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STATI UNITI: E ADESSO? di Robert Garner*

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa corrispondenza dagli Stati Uniti.

Cari amici,

mentre scrivo sembra ormai certa la vittoria di J. Biden. Tuttavia Trump esce fortissimo da questa tesissima prova elettorale. Ha ottenuto 68 milioni di voti, 5 milioni in più che nel 2016. Ha perso, ma col 48% del cosiddetto “voto popolare”.

Cosa accadrà adesso?

Trump potrebbe dar fuoco alle polveri, ma non lo farà. Egli è pur sempre un miliardario, un pezzo da novanta dell’élite oligarchica americana, per quando incendiario deve fare i conti con l’establishment repubblicano, che non lo seguirebbe se egli decidesse si scatenare l’inferno, ovvero mobilitare i suoi sostenitori per vie illegali [extra-parlamentari, NdT]. C’è una differenza enorme dal fare l’incendiario a parole e/o coi tweet ed esserlo effettivamente. Quel che certamente farà, sfruttando gli ultimi tre mesi in cui manterrà il controllo della Casa Bianca, da qui fino a gennaio, è usare la sua postazione per mettere i bastoni fra le ruote alla macchina istituzionale che dovrà assicurare il passaggio di consegne a J. Biden. Di sicuro saranno tre mesi di tensioni istituzionali e sociali. Ma Trump non si spingerà fino a scatenare i suoi sostenitori, tantomeno quelli organizzati in milizie armate e pronti a mobilitarsi in suo nome.

Nel giugno scorso, mentre molte città del Paese erano in fiamme, scrivevo:

«Azzardo un pronostico: chiunque sia il vincitore della presidenziali, Biden o Trump, dopo le elezioni l’incendio potrebbe diventare generale per cui, dalla bassa intensità , ci si incamminerà verso una guerra civile dispiegata».

Penserete che io mi contraddica. Non è così.

Che Trump e la sua ristretta cerchia di colonnelli non vogliano davvero oltrepassare la linea oltre la quale si rischia una guerra civile dispiegata, non vuol dire che questa linea non verrà superata.

“The devil makes the posts but not the lids” [Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, NdT].

La società americana era ed è sempre seduta sopra un vulcano. La vittoria di J. Biden non cambia nulla, non risolve nulla. Il vulcano prima o poi è destinato ad esplodere a causa della miscela esplosiva rappresentata dalla generale crisi economica e sociale (approfonditasi con la recessione causata dalla pandemia), dall’aumento massiccio delle aree di esclusione sociale (non dimenticate che qui da noi non c’è un vero sistema di welfare), dalle rinascenti tensioni razziali, dalle profonde divisioni comunitarie nelle grandi metropoli, dall’esistenza di zone di illegalità da tempo fuori controllo.

Trump userà i tre mesi che restano per causare il maggior numero di danni possibili ai suoi avversari e complicare l’inevitabile avvicendamento, cercando di evitare che i suoi sostenitori, soprattutto quelli che fremono per menare le mani, sfuggano al suo proprio controllo.

E qui sta, secondo me, la questione. Ci riuscirà Trump ad addomesticare le sue truppe imbestialite? Vedremo.

Per adesso queste truppe, che erano certe della vittoria elettorale del loro condottiero, sembrano spaesate, spiazzate dalla sconfitta. Ma non ci metteranno molto ad elaborare il lutto. Non solo questo gigante si è messo in moto, esso è destinato a conoscere un processo di metamorfosi. Il composito movimento trumpiano (che va da settori religiosi tradizionalisti a correnti anarco-liberiste, da pezzi dell’oligarchia repubblicana passando per agguerriti gruppi di suprematisti neonazisti) è destinato a transitare su posizioni vieppiù radicali ed estremistiche.

Non penso saranno i gruppuscoli neo-nazi e/ fascisti a guadagnare l’egemonia, penso che verrà componendosi un nuovo ectoplasma ideologico, un mix di sordido anarco-lberismo e tradizionalismo messianico di matrice cristiano-sionista. Dall’altra parte pure la galassia sociale e politica che ha spinto J. Biden è più disomogenea che mai.

Alle spalle del processo elettorale e all’ombra dei democratici è sorto e va consolidandosi un microcosmo di associazioni radicali che i sanderiani in confronto sembrano “pencil necks” [mammolette NdT]. Quel che vale nel campo trumpiano è insomma vero anche sul fronte opposto: si assiste ad una crescita del radicalismo politico e sociale.

Contrariamente alle accuse di Trump non si tratta solo di “Antifà”, né di correnti dell’estrema sinistra anarchica o comunista, sempre state marginali. E’ da tempo in atto negli Stati Uniti un processo di rinascita di un pensiero che a vario titolo possiamo definire “sovversivo”, che ha trovato nelle mobilitazioni antirazziste “black lives matter” [le vite dei neri contano, NdT] un momentaneo momento di coagulazione e attivazione. Il fatto che questi fermenti sino ad ora abbiano agito come truppe di complemento dell’elefante democratico non deve trarre in inganno.

Se dovessi esprimere un pronostico su quali sembianze potrà assumere questo risveglio dell’antagonismo, direi che esso sarà molto più anarcoide che marxista. Vedremo. Nel frattempo, data l’imminente certificazione della sconfitta, Trump riprenderà il pallino in mano. Vedremo fino a che punto vorrà spingersi nella sua promessa di guerriglia istituzionale. Secondo diversi analisti, se non riuscisse ad annullare per frode il risultato elettorale, punterà a calmare le acque pensando di ricandidarsi nel 2024.

* traduzione a cura della Redazione