporca (ma dove non ne troviamo?). Medico del lavoro, mi occupo con una buona esperienza alle spalle di Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) legato all’inquinamento, basata su questa linea guida http://www.ccm-network.it/imgs/C_27_MAIN_progetto_416_listaFile_List11_itemName_2_file.pdf . A pagina 5 si legge:”La novità di questo approccio risiede nel proporre un percorso integrato e procedure elaborate per effettuare valutazioni improntate al rispetto dei valori di fondo cui la VIS si ispira: democrazia, equità, sviluppo sostenibile e uso etico delle prove scientifiche.” DEMOCRAZIA, equità, sviluppo sostenibile e uso etico delle prove scientifiche! A pag. 14 si contestualizza l’inquinamento con vari determinanti di salute dal micro (caratteristiche genetiche degli individui) fino ad arrivare al macro- anche economico, passando per gli aspetti socio-economici del territorio. A pag. 15 si parla di Complessità e incertezza nella VIS e della necessità di coinvolgere gli stake holders definiti a pag. 38 partendo da • organizzazioni di cittadini;• residenti. Gli epidemiologi ambientali italiani sono di altissimo livello e sono quelli che hanno calcolato i morti provocati dall’ILVA a Taranto, le malformazioni alla nascita attorno al petrolchimico di Gela o al sito inquinato di Papigno-Terni ed altri 42 siti inquinati in Italia (vedi studio Sentieri). Grazie al loro studio fatto sugli effetti dell’inquinamento causato dal poligono militare in Sardegna del Salto di Quirra, il più grande di Europa, si sono dimostrati gli effetti tumorali sulla popolazione e sui militari. Insomma, definire queste persone, alcune delle quali ho avuto la possibilità di conoscere e lavorarci insieme ottenendone preziosi consigli, utili per bloccare attività di un paio di inceneritori “forgiati nelle officine della “scienza normale” ed a libro paga del regime” è profondamente sbagliato. Oltretutto ci priverebbe del supporto di scienziati di valore rendendoci poco credibili presso di loro; e dia solo sa quanto è importante portare dalla nostra parte l’intellighenzia, quella non asservita al regime e troppo spesso emarginata. Non facciamo errori così tragici. PS: quelli che conosco io, o non si sono espressi sulla questione coronavirus o lo hanno fatto con grande cautela, essendo i dati ancora poco stabili.

  6. Fabrizio dice:

    Mi dispiace se le mie parole abbiano dato fastidio tale da provocare un commento cosi’ prosaico da parte della redazione, ma forse sono abituato a ragionare diversamente . Le parole di moreno come l’articolo di becchi, mi hanno stimolato la riflessione di cui sopra che non vuole essere per nulla polemica, ma solo la considerazione che tali analisi, forse, sbagliano il bersaglio. Certamente nessuno di noi e’ depositario della verita’, ma questo non e’ il tempo delle polemiche.
    Buon lavoro.

    1. Nina dice:

      Fabrizio, lei scrive «non e’ il tempo delle polemiche». E perché? Dovrei accettare supinamente le misure incondivisibili del governo? Dovrei accettare di essere ai domiciliari senza nulla aver commesso, mentre sono proprio i governi che con i tagli alla sanità hanno rubato per anni ai cittadini posti letto in ospedale? Dovrei accettare che i ricconi fanno tamponi a tutta randa, mentre al popolo sono preclusi? Dovrei accettare l’elemosina del governo contro gli stanziamenti tedeschi? Dovrei non considerare quello che fanno nel Regno Unito e in Corea? Noi siamo reclusi e in questi giorni chiudiamo senza possibilità di avere liquidità.
      Mi spiace, ma io non condivido affatto che bisogna stare zitti. Significa voler fare i ciechi e accettare fatalisticamente ciò che arriva. Non ci sto.
      Dalle mie parti l’insofferenza aumenta, e non credo sia l’unico posto in Italia.
      Nina

  7. Piero dice:

    Ho trovato interessante e condivisibile quanto scritto. Molto meno le conclusioni che, rispetto alle considerazioni che precedono, sembrano una forzatura, queste si, di tipo fideistico. ” Non dico che tutto quanto essi affermano sia falso ‘sic’ , dico che non potendo sputare nel piatto dove mangiano….” . L’obbligo a dubitare non sembra venire da Cartesio, che non c’entra nulla, ma più propriamente da un preconcetto dell’autore. Diciamo che non vuole smentire la linea editoriale assunta, al di là dell’evidenza, da Sollevazione. Che Conte e/o Di Maio, decisori politici per caso, possano avere chissà quale disegno politico o esserne portatori mi sembra francamente improbabile. Ma forse mi sbaglio…..

    1. Mario dice:

      Secondo me Conte e Di Maio assieme a tutti i loro colleghi hanno semplicemente perso la testa, altro che disegno politico.

  8. Sollevazione dice:

    data la mole di lavoro politico, tecnico ed editoriale che grave sulla nostra piccola redazione, riponderemo al compagno Giulio Bonali con la serietà che merita, quando troveremo un po’ di tempo. D. Hume non si può certo liquidare in quattro e quattr’otto. Resta che egli fu un empirista radicale, e che l’empirismo, storica visione gnoseologica della borghesia che fu, non ci appartiene. Ma ci torneremo.

    Rispondiamo invece all’amico Piero.

    Che la linea scelta da SOLLEVAZIONE sull’emergenza Covid-19 sia sballata lo vedremo, converrà, alla fine dello psicodramma.

    Piero in pratica ci dice: “siccome le misure sono prese da un governicchio, per quanto draconiane, essienon significano affatto che ci abbiano gettato in uno STATO D’ECCEZIONE”.

    Il fatto è, caro Piero, che il passato ci ha mostrato che svolte autoritarie, sono incubate sempre in situazioni di estrema fragilità istituzionale. OVVERO: SONO SEMPRE STATI GOVERNI DEBOLI CHE, ADOTTANDO MISURE BONAPARTISTE (massimo decisionismo dell’Esecutivo), hanno spianato la strada a regimi dittariali, ovvero al DICTATOR.

    Un caso da scuola, quello delle Repubblica di Weimar. Hindemburg diede pieni poteri a Hitler solo dopo che i deboli e traballanti governi di Von Papen e Bruning, avevano fatto già ricorso a provvedimenti antidemocratici che avevano messo fuori gioco il sistema parlamentare. Nazismo e fascismo non furono colpi di stato venuti come fulini a ciel sereno, ma come risultato d cumulativo di misure draconiane. Si può prendere ad esempio anche la nostra Italia. La dittatura fu figlia di grande instabilità e di esecutivi debolissimi. Per non dire che le Leggi speciali fasciste emanate il 26 novembre 1926 (“Provvedimenti per la Difesa dello Stato”.) furono precedute da altre leggi “fascistissime”.

    Moreno Pasquinelli

  9. Sollevazione dice:

    Armando scrive:

    « Insomma, definire queste persone, alcune delle quali ho avuto la possibilità di conoscere e lavorarci insieme ottenendone preziosi consigli, utili per bloccare attività di un paio di inceneritori “forgiati nelle officine della “scienza normale” ed a libro paga del regime” è profondamente sbagliato».

    L’ECCEZIONE CONFERMA LA REGOLA.

    Ci sono certo scenziati che vanno controcorrente. E’ vero anche nel caso del Covid-19. Sta di fatto che il regime da la parola solo a coloro che confermano le tesi ufficiali e le misure fascistodi che hanno fatto dell’Italia una prigione a cielo aperto.

  10. gino dice:

    non mi riferisco all´attualitá, faccio un discorso generale.
    non mi piace l´”assolutismo del relativismo’. la “veritá come consenso” é che é il vero neoliberismo, ovvero l´indagine della realtá ridotta a scelta del consumatore.
    per me c´é UNA realtá. a volte possiamo definirla con certezza.
    ho letto oggi un articolo di sollevazione davanti a uno schermo? sí, é certamente vero.
    la moda relativista é pericolosa, da un lato é buona per mettere in dubbio teorie false, dall´altro é cattiva perché permette la circolazione di teorie false.

  11. Piero dice:

    Caro Moreno, i casi scuola che ricordi ha effettivamente visto un’uscita autoritaria fascista e nazista da un periodo di crisi sociale, da una parte in un paese prevalentemente agricolo con una forte cultura clericale e dall’altro in un paese che sentiva soffocare la propria riprsa economica e sociale dalle sanzioni post guerra e in tutti e due i casi le forze della sinistra socialista e comunista erano fortemente divise. Non esisteva, come era stato in Russia, il soggetto rivoluzionario che interpretava col le sue parole d’ordine il sentire popolare: la pace subito e l’affrancamento sociale da un potere autoritario e feudale. L’odierna situazione in Italia e nel resto d’Europa non è in alcun modo paragonabile agli esempi che fai o che io ho fatto. In questa situazione data dall’epidemia del corona virus la stragrande maggioranza della popolazione si affida alle misure di distanziamento sociale indicate come unica possibilità per rallentare la diffusione e contrastare la malattia dagli specialisti. Naturalmente non tutti sono, a livello scientifico d’accordo, come ha segualato questo sito in Inghilterra sono di un’altra idea, forse, perché le cose tendono a cambiare nl giro di pochi giorni od ore. Il popolo è impaurito e frastornato, la classe dirigente e debole e al seguito dei, cosiddetti, tecnici. L’occasione per un movimento di sinistra e di trasformazione sociale è grande per dimostrare e attuare un’egemonia culturale politica. Ma questo non può avvenire se no si entra in sintonia con il sentire popolare e proponendo parole d’ordine semplici, comprensibili ed efficaci. Il gridare al pericolo autoritario per delle misure di salute pubblica non mi sembra la migliore decisione politico editoriale. Non dico neppure chi vivrà vedrà, perché da un punto di vista puramente politico mi sembra estremamente debole. Con immutata stima. Piero

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