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L’AFGHANISTAN E IL DESTINO DEL MONDO

Proseguiamo il dibattito sulla débâcle americana. Riceviamo e volentieri pubblichiamo da parte di un lettore

* Nella foto: Kabul, 12 settembre, manifestazione di donne. Nei cartelli si legge tra l’altro: “Le donne che lasciano l’Afghanistan non sono afghane”

Fake news e menzogne di ogni tipo, complottismo negazionista e islamofobia imperante assalgono i lettori di casa nostra che timidamente vorrebbero iniziare a occuparsi, dopo il crollo dell’ordine americano, di questioni geopolitiche.

L’Afghanistan nazionalista e antioccidentale taliban ha visto dal 15 agosto 2021 decine di manifestazioni di donne pashtun in festa per la liberazione dall’invasore, le varie Lucia Goracci, Cecilia Sala o i vari Pietro Del Re in teoria presenti sul campo stranamente non ce lo dicono. I cultori dell’ordine morto e defunto, quell’ordine democratico occidentale dei droni precisi e mirati del Nobel per la Pace Barack Obama su donne e bambini dell’invincibile popolo afgano, non hanno effettivamente più molta voce in capitolo sull’Afghanistan dopo il 15 agosto 2021. Le loro cronache ricordano quelle di pochi anni fa, quando ci raccontavano che tutto andava per il verso giusto per “i costruttori di nazioni” arrivati con le armi più moderne da Oltreoceano.

Indubbiamente in Afghanistan vi è fermento. Chi lo può negare? Nella stessa Jalalabad, culla del nazionalismo taliban pathan, vi sono state nei giorni scorsi proteste a causa della poco trasparente procedura di assegnazione di case a miliziani. I regolamenti di conto vi sono e spesso sfuggono al controllo delle maglie della sicurezza talebana. Molte altre donne afgane, addirittura più tradizionaliste dei taliban, hanno lanciato la campagna online con tanto di abiti assolutamente afgani: “Non toccate i nostri abiti tradizionali”, e le donne “progressiste” occidentali hanno a torto creduto che queste fossero sul loro stesso fronte, non capendo che sono un pochino più “a destra” di loro.

Abbiamo poi proteste contro Kabul da parte degli hazarà sciiti e l’arcinota insurrezione nella Valle dei “Leoni del Panshir”. Si guardano bene però i nostri giornalisti dal dire che tutto in Afghanistan si svolge preceduto dal takbir: Dio è grande! La democrazia occidentale è il male! L’Afghanistan multinazionale e multiforme non vuole perciò il nichilismo necrofilo occidentale. Questo è l’unico dato certo che gli inviati di casa nostra non ci dicono e dovrebbero invece mettere a premessa di ogni loro pezzo. Fulvio Grimaldi, uno dei rarissimi inviati che nel corso negli anni non si sono venduti al Pentagono, afferma oggi con il buonsenso realistico e l’intelligenza che sempre lo hanno contraddistinto che il “breve secolo americano” è finito, i complottisti e i negazionisti di destra e sinistra continuano invece la medesima narrazione, con rappresentazioni diverse, del mensile geopolitico “Limes” (cordata Rothschild), secondo il quale l’americanismo è invincibile, l’Islam sunnita delle varie Fratellanze è fascista e l’11 settembre è una data come le altre. Non è perciò questione di taliban o antitaliban in Afghanistan, la questione è secondaria, il dato centrale è oggi quello dell’Islam politico che apre con sue pesanti fazioni (Iran, Qatar, Taliban, Riad, Islamabad) al potere globale Confuciano.

Il grande Risveglio Islamico, annunciato da Sayyd Qutb (1906-1966) e concretizzato da quel Machiavelli iraniano che fu l’Imam Khomeini, ha sconvolto equilibri che sembravano eterni e indissolubili. Faccia tesoro, la Cina all’offensiva, di questa immensa ed impareggiabile lezione storica e politica che il Medio Oriente ci ha fornito negli ultimi quarant’anni. Al crollo repentino dell’Unione Sovietica seguirà appena tre decenni dopo la morte dell’ordine americano che sembrava perennemente egemone. Al nazionalismo pashtun si potranno forse contrapporre a breve, chi lo sa?, il nazionalismo tagiko (filopersiano) o l’autonomismo sciita hazarà (filopersiano anche questo), ma nessuno in Medio Oriente – nemmeno in Marocco – guarda più alla Washington dei transgender o alla Bruxelles con l’arcobaleno egemone come modelli di civilizzazione. Ahmad Shad Mas’ud, il Leone del Panshir consacrato in questi giorni dai suoi nemici taliban e pashtun nella dimensione di “Eroe nazionale afgano” per la sua passata lotta antisovietica, per quanto storicamente filopersiano e filokhomeinista guardò nell’ultima fase della vita alla nascente Unione Europea come possibile alleata nella battaglia finale contro i Taliban; oggi è però assai improbabile che i resistenti del Panshir possano considerare interlocutori seri e affidabili europei o americani. Possono usare i vari Bernard Henry Levy del caso alla bisogna per motivi di comunicazione propagandistica globale per poi prontamente scaricarli subito dopo. Gli ideologi del genderismo e del progressismo occidentale sono usati come carne da macello dagli opinion maker della cultura islamica, come sostiene giustamente Kamel Daoud, noto per aver scritto nel 2015 che l’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta. Quindi, la politica concreta e la storia di questi tempi ci dicono che l’Islam nelle sue varie manifestazioni è irriducibile alla democrazia genderiana occidentale.

Soleimani e la rinascita del movimento nazionalista taliban

I lettori di questo blog sanno che da anni i tre curatori della pagina geopolitica, pur da posizioni diverse, erano accomunati dalla tendenza a vedere nel Mediterraneo e nel Medio Oriente il centro della guerra di civiltà dei nostri tempi. Le stesse guerre mondiali del secolo scorso, Asia Nipponica contro l’Occidente, si caratterizzavano per il madornale errore strategico-politico tedesco che lasciando totalmente scoperto il centrale fronte mediterraneo scaricava tutto il peso della guerra di civiltà nell’Estremo Oriente. Vedevamo poi in talune tendenze centrali della politica persiana una spia di accensione delle guerre di faglia nelle frontiere dell’Islam insanguinato. Antonio Giustozzi (Newlines Institute for Strategy and Policy) ben ha specificato come fu lo stratega iraniano Qassem Soleimani, subito dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, ad avviare un dialogo politico con i Talebani iniziando a rafforzare di nuovo la comunità nazionalistica pashtun militarmente e logisticamente, nonostante le persecuzioni del precedente Governo taliban contro gli sciiti afgani. Soleimani comprese che il destino della terra si giocava in quel momento proprio in Afghanistan più che nel generico Medio Oriente allargato e che solo i nazionalisti pashtun, momentaneamente sconfitti e declassati dall’invasione occidentale, avrebbero potuto guidare un nuovo processo di liberazione antiamericana del Paese. Il pragmatismo e il realismo politico del generale iraniano fu notevole e denota l’impronta del genio strategico se si pensa che dagli anni ’80 per ordine personale dell’Imam Khomeini l’intelligence iraniana dovesse appoggiare nella lotta contro l’Urss il leader tagiko Ahmad Shah Mas’ud, considerato in quel contesto il più fedele e leale alleato della Rivoluzione Islamica di Tehran.

Soleimani ribaltò d’un tratto la stessa politica afgana dell’Imam Khomeini. Si chiamano appunto strateghi quegli uomini politici i quali, anche se uccisi o apparentemente sconfitti, continuano a operare e agire storicamente. La imprevista e non calcolata – dal Pentagono – decisione strategica di Qassem Soleimani provocò il classico effetto farfalla. Non solo i Talebani si rialzarono velocemente. Iraq, Siria, Yemen, Libano avrebbero quindi sancito sul campo la morte dell’ordine americano, che dal 2008 si trascinava avanti in stato canceroso per cedere finalmente le armi il 15 agosto 2021. Inevitabilmente, nella medesima fase storica, si apriva una lotta di fazioni a Tehran, tutta interna al nazionalismo persiano e di cui si è avuta definitiva contezza solamente negli ultimi tempi. La fazione Ahmadinejad (Basiji più piccoli commercianti della provincia e di Meshad) si differenziava con forza dall’interventismo militare della linea Soleimani (intelligence militare più grandi Fondazioni sociali con cuore a Tehran). Già da presidente, Ahmadinejad prendeva platealmente le aperte distanze sia dai Talebani che dal Baath siriano guardando anche tiepidamente il tradizionale alleato libanese dell’Hezbollah. Ahmadinejad arrivava a rivendicare una sorta di unicità imperiale “persiana-occidentale” nel caos mediorientale, si considerava più figlio del “pagano” Ciro che del martire Hossein e di Karbala, i suoi consiglieri rivedevano con una luce positiva la passata gestione monarchica aprendo addirittura a una possibile pacificazione con Israele (“Noi siamo amici del popolo israeliano” disse ad esempio Ramin Mashaei il 19.07.08). Ahmadinejad criticava poi direttamente il Generale Soleimani, ormai un eroe nazionale per l’intero popolo iraniano, con una lettera pubblica (gennaio 2019).

Nel luglio 2020 l’ex presidente contestava quindi con termini accesi, in Parlamento (Majles), l’accordo tra l’Iran e la Cina, che prevede 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi e la presenza di 5000 soldati cinesi di stanza in Iran. La fazione Ahmadinejad, nonostante la retorica populista e ultraradicale, si definiva sempre di più come la storica corrente filo-occidentale e kemalista del nazionalismo persiano. La linea Soleimani, viceversa, fu capace di promuovere all’interno un nazionalismo modernizzatore basato sulle Fondazioni sociali ma antioccidentale, contemplando sul piano delle Relazioni Internazionali la necessità tattica dell’offensiva militare quale unica, e più veloce, possibilità per un balzo in avanti dell’Iran ancora gravato dal peso della Jang-e-Tahmili “Guerra imposta” (1980-1988) ma anche umiliato e scosso da anni di sanzioni occidentali dirette ai punti vitali della società civile. La martirizzazione di Qassem Soleimani e del suo luogotenente iracheno costringeva l’Iran a una nuova fase gradualistica ma la vittoria del rivoluzionario nazionalista Raisi mostrava nel 2021 che la linea Soleimani rimaneva egemone a Tehran.

L’Iran nei nuovi fronti  

Il leader indiano Narendra Mohdi ha annunciato in questi giorni un grande successo, ovvero di aver invitato a Dehli il nuovo ministro degli esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, considerato ultraconservatore dagli analisti occidentali. Quando questi ultimi parlano di “ultraconservatore” iraniano significa che il politico iraniano appartiene alla linea anti/occidentale, quando parlano di riformisti il contrario, con l’eccezione del partito di Ahmadinejad, il quale come abbiamo detto è conservatore ma filo/occidentale. Lo stesso ministro degli esteri di Tehran ha protestato nei giorni recenti per la repressione taliban antitagika nella Valle del Panshir ma ha precisato che il futuro dell’Afghanistan appartiene esclusivamente a élite e popolo dell’Afghanistan, dunque se la volontà degli afgani è di seguire il Nazionalismo pathan che lo seguano pure, purché il nazionalismo pathan non significhi repressione antisciita.

Il nuovo ordine mondiale, egemonizzato dalla Cina nella forma di un Asse Confuciano-Islamico, prevede per evidenti motivi geosociali e geopolitici la stabilità del Pakistan e dell’Iran. Dopo la martirizzazione di Soleimani, abbiamo assistito a una serie di pesanti ritiri tattici da parte della Repubblica Islamica; si tratta probabilmente di un occultamento degli obiettivi strategici (ketman o taqiyya) in una fase di particolare debolezza. Per quanto l’Iran abbia optato per il fronte di civiltà Confuciano-Islamico noi riteniamo che il crocevia afgano in particolare, vicino-orientale in generale, sarà decisivo nella nuova spartizione e per la definitiva formazione di un nuovo ordine globale. Abbiamo già scritto che la Grande India Nazionalista, di recente attaccata in vari giornali israeliani come “Haaretz” in quanto “nazista” e antiebraica, non resterà a guardare gli altri spartirsi il bottino in questa guerra di civiltà tutt’altro che fredda, come testimoniano le continue e misteriose morti di ambasciatori; per moderare o eventualmente, per puntellare le posizioni revisionistiche e revansciste di Dehli, Tehran sarà fondamentale.




VERSO IL CYBERCAPITALISMO di Moreno Pasquinelli

Appunti sulla grande trasformazione

«Nel capitale vien posta la perennità del valore … la perennità è posta nell’unica forma che può assumere: caducità che passa, processo, vita. Ma questa capacità il capitale l’ottiene soltanto succhiando di continuo l’anima del lavoro vivo, come un vampiro». [1]

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Nel breve saggio IL PIANO STRATEGICO DEL NEMICO abbiamo tentato di svelare i principali  aspetti politici della grande trasformazione in atto del sistema capitalistico (occidentale ma non solo) che va sotto il nome di Grande Reset. Abbiamo sostenuto che la tendenza dominante è quella che vedrà la definitiva sostituzione della forma politica democratica con una “liberal-fascista” — un Leviatano a tre gambe: neo-corporativismo sociale, totalitarismo tecnocratico e stato di psico-polizia. Abbiamo infine segnalato come questa profana trinità avanzi con la maschera di un eversivo feticismo tecno-scientico la cui cifra è un fanatico progressismo.

Come ogni altra metamorfosi sistemica del capitalismo, essa, mentre matura come risposta all’accumulo insostenibile di fattori di crisi, quindi come sforzo per disinnescarli stabilendo un nuovo ordine sistemico, richiede l’esistenza di determinate condizioni di possibilità.

In estrema sintesi: il modello neoliberista, da fattore propulsivo, è diventato un ostacolo alla sopravvivenza del capitalismo.

Si tratta ora, posta la scorza politico-statuale, di svelare quale sarà il nocciolo che essa è preposta a difendere, altrimenti detto di che pasta sarà fatto il capitalismo di ultima generazione.

Opera di disvelamento che dovrà aiutarci quindi a individuare le contraddizioni intrinseche del nascente sistema ovvero i fattori che consentiranno il suo storico trapasso.

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Sin dalle sue origini il capitalismo è cresciuto grazie alla simbiosi strettissima con scienza e tecnica. Ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative profonde trasformazioni sistemiche. Ricordiamo le tre che ci lasciamo alle spalle: 1776, la macchina a vapore consente la meccanizzazione della produzione; 1870, la diffusione dell’elettricità e la trasformazione chimica del petrolio, quindi l’avvento del motore a scoppio, scatenano le forze della produzione di massa; 1960-70, la cibernetica e l’informatica consentono la realizzazione di dispositivi elettronici e macchine capaci di simulare la mente umana facendo compiere alla produzione e allo scambio un salto gigantesco. Ad ogni tappa di questo sviluppo della forza produttiva del capitale hanno corrisposto mutamenti delle forma politica, delle relazioni sociali, del rango delle potenze.

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Con l’avvento della computerizzazione dispiegata siamo già dentro la Quarta Rivoluzione Industriale. Questa provoca una mutazione che per dimensioni e velocità rischia di superare tutte e tre le precedenti messe assieme. Si tratta di un cambiamento che ha un impatto epocale, induce una vera e propria svolta di civiltà. Se già da tempo in molti luoghi di produzione sono adoperati robot programmati semoventi non legati ad una postazione fissa (Mobile Robotics), entro pochi anni è previsto l’utilizzo massiccio di Machine Learning  Techonology, ovvero di macchine dotate di intelligenza artificiale munite di un software e di algoritmi che rendono le macchine predittive, capaci di ottenere risultati che non sono stati programmati ex ante da umani. Per di più con la cosiddetta Internet delle Cose (IOT) saranno operative macchine completamente interconnesse fra loro, che dialogano le une con le altre ed effettuano autodiagnostica e manutenzione preventiva. I profeti di questo Cybercapitalismo prevedono che queste macchine supereranno presto per qualità, capacità e velocità quelle degli esseri umani. In poche parole il Cybercapitalismo porta scritta in fronte la sua utopia, l’automazione totale.

Il vecchio interrogativo — “lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?” [2] — ha una risposta: nel Cybercapitalismo “lavoreremo (quasi) tutti per una macchina intelligente”.

Molte sono le indagini sull’industria del futuro, sull’impatto che avrà l’automazione sulla divisione del lavoro. Esse convergono tutte nel pronosticare che la Machine Learning  Techonology, ovvero la piena gestione macchinica dei processi produttivi (del lavoro morto sul lavoro vivo direbbe Marx) causerà la scomparsa delle figure professionali con alte qualifiche e quelle addette al comando e al controllo dei lavoratori (di cui l’industria avrà pur sempre bisogno) ai quali, dovendo essi ubbidire come automi alle macchine, non sarà chiesta abilità alcuna se non l’erogazione di forza lavoro pura e semplice. Al combinato disposto tra demansionamento e la piena flessibilità in entrata ed uscita dai luoghi di lavoro corrispondono di necessità bassi salari e privazione di diritti.

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Dovendo indicare in estrema sintesi le trasformazioni nella sfera economica abbiamo: (a) Il profitto, proprio grazie alle tecnologie digitali che consentono di monitorare e scandagliare i movimenti ed i bisogni di ognuno, verrà estratto, oltre che con lo sfruttamento diretto, da ogni aspetto della vita. Tutte le sfere dell’umano sono messe a valore. (b) In forza della  potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva del mercato, così da determinare ex ante la domanda e pianificare l’offerta riducendo al minimo il grado di incertezza — si tratta, a ben vedere, del tentativo di attuare la tanto vituperata pianificazione.  (c) Prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale (uberizzazione), i nuovi servi della gleba dovranno fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio guadagno. (d) Come prevede il più ponderoso studio sin qui compiuto [3] con l’automazione di ultima generazione saranno eliminati centinaia di milioni di posti di lavoro e intere professioni, solo negli U.S.A. il 50%.

[continua]

NOTE

[1] Karl Marx. Grundrisse, In Opere Complete, Volume XXX, p.34

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, p.13

[3] Carl Benedikt Frey and Michael A.Osborne, The future of employmen: how susceptible are job sto computerisation




COS’È IL FRONTE DEL DISSENSO

Maria Micaela Bartolucci intervista Moreno Pasquinelli




11 SETTEMBRE 2001: LA SCONFITTA DEL PENTAGONO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Michael Morell, due volte capo della Cia, ha dichiarato che Osama Bin Laden ha vinto la guerra con gli Stati Uniti d’America e il Pentagono deve correre ai ripari. Jason Burke, il più grande ricercatore occidentale su al Qaida, ha scritto nel The Guardian pochi giorni fa che l’Occidente ha perso e perderà tutte le sfide strategiche con l’Islam politico in quanto l’MI6 (reputato il miglior servizio segreto al mondo con il GRU russo e con l’ISI di Islamabad) non è in grado di distinguere le molteplici fazioni politiche musulmane.

Dopo venti anni, è forse un pochino più facile avere una visione chiara dei fatti svoltisi dal 9/11. Ciò che dopo il 1945 fu il punto di forza dell’americanismo, l’essere stato una “ideocrazia machiavelliana”  elitista e una “democrazia militarista di Dio” (non una democrazia liberale, a differenza di quanto la retorica liberal continuava e continua a volerci far credere) basate perciò sull’azione politica del Pentagono, come teorizzava già nel 1943 con la solita lucidità il Burnham nel suo fondamentale saggio The Machiavellians, Defenders of freedom, è oggi diventato una debolezza strategica. Consigliamo di vedere attentamente questo video per comprendere come tale elite burocratico-militare, un tempo dinamica e attiva, gravi al momento odierno come un cancro all’ultimo stadio non solo sul popolo americano ma su tutti i popoli del mondo: https://www.youtube.com/watch?v=G5eK4u4FUgY. Il Pentagono, con le sue multiformi ramificazioni, è il tanto famigerato Stato profondo più profondo che vi sia. I vari Kissinger o Brzezinski così come i neo/con del caso sono gli ideologi della burocrazia militaristica, gli Zdanov dei nostri giorni, di gran lunga meno colti e meno perspicaci di quanto lo fosse un James Burnham. Lo stesso 1984 di Orwell fu probabilmente un plagio delle tesi di Burnham e Bruno Rizzi sul collettivismo burocratico e sulla rivoluzione manageriale.

Non v’è quindi bisogno di eccedere in complotti e dietrologie, gli stessi Rothschild o Soros non sono altro che i garanti di ultima istanza del potere politico e militare del Pentagono e delle miriadi di compagnie mercenarie private sguinzagliate dal complesso militare in giro per le metropoli americane a fare danni. Cacciato Donald Trump con mezzucci e falsificazioni eclatanti da Stato fallito, ora il Pentagono ha fatto sapere di essere già scontento di Joe Biden e di Kamala Harris: il “capitalismo della sorveglianza” diretto da una elite militarista, non tecnocratica o scientifica, è quanto si vuole applicare all’intero Occidente. Non è Amazon e non sono i Gafa a guidare le danze, naturalmente. Sono solo i classici utili idioti che silenziano Trump perché lo ordinano dalla Nasa, dalla CIA, dalla FBI o da Arlington. Chi ha del denaro di suo, di solito, non sa fare politica e non deve sforzarsi molto nell’arte del pensiero.

L’unica salvezza del Pentagono, e forse degli stessi USA, vi sarà probabilmente se il famoso complesso arriverà a insediare direttamente un militare  dei suoi alla Casa Bianca, spazzando via i vari Biden, Trump, Pence o Harris. Per il resto i dati tragici su cui riflettere sono proprio quelli datici in questi giorni dai “veterani” Usa: la guerra senza fine dei Bush e dei Blair, degli Obama e dei Clinton, del Pentagono e dei neocon ha prodotto qualcosa come centinaia di migliaia di vittime musulmane innocenti, mutilati, sfollati, bambini orfani privati di qualsivoglia futuro, bambini bruciati vivi con ferite permanenti irreparabili, campi della morte e delle torture insediati in vari luoghi di Europa e Usa, ma soprattutto, il soprattutto è naturalmente per il Pentagono e per i “veterani”, circa 20 mila soldati occidentali – per lo più americani – uccisi spesso per mano diretta di al Qaeda e Taliban ma in altri casi per mano di altre fazioni islamiche, un numero imprecisato che cresce di giorno in giorno, si viaggia sulle decine e decine di migliaia, di soldati americani che soffrono di “stress da al Qaida” o disturbo psicologico post-traumatico. Molti marines rientrati da Iraq e Afghanistan abbandonano le famiglie e scelgono la vita da barbone e vagabondo sotto i ponti, altri si suicidano, altri ancora spariscono dalla circolazione e divengono irreperibili per i loro stessi famigliari. Il destino dei suoi figli, dei suoi “patrioti”, dei suoi soldati è il destino di un Impero declinante e umiliato su tutti i fronti. La crisi d’identità della “democrazia di Dio” e del fondamentalismo giudeo-cristiano nordamericano ha prima prodotto  l’antiglobalismo trumpiano, ora addirittura il rifiuto dell’intera storia americana (Cancel Culture), concepita da una nutrita schiera di giovani o professori americani come storia di esclusiva barbarie e regresso.

La teoria del complotto mostra il fiato corto di fronte all’ascesa sul piano del dominio globale dell’Asse Confuciano-Islamico. Leggevamo con difficoltà il 9/11 alla luce del radicale scontro di posizioni e fazioni della Repubblica Islamica dell’Iran: se i riformisti filo-occidentalisti e i “populisti” di Ahmadinejad spiegavano l’attentato alle Torri Gemelle alla luce della teoria del complotto, la fazione rivoluzionaria dei Pasdaran che rispondeva e risponde direttamente alla Guida Suprema rafforzò viceversa il dialogo politico e militare con la Resistenze sunnite,afgana e irakena in particolare, subito dopo l’invasione di civiltà del 2002. Lo stesso si potrebbe dire dell’Hezbollah libanese.

Peraltro, il fatto che l’esponente più rilevante dell’intelligence italiana rispondente proprio al Pentagono, Francesco Cossiga, avesse sposato la teoria del complotto sul 9/11 finì per suscitarci più d’un punto interrogativo in proposito. Di recente, Gioele Magaldi, interessante analista di sponda atlantista e keynesiana che ha promosso l’operazione “Draghi sovranista” e antiglobalista dal febbraio 2020, ha addirittura paragonato l’incendio di Notre-Dame (15 aprile 2019) al 9/11 di Macron. La teoria del complotto è diventata così un minestrone dai mille sapori, di fatto inservibile e non potabile. E’ politicamente del tutto inutile perderci ancora tempo.

Parlano perciò i dati, le strategie di civiltà, le identità profonde e reattive che non solo non muoiono ma avanzano più dei complotti mandati in frantumi sui campi afgani, irakeni, siriani, yemeniti, libanesi e iraniani. I dati interessanti, gli unici veramente tali e storicamente decisivi che si ricorderanno tra un secolo, ricorderanno che l’Occidente ha perso la guerra di civiltà con l’Islam. Tra un secolo non sappiamo come e se parleranno di Coronavirus ma sicuramente sappiamo che parleranno dell’Islam politico su cui si è schiantato il Pentagono con tutti i suoi sogni di dominazione globale. E ora?

Le nuove prospettive

Come detto, vediamo anzitutto l’avanzata strategica di un fronte Confuciano-Islamico, ormai nuovo soggetto di civiltà e di civilizzazione. L’Iran del Generale Hajj Qasem Soleimani e del legislatore Sayyd E. Raisi e la Kabul di nuovo taliban dall’11 settembre 2021, nuovi padroni delle frontiere insanguinate del Grande Medio Oriente e nuovi arbitri degli spazi geopolitici intercontinentali in via di definizione, sono ora disponibili alla cessione di una fondamentale fetta del potere mondiale al mandarinato Confuciano e Nazionalista dell’Impero di Mezzo. Vediamo la Turchia di Recep Erdogan conquistare spazi strategici, con un equilibrismo tattico che deve al suo grande statista. E’ in marcia altresì un esercito infinito e inarrestabile, un movimento perpetuo del mondo come lo definisce Parag Khanna, in base al quale l’Europa, vittima della bomba demografica africana e asiatica, sarà destinata a sparire come soggetto culturale a meno che non sappia ridefinire la propria identità in senso eurorusso. Vediamo tra l’altro a lato due significativi elementi strategici che potrebbero entrare a breve termine in campo.

Il primo è rappresentato dal nuovo Global Britain successivo alla Brexit. Il nuovo Nazionalismo britannico sta ormai dando segnali di chiara autonomia strategica dagli storici alleati yankee, siano essi trumpiani o bideniti. E’ il tentativo storico, in atto, da parte di Londra di riprendere sulle proprie mani il destino di un Occidente ormai allo sbando e privo di guida.

Il secondo è rappresentato dall’ascesa silenziosa ma attivistica, come è nelle corde di un genio di Stato come Narendra Mohdi, dell’Hindutva sul piano dell’assalto al nuovo potere globale Confuciano-Islamico. Mohdi, che non è un avventuriero, che non è un sionista, nè un atlantista, nè un liberista come i panzer d’attacco della propaganda sinistrata internazionalista con una ottica sumprematistico-occidentale amano ripetere, il semaforo verde di Mosca per lanciare il possibile assalto al nemico di civiltà e riportare la gloriosa millenaria India al centro degli spazi mondiali. L’uomo forte della Federazione russa, Sergej Sojgu, il massimo rappresentante politico di quelle elite combattentistiche wagneriane che hanno vinto in Siria, in Libia, in Sudan, in Birmania, a Caracas e hanno riconquistato determinanti spazi vitali nell’Ucraina russofila (unica pesante sconfitta in Mozambico dovuta agli insorti islamici), saprà di sicuro – se necessario – coadiuvare il leader nazionalista indiano meglio di chiunque altro.

L’eventuale formazione di un blocco Anti-egemonico russo indiano che dall’attuale fase tattica si concretizzi in un vero e proprio Asse Storico e Strategico dipenderà soprattutto dalla proiezione di profondità del Nazionalismo Confuciano di Pechino. Ove la Cina confuciana, spinta dalla crescente pressione sociale e demografica interna, ripeterà l’errore del Giappone Shintoista degli Anni trenta e quaranta trasformando l’iniziale, legittimo, ideale di armonia nazionalistica differenzialista panasiatica in Imperialismo egemonico han – sia esso economico, politico o militare non cambia in sostanza molto – la fase tattica di attuale coordinamento militare tra Mosca e Dehli si consacrerà in vero e proprio fronte politico intercontinentale.




SULLA QUESTIONE DEL PARTITO di Moreno Pasquinelli

Lev Trotsky nella sua memorabile Storia della rivoluzione russa formulò questo concetto: «Senza un’organizzazione dirigente l’energia delle masse si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Tuttavia il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro a pistone».

Nessun altro poteva condensare in maniera altrettanto efficace una questione tanto complessa come quella della relazione tra un movimento rivoluzionario delle classi subalterne e il partito politico che pretende di portarlo al successo — ove per successo si intende la conquista del potere.

Quelle che leggete sono considerazioni che non pretendono di convincere coloro i quali respingono, assieme alla proposizione (un’organizzazione dirigente è necessaria), la stessa premessa (senza conquista del potere non può attuarsi, alcuna trasformazione rivoluzionaria della società).

Qui vogliamo parlare anzitutto agli amici partitisti, quelli per i quali  la costruzione del partito sta in cima alla gerarchia dei doveri politici. A maggior ragione ci rivolgiamo a coloro i quali ritengono che un partito ce l’hanno già, che quindi esso già esista. Ci rivolgiamo infine a coloro che sono affetti da “boria di partito” (definizione di Antonio Gramsci) e che, a causa di questa “boria” suscitano in molti un sentimento di repulsione che complica le cose non solo a loro ma a chiunque sostenga la necessità di dare vita ad un partito rivoluzionario.

Poniamoci una domanda: quali sono le condizioni di possibilità affinché si possa affermare che una formazione politica merita effettivamente il titolo di essere considerato un partito?

Tra queste condizioni alcune sono imprescindibili. Anzitutto dev’esserci un contesto sociale che “chiede” che un nuovo partito sorga, che cioè esso sia storicamente necessario. Se questa condizione c’è (e secondo noi questa condizione esiste), per dare vita ad un partito (rivoluzionario) occorre una visione del mondo codificata in teoria e programma; occorre, posta la comprensione e le peculiarità del sistema sociale nel quale si opera, indicare quali siano le misure (e quale il loro rango di priorità) in vista della trasformazione della società; occorrono quindi una strategia ed un metodo per ottenere l’egemonia senza i quali nessuna conquista del potere è possibile.

Poniamo che esista un raggruppamento politico con una visione teorica alta e coerente; che abbia un programma politico forte di un’analisi adeguata della realtà e di come essa stia evolvendo; e che sappia infine indicare per quale via si possa ottenere la vittoria. Bastano forse queste condizioni per sostenere che questo raggruppamento è un partito?

Posto che non vediamo in circolazione una forza politica che abbia questi attributi, la nostra risposta è no, non bastano.

Non bastano perché a queste condizioni, oltre all’esistenza di quella che viene chiamata “base sociale” — «Un elemento diffuso di uomini e donne comuni, medi … senza il quale il partito non esisterebbe», [cfr: Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 14, § 70] — va aggiunto un fattore fondamentale. Qual è questo fattore? Quello umano. Deve esistere un congruo numero di militanti addestrati alla lotta, dotati di forte convinzione politica, capaci di affrontare grandi sacrifici. Uomini e donne che quindi siano disposti a porre gli interessi della propria comunità politica al di sopra dei propri affari personali. Si tratta di quello che Gramsci chiamava “secondo elemento”.

Solo se esiste questa categoria di uomini, dal loro seno, può sorgere «l’elemento principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice… di inventiva e spirito creativo». L’elemento che Gramsci, per analogia, definiva dei “capitani”, quelli che chiameremo lo strato dei “quadri di partito”, quelli che compongono la direzione politica collettiva del partito — posto che per direzione non intendiamo solo un ristretto comitato centrale ma l’insieme degli organismi preposti al comando politico, dal centro alle periferie.

Un’organizzazione politica può pretendere di definirsi partito se dispone di questi “capitani” e se, grazie ad essi, riesce a svolgere sia la funzione di catalizzatore dell’antagonismo sociale, sia ad essere scuola o palestra per educare dei militanti politici siano essi ottimi agitatori, ottimi propagandisti o ottimi organizzatori.

Noi ci pare esista, non diciamo un partito, nemmeno una simile organizzazione politica.

Dopo decenni di analfabetismo culturale, di degrado morale, di logoramento antropologico, di corruzione neoliberista, di narcisismo di massa, uomini e donne di cui sopra si fa fatica a trovarli, e quelli che esistono sono dispersi e, quel che molto pesa, anagraficamente al tramonto — per dire che senza una consistente forza propulsiva giovanile si fa doppia e tripla fatica a fungere da credibile soggetto rivoluzionario catalizzatore.

Noi invitiamo a guardare in faccia alla realtà: la costruzione di un partito è, salvo accelerazioni non prevedibili, opera di lungo corso; sarà il risultato di un lavoro faticoso. Costruire un partito significa, oggigiorno che la società consegna semilavorati inadeguati, non solo fare teoria, non solo essere interni alle lotte popolari, implica appunto forgiare donne e uomini nuovi. Chi vuole bruciare le tappe, chi si fa prendere dalla frenesia partitista rischia di fare pasticci, per non dire grossi danni. Ne abbiamo visti di questi tentativi abborracciati e falliti, che come conseguenza, tra le altre cose, hanno lasciato sul terreno tanti generosi attivisti.

Qualcuno potrebbe dire che stiamo descrivendo un partito di “vecchio conio”, novecentesco. In sostanza sì, poiché riteniamo che quella “forma partito”, al netto di necessari adattamenti, si rivelerà indispensabile.

Indispensabile a meno che non si abbia in mente qualcos’altro, a meno che non si abbia in mente un partito di tipo populista, con un “eroe carismatico” alla sua testa, di un grande leader che stabilisce un rapporto diretto e non mediato con il popolo. Era, sulla scia di Weber, la tesi sostenuta da Robert Michels (che infatti finì per aderire al fascismo); una tesi che sempre Gramsci contestò come “nebulosa e incoerente”[cfr. Quaderni 2 e 11].

Non stiamo dicendo che ogni populismo equivale a fascismo, per niente. Chi ci segue da anni sa che abbiamo, anni addietro, caldeggiato l’avanzata dei populismi di sinistra come quelli di Podemos in Spagna, o di France Insoumise in Francia. Erano gli anni della clamorosa affermazione in Italia dei due populismi del Movimento 5 stelle e della Lega salviniana. Tranne il caso di Mélenchon (che per come è fatto il sistema politico francese non ha potuto accedere al potere), in tutti i casi in cui questi populisti sono saliti al potere, si sono integrati come funzionari nel sistema delle classi dominanti. Il bilancio di queste esperienze è sotto gli occhi di tutti: un fallimento memorabile. Un fallimento che pare dar ragione a Vilfredo Pareto e alla sua tesi della circolazione delle élite per cui ogni élite politica, comprese quelle che sorgono da spinte sociali eversive, è destinata a diventare un’oligarchia, semplicemente sostituendosi a quella precedente.

Il discorso si farebbe lungo e invece vogliamo chiudere. Si tratta di stabilire, dopo il miserabile fallimento dei populismi sorti nell’ultimo periodo, se si sia ancora in quello che è stato definito “momento populista”. Probabilmente sì, ancora siamo in quel “momento” ma… posto che non può sorgere un partito populista senza un capo eroico e carismatico (e noi non lo vediamo in circolazione), la questione è se occorra attendere l’epifania di un simile eroe o se non valga invece la pena di concentrarsi sulla costruzione di un autentico partito politico.

Concentriamoci sulla costruzione del partito che poi, se quest’eroe dovesse semmai saltar fuori, avremo lo strumento per incorporarlo impedendo che faccia la fine ingloriosa di tutti quelli che lo hanno preceduto.




ROMA 25 SETTEMBRE: APPELLO

APPELLO

ROMA, 25 SETTEMBRE 2021, MANIFESTAZIONE NAZIONALE

NO AL GREEN PASS! PER LIBERTÀ, IL LAVORO E IL FUTURO!

Quando chi comanda teme un crollo del sistema, se necessario, procede alla sua demolizione controllata per ricostruirlo su nuove fondamenta. Per giustificare tale operazione eversiva deve creare un enorme shock. Questa volta è accaduto che una ciclica pandemia è stata ingigantita fino a farne un mostro che avrebbe potuto decimare la popolazione mondiale. E’ accaduto così che misure che fino al giorno prima avrebbero suscitato scandalo sono diventate plausibili e ineluttabili. Ecco quindi lo Stato d’Emergenza, la soppressione di essenziali diritti di libertà e agibilità politica, confinamenti, coprifuoco, denunce penali a tappeto, criminalizzazione del dissenso, ed infine il ricatto sui posti di lavoro. La chiamano “nuova normalità”, un duraturo Stato d’eccezione alimentato da una campagna terroristica fondata su tamponi fasulli, manipolazione dei dati e terapie criminogene.

A dimostrazione che l’élite non va a casaccio ma esegue un disegno è sopraggiunta la campagna per la vaccinazione di massa. Raggirati con pomposi discorsi sulla natura salvifica della scienza di regime, gli umani vengono usati come cavie per testare farmaci sperimentali di cui nessuno conosce gli effetti a lunga distanza. Malgrado tutti i dati indichino che i vaccini non fermano la pandemia, nonostante l’evidenza di gravi effetti avversi tra cui anche la morte, il governo Draghi ha imposto l’obbligo di vaccinazione, prima ai lavoratori della sanità poi a quelli della scuola: “non ti vaccini? sei licenziato! Non ti vaccini ti è vietata l’istruzione!” Ora questo governo di golpisti vuole addirittura imporre l’obbligo per tutti (alias un TSO universale): senza inoculazione nessuno otterrà il “green pass” e il Qr-Code, senza i quali non si potrà circolare, lavorare, vivere. Sta nascendo, anche con l’ausilio delle tecnologie informatiche, un sistema totalitario e disumano che combina bio-sorveglianza di massa e segregazione sociale. Il Qr-Code anticipa infatti l’adozione del cinese “Sistema di Credito Sociale” per cui i cittadini, spiati in ogni loro movimento, verranno classificati in base al loro tasso di obbedienza al regime, così che ogni persona “deviante” verrà iscritta in una lista nera e privata di diritti fondamentali.

Ma la demolizione controllata non ha colpito solo ciò che restava della democrazia costituzionale. Lo shock programmato ha inferto all’economia italiana danni irreparabili. Nel 2020 il PIL ha avuto un crollo senza precedenti (-8.9%). Ciò ha avuto conseguenze sociali gravissime: le persone in povertà assoluta (anzitutto giovani) sono diventate 5,6 milioni. Sul fronte dell’occupazione quasi un milione i posti di lavoro scomparsi, col tasso di disoccupazione giovanile passato al 33,8%. Senza precedenti anche il crollo dei consumi (-10,8%). Tutti dati che in verità sottostimano il disastro se si considera che nel 2020 hanno definitivamente chiuso i battenti più di 390mila imprese di commercio e servizi, mentre si calcola siano destinate a fallire mezzo milione di piccole imprese. Inneggiano alla “ripresa” ma tutto indica che milioni di persone non troveranno lavoro e chi lo troverà lo avrà precario, senza diritti e con salari da fame. I neoliberisti chiamano questo massacro sociale “distruzione creativa”. Gli “aiuti” europei, oltre a privare l’Italia degli ultimi barlumi di sovranità, vanno nella direzione di provocare una sanguinosa ristrutturazione del sistema economico e sociale.

Noi siamo decisi a fermare questa folle corsa verso un liberismo tecnocratico e totalitario.

Per questo facciamo appello a tutti i cittadini consapevoli ad intensificare manifestazioni e azioni di disobbedienza civile contro il “green pass” ed a partecipare alla grande manifestazione nazionale del 25 settembre 2021 dalle ore 15:00, a Piazza San Giovanni a Roma, affinché l’attuale rivolta si trasformi in Resistenza permanente e organizzata.

ATTUARE LA COSTITUZIONE, NO AL “GREEN PASS” E ALLO STATO D’EMERGENZA

LIBERTÀ DI SCELTA TERAPEUTICA, NO ALL’OBBLIGO VACCINALE

PER LA DEMOCRAZIA, NO AL REGIME DELLA BIO-SORVEGLIANZA

PER UN’ECONOMIA DELLA SOLIDARIETÀ SOCIALE, NO AL NEOLIBERISMO

LAVORO E REDDITO DIGNITOSI PER TUTTI, NO AL DOMINIO DELLA FINANZA

SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE. VIA DALLA GABBIA EUROPEA

Ancora Italia, F.I.S.I., Fronte del Dissenso, No Paura Day, 3V




IL VOLTO E LA MORTE di Giorgio Agamben

Sembra che nel nuovo ordine planetario che si va delineando due cose, apparentemente senza rapporto fra loro, siano destinate a essere integralmente rimosse: il volto e la morte. Cercheremo di indagare se esse non siano invece in qualche modo connesse e quale sia il senso della loro rimozione.

Che la visione del proprio volto e del volto degli altri sia per l’uomo un’esperienza decisiva era già noto agli antichi: «Ciò che si chiama “volto” – scrive Cicerone – non può esistere in nessun animale se non nell’uomo» e i greci definivano lo schiavo, che non è padrone di se stesso, aproposon, letteralmente «senza volto». Certo tutti gli esseri viventi si mostrano e comunicano gli uni agli altri, ma solo l’uomo fa del volto il luogo del suo riconoscimento e della sua verità, l’uomo è l’animale che riconosce il suo volto allo specchio e si specchia e riconosce nel volto dell’altro. Il volto è, in questo senso, tanto la similitas, la somiglianza che la simultas, l’essere insieme degli uomini. Un uomo senza volto è necessariamente solo.

Per questo il volto è il luogo della politica. Se gli uomini avessero da comunicarsi sempre e soltanto delle informazioni, sempre questa o quella cosa, non vi sarebbe mai propriamente politica, ma unicamente scambio di messaggi. Ma poiché gli uomini hanno innanzitutto da comunicarsi la loro apertura, il loro riconoscersi l’un l’altro in un volto, il volto è la condizione stessa della politica, ciò in cui si fonda tutto ciò che gli uomini si dicono e scambiano.

Il volto è in questo senso la vera città degli uomini, l’elemento politico per eccellenza. È guardandosi in faccia che gli uomini si riconoscono e si appassionano gli uni agli altri, percepiscono somiglianza e diversità, distanza e prossimità. Se non vi è una politica animale, ciò è perché gli animali, che sono già sempre nell’aperto, non fanno della loro esposizione un problema, dimorano semplicemente in essa senza curarsene. Per questo essi non s’interessano agli specchi, all’immagine in quanto immagine. L’uomo, invece, vuole riconoscersi e essere riconosciuto, vuole appropriarsi della propria immagine, cerca in essa la propria verità. In questo modo egli trasforma l’ambiente animale in un mondo, nel campo di una incessante dialettica politica.

Un paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica. In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. E poichè l’uomo è un animale politico, la sparizione della politica significa anche la rimozione della vita: un bambino che nascendo non vede più il volto della propria madre rischia di non poter più concepire sentimenti umani.

Non meno importante che il rapporto col volto è per gli uomini il rapporto con i morti. L’uomo, l’animale che si riconosce nel proprio volto, è anche il solo animale che celebra il culto dei morti. Non sorprende, allora, che anche i morti abbiano un volto e che la cancellazione del volto vada di pari passo alla rimozione della morte. A Roma, il morto partecipa al mondo dei vivi attraverso la sua imago, l’immagine plasmata e dipinta sulla cera che ogni famiglia conservava nell’atrio della propria casa. L’uomo libero è, cioè, definito tanto dalla sua partecipazione alla vita politica della città che dal suo ius imaginum, il diritto inalienabile di custodire il volto dei suoi antenati e di esibirlo pubblicamente nelle feste della comunità. «Dopo la sepoltura e i riti funebri – scrive Polibio – veniva posta nel punto più visibile della casa l’imago del morto in un reliquiario di legno e questa immagine è un volto di cera fatto a esatta somiglianza sia per la forma che per il colore». Queste immagini non erano soltanto oggetto di una memoria privata, ma erano il segno tangibile dell’alleanza e della solidarietà fra i vivi e i morti, fra passato e presente che era parte integrante della vita della città. Per questo svolgevano una parte così importante nella vita pubblica, tanto che si è potuto affermare che il diritto alle immagini dei morti è il laboratorio in cui si fonda il diritto dei vivi. Ciò è tanto vero che chi si era macchiato di un grave crimine pubblico perdeva il diritto all’immagine. E la leggenda vuole che quando Romolo fonda Roma, fa scavare una fossa – detta mundus, « mondo » – in cui lui stesso e ciascuno dei suoi compagni gettano una manciata della terra da cui provengono. Questa fossa veniva aperta tre volte l’anno e si diceva che in quei giorni i mani, i morti entravano nella città e prendevano parte all’esistenza dei vivi. Il mondo non è che la soglia attraverso la quale i vivi e i morti, il passato e il presente comunicano.

Si comprende allora perché un mondo senza volti non possa essere che un mondo senza morti. Se i vivi perdono il loro volto, i morti diventano soltanto dei numeri, che, in quanto erano stati ridotti alla loro pura vita biologica, devono morire soli e senza funerali. E se il volto è il luogo in cui, prima di ogni discorso, comunichiamo con i nostri simili, allora anche i vivi, privati del loro rapporto col volto, sono, per quanto si sforzino di comunicare con i dispositivi digitali, irreparabilmente soli.

Il progetto planetario che i governi cercano di imporre è, dunque, radicalmente impolitico. Esso si propone anzi di eliminare dall’esistenza umana ogni elemento genuinamente politico, per sostituirlo con una governamentalità fondata soltanto su un controllo algoritmico. Cancellazione del volto, rimozione dei morti e distanziamento sociale sono i dispositivi essenziali di questa governamentalità, che, secondo le dichiarazioni concordi dei potenti, dovranno essere mantenuti anche quando il terrore sanitario sarà allentato. Ma una società senza volto, senza passato e senza contatto fisico è una società di spettri, come tale condannata a una più o meno rapida rovina.

* Fonte: Quodlibet




BARBERO, GRAMELLINI E L’INFERNO di Sandokan

Se mi chiedessero chi sia l’eventuale prototipo di intellettuale di regime, vi risponderei MASSIMO GRAMELLINI. Non a caso, il regime, gli consente la massima visibilità, tra cui la sua caustica rubrichetta il Caffè sulla prima pagina del Corriere della sera. Di norma il Gramellini se la prende con chiunque non sia allineato col regime appunto — prima quello della seconda repubblica, e ora che questo sta tirando le cuoia, più sferzante che mai, contro chi ha anche soltanto lievi mal di pancia davanti al nascente regime psico-sanitario.

Stamattina, 7 settembre, se la prende con il professor Barbero perché ha firmato il manifesto dei docenti contro il “Green Pass”. Siccome Barbero ha evocato Dante, il quale ne l’Inferno aveva ficcato gli ipocriti nell’ottavo girone, il Gramellini ha facile gioco a sostenere che in quel girone Dante c’avrebbe messo il Barbero stesso. Non a torto in effetti, poiché il Barbero dice no al “Green Pass” ma si dichiara favorevole all’obbligo vaccinale (sic!).

E’ furbo, davvero, il Gramellini. Da obbediente intellettuale con l’elmetto spara sui bersagli facili, così il suo sarcasmo fa ovviamente più effetto. Questa volta tuttavia ha toppato. Il nostro ha pensato di fare una furbata usando Dante contro Barbero, ora consentirà a noi di ricordare che Dante l’avrebbe spedito a fare compagnia agli ipocriti, per la precisione nella prima bolgia dell’ottavo girone dov’erano puniti i ruffiani ed i seduttori, la  stessa razza del Gramellini appunto.

Ps.

Veniamo a sapere che da oggi anche i parlamentari dovranno esibire il “Green Pass” per accedere al ristorante, alla buvette ed agli altri uffici parlamentari.

“La legge è uguale per tutti”, esulta Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia — il partito che ha chiesto l’adozione della norma. Il “Green Pass” non dovrà essere tuttavia esibito per entrare nell’aula parlamentare. Perché segnaliamo questa cosa? Perché, come spiega il deputato Fontana, “chiedere il “Green Pass” significherebbe limitare un diritto costituzionale” (testuale!).

Esatto, aggiungiamo noi. Significherebbe anzi violarne diversi di diritti costituzionali. Anzitutto l’Art.17 che contempla il diritto di riunione. Peccato che questo diritto, con la scusa della pandemia, sia stato sostanzialmente soppresso dai decreti conseguenti allo Stato d’emergenza —  senza “Green Pass” tutte le riunioni al chiuso sono rigorosamente vietate.

Due pesi, dunque, e due misure, nel regime psico-sanitario. Ciò che non è consentito ai cittadini lo è per i parlamentari, che possono “assembrarsi” anche se non sono vaccinati (ce ne sono diversi), solo avendo fatto un tampone salivare (gratutito). Così è violato anche l’Art. 3 della Carta, quello che dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”.




RESTARE UMANI di Leonardo Mazzei

I media sono eccitati. Il “Vile affarista” (copyright Francesco Cossiga) ha detto sì. Sì all’obbligo vaccinale, sì alla terza dose. Ed intanto si porta avanti con il super Green pass, quello da estendere ai lavoratori dei trasporti, della ristorazione e dell’intero comparto pubblico. Il nuovo decreto legge è già annunciato per la prossima settimana. Ma non basta: l’obbligo per gli statali farà da apripista a quello per i dipendenti delle aziende private. Così Confindustria sarà contenta… ed i sindacati pure!

Abbiamo dunque un governo che procede con un decreto dopo l’altro, che estende il nuovo salvacondotto medievale prima ancora che il parlamento abbia approvato quelli precedenti. Un governo che impone obblighi con il ricatto del lavoro, di fatto con quello della fame! E lo fa non solo nel silenzio, ma con la complicità dei tanti che dovrebbero parlare. Bel Paese l’Italia, avremo anche la Costituzione più bella del mondo, ma di certo abbiamo i costituzionalisti più vigliacchi della Via Lattea!

Ma come si spiega questa foga inoculatrice? Come si spiega un lasciapassare vaccinale che non ha uguali al mondo, superando ormai in restrizioni pure l’iniziale modello francese?

C’è forse una qualche ragione sanitaria che lo giustifichi? A leggere i dati sembrerebbe proprio di no. L’Italia è, fin dall’inizio, uno dei paesi dove ci si vaccina di più. E nei giorni scorsi è stato annunciato trionfalmente il raggiungimento dell’obiettivo del 70% di vaccinati, quel numero magico che secondo gli espertoni da talk show avrebbe consentito il conseguimento dell’immunità di gregge. Almeno così dicevano all’inizio dell’anno, mentre adesso – chissà perché! – hanno spostato l’asticella all’80, al 90 e perfino al 95% annunciato dal solito Abrignani (Cts) ieri mattina!

Il fatto è che il vaccino non funziona. O, perlomeno, funziona assai meno di quel che vorrebbero farci credere. Di certo è un vaccino a tempo: funzionicchia nei primi mesi, ma smette di farlo del tutto in tempi rapidi assai. Del resto, se così non fosse, che senso avrebbe la terza dose?

Lorsignori cercano di convincerci sulla bontà dei vaccini con un profluvio di numeri, ma evitano di rispondere al dato più importante di tutti, quello del confronto della situazione del 2021 (anno della santa vaccinazione) rispetto a quella del 2020 (anno della totale assenza di ogni tipo di vaccino).

Già ci occupammo della questione ad inizio giugno, ma dopo tre mesi la musica è la stessa: si stava meglio quando (secondo la narrazione dominante) si stava peggio.

Vediamo dunque i numeri ufficiali, esaminando la media giornaliera (casi e morti) dell’ultima settimana di agosto, in Italia e nel mondo.

Nel nostro Paese, a fine agosto 2020 si aveva una media di 1.274 casi giornalieri, saliti quest’anno a 6.449, con un aumento di oltre cinque volte. Stessa dinamica, anzi pure peggiore, per i morti attribuiti al Covid. In questo caso la media giornaliera di 6 vittime del 2020 è salita fino alle 51 del 2021, con un incremento di 8 volte e mezzo.

Non diversamente vanno le cose nel mondo, dove (sempre nella stessa settimana) i casi medi giornalieri ufficiali sono passati dai 267.268 del 2020 ai 645.186 di quest’anno, mentre i morti sono aumentati da 5.878 a 9.455.

Che dire? Il vaccino funziona alla grande, come no!

Conosciamo bene le 2 obiezioni dei sostenitori della narrazione ufficiale: 1) i responsabili della prosecuzione dell’epidemia sono i non vaccinati, 2) c’è poi la terribile variante delta senza la quale avremmo già chiuso la partita col virus. Questo è quel che ci dicono i famosi “esperti”, la cui esperienza non basta però a nascondere le contraddizioni in cui cadono fin dall’inizio di questa storia.

Le loro obiezioni sono infatti assai fragili. In primo luogo, i non vaccinati saranno pure i criminali che si dice, ma se il vaccino funzionasse l’andamento dei casi (e dei decessi) dovrebbe essere inverso rispetto a quello delle vaccinazioni. Al crescere delle seconde dovrebbe corrispondere un calo proporzionale dei primi. Sfortunatamente così non è. Anzi, si verifica esattamente il contrario! Ce lo dicono i loro stessi dati.

In secondo luogo, aggrapparsi alle varianti è sintomo di una malafede che si commenta da sola. Intanto, che una variante riduca drasticamente l’efficacia del vaccino è la prova provata dell’assurdità di aver puntato tutto su questa soluzione contro un virus che si sapeva sarebbe mutato. Ma poi, è vero o non è vero che molti scienziati – a partire dal premio Nobel Luc Montagnier – avevano messo in guardia per tempo proprio sul fatto che una vaccinazione di massa durante l’epidemia avrebbe provocato l’emergere di nuove forme del virus? Quel che sta avvenendo non è forse la conferma di quanto temuto dallo scienziato francese?

Ora, ognuno può avere le opinioni che crede, ma mi pare difficile contestare che il dato fondamentale per capire come stanno davvero le cose sia quello dell’andamento generale dell’epidemia. E’ inutile che si dimostri che il vaccino ha comunque un’efficacia x rispetto ai casi, se magari quei casi sono cresciuti proprio a causa di varianti frutto di quello stesso vaccino. Il fatto che conta è che i più si aspettavano dalla vaccinazione un netto miglioramento della situazione. Abbiamo al contrario un peggioramento, qualcosa vorrà pure dire…

Torniamo allora alle domande iniziali: perché questa foga inoculatrice, perché un Green pass sempre più restrittivo?

Credo che queste domande abbiano due risposte: 1) perché si vuol nascondere il fallimento della strategia vaccinale con la caccia alle streghe, 2) perché l’obiettivo delle misure liberticide non è di tipo sanitario, bensì politico.

In proposito chi scrive non ha dubbi. La questione sanitaria, che pure esiste ma in termini ben diversi da quelli narrati, è solo un pretesto. Il Covid è lo strumento per costruire un moderno regime autoritario, basato sul dominio totalitario di una tecnocrazia legittimata da una scienza fattasi religione. E l’Italia, specie con l’arrivo al potere del più pericoloso capo di governo del dopoguerra, è uno dei laboratori più avanzati (forse addirittura il più importante) di questo progetto criminale che investe tutto l’occidente.

Ecco perché siamo arrivati all’impensabile, perché andranno avanti, perché la lotta sarà durissima. Ed ecco perché siamo obbligati a vincere. Per difendere il lavoro e la libertà, in una parola per restare umani.




IL PNRR SPIEGATO IN 6 PARTI a cura di Stefano Beneforti

ABSTRACT

I prestiti e le sovvenzioni che arriveranno in Italia con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) non sono un regalo, ma hanno bensì lo scopo di orientare le scelte economiche fiscali e sociali nella direzione indicata dalla UE, con il suo green deal, e imprimendo un forte impulso alla digitalizzazione del paese, indirizzandolo verso la ristrutturazione dell’intero sistema economico e sociale mondiale secondo l’idea del Grande Reset immaginato a Davos all’Economic World Forum del 2021.

Quando il green deal europeo fu presentato, fu subito evidente che, soffriva della mancanza di fondi per essere attuato, ma il fortuito o meno verificarsi della pandemia ha permesso di progettare un piano di finanziamento della ripresa delle economie dei paesi colpite dai fermi imposti dai vari governi.

Con la scusa della solidarietà tra paesi membri veniva così ridato fiato all’ambizioso programma iniziale, e senza spendere un euro, trattandosi di finanziamenti, che per la prima volta la UE va a reperire  sui mercati internazionali, e di sovvenzioni finanziate dagli stessi paesi membri mediante contribuzioni aggiuntive.

Con il PNRR vengono inoltre ad essere cedute le ultime quote di sovranità residue, riducendo ulteriormente la rappresentatività delle istituzioni democratiche, sempre più ridotte a mere ratificatrici delle decisioni prese in altre sedi.

Per adesso, nelle attuali condizioni, con un governo saldamente in mano ad uno dei massimi rappresentanti della finanza internazionale, non è possibile fare niente di concreto per fermare tutto questo, ma è perlomeno necessario avere una idea di cosa è realmente il PNRR e di come esso influirà sulla vita economica e sociale dell’Italia nei prossimi anni.

A tale scopo, basandosi sulle norme e sui regolamenti UE, è stata quindi condotta una analisi delle caratteristiche tecniche del Next Generation UE, lo strumento finanziario sulla base del quale gli stati membri UE possono chiedere i finanziamenti/sovvenzioni e una analisi del documento del PNRR Italiano, con il quale tali fondi sono stati richiesti, proseguendo poi con l’analisi delle condizionalità, tutt’altro che secondarie, che questo strumento comporta e delle ricadute che avranno sulle PMI, sul lavoro e sull’occupazione.

Le analisi condotte mostrano che il PNRR non è per niente un jackpot, come molti ritengono e propagandano, ma uno strumento attraverso il quale saranno erosi gli ultimi scampoli di sovranità per realizzare un programma perfettamente allineato al Grande Reset a totale carico della cittadinanza, che attraverso le condizionalità sarà obbligata a pagarne integralmente i costi.

Infatti i prestiti e le sovvenzioni ottenute dovranno essere  impiegati in massima parte per soddisfare le rigide indicazioni impartite della UE (soprattutto riguardanti il green per non meno del 37% e digitalizzazione per non meno del 20%,  temi facenti parte dell’agenda del Grande Reset), sottomettendosi ad altrettanto rigide condizionalità (con gli accordi del Luglio 2021 sono stati contatati 528 tra traguardi e obiettivi da soddisfare per ottenere le erogazioni) le quali, ammantate di tanti buoni propositi, ma che realtà comportano maggiori tasse e tagli ai servizi per soddisfare ai vincoli di bilancio, alla liberalizzazione dei subappalti per favorire la concorrenza e al perfezionamento del recupero crediti da parte delle banche, non potranno avere che effetti nefasti sulla economia italiana, già devastata da decenni di privatizzazioni, tagli ai servizi e carichi fiscali eccessivi, esasperati dalle soluzioni suicide adottate nell’ultimo anno e mezzo per contrastare la crisi pandemica, decimando le PMI e creando ulteriore disoccupazione e povertà.

Tutte queste considerazioni, mostrano il PNRR per quel che è, e hanno quindi portato a tentare di elaborare una possibile, seppur parziale, alternativa, focalizzata sul soddisfacimento di alcuni bisogni reali del paese, sicurezza del territorio, mobilità e accesso alle risorse primarie, da finanziare evitando l’intermediazione della UE.

CONTENUTI SIX PACKS

PACK I: Il Next Generation UE (NGEU)

Il Next Generation UE, è uno strumento finanziario della UE composto da finanziamenti e sovvenzioni articolato in vari fondi tra i quali il Recovery Fund, nato per favorire la ripresa dell’economia dei paesi membri danneggiate a seguito della emergenza pandemica del Covid.

Il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è il programma sulla base del quale i paesi membri possono richiedere i finanziamenti e le sovvenzioni previste con l’NGEU.

Nel PACK I si andrà ad analizzare come è strutturato l’NGEU, descrivendone la genesi, le motivazioni ufficiali e i meccanismi di assegnazione dei fondi ai singoli stati membri.

PACK II: PNRR: Il documento

Il Piano Nazionale di ripresa e Resilienza PNRR è il programma con il quale ogni singolo stato, in linea con il regolamento dell’NGEU, motiva la propria richiesta di fondi.

Nel PACK II, sarà illustrata l’articolazione del PNRR italiano.

PACK III: PNRR: Le condizionalità

Le condizionalità sono tutte quelle norme contenute nel regolamento dell’NGEU, alle quali gli stati membri dovranno aderire affinché le rate previste siano erogate.

Molte di queste norme sono in chiaro e consistono in riforme da introdurre negli ordinamenti dei singoli stati, mentre altre condizionano l’erogazione dei fondi al soddisfacimento delle raccomandazioni specifiche per paese membro, attualmente sospese fino al 2023, che riguardano essenzialmente le politiche fiscali e di bilancio dei singoli stati.

Nel PACK III, si andrà a considerare quali sono sia le condizionalità in chiaro sia quelle derivanti delle raccomandazioni specifiche per i singoli stati.

PACK IV: PNRR: Lavoro, PMI e occupazione

Le condizionalità che l’Italia dovrà soddisfare per ottenere l’erogazione dei fondi, hanno delle ricadute su lavoro, PMI e occupazione, che non vengono evidenziate nel PNRR.

Nel PACK IV, si analizzerà come il PNRR, contravvenendo alle sue stesse previsioni, è in realtà uno strumento che prosegue nelle politiche di distruzione sistematica del tessuto industriale ancora esistente in Italia, con le conseguenti ricadute negative su lavoro e occupazione.

PACK V: Considerazioni finali

L’NGEU e il relativo PNRR sono la conseguenza dello Shock che l’emergenza Covid ha provocato, per fare rientrare le politiche economiche europee nell’ambito del Great Reset.

Nel PACK V, si cercherà di sviluppare questa intuizione, andando a vedere come l’impatto del Covid sull’economia poteva essere diversamente gestito

PACK VI: Una possibile alternativa al PNRR

Una volta definita la visione generale dello sviluppo che si intende dare il paese basata sulla centralità del benessere dei propri cittadini, sarà possibile definire anche le priorità da dare ai singoli settori o temi.

Nel PACK VI, sarà riportato un progetto di investimenti prioritari relativi al solo tema dei lavori pubblici che sto’ sviluppando

SIX PACKS SINTESI 

Sono qui raccolte le considerazioni finali relative a ciascuno dei 6 PACKS precedenti.

Stefano Beneforti (Agosto 2021)

Fonte: www.liberiamolitalia.org